Balmain
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Balmain

Balmain, è una casa di moda francese fondata nel 1945 da Pierre Balmain 

Pierre Balmain (1914-1982) nasce a Saint Jean de Maurienne, nell’Alta Savoia. Si appassiona al mestiere di sarto sin da ragazzo, ma la realtà del piccolo paese di provincia non gli facilita la strada. Così nel 1934 inizia a lavorare come assistente a Molyneux, atelier di grande fama e che vantava una clientela aristocratica e snob: belle donne, ricchi commercianti, uomini d’affari con manie dispendiose. È in questo clima che il giovane Balmain apprende la perfezione del mestiere e fortifica la volontà di circondarsi del bel mondo, delle abitudini dei salotti, di mondanità, lusso e ricchezza.

Balmain
Pierre Balmain.

Gli inizi

Passano pochi anni e nel 1939 diventa amico di Dior. Dopo un breve periodo di lavoro fianco a fianco, i due decidono di intraprendere ognuno la propria strada. Poi nel 1945, Balmain apre la sua sede in rue François I a Parigi. L’acquisto comporta non pochi sacrifici, prestiti e pegni dei gioielli di famiglia ma Pierre crede nella sua capacità e nella sua attività. Inizia con uno staff composto da 20 lavoranti, 50 modelli e madre e zia al controllo qualità. Amiche e persone conosciute in Savoia fanno da madrine ai primi défilé di Balmain, tra queste si annoverano Gertrude Stein e Alice Toklas per le quali il giovane sarto aveva creato dei tailleur molto femminili, così insoliti per quelle donne di cultura ma così importanti per l’avvio alla carriera di Pierre.

Gli abiti iniziarono a circolare, anche grazie all’aiuto di Cecil Beaton e Christian Bérard che lo introducono nel mondo del teatro: celebri sono i costumi che Balmain crea per la piéce La Folle de Chaillot di Giraudoux. Da quei primi pezzi per l’esigua cerchia di nobili in Savoia alla vera aristocrazia europea il passo è davvero breve. Il primo abito viene confezionato e venduto alla principessa Ghislaine de Polignac. Da quel momento in poi, tra le sue clienti si aggiungeranno la duchessa di Kent, la duchessa di Windsor, la contessa Charles Emmanuel de la Rochefoucauld, la regina Sirikit di Thailandia, per non parlare delle più ricche donne borghesi e le artiste e dive più celebri dell’epoca. Suo l’abito indossato da Juliette Gréco, attillato, sexy e total black, che divenne il simbolo degli esistenzialisti. Curò anche gli abiti che Katharine Hepburn nel film “La miliardaria”.

La fama internazionale di Balmain

L’autrice americana Gertrude Stein, grande amica di Balmain, definì le creazioni del couturier francese come la nascita del “new style francese”. Una nuova immagine di donna, vivace e immacolata al tempo stesso, elegante ma con un pizzico di spensieratezza. Si stava assistendo alla nascita della “Jolie Madame”, simbolo della perfezione della donna degli anni Cinquanta. Tutte le dive dovevano possedere una sua creazione: Brigitte Bardot, la diva antimoda per eccellenza, indossava un Balmain al momento dell’incontro a Londra con la regina. Tutta la stampa parlò del suo abito, sexy ma rispettoso dell’etichetta e dell’eleganza classica. Nel 1955 ricevette il premio Neiman Marcus Award, all’apice del successo.

Era un uomo straordinario: amava la mondanità e il lusso, non mancava mai a una prima alla Scala, dove si presentava con cilindro e mantello, accompagnato dalle sue mannequin: l’irlandese Bronwen Pugh altissima, affascinante e ammaliante, e le sue dilette Marie Thérèse e Praline; organizzava feste e cene con centinaia di invitati e li viziava con culinarie raffinatezze esotiche che importava dalle diverse parti del mondo. Di straordinaria personalità e forte carisma, Balmain ha da sempre impressionato per il suo contrasto, per il dualismo che esprimeva anche nelle sue creazioni. Amante dell’eccesso e della vita mondana ma perfezionista e scrupoloso sul lavoro.

Per Pierre Balmain, gli anni Sessanta furono un periodo ricco di soddisfazioni. Poteva permettersi di sperimentare, impiegare tessuti nuovi ed esplorare forme mai osate prima, come il pared-down che trovò in quegli anni favorevoli risposte dal pubblico e dalla stampa internazionale. Senza vie di mezzo, mescolava semplicissimi vestiti blu e mise da sera più eccentriche, abbinava bluse di ermellino a gonne a quadretti, accostava colli di lince ad abiti in tulle, tutto secondo il suo stile, i suoi gusti chiari e definiti. Celebre era anche il suo amore per le donne altissime, il ballo e la vita agiata. Questo in contrapposizione ai riti e alle abitudini rimastigli dalle sue origini, come la benedizione da parte di padre Bernardet di tutte le sue nuove sedi.

Tutto sembrava procedere al meglio. Celebrità, fortuna e guadagni costellavano la vita di Pierre Balmain fino alla prima crisi. La crisi avvenne in seguito alla morte della madre, figura fondamentale per la vita del couturier. Era lei, infatti, a occuparsi degli affari, della gestione economica dell’impero costruito in pochi decenni da Pierre.

