Dorfles

Gillo (1910). Studioso di estetica e critico d’arte, ha pubblicato numerosi volumi dedicati all’architettura, al design, all’arte e alla moda. Fra questi ultimi, due titoli hanno avuto sin dalla prima uscita risonanza internazionale: Il Kitsch (Mazzotta, 1968), libro di straordinario successo che ha rilanciato un termine oggi entrato nel linguaggio comune, e Mode & Modi (Mazzotta, 1979) che tenta di spiegare come tra tanti sconvolgimenti o piccoli cambiamenti che accompagnano l’esistenza dell’uomo, l’unica autentica costante è l’insieme appunto delle mode (e dei modi). Proprio da questo volume, che riesce anche a essere un trattato di antropologia del corpo vestito, può essere interessante riportare alcuni brani dei giudizi e delle analisi di Gillo Dorfles sulla moda. “Non è soltanto (la moda, ndr) uno dei più importanti fenomeni sociali – ed economici – del nostro tempo: è anche uno dei metri più sicuri per misurare le motivazioni psicologiche, psicanalitiche, socioeconomiche dell’umanità, dunque uno dei più sensibili indicatori di quel particolare “gusto epocale” che costituisce sempre la base di ogni valutazione estetica e critica di un determinato periodo storico.” E più avanti: “Nell’uomo, a differenza di quanto accade nell’animale, la varietà e la multiformità dell’abito sono fondamentali e costituiscono sempre qualcosa di inventato, di sovrapposto, di mutevole, in contrasto con quella perennità o assenza di ogni autonomia dell’abbigliamento animale… Nell’animale i motivi di richiamo sessuale (corna, bargigli, penne) sono sempre fissi, nell’uomo sono mutevoli come la moda. E tuttavia la moda si avvale spesso di elementi “rubati” alla natura come equivalenti o potenziatori dei fattori di richiamo sessuale”. Il discorso di Dorfles sfiora poi la storia del costume quando afferma che “a ogni fenomeno rivoluzionario, a ogni sovvertimento della situazione politica, della morale di un determinato paese, si è sempre accompagnata una trasformazione nella moda dell’abbigliamento con un deciso mutamento nell’aspetto esteriore degli indumenti, quasi a sottolineare la fine di un’epoca… Eppure è proprio la moda sorta da fenomeni rivoluzionari a trasformarsi in breve tempo in convenzione, a divenire manierata, dunque anti o contro-rivoluzionaria”. E ancora: “Con l’avvento della borghesia come classe dominante, anche il popolo tende ad adottarne gli usi e i vestiari, mentre il costume tipico delle popolazioni contadine va scomparendo… Soltanto nella nostra epoca non è più esclusivamente la classe dominante a imporre la moda, ma viceversa accade che siano le classi subalterne a generalizzare mode accettate in un secondo tempo dalla borghesia… Un fenomeno del tutto nuovo rispetto al passato, e non soltanto al passato remoto, ma a quello più recente: l’adeguamento della moda verso il basso anziché verso l’alto. Sarà démodé colui che non si adegua alla moda adottata dalle classi inferiori (anche se il prodotto di tale moda continuerà a dipendere, dal punto di vista economico-commerciale, da coloro che tuttora possiedono il controllo di tale produzione, come accade negli attuali sistemi capitalistici)”. La conclusione sembra valida ancora oggi: “Il sistema della moda (calzoni stretti o svasati, giubbotti o giacche corte o lunghe, vita alta o bassa, tagli o spaccature nelle giacche, martingale, uso dello chemisier, di camicette da portare sopra o sotto il pullover e simili peculiarità oscillanti nel tempo) si conformerà sui modelli destinati alle grandi masse dei consumatori e non alle sparute élite di coloro che ancora sono in grado di far ricorso alla moda creata su misura dai grandi atelier… Anche le classi egemoni ai nostri giorni devono fare i conti con le usanze delle grandi masse. L’acquisto di jeans, giubbotti, salopette e altre acconciature giovanili costituisce un giro d’affari colossale di cui non si può non tenere conto sia dal punto di vista economico che sociale”. Chiudiamo questa scheda con un’ultima citazione da Gillo Dorfles: “Spesso la moda si identifica con il Kitsch, ossia sfrutta elementi kitsch rendendoli di moda. Ancora più spesso, quello che non è kitsch quando è di moda, lo diventa in un secondo tempo quando è passato di moda”.