Veletta

Termine, che, derivato da velo, ha mutato in genere femminile il diminutivo, quasi a uguagliare in grazia l’impalpabile, breve tessuto — tulle, pizzo — destinato a velare il volto o soltanto gli occhi della donna nell’800. Semplice, quasi sempre nera, la veletta arricchita da delicati rilievi, da piccoli ricami distanti, fasciava il volto fra il mento e la cuffia, il cappellino, annodandosi sulla nuca, più in omaggio alla seduzione, tante volte colta da Boldini nei suoi ritratti di dama, che alla modestia. Sul finire dell’800 e nel primo ‘900, appesa al cappello, copriva appena gli occhi, accentuando lo sguardo con il suo mistero. La voga del tailleur, corredato da magiostrine e canottiere, la relegherà fra i molti orpelli d’uno stile tramontato; ma la veletta farà in tempo a trasformarsi da arma di seduzione in utile strumento di difesa, vera e propria cortina contro la polvere della strada durante i primi viaggi in automobile: indossata sopra il cappello, assicurata alla nuca con nodi fluttuanti, riecheggia gli sciolti veli, guarnizione dei cappelli nel Primo Impero francese. In anni recenti, nel corso dei ciclici revival, la veletta è rispuntata, breve e tesa mascherina sugli occhi, appesa a minuscoli cappellini, per sottolineare, fra ironia e nostalgia, una moda più femminilizzata che femminile. A portarla sempre e straordinariamente fu Wally Toscanini, la figlia del maestro, e non solo per mimetizzare gli anni che avanzavano.