Intimo

Le vicende economiche, politiche, culturali, sociali hanno indubbiamente influito sui costumi dei popoli, e su ogni moda: e la moda dell’abbigliamento, a sua volta, sull’intimo. Scomparsi guardinfante, panier e crinoline, nel 1900 si arriva al primo abito intero semplice ed elegante, la princesse, cui fa seguito un due pezzi di linea quasi maschile: il trotteur, chiamato poi tailleur. Già nell’800 il bloomerismo, ovvero la moda di quei pantaloni (o braghe) introdotta in Europa dall’americana Bloomer, che intendeva cominciare l’emancipazione della donna con l’abbigliamento (per la cronaca, accolta con ironia, derisione, e oggetto di un’apologia satirica da parte di Arnaldo Fusinato nel 1851, sul Corriere delle Dame) aveva necessariamente portato a un’evoluzione naturale della moda intima, o segreta. Ma è il XX secolo a voltare pagina. Sotto al vestito tutto muta a cominciare dai mutandoni, che si fanno più aderenti, dalle sottogonne di taffettà, di raso, di batista di lino, di pelle d’uovo, di madapolam (tela fine e leggera) e dall’importantissimo busto, di tessuto elasticizzato, con stecche di balena (fanoni) o di metallo verniciato e flessibile. Era su misura, realizzato dalle bustaie che, nelle città, si recavano a casa delle clienti per le prove, mentre in provincia arrivava il commesso viaggiatore munito di valigioni ricolmi di modelli, campioni di tessuto e stecche. L’avvento del ‘900, dello stile liberty archivia lo schiacciaventre (sans ventre per i francesi, gegen das kim per i tedeschi) che richiedeva l’aiuto di una persona per essere stretto e allacciato, così da mettere in risalto seno e fianchi e la vita di vespa, il vitino. Anche la camicia da giorno, la cui nascita si fa risalire a Isabella di Baviera (Isabeau, moglie di Carlo VI re di Francia, pare non la cambiasse mai e conseguentemente le si deve anche il color Isabella — caffelatte — dei tessuti e del manto dei cavalli sauri), si fa più leggera: di tela d’Olanda, di batista di lino, di pelle d’uovo, e più femminile e seducente con pizzi valenciennes, nastri a entre-deux, così come la camicia da notte lunga e a maniche lunghe (poi anche corte), cifrata, a nervature, a fitte piegoline, con jabot di pizzo, accompagnata da leziose cuffie da notte e corpettini (o liseuse) per coprire le spalle quando si legge a letto. Poco dopo, Poiret, il grande, sostituisce la sottogonna di flanella e di mussola con una sottoveste di cotonina, di batista, di seta, di pelle d’uovo, da indossare sotto ai nuovi abiti corti, lineari, a fazzoletto: come ballare, altrimenti, charleston, one-step, shimmy? Resiste l’usanza del corredo che le ragazze povere ricamano in casa, mentre le famiglie più agiate si rivolgono alla ricamatrice (meglio ancora alla ricamatrice in bianco): e la ricamatrice crea autentiche opere d’arte con à-jour, entre-deux, punto erba, punto gigliuccio, e tanti altri punti che si realizzano in ricami di angoli, putti, amorini, foglie, fiori, reti, trafori, pizzi e merletti. Particolare riguardo è rivolto alle parure per il viaggio di nozze. Ma tutti i capi dell’intimo — dai busti alle parure, appunto — si cominciano ad acquistare pure nelle mercerie, o su catalogo per corrispondenza: “forniture a corredo per signore composte da camicia da giorno, camicia da notte, mutande chiuse, più combinazione analoga”, come scriveva un catalogo Frette degli anni ’20. E vi sono anche gli album di “modelli speciali” spediti per posta. Dopo pochi anni, la lingerie si ritrova anche in empori raffinati, nei grandi magazzini. Nell’intimo, si è, nel frattempo, aggiunto anche il sexy (e talvolta peccaminoso) négligé, veste da camera, da casa, con cui le divine degli anni ’20-30 ricevevano i loro spasimanti e che poi è diventata di uso comune come semplice vestaglia (senza piume di struzzo e chilometri di pizzi e volant), sia pure di raso, di seta, se non — d’inverno — a maglia o di lana dei Pirenei. Oltre ai négligé, ecco la combinaison, sottoveste-pagliaccetto: Zelda, Daisy, le belle e dannate degli anni ruggenti, folli affascinanti ed elegantissime alla Fitzgerald fanno scuola. Negli anni ’40-45, con la guerra e la conseguente mancanza di materie prime e di riscaldamento nelle case, nei negozi, negli uffici, nelle scuole (beato chi aveva la cucina economica, la Becchi) la maglietta di morbida lana bianca viene sostituita da grosse maglie di pungente lana di pecora, utilizzata forzatamente anche per le sottovesti a lavorazione rasata o a coste e le lunghe calze e persino le culotte. Nel frattempo, il busto viene sostituito dalla guaina elastica senza stecche, dal “corsetto