Tirelli

Umberto (1928-1992). Sarto teatrale, studioso del costume, collezionista. Figlio di un commerciante di granaglie e di vino, nasce a Gualtieri, paese emiliano sotto l’argine del Po. Scopre la vocazione delle forbici frequentando la casa di Luigi Bigi, sarto, ambasciatore della moda francese a Milano negli anni ’30 e suo compaesano. Nel 1952, Giorgio Sarassi che, con l’aiuto di Bigi, aveva fatto fortuna trattando tessuti d’alta moda, gli trova un impiego a Milano: fattorino vetrinista da Marco, negozio di stoffe in via Montenapoleone. Quasi di fronte, c’è la boutique di Mirsa dove, insieme a Paola Carola, lavora Beppe Modenese. Per risparmiare, per “sopravvivere perché le nostre buste paga erano magrissime”, ha raccontato Tirelli nel libro autobiografico Vestire i sogni scritto con Guido Vergani per la casa editrice Feltrinelli, prendono casa insieme. Nel ’53, conosce Pia Rame e Carlo Mezzadri che hanno appena acquistato la sartoria teatrale Finzi. Gli offrono di provare. È l’inizio di una folgorante carriera: i costumi di Lila De Nobili per Come le foglie; alcuni, sempre De Nobili, per la mitica Traviata scaligera del ’55 con la regia di Luchino Visconti; il trasferimento a Roma per lavorare nella sartoria Safas delle sorelle Emma e Gita Maggioni; i costumi del Gattopardo; il mettersi in proprio nel 1964. Da allora, Tirelli è stato un segugio di materiali impossibili, un inventore di soluzioni. Da allora, è stato assai più che un semplice esecutore. Studioso in profondità della moda nei secoli, è stato l’alleato, la spalla dei costumisti anche nella fase di ideazione e non solo in quella della nascita di un abito dalla crisalide del bozzetto. Ha collaborato con le più grandi firme del costume teatrale nella seconda metà del ‘900 dalla De Nobili a Piero Tosi, da Pierluigi Pizzi a Luciano Damiani, da Danilo Donati a Gabriella Pescucci, da Vera Marzot a Gitt Magrini, da Ezio Frigerio a Milena Canonero, da Marcel Escoffier a Maurizio Monteverde. Il suo contributo è stato a loro essenziale come cultura, come filologia della moda, come recupero di tecniche antiche, come ricerca di abiti autentici (la sua raccolta è di 20 mila pezzi dal ‘600 ai giorni di Chanel e di Dior) in scavi quasi archeologici nelle soffitte, nei solai, in armadi abbandonati, fra gli stracci dei brocantes. Nell’86, Tirelli ha donato 100 abiti autentici e 100 costumi teatrali alla Galleria del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Dalla sua morte, la sartoria è gestita da Dino Trappetti, Gabriella Pescucci e Giorgio D’Alberti.