Rina Modelli

Firma commerciale della modellista e sarta Enrichetta Pedrini (1889-1973). Due volte l’anno, nei giorni delle collezioni, Rina Modelli andava a Parigi, comprava modelli originali e croquis e, un mese più tardi, trasformava il suo laboratorio milanese in un atelier, sgomberava i tavoli da lavoro, aggiungeva sedie lungo le pareti di tre grandi stanze, apriva le porte comunicanti con il lungo corridoio, faceva sfilare indossatrici con i capi acquistati dai grandi dell’haute couture francese: Lelong, Vionnet, Balenciaga, Schiaparelli, Dior, Balmain, Nina Ricci, Fath, Givenchy. Per una settimana, questa passerella era presa d’assalto dalle sarte e dai sarti italiani che, a loro volta, compravano modelli, tele e diritto di riprodurli. Sui libri contabili della ditta si leggono nomi come Zecca, Stop Senes, Velia Biagiotti, Carosa di Roma, Fercioni, Tizzoni, Montanari per Ventura, Gigliola Curiel e altri di Milano, Bonanno e Maglio di Napoli, Solaro, Longo e Camollo di Torino, persino le suore delle Piccole Operaie di Trani. Enrichetta Pedrini era nata a San Martino di Ferrara e aveva cominciato come sarta, mestiere che, negli anni dell’autarchia e della seconda guerra mondiale, sviluppò con una sua linea per poi tornare quasi totalmente alla professione di modellista, con quei due viaggi all’anno a Parigi e le successive presentazioni alle case italiane. La Rina Modelli ha avuto tre sedi milanesi: in via Piatti, in via Rovello e infine in via Montenapoleone al 29. Maria Pezzi, nel libro autobiografico Una vita dentro la moda, racconta: “La romagnola Pedrini, la portentosa sciura Rina somigliava a Colette, grassoccia, carnagione freschissima, occhi bistrati e vivi, vestaglia da lavoro scollata e uno strangolino di chiffon sempre al collo. Alle sfilate di Parigi, i sarti italiani e le sue colleghe modelliste la spiavano, la guatavano perché aveva un gusto infallibile. Quando un abito la interessava, fingeva di appisolarsi, di dormire per depistare quegli sguardi. In tutti gli atelier, una vendeuse si occupava esclusivamente di lei”. Narra Beppe Modenese: “Sceglieva e il mattino dopo, scortata dalla figlia Dogle, tornava a riselezionare. La mannequin di “cabine”, la “fissa”, sfilava con gli abiti che erano stati prenotati. Un giorno Enrichetta squadrò con più intensità un modello. Non capiva. Poi disse: “Oh, Dogle, quel li l’è el mè paltò”. L’indossatrice, nella fretta, aveva indossato il cappotto che Enrichetta aveva lasciato nella “cabine”. Comprava 250 modelli a stagione. Aveva sposato per procura Amedeo Pedrini, emigrato negli Stati Uniti e poi operaio della Breda e capocellula del Partito Comunista. Dalla loro unione burrascosa nacquero due figli: Maria, detta Dogle, e Danilo. La primogenita, insieme al marito Attilio Faré, ha continuato il lavoro materno, aprendo nel ’67 anche la prima boutique di Saint Laurent Rive Gauche in Italia. Oggi, la tradizione familiare è portata avanti dai nipoti, titolari della società Kalathea, distributrice di collezioni francesi di prêt-à-porter di lusso e di carta-modelli d’alta moda firmati Laroche, Ungaro e Saint-Laurent.