Tuta

Il futurismo l’ha lanciata, più che come indumento, come un valore eversivo e liberatorio da schemi prefissati e pregiudizi. In occasione della mostra Venti anni della Galleria del Costume 1983-2003, la tuta futurista, inventata nel 1919 dal fiorentino Thayaht con il fratello Ram, è patrimonio della collezione di Palazzo Pitti. Era considerata da Thayaht “abito universale”, una soluzione fai-da-te, creativa ma economica, sette bottoni, una cintura, un taglio rettilineo, poche cuciture. Anche il nome le fu dato da Thayaht: il modello è a “T”, ricavato da un unico pezzo di tessuto in cotone o in tela d’Africa, utilizzato completamente senza spreco di stoffa. Nata in nome della protesta nei confronti del gusto borghese che caratterizzava l’abbigliamento del primo dopoguerra, ha anticipato l’analoga creazione costruttivista russa, creata quattro anni dopo, nel 1923, col nome “Varst” a opera di RodcÍnko e di sua moglie Stepanova, che videro nella tuta operaia l’abito rivoluzionario dell’uomo nuovo. Fino a poco fa considerata kitch & cheap, al massimo tollerata come sportwear o esclusivamente entro le pareti domestiche, oggi la tuta esce per strada, è indossata con disinvoltura, anche in occasioni eleganti, da dive e popstar del momento. Madonna la mette a una prima teatrale a Londra, con sneakers tempestate di cristalli Swarovski, ma l’ex Spice-girl Geri Halliwell, o Britney Spears e Jennifer Lopez la portano con eleganti scarpe dall’altissimo tacco a spillo. Da Manhattan a Los Angeles, da Londra a Parigi, l’imperativo è: tutte in tuta da ginnastica. La più amata è quella del marchio californiano Juicy Couture: in ciniglia, pantalone a vita bassa, blusa aderente con cappuccio, creata con fortuna da due amiche, Gela Nash Taylor e Pamela Skaits-Levy, che nel ’96 nel loro brand Juice Couture inseriscono una serie di tute glamour e sexy: vanno subito a ruba. Dolce & Gabbana disegnano sempre per Madonna una tuta-smoking. Sulle passerelle, la tuta è protagonista. Bianca come quella degli aviatori inizio secolo per Cerruti, modellata con curve anni ’40 per Donna Karan o blu “working class” per Yamamoto.