Marucelli

Germana (1905-1983). Stilista e sarta, antesignana di una moda italiana finalmente svincolata dal verbo francese. Da fiorentina imbevuta delle immagini eterne della sua città, è, con Elsa Schiaparelli, fra i pochissimi stilisti e sarti a cogliere la necessità di un rapporto fra moda e arte. Il suo nome figura a pieno titolo fra quelli della pattuglia invitata alla prima sfilata del made in Italy organizzata da Bista Giorgini, a Firenze nell’inverno del ’51. Marucelli vi partecipa ormai forte di una già lunga e vivace esperienza sartoriale. Il suo atelier milanese era già celebre, anche perché lo aveva trasformato in un salotto artistico-letterario, dove il giovedì si riunivano poeti, come Quasimodo e Montale, e le migliori intelligenze del momento, architetti estrosi e versatili come Gio Ponti, pittori quali Savinio, Casorati, Gentilini, Campigli che la ritrae (’50): donna dal profilo battagliero, grande crocchia severa, come fu sempre nella vita, ferma nelle sue idee e impermeabile alle correnti della moda spettacolo. Era figlia d’arte: la madre sarta a Settignano, la zia Failla sarta famosa a Firenze. Da ambedue, Germana andò a bottega. Poi, fu modellista: acquistava modelli e tele a Parigi per rivenderli alle sartorie italiane. Aveva un occhio e una memoria formidabili, per cui un po’ comprava e un po’ copiava. Maria Pezzi, nell’autobiografia Una vita dentro la moda, scritta con Guido Vergani, racconta: “Un giorno, Germana si presentò dal suo più grosso cliente, il sarto milanese Ventura, per proporgli alcuni modelli francesi. Madame Hannà, la terribile direttrice dell’atelier, ne trasse uno dal mazzo, contò le piegoline del plissé, misurò la larghezza del drappeggio e le chiese: “Ma lei l’ha comprato o l’ha copiato. Quest’abito è già nostro in esclusiva”. Confessò di averlo copiato a memoria. Hannà tuonò: “Potrei denunciarla. Ma è troppo brava. È una copia perfetta”. Trasferitasi a Milano nel ’38, dopo aver diretto a Genova la sartoria Gastaldi, apre un piccolo atelier in via Borgospesso, da cui deve sfollare per i bombardamenti. Torna nel ’45 e consolida la propria visione dell’abito (lo considerava una vera architettura, perché spazio firmato, pittura per il colore, scultura per la forma) in armonia con la donna persona. Nel ’47, con bella intuizione, anticipa il New Look, a cui stavano per approdare Fath e Dior e più tardi, con la linea Pannocchia, il sacco parigino. Aiutata dall’industriale Franco Marinotti, il fondatore della Snia Viscosa, rileva mura (in corso Venezia) e archivio della storica casa Ventura. È di questi anni la sua alleanza con gli artisti, dall’astratto Capogrossi, a Piero Zuffi, a Getulio Alviani, alle cui sperimentazioni cinetico-visuali si ispira per abiti a corazza, a scudo, di leggero alluminio che anticipano Paco Rabanne. È un’alleanza non solo d’ispirazione, ma di lavoro: disegni di tessuti e prototipi di vestiti. Ogni collezione ha un addentellato fra arte rinascimentale e avanguardia: dalla linea Impero (’51), guardando a Botticelli, a quella Fraticello nelle delicate cromie del Beato Angelico; nel ’68 è Manzù a ispirare la linea Vescovo, ma guardano a Picasso e Mirò i disegni e la linea della collezione Astratta. Raramente una stilista è riuscita, come lei, a progettare seguendo un filo conduttore capace di legare, in un clima di ricerca intellettuale, pensiero e messaggio estetico. Negli anni ’70, quando Milano diviene la capitale del prêt-à-porter, la sua creatività sempre singolare, pur nell’ambito d’una celebrità riconosciuta al di qua e al di là dell’oceano, acquista una solitudine elitaria: il respiro è troppo puro per il ritmo mutevole delle sfilate e per consumi allargati. Continua a lavorare secondo la propria visione, fino alla morte.