Cuoio

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Cuoio. Pelle di animale che, grazie alla concia, resta inalterata. Nel ‘900, si è iniziato a utilizzarlo anche per indumenti, giacche, pantaloni, vestiti. Famosi, tra gli altri, i capi in pelle di Bates, Montana, Versace, Loewe.

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D’Amico, Antonio. La madre sarta gli trasmette la passione per la moda. L’incontro importante è con Gianni Versace nella cui maison lavora per 13 anni sino alla morte dello stilista, occupandosi di costumi teatrali (collabora con Maurice Béjart, Bob Wilson, William Forsythe e Arnaldo Pomodoro), delle linee Istante e Versace Sport e di licensing. Nel 1992 realizza con Versace l’immagine di The One, tour mondiale di Elton John. Nel ’98, in società con Massimo Leotti, crea la Antonio D’Amico che propone prêt-à-porter sportivo per uomo e donna, maglieria scarpe e accessori.

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Correani

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A Correani si devono a lui i bijoux più innovativi creati per il prêt-à-porter italiano e francese degli anni ’70 e ’80.

Il suo esordio avvenne nel 1973, quando disegnò accessori per Albini. Dalla fine degli anni ’70 sino alla morte (1992), collaborò con Versace, Valentino, Lagerfeld, Fendi, Chanel, Lacroix e Chloé, proponendo un’idea rivoluzionaria dell’accessorio moda. Lavorò anche in ambito teatrale, contribuendo ai costumi per Salomé di Richard Strauss, messa in scena da Bob Wilson alla Scala nella stagione ’86-87. Oggi, l’azienda Correani si avvale della creatività di Robert Bruno.

Collana Correani
Collana Correani

Biennale di Valencia

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello…

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello della moda. Presenta solo progetti inediti, studiati e realizzati attorno a un’idea centrale, ogni due anni. È un progetto della Generalità Valenciana, diretto da Luigi Settembrini.

La prima edizione della Biennale di Valencia

La prima edizione è del giugno 2001, inaugurata da uno spettacolo-evento della Fura dels Baus con abiti e costumi disegnati fra gli altri da Jean Paul Gaultier, Versace, Valentino, Issei Myake. Tema dell’edizione erano le Passioni. Il tema, interpretato da 150 fra gli artisti più importanti di questi anni, “legava” le mostre curate da Achille Bonito Oliva, Peter Greenaway, Emir Kusturica, Mladen Materic, Droog Design, Robert Wilson, Robin Rimbaud, Shiro Takatani, David Pérez, Santiago Calatrava. Gli spettatori sono stati 250 mila e gli interventi critici sui media hanno innescato 950 mila contatti”.

La seconda edizione

Nel giugno del 2003, la seconda edizione, che aveva come tema La Città Ideale, ha presentato 13 diversi eventi. Le 5 mostre curate da Lorand Hegyi, William Alsop e Bruce McLean, Mike Figgis, Sebastiao Salgado, Francisco Jaurauta e Jean Luis Maubant. Un progetto sociale di Vincente Guallart, 2 progetti di comunicazioni ideati da Rafael Sierra. Infine 5 eventi teatrali realizzati insieme alla Città delle Arti Sceniche diretta da Irene Papas, con alla testa la prima mondiale di La tua mano nella mia di Carol Rocamor. La regia era di Peter Brook e l’interpretazione di Natasha Perry e Michel Piccoli.  Le commedie barbare di Valle-Inclan, trilogia diretta da Bigas Luna, Lisistrata di Aristofane musicata da Carles Santos con i costumi di Francis Montesino. Alla seconda tornata della Biennale di Valencia hanno partecipato architetti e designer come Frank Ghery, Toyo Ito, Nigel Coates, Rem Koolhaas, Vito Acconci. Artisti come, tra gli altri, Dennis Oppenheim, Michelangelo Pistoletto, Miguel Navarro, Marina Abramovic, Anne e Patrick Poirier, Wim Wenders, Sonja Km, Clay Setter, Bertrand Lavier, Piero Castellini, Pascal Pinaud, Wim Delvoye, Richard Noonas, Maurizio Nannucci, Ilya ed Emilia Kabakov, Teresa Chaffer, Gloria Friedman.

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Cravatta

“Gli europei sono tutti uguali, nei vestiti, nei volti. Se non fosse per la cravatta che portano al collo, non si riuscirebbe a distinguerli”

Cravatta. Un mandarino della Cina pre-Mao, al suo ritorno da un viaggio in Occidente, disse agli amici: “Gli europei sono tutti uguali, nei vestiti, nei volti. Se non fosse per la cravatta che portano al collo, non si riuscirebbe a distinguerli”. Petrolini, re incontrastato e insuperato dei cafè chantant, cantava: “La cravatta è quella cosa distintiva delle classi: fra i tumulti ed i fracassi riconosci il loro partito”. Sono secoli che la cravatta, tra alti e bassi (il finire degli anni ’90 è stato un periodo di vacche magre per i produttori di cravatte), tiene banco.

