Tatuaggio

Il termine viene dal verbo inglese to tattoo che, a sua volta, deriva dal tahitiano tatou. È una pittura corporale che si ottiene incidendo la pelle con sostanze particolari o iniettando sottocute sostanze coloranti. Se può bastare per spiegare il risultato, la definizione non è sufficiente a spiegare un fenomeno che si è trasformato nei secoli, influenzato dalle culture, dalle mode e dalla storia sociale. Negli anni che segnano la fine di questo millennio, il tatuaggio è essenzialmente un’espressione di arte e di moda che si congiungono in quell’espressione mirabile che è la Body Art, anche nella variabile del Body Painting. Teorizzata già dall’architetto Adolf Loos (“L’impulso a decorare il proprio corpo è all’origine dell’arte figurativa”, scriveva), la Body Art arriva alla notorietà planetaria alla fine degli anni ’70, quando Keith Haring (1958-90) trasferisce la sua Graffiti Art dai muri della metropolitana newyorkese ai corpi umani. Nel ’79, l’artista francese di origini italiane Gina Pane (’39) firma il manifesto ufficiale del tatuaggio diventato arte: “il corpo non è più rappresentazione ma trasformazione”. Tra gli esponenti principali contemporanei della Body Art è Shirine Neshat, artista iraniana che usa la sua pelle per denunciare la condizione delle donne della sua terra costrette al silenzio. Accanto a questo fenomeno artistico, la moda, con esponenti come Gaultier, Gigli, Galliano e Versace, si è impossessata del tatuaggio per dare agli abiti il fascino della variabile geografica del desiderio. Mentre molti personaggi dello spettacolo hanno adottato la decorazione delle donne berbere con l’henné, dando significato a una forma elaborata di maquillage definita comunemente Body Painting. Nessuno è in grado di stabilire la nascita del tatuaggio né la sua origine. Erano tatuate le bambole di argilla ritrovate in Egitto e risalenti a 4 mila anni fa, mentre la prima testimonianza sul corpo umano arriva dal ritrovamento, negli anni ’20, della mummia di un guerriero sciita completamente tatuato e risalente al V secolo a.C. Un tatuaggio sulla schiena ce l’ha anche la mummia di Similaun, il corpo di un viandante di 5300 anni fa morto assiderato e ritrovato sulle Alpi poco meno di dieci anni fa. In Occidente, la parola tatuaggio arriva, nel ‘700, con James Cook di ritorno da uno dei suoi viaggi nei mari del Sud. L’esploratore inglese porta nella vecchia Europa l’espressione forse più bella del tatuaggio, quello policromo polinesiano, che si distingue da quello giapponese (che usa la tecnica irezumi: il colore viene inserito con sottili aghi sotto la cute), da quello delle popolazioni dell’Africa nera (che pratica la scarnificazione: incisione della pelle per ottenere cicatrici a rilievo) e da quello delle popolazioni nordafricane (che tingono la pelle con l’henné). Osteggiato nell’Occidente cristiano, il tatuaggio è diventato prima espressione di alcuni ceti sociali marginalizzati, come marinai, carcerati e prostitute, e più tardi segno distintivo di poche avanguardie giovanili, come i Punk, fino a sconfinare nel piercing.