Vreeland

Diana (1903-1989). Giornalista americana. Diana Dalziel era nata e cresciuta a Parigi all’inizio del secolo da genitori americani molto mondani. Sposò Reed Vreeland, un banchiere americano da cui ebbe due figli: trascorsero i primi anni del loro matrimonio in Europa. Erano entrambi molto belli, intelligenti, elegantissimi e conducevano una intensa vita sociale. Erano gli anni belli e dannati di Francis Scott Fitzgerald. Al loro rientro in America nel 1936, Carmel Snow, allora redattrice di Harper’s Bazaar, colpita dall’originale eleganza di Diana, le offrì un posto nella prestigiosa rivista. Così, a 30 anni passati, ebbe inizio quel suo lavoro nel campo della moda che l’avrebbe resa uno dei personaggi più famosi del mondo. Non arrivava mai in ufficio prima di mezzogiorno, ma già alle 8 di mattina era in contatto dalla vasca da bagno con l’intera redazione. La sua audacissima e sofisticata rubrica Why Don’t You? in cui dava consigli, apparentemente assurdi, alle donne medie americane (lavarsi i capelli con lo champagne oppure dormire in un letto cinese), rivelava in realtà un proposito molto intelligente e sottile: riuscire a dare, in piena depressione, un rassicurante senso di continuità. Nel ’62 andò a dirigere Vogue e, per prima cosa, fece dipingere di rosso, il colore da lei preferito, le pareti dell’ufficio, quindi modificò totalmente il suo aspetto fisico e finalmente si buttò sulla rivista. Diana aveva compreso che i tempi erano mutati, che il modo di vestirsi doveva trarre ispirazione dalla strada, che il mensile doveva aprirsi a contenuti più attuali. Scelse per questo terremoto giovanile, “youth-quake” era il termine da lei stessa coniato, anche delle modelle dalla bellezza particolare quali Veruschka, Twiggy e Joan Shrimpton, mentre paesaggi esotici come Turchia, Libia o Israele divennero gli sfondi per i loro abiti. Non fu mai una cronista della moda, ma la dettò. Nel ’71 si dimise da Vogue per diventare consulente del Costume Institute del Metropolitan Museum dove per quindici anni ha organizzato mostre sensazionali: fra le altre, Balenciaga; Saint-Laurent 25 anni di creatività; La gloria dei costumi russi. Quando morì, il New York Times ne dette l’annuncio in prima pagina definendola “un mito”. Nel ’94, il Met l’ha ricordata con una grande retrospettiva.