Chic

Non è ben chiara l’origine della parola francese: il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito) e che i francesi, a partire dai primi anni del secolo scorso, hanno cominciato a usarla (scrivendola chique), per identificare la disinvoltura, il savoir faire e infine l’eleganza. Il Larousse dei primi del ‘900 indica un’altra ipotesi, tutta francese, che risalirebbe, addirittura ai tempi di Luigi XIII (siamo agli inizi del ‘600) quando a Corte, per definire un uomo molto abile nel destreggiarsi con la legge, si usava chic, come diminutivo dalla parola chicane che anticamente aveva il significato di cavillo, arzigogolo, passaggio a zigzag (prima di diventare, ai giorni nostri, una esse di curve per rallentare la velocità della Formula 1). Nel tempo, chic ha mutato significato ed è con quello d’eleganza che la parola, insieme a tante altre legate al mondo della moda, è approdata in Italia. Deve essere stato con la Belle Époque, o forse anche prima, che le signore imbevute di cultura francese, indispensabile per fare di una ragazza una signorina della buona società, l’hanno cominciata a usare per definire uno stile e un gusto inconfondibile. Le donne che appartenevano a quel mondo possedevano degli indumenti che non potevano chiamare altro che in francese: dalla fascinosa guêpière, dal peignoir indossato per farsi pettinare dalla cameriera alla vaporosa liseuse, una giacchetta di seta bordata di pizzi, dello stesso colore della camicia da notte, di chiffon o addirittura tutta di struzzo come un piumino da cipria. Il corredo di una sposa comme-il-faut (in altre parole di buona famiglia), che ci si augurava avesse una taille invidiabile (oggi una ragazza direbbe “un bel fisico”), prevedeva una serie di abiti da indossare nelle diverse ore del giorno, e oltre ai vestiti lunghi da sera, c’erano quelli habillé, che col tempo e l’avanzata dell’inglese, sono diventati gli abiti da cocktail. La cultura francese (quindi, anche lo chic) ha dominato la buona borghesia italiana fino alla seconda guerra mondiale (i maldestri tentativi del fascismo che cercava d’imporre ridicole traduzioni come la “ragazziera” al posto della garµonniere, non erano tenuti in nessun conto), ma è andata oltre, perché negli anni ’50 era ancora la Francia a dettare legge in fatto di moda. Le signore adoravano Balenciaga, Balmain, Chanel e Dior, maestri indiscussi di chic parigino, e in testa alla sera spesso indossavano le aigrette: lunghe piume sottili che seguivano la curva del viso. A prolungare l’uso dello chic oltre il confine estremo del ’68, ha contribuito non poco la rubrica di costume, tenuta da Camilla Cederna, su L’Espresso. Ora, il povero chic alberga ancora su qualche insegna di periferia, mentre, al contrario, furoreggia la griffe, nell’orrenda traduzione nostrana di “griffato”.