Tennis

(Il guardaroba del tennis) I primi seguaci del maggiore Walter Clopton Wingfield, che nel 1873, in Gran Bretagna, dettò le regole dello sport derivato dal “jeu de paume”, l’antico gioco della pallacorda francese, indossavano candide e semplici flanelle: lunghi pantaloni stretti in vita dalla cintura e camicia con colletto e polsini. A dire il vero, l’unica norma precisa, che si ricava dal bando di concorso del primo torneo di Wimbledon, pubblicato il 9 giugno 1877 sul giornale The Field, si riferiva alle scarpe, che dovevano essere prive di tacchi. In ogni modo, fu questa, per molto tempo, la tenuta classica del tennis, con la concessione di rimboccare le maniche per essere più liberi nei movimenti, come già fece Spencer W. Gore, primo vincitore sull’erba dell’All England Croquet and Lawn Tennis Club, e con ben poche varianti, documentate dalle stampe e dalle fotografie degli ultimi decenni del secolo XIX: i calzoni alla zuava e la maglietta a righe orizzontali che pare fossero l’abbigliamento del più forte dei gemelli Renshaw, Willie, sette volte vittorioso nel singolare a Wimbledon. Meno portati all’etichetta, gli americani, che dal nuovo passatempo inglese furono presto conquistati, risolsero il problema indossando il consueto completo da passeggio o da baseball, senza dimenticare il colorato berretto a visiera. Le donne, fossero sotto il cielo del vecchio o del nuovo continente, impugnarono la racchetta stoiche in sottane fluenti, crinoline, busto, mutandoni, tacchi e cappellini, anche dopo il 1884, quando furono ammesse a partecipare al torneo londinese. A reagire a tanta agghindata eleganza ottocentesca fu, insieme alla sorella Lillian, Maud Watson, campionessa imbattuta, dal 1881 al 1886, in 55 incontri. Scelse la via di una certa semplicità, operò la blanda rivoluzione di vestirsi esclusivamente di bianco e di eliminare dalla camicia di seta il rigido collettone chiuso dal papillon o dalla cravatta. Alle italiane qualche suggerimento interessante, seppur vago riguardo alle fogge, dava la rivista Margherita del 15 settembre 1891: “Per il tennis, divertimento oramai universalmente generalizzato, si creano dei costumi molto leggiadri e appropriati, e le stoffe di lana con palle, bastoncini e triangoli, dipinti o tessuti, sono quelle che ottengono maggiore successo”. A queste si aggiungeva, l’anno successivo, la stoffa a righe, considerata “propria dei vestiti per il tennis”. Bisogna attendere il nuovo secolo per vedere la gonna accorciarsi di qualche centimetro e le maniche ridursi a metà, grazie alla statunitense May Sutton, che, nel 1905, fu la prima straniera a scrivere il proprio nome nell’albo d’oro di Wimbledon. Circa tre lustri di graduali eppur audaci conquiste nell’emancipazione del vestiario, ed ecco, agli inizi degli anni ’20, la “Divina” Suzanne Lenglen mettere in mostra i polpacci, mentre con il suo stile inimitabile si librava leggera nell’aria sfoggiando le creazioni firmate niente meno che da Jean Patou, e i turbanti di tulle in tinta con i cardigan allacciati da una lunga fila di bottoni. La moda tennis era approdata a una raffinatezza fatta di graziosi golfini e di morbide gonne plissettate o a pieghe sciolte, sempre più propense a salire sopra il ginocchio. Fu l’eleganza anche di Helen Wills, la “Regina” (8 allori a Wimbledon tra il ’27 e il ’38), che le diede un ulteriore tocco di leggiadria con la piccola, bianca visiera di sua invenzione. Il decennio ’30 dimostrò che i tempi erano maturi per i pantaloni corti. Se, sul finire del ’20, la spagnola Lilli de Alvarez li aveva esibiti (di tulle) sotto la gonna, nel ’33 Helen Jacobs si aggiudicò i campionati femminili degli Stati Uniti in temerari calzoncini “che arrivavano un palmo sopra il ginocchio!”