Acid Jazz

Movimento e moda spontanea. Nel settembre 1988, passata quella che per molti rimane la seconda “Summer of love”, dopo la prima, classica del ’67, Acid è il termine più in voga. Come punk, zazou, swing, hip hop, designa precisamente tutto e niente al tempo stesso. Queste parole sono la casella vuota che serve al gioco come nella dama cinese. Nel caso specifico, la definizione acid jazz fa funzionare il recupero di molto materiale delle ere passate che, altrimenti, sarebbe rimasto a disposizione dei soli appassionati. Così per dee-jay come Gilles Peterson ed Edward Piller, alla ricerca di valide alternative per orecchie abusate dalla monotonia dell’Acid House, è l’occasione per far ballare mixando Gil Scott-Heron, Aaron Neville, introvabili e rari dischi di oscuri vocalist jazz, Betty Carter ed Etta Jones e molto altro sotto una nuova etichetta. Anche i codici di abbigliamento presentano sempre freschezza e nitore. Le scarpe possono essere indifferentemente da ginnastica o mocassini in finto coccodrillo; le polo, quelle traforate di Duffer of St George o prese dal surfwear tipo Stussy e Quicksilver; gli impermeabili Burberry o gli scamosciati comprati di seconda mano: ma il tutto sempre miscelato con estremo gusto e nel rispetto delle tradizioni del passato. In questo senso, un autentico stile post-moderno.