Tarlazzi

Angelo (1945). Stilista italiano. Nasce ad Ascoli Piceno. Si afferma nel prêt-à-porter, ma ha un passato di haute couture per essere stato da Jean Patou, prima come assistente poi come direttore, dal 1972 al ’76. A Parigi arriva nel ’65 con pochi soldi, molto entusiasmo e una cartella piena di figurini. Alle spalle ha un apprendistato da Carosa, nome mitico nella Roma della dolce vita (ha appena 19 anni quando vi lavora invece di studiare scienze politiche come sperano i genitori) e tante copiature dei disegni di Brunetta “uno dieci cento, per farsi la mano”. Agli inizi Parigi non gli è amica e non gli risparmia delusioni, fino a quando non bussa da Patou, appunto, dove incuriosisce quel suo stile sicuro, nuovo. Ed è assunto. La sua presenza si fa sentire, subito. Un primo scossone all’immagine forse un po’ vecchiotta della maison arriva con l’idea di presentare le collezioni con bellissime cover-girl, piuttosto che affidarle a fredde, compassate mannequin. È la volta poi del nude-look “che è seduzione, non sexy”, parola che rifiuta. Ripete, in proposito: “Se mi piace la giacca portata a pelle, il tubino da vamp lo trovo orribile”. Il suo segreto è nello scoprire la donna senza renderla volgare. E aggiunge: “Non è il vestito in sé che deve incantare, ma chi lo indossa”. Appartiene alla cronaca anche il breve ritorno in Italia, quando collabora con Laura Biagiotti e Basile: ma stare sotto padrone non fa per lui, quindi rieccolo in Francia a tentare la grande avventura di mettersi in proprio. È il 1977. A questo punto rivela anche fiuto imprenditoriale: passano soltanto cinque anni ed è presidente della società che controlla le sue linee femminili (Angelo Tarlazzi e la diffusione Tarlazzi Due) e, successivamente, quelle per uomo. Nell’86 firma l’etichetta Bataclan, rivolta ai giovanissimi ed è dell’89 la prestigiosa successione al trono di Guy Laroche, scomparso lo stesso anno. Le sue creazioni le considera semplici strumenti con i quali ama giocare: un vestito morbido senza giro vita e di lunghezza normale, può essere portato in maniera differente, vaporoso e accorciato fino a diventare mini; drappeggiato asimmetricamente o blusante ai fianchi. Cerca gli accostamenti anticonvenzionali: sa infilare un rigoroso blazer su una gonna gitana; inscena una donna mobile, attiva e insieme seduttrice, accarezzata dalle sfumature di Parigi e dai colori accesi dell’Italia. Di lui si ricordano i tagli nitidi, i volumi naturali, la silhouette elegante e giovane, soprattutto comoda, qualità che contribuisce all’affermazione della griffe che vuole trasmettere l’indiscutibile voglia di libertà. Una moda intelligente e sempre al passo coi tempi, che dà importanza agli accessori, considerati assoluti comprimari dell’eleganza: “Se una donna ha fantasia”, sostiene, “con pochi indovinati accessori, si crea uno stile tutto personale”. Fra i modelli folcloristici da ricordare, i vestiti da contadina tradotti in haute couture: in lino intrecciato con rafia; oppure gli abiti dei gringo, spencer a doppio petto su calzoni aderenti o gonne avvolte a pareo, strette da cinturoni di cuoio. E, ancora, le sahariane da esploratore in shantung, portate con sottane in chiffon plissettato. Il lusso quotidiano, invece, si affida a lunghi cardigan che sottolineano la raffinatezza e la semplicità del suo stile. Dopo aver ricoperto la carica di direttore creativo di Guy Laroche dal 1989 al 1993, oggi Tarlazzi si dedica esclusivamente alla direzione del brand che porta il suo nome.