. Anche sul fronte maschile ci fu chi giudicò superati gli austeri e ingombranti pantaloni da città, e li tagliò. L’innovatore fu Bunny Austin, uno studente di Cambridge “sempre perduto dietro al suo maledetto Shakespeare” e asso della racchetta, che nel ’33 con Fred Perry privò della Coppa Davis i celebri “Moschettieri di Francia”. Nonostante ad Austin fossero prodigiosamente scomparsi i crampi di cui aveva sofferto quando giocava “paludato”, fra i signori i calzoni lunghi resistettero ancora per parecchio. Ma finirono con il trionfare — lo sappiamo — quelli corti, che abbandonarono via via la comica forma di mutandoni e trovarono la compagna ideale della loro vita tennistica: la polo di piqué, inventata da René Lacoste, il “Coccodrillo”, e destinata a fama mondiale e duratura. Riguardo alla misura dell’abito da indossare sui court, le signore non furono da meno. Pantaloncini e gonnellino (corto e spesso cortissimo) divennero la loro multiforme divisa, alla quale applicarono, felici, tutte le seduzioni della moda. Loro portabandiera possono essere considerate, tra la fine del ’40 e l’inizio del ’50, Gussy Moran, che fu, con cognizione di causa, ribattezzata Gorgeous Gussy e della quale si ricordano le mutandine merlettate e soprattutto gli shorts neri, di lamé o di leopardo, e, per gli anni ’60, la brasiliana Maria Ester Bueno, il cui completo rosa salmone con scollatura a lacrima e con quattordici file di pizzi sotto la gonnellina fece scalpore e scandalizzò i dodici Anziani del Consiglio Direttivo dell’All England Lawn Tennis. Wimbledon restò a lungo la roccaforte di un abbigliamento austero e capitolò per ultimo al ’68: spirò rivoluzionario anche nel tennis che divenne “open”, ovvero si aprì al professionismo, e che nel falò delle tradizioni bruciò anche l’etichetta del bianco. Gli anni ’70 furono colorati, coloratissimi; allegri di tutte le tinte della tavolozza, anche le più inconsuete, e sgargianti di fantasie sorprendenti come l’abito a bandiera americana della statunitense Rosemary Casals. Mentre davano il via a fenomeni che non si sarebbero più arrestati, come la ricerca di tessuti e materiali sempre più nuovi. più tecnici e all’uso dell’abbigliamento sportivo nella vita quotidiana, vedevano lo stile italiano conquistare anche il mondo tennistico. “La lista dei professionisti della racchetta che sul campo indossano il made in Italy — scriveva una rivista specializzata francese nel 1980 — è impressionante: tra i primi cinquanta della classifica Atp ben ventinove”. Erano i Borg, i McEnroe, i Gerulaitis, i Tanner, i Vilas, ai quali, per citare almeno una rappresentante del gentil sesso, aggiungiamo una campionessa dal portamento elegante come Chris Evert. Fu uno splendido periodo agonisticamente parlando, ma uno straordinario momento anche per la moda tennis, che, con gli anni ’80, ritrovò la sua innata raffinatezza. A firmarla erano spesso i famosi stilisti di casa nostra (Valentino in testa), impareggiabili nel renderla comoda, libera, bianca (senza abbandonare il colore), essenziale eppur ricca di creatività. Dopo di allora si è andato un po’ perdendo lo stile di quella moda che, riferendosi in particolare al primo Novecento, Gianni Versace giudicava “molto raffinata per l’immagine di bianco, con queste righe, queste polo, queste gonne corte a pieghe”. Sono arrivati i tempi dell’anticonformismo, dell’indifferenza alle norme, della massima e conclamata libertà, del “mi metto quel che capita o che mi va” anche sul campo di tennis. Perfino la polo è stata costretta talvolta a segnare il passo. Il nero è stato capace di sostituirsi al bianco. Scollature procaci e mini minime sono la tenuta preferita di Serena e Venus Williams, le sorelle che spesso una finale del Grande Slam oppone l’una all’altra. L’eleganza dei “gesti bianchi” è lontana.