Tizzoni

Giuseppina (1889-1979). Sarta italiana. È fra le protagoniste del primo tentativo di creare negli anni ’30 una moda italiana, autonoma, sganciata dalla sudditanza parigina. Lo cercava di imporre per decreto l’Ente Nazionale della Moda varato dal regime fascista il 31 ottobre 1935, nella stagione dell’autarchia che rispondeva alle sanzioni decise dalla Società delle Nazioni per l’aggressione dell’Italia all’Etiopia. L’Ente obbligava le sartorie a collezioni che fossero al 50 per cento “di ideazione e produzione nazionale”, vagliava i modelli attraverso disegni o fotografie e dava un marchio di garanzia, un marchio di “italianità di tessuto e di ispirazione”. Giuseppina Pagani, che era stata “piscinina” (così a Milano chiamavano le lavoranti al debutto) e poi sartina da Fumac, si mise in proprio nel ’20 con il nome del marito Tizzoni: un atelier nella milanese via della Spiga, all’angolo con via Santo Spirito. Anche prima del diktat autarchico, le sue collezioni, come quelle delle sartorie più famose di Milano e Roma, erano miste: abiti originali e abiti di moda francese, comprati dai modellisti e riproposti in due, tre versioni o ispirati alle creazioni delle grandi firme parigine, spesso praticamente plagiati. Di lei Maria Pezzi ha scritto: “Una sarta tipica, bassotta, grassottella, rustica, con un mestiere consumato e un occhio infallibile”. Durante la guerra, la ditta G. Tizzoni sfolla e sfila a Como. Sul finire del ’44, mentre l’Italia del Nord viveva l’occupazione nazifascista e la guerra civile, la rivista Bellezza scrive: “Nonostante la pioggia a rovesci di una giornata autunnale, le Ferrovie Nord portarono da Milano un numero considerevole di spettatrici e i battelli trasportarono da diversi punti del lago altro pubblico”. Erano tempi bui, ma le signore trovarono “memorabile un mantello Tizzoni, nero da pomeriggio, orlato di visone”. Da qualche anno, Giuseppina lavorava in tandem con la figlia Carla Tizzoni (1915-1986) che l’aveva affiancata, tenendosi nel cassetto una laurea in chimica e farmacia. Alla fine del conflitto, insieme riaprono la sede di via della Spiga e, nel ’59, la sartoria associò il nome della madre e della figlia. Negli anni ’60, le Tizzoni avevano un centinaio di lavoranti e stavano al proscenio dell’alta moda soprattutto per gli abiti da gran sera e da sposa. All’inizio del decennio ’70, Carla firma una linea boutique, antesignana del prêt-à-porter.