La prima mossa sbagliata da parte dell’inesperto Balmain fu vendere la più sicura fonte di reddito della maison, ovvero la linea di profumi, tra cui Vent Vert, a Revlon. Furono numerose le crisi che, una dopo l’altra, si abbatterono sulla casa di moda. Una su tutte fu quella alle soglie del trentesimo anniversario dalla creazione della maison. Vendette tutto per salvarla dal tracollo, dalle residenze di Croissy a quella dell’Elba, investendo persino il proprio capitale. Ma senza esiti positivi.

La crisi

L’atelier funzionava, le richieste erano sempre numerosissime e la linea di prêt-à-porter di lusso andava benissimo. Ciò che non andava era l’organizzazione, non era puntuale nelle consegne nonostante i punti vendita parigini fossero solamente due. Intervennero a suo sostegno anche l’Istituto di sviluppo industriale (Idi) e alcune banche private che riuscirono a rilanciare la maison.

Dal 1987 al 1995 Swatch Group ha acquisito le licenze degli orologi della maison Balmain, cercando di mantenere alto il livello di qualità delle creazioni per il brand della haute couture parigina. Per festeggiare il decimo anniversario, nel 1997, l’azienda ha voluto celebrare in tutto il mondo la maison francese con una collezione speciale chiamata Elysées. Hanno prodotto il modello di punta, quello con il famoso quadrante “arabesques”, la cui ispirazione deriva direttamente dalla fastosità e opulenza nei ricami operati dal grande sarto sopra ogni capo.

Pierre, per tutta la durata della sua carriera, ha rappresentato una certa idea di eleganza per una specifica tipologia di clientela. Regine, principesse e star del cinema e dello spettacolo, senza però tralasciare l’importanza dell’eleganza nei momenti di vita quotidiana. È a lui che si deve, infatti, la nascita del fenomeno ready-to-wear. Solido punto di appoggio e fonte di guadagno per la maggior parte delle maison che seguirono il suo esempio.

Ma è il 1975 e Giuliano Fratti riceve una lettera triste e malinconica dall’amico Pierre, nella quale il sarto si descrive come “niente di più che un antico ricco”. L’aria è cambiata, le sorti della maison sono sempre più negative; Pierre Balmain non crede più nella sua attività. La stampa aveva smesso di scrivere di lui e delle sue collezioni. L’unica superstite di quegli anni di splendore e fama era la Jolie Madame, soprannome coniato per il suo stile che aveva dato nuova vita all’abbigliamento femminile nei primi anni dopo la guerra, riportando in auge l’opulenza e i fasti negati durante i difficili anni del conflitto.

La morte di Pierre

Il 29 giugno 1982, Pierre muore all’ospedale americano dove qualche tempo prima era morto anche un altro dei padri fondatori della couture francese, Jacques Fath. Pierre era stato ricchissimo, ma se ne andò senza nulla. Hubert de Givenchy lesse le ultime parole di addio nella chiesa di Saint Pierre de Chaillot a Parigi. La chiesa era affollata di personaggi della moda ma da pochissimi amici attorno alla bara bianca ricoperta di fiori bianchi. Era l’estremo saluto di Parigi a uno dei suoi maestri. Alla morte di Balmain, il danese Erik Mortensen, assistente e collaboratore da diversi anni, prende le redini della maison. Si occupa della linea haute couture confermando la tradizione delle creazioni del maestro, ma apportando guizzi di novità e freschezza.

Apprezzato dalla stampa e dagli addetti ai lavori, gli venne assegnato il premio Ditale d’Oro della haute couture francese per la collezione autunno/inverno 1983-84 e un secondo alcuni anni dopo, per la collezione autunno/inverno 1987-88. Erik abbandona però la maison Balmain nel 1990, per cedere il posto al giovane Hervé Pierre, che guiderà la casa di moda fino al 1992. Dal 1993 fino al luglio del 2002 è Oscar de la Renta alla guida della linea di haute couture della maison. Crea creazioni fedeli alla linea Jolie Madame ma dal design rinnovato e moderno.

L’inizio del nuovo secondo

Tra il 1998 e il 2000 fu Gilles Dufour, braccio destro di Karl Lagerfeld per quindici anni, a gestire le numerose licenze della maison e a curare la linea ready-to-wear. Dal marzo 2002 fino alla fine del 2004, Laurent Mercier assume la direzione artistica della linea prêt-à-porter e haute couture della maison. Dal febbraio del 2006 fino al marzo del 2011 è Christophe Decarnin a guidare il brand e riportarlo, anche grazie alla consulenza di Emmanuelle Alt, fashion editor di Vogue Paris, ai successi ottenuti dal couturier negli anni Cinquanta.

Il 26 aprile del 2011 viene nominato il nuovo direttore creativo della maison Balmain per le linee donna e uomo, in seguito alla decisione di Decarnin di lasciare la maison per problemi personali. È il venticinquenne francese cresciuto a Bordeaux, Olivier Rousteing, dal 2009 già presente nelle fila della casa di moda parigina, con alle spalle un’esperienza lavorativa per la maison fiorentina Roberto Cavalli, della quale seguiva le linee uomo e donna ready-to-wear.

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