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McQueen, Alexander

McQueen, Alexander. Stilista inglese. Nasce a Londra il 17 marzo 1969, da papà tassista e mamma casalinga.

Lascia la scuola all’età di 16 anni per entrare subito nel mondo che più gli interessa, quello della moda. Dopo aver lavorato per due delle più prestigiose sartorie di Savile Row, Anderson&Shepphard e Gieves&Hawkes, per i celebri costumisti teatrali Angels e Bermans (dai quali apprende ben sei metodi di taglio), e come assistente dello stilista giapponese (con base a Londra) Koji Tatsuno, a 21 anni si trasferisce a Milano ed entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli.

Nel 1992 ritorna a Londra per completare la sua formazione presso la prestigiosa Central Saint Martin’s School of Art and Design (la sua collezione di tesi viene interamente acquistata da Isabella Blow, stylist, giornalista, musa ispiratrice e mecenate di giovani talenti in erba del fashion business, in seguito divenuta grande amica e confidente dello stilista).

Kate Moss per Alexander McQueen

Giovanissimo (siamo nell’ottobre del 1996), viene assunto come direttore creativo della linea haute couture di Givenchy, in luogo di John Galliano. Per la griffe lavora, fra alti e bassi, fino a marzo del 2001, anno in cui lascia la maison poiché, a suo dire, costrittiva nei riguardi della sua creatività.

Alexander fonda la sua eponima griffe

Mentre è da Givenchy, McQueen imprime il suo nome all’interno della scena dell’alta moda attraverso sfilate trasgressive, scioccanti, ma al contempo incredibilmente spettacolari, al punto da guadagnarsi l’appellativo di “hooligan” della moda.

Terminato l’impegno con la maison francese, fonda il marchio che porta il suo nome, acquistato per il 51% delle quote dal gruppo Gucci, nel dicembre del 2000. Le collezioni annoverano una linea di prêt-à-porter donna e una da uomo, una linea di occhiali, una di accessori e un’altra di profumi (Kingdom, 2003 e MyQueen, 2005). Domenico De Sole, chairman del gruppo, è entusiasta del nuovo acquisto e punta molto sul suo investimento, strappato allo schieramento avversario di LVMH.

Da questo momento in poi per McQueen inizia la parabola creativa più felice.

Collezione Alexander McQueen 2001

Partono le collaborazioni con le multinazionali sportive (come Puma). Il suo estro creativo si estende anche al cinema, dove collabora con produzioni hollywoodiane come The Cell (2000), thriller con Jennifer Lopez di cui firma tutti i costumi.

Nel marzo del 2002 prende vita una nuova linea di abbigliamento maschile in collaborazione con H. Huntsman & Sons, famosa sartoria inglese fondata nel 1849 (con sede al numero 11 di Savile Row). Per lo stilista è davvero un ritorno alle origini, il porto sicuro dal quale tutta la sua carriera ha preso le mosse.

La collezione, esclusivamente su misura, unisce la genialità e la sensibilità dello stile McQueen all’abilità sartoriale e artigianale della più classica sartoria londinese. La vendita avviene solo ed esclusivamente nelle boutique McQueen.

I riconoscimenti

A giugno del 2003 lo stilista riceve dalla regina Elisabetta d’Inghilterra il prestigioso Commander of the Most Excellent Order of the British Empire, per il suo “importante contributo all’eccellenza della moda inglese”.

È l’ultimo in ordine di tempo a ottenere tale riconoscimento: prima di lui era toccato a Sting e ad Anish Kapoor. Nello stesso anno, con una fastosa cerimonia presso la New York Public Library, il Council of Fashion Designers of America (CFDA) gli assegna il premio di Best Designer of the Year (spodestando così il suo predecessore Hedi Slimane). E ancora, a Londra riceve il premio British Designer of the Year (già ottenuto nel 1996, 1997 e nel 2001).

La morte di McQueen

A tre anni di distanza nasce McQ di Alexander McQueen, la seconda linea dell’azienda. Le collezioni si basano essenzialmente sulle varie declinazioni del denim (la linea include abbigliamento donna, uomo e accessori). L’11 febbraio del 2010, due settimane dopo la scomparsa della sua amata madre Joyce, Alexander McQueen viene trovato morto, impiccato (così dichiara il Sun), nella sua abitazione londinese.

Sarah Burton per Alexander McQueen

A maggio del 2010 prende il suo posto alla guida del marchio la giovane e talentuosa Sarah Burton (formatasi alla Central Saint Martins College), sua assistente e braccio destro dal 1996.

Il lavoro di Sarah, già nota agli addetti ai lavori, riscuote nelle sue prime stagioni un ottimo consenso di pubblico, oltre che il plauso accorato della stampa mondiale. Nell’aprile del 2011 Kate Middleton sposa il principe William Arthur Philip Louis, membro della famiglia reale britannica, vestendo un abito realizzato dalla Burton, rigorosamente firmato Alexander McQueen.

Lo stile

A metà strada fra alta moda e prêt-à-porter, gli abiti di McQueen vivono sull’equilibrio precario di sogno e realtà: non a caso, le sue sfilate sono stati momenti di teatro e spettacolo, gli show più attesi a ogni stagione. Nel 1997 presenta la passerella tecnicamente più dispendiosa della storia della moda; nel 1999, arruola la modella Aimee Mullins, amputata delle gambe, che sfila con le protesi; sei anni dopo, nel 2005, dopo lo scandalo di cocaine-Kate (Moss), proietta in passerella l’ologramma della modella; e nel 2009 manda in scena la sfilata più rivoluzionaria degli ultimi dieci anni, con la regia del grande fotografo Nick Knight, lo streaming su internet e il nuovo singolo di Lady Gaga, Bad Romance, come colonna sonora.

Nel 2011 il Costume Institute gli dedica un’importante retrospettiva al Metropolitan Museum di New York, Alexander McQueen: Savage Beauty. In esposizione, più di 100 creazioni che hanno fatto la storia del suo nome, a partire dalla collezione post-laurea del 1992 fino all’ultima presentazione, che ha avuto luogo dopo la sua morte).

Eclettico visionario e genio ispirato della moda, Alexander McQueen con le sue mirabolanti creazioni, che sfidano il confine del “portabile” e dell’“importabile”, è stato senz’altro uno dei più grandi interpreti del gusto di ogni tempo, e uno dei più fecondi couturier che abbiano influenzato la storia del costume contemporaneo.

Uno stile il suo, che corre sul filo sottile di un’eccentricità forzata e rivelata, che stridendo si sposa con l’immaginifica cultura del post human e l’insostenibile leggerezza di una visione.

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