Duse

Eleonora (1858-1924). Attrice. Nata a Vigevano, figlia d’arte. Continua a essere una figura mitica nell’immaginario collettivo: Era un’antidiva, come antidivistica fu, fin dall’esordio, la sua recitazione, tesa “a esprimere il respiro e le contraddizioni del sentimento”. Poco vanitosa e “indifferente” – come scriveva Ugo Ojetti sul finire dell’800 – “al giudizio di tutti”, Eleonora adottava durante la giornata un abbigliamento piuttosto trasandato, contraddistinto da una “sorta di patetica sciatteria di tipico carattere lagunare”. Ma a interrogare le fotografie si arriva a un’opinione meno severa. Quelle, rare, degli inizi degli anni ’80 dell’800 rivelano un’eleganza semplice, sobria, che andò però complicandosi nel ventennio successivo. Ne sono testimonianza gli eccezionali e numerosissimi originali fotografici che fanno parte degli archivi dusiani della Fondazione Giorgio Cini, all’Isola di San Giorgio Maggiore (Venezia), e che portano la firma dei maghi dell’obiettivo, da Giuseppe Primoli a Giovanni Battista Sciutto, da Mario Nunes Vais ad Aimé Dupont, da Paul Audouard ad Arnold Genthe. Fra tutti, lo splendido ritratto della “Divina” con la stola di ermellino, scattato a New York nel 1903 da Edward Steichen, che, con il barone Gayne de Mayer, è considerato l’inventore della fotografia applicata alla moda. Raffinata era la Duse artista, sebbene fosse capace di presentarsi al pubblico senza la minima traccia di trucco e, a una certa età, di mostrarsi con i “capelli bianchi, in stridente contrasto con la figura che impersonava”. Era attentissima alla ricostruzione dei costumi storici; per i personaggi contemporanei, sceglieva abiti improntati alla moda corrente; non temeva il viola (ce lo provano i modelli rimasti), non badava a spese, aveva idee chiare su quel che voleva. Nel 1904, per esempio, pagò 2 mila lire, equivalenti a circa 7 mila euro di oggi, per un mantello speciale da indossare in Monna Vanna di Maurice Maeterlinck. Così scriveva a Caramba, ovvero Luigi Sapelli (1865-1936), giornalista, caricaturista, scenografo, costumista e regista: “Vorrei per Monna Vanna un mantello di velluto, color bleu… ma non precisamente bleu ossia di un bleu che io so ma che non posso completamente spiegare. Cercate di comprendermi, voi che siete un grande figurinaio, un artista. Quello che vorrei è un bleu color del lago di Pallanza (oh, ricordate?) alle quattro del pomeriggio!”. Fra le firme celebri della moda a cui si affidò, ci sono Paul Poiret e soprattutto Mariano Fortuny, di cui prediligeva le suggestive creazioni a giudicare dal numero degli esemplari che la nipote Eleonora Bullough (si fece suora con il nome di Sister Mary of St. Mark) ha donato alla Fondazione Cini, ma anche a Palazzo Pitti di Firenze e al Victoria and Albert Museum di Londra. Il pittore, scenografo e collezionista spagnolo-veneziano, che prese a occuparsi di stoffe e di moda dal 1907, le dedicò il modello Eleonora, costituito da due pannelli lisci e piatti di velluto stampato e da inserti di raso fittamente plissettato, tipo “delphos”. Fra le grandi sartorie che ebbero l’onore di vestire la Duse, ricordiamo Bellom S., Torino-Firenze, e Magugliani, Firenze, entrambe fornitrici di Casa Savoia, e Redfern, di Parigi. Ma l’atelier preferito fu la maison creata nel 1857 da Charles Frederick Worth in rue de la Paix, a Parigi. A Jean Philippe, detto Luka, figlio del fondatore, tornò a chiedere aiuto per il rientro teatrale nel 1921, dopo dodici anni di lontananza dalle scene. È nel fondo Sister Mary of St. Mark, appartenente alla Fondazione Cini, una lettera di Luka Worth “6 avril 1923”: rassicurava “la grande Lei” (così la chiamava) sul debito che aveva con lui: “pagherà quando diventerà ricca e, qualora le cose non andassero bene e non lo diventasse mai, allora sono pronto ad aspettare fino al giorno del Giudizio”.