contenitore per eliminare le curve”, da reggicalze e giarrettiere frou-frou. Nel dopoguerra, reazione ai sacrifici e alla tortura di lane, cotonacci e tele grezzi, le giovanissime cercano quanto vi può essere di più femminile e sexy e lanciano definitivamente alle ortiche i busti delle mamme. A malapena, negli anni ’50-60, accettano la fascia elastica post-maternità per tornare in forma, a ventre piatto. Le guaine di nylon e filo di gomma lasciano il passo alla lingerie leggera. Le ragazze archiviano le odiate sottovesti accollate e a larghe spalline che, bambine, erano costrette a indossare negli anni ’40, mentre vedevano le mamme in sottovesti a spalline sottili e intarsi di pizzo. Irrompono i reggicalze dai più semplici ai più elaborati, di raso, arricciati, decorati a roselline, a cuori, proprio come le giarrettiere che sostengono calze non più di seta o di lana, ma di nylon: nylon arrivato dagli Stati Uniti, dove ha fatto epoca la foto della ragazza che, all’indomani della seconda guerra mondiale, dopo ore d’attesa in fila, conquistato il suo primo paio di calze di nylon le indossa senza un attimo d’attesa, seduta sul marciapiede. Abbandonando cuciture e baguette, dopo una certa uniformità di colori, le calze puntano sulla fantasia: e sono a motivi floreali, a rete, di pizzo, coordinate all’abito. Arrivano pure le calzamaglie di jersey e, dopo alcuni anni, i comodissimi collant (poco amati dagli uomini) di vari pesi e colori se non di lurex, decorati di strass, a fiori, pois e righe. La calza ritorna autoreggente. Negli anni ’50, Vionnet lancia i mutandoni sottogonna, ma le mutandine per contro sono minime, con pizzi e intarsi, tagli particolari, coordinate al reggiseno leggerissimo, se non in parure con camicia da notte e vestaglia; ma sotto al pullover attillato vi può essere anche il reggiseno carioca, a punta, a finestrella, antitesi del suo omologo a brassière, che mortifica il seno; e vi sono anche modelli di reggiseno allacciati sul davanti. Però gli abiti possono essere scollati al punto da escluderne l’uso, quando non viene incorporato al bustino che regge la sottogonna ampia, anche a più strati, per rendere sostenute e fruscianti le danzanti gonne larghe e lunghe a metà polpaccio. Arriva il body, figlio — o nipote — del pagliaccetto: la biancheria intima si riduce al minimo, oltre agli slip spadroneggiano i tanga. Si fanno sempre più accattivanti le Fiere del Bianco, si aprono raffinatissime boutique esclusivamente di biancheria intima: con sottovesti che vestono meglio degli abiti, camicie da notte belle come gran sera, body più affascinanti dei costumi da bagno; e, con il passare degli anni, il limite fra intimo e svelato si fa sempre più esiguo (gli infiniti abiti sottoveste, e molti da sera ne sono esempi lampanti) quando non vi è chi cerca di emulare Marylin Monroe, sostituendo alla camicia da notte il profumo preferito. Il Sessantotto ripesca le sottovesti della nonna: le sessantottine gettano al rogo il reggiseno, ritenendolo un gesto di emancipazione e libertà: ciò che non sanno, è che le loro mamme e nonne, negli anni ’30-40, si erano emancipate senza clamori, abolendo un indumento ancora più importante: le mutande, rivalutate poi dalle figlie, dissenzienti sul nudo pudenda per motivi etico-estetici e igienici, ritenendo, inoltre, più sexy un calzoncino con merletti a intarsio, se non di tutto merletto, o uno slip. Ogni tanto, a seconda delle manie di stagione, si rivede la guêpiere munita di stecche e stringhe, per far risaltare seno e fianchi, se non viene adottata addirittura come capo esterno. Alla vigilia del 2000, non trionfa un intimo spaziale, avveniristico, tantomeno virtuale o multimediale: ma vi è tutto un fiorire e alternarsi di body con o senza ferretti al reggiseno, di sottovesti nuvola, di due pezzi reggiseno-slip e di top mutandina (già in voga al principio anni ’80), di pizzi, merletti, rasi, mussole trasparenti, tulle stretch, di capi bellissimi e altri quanto mai opinabili. Hanno successo le canottiere di buona memoria (usate anche al posto delle bluse) e le tute non soltanto per sport e casa ma per la notte: a pantaloni lunghi (felpe, o addirittura di pile per l’inverno), in tessuti leggeri e pantaloni corti per l’estate. Amatissime come le più o meno lunghe T-shirt che possono anche sostituire le camicie da notte. È più imperante un forte richiamo alla seduzione con ultratrasparenze, short con perizoma incorporato, effetti argentati o metallizzati di dubbio gusto, stampe sfumate, rose ricamate, fiori a rilievo, tankini che dalle spiagge sudamericane raggiungono le mura domestiche.