Il primo accessorio del guardaroba maschile che le assomigli risale al III secolo avanti Cristo: portavano una sorta di cravatta le armate imperiali di Huang-Ti, sovrano del Celeste Impero. Progenitore della cravatta poteva essere, nella Roma di Augusto, il focale. Freddoloso e malaticcio, l’imperatore lo usava, ma solo in privato perché l’uomo romano, come scriveva Quintiliano, non poteva mostrare segni di debolezza fisica e quel focale, più che l’eleganza, garantiva il calduccio. Era quasi una sciarpa per tonsilliti, per raucedini e guai a sfoggiarla in pubblico perché “solo la cattiva salute può scusare le fasce per le gambe, i fazzoletti da collo, e i copri orecchie”.

Il focale era di lana e, oltre ai malati, era concesso agli oratori per proteggere le corde vocali. Il collo nudo, scoperto, come segno di potenza e virilità, era un comandamento dell’antica Roma e tale rimase per centinaia d’anni. Bisogna fare un salto di secoli per trovare qualcosa di simile al focale, ma all’insegna dell’eleganza e non della funzionalità o della prevenzione sanitaria. Alla metà del XVII secolo, la moda delle parrucche lunghe e ricciolute archivia quella dei colli enormi che sormontavano le camicie degli uomini di corte, degli aristocratici. C’è bisogno di qualcosa che finisca la camicia, la impreziosisca. Lo capisce il Re Sole tanto che si racconta spendesse piccole fortune per le sue cravatte di merletto. Ma non si chiamavano ancora cravatte. Tiravano al plastron.

Pionieri della cravatta vera e propria furono gli ufficiali e i fantaccini di un reggimento di cavalleria leggera che giunse in Francia verso il 1660, come truppa mercenaria per la Guerra dei Trent’anni. Era formato da croati, arruolati in Bosnia. La loro divisa prevedeva un girocollo di mussolina, di seta o di tessuto andante, secondo i gradi. Le estremità penzolavano sul petto e finivano con un fiocco, una nappa, una rosetta. Questo punto di colore annodato al collo prese il nome di croatta e, in seguito, per alterazione, di cravatta. Luigi XV istituì persino la carica di porta cravatte. Sul finire del XVII secolo, la moda della cravatta di merletto, cioè di quella specie di tovagliolo ricamato che scende sul petto, è in calando.

Un po’ perché fa furore la croatta dei cavalleggeri bosniaci, un po’ perché, nel tentativo sempre vano di frenare il lusso, sono state emanate leggi restrittive che colpiscono lo sfoggio di collane e di pendagli al collo troppo dispendiosi. Dalle ceneri del merletto e dal successo della croatta, nasce la cravatta Steinkerque: due giri intorno al collo e le cocche finali della lunga fascia volutamente trasandate e da infilare nella prima asola della casacca. L’effetto finale era di grande raffinatezza, di ricercata eleganza. Un secolo dopo, sono ancora gli ufficiali a dettare moda, seguiti a ruota dai nascenti borghesi. La moda è quella di una cravatta nera. La si gira sempre due volte attorno al collo, per fermarla, poi, con un nodo semplice sul petto. È un vezzo per i ricevimenti di corte, per le divise di gala.

Ma dura poco, perché è alle porte il vento della Rivoluzione francese e quel vento scompiglia anche le mode. Solo l’austero Robespierre resiste e sfoggia un guardaroba ancien régime. È il momento del cravattone a forma di fazzoletto, con un nodo ampio e le cocche svolazzanti. Lo porta Camillo Desmoulins e diventa un segno distintivo dei Giacobini, dei Dantoniani, un simbolo politico. Ci si fronteggia anche a colpi di cravatte. Quella dei rivoluzionari è nera. Quella dei controrivoluzionari, che, tramontato il Terrore, si fanno più coraggiosi e spavaldi, è di un provocantissimo bianco e fa spicco su un gilet a fiori di giglio. È sempre una dimostrazione di fede antiterrore il nastrino rosso legato attorno al collo nudo (un parlante riferimento al truculento taglio della ghigliottina) che sostituisce d’improvviso le cravatte di pizzo a jabot delle signore borghesi. Le mode cambiano, vengono terremotate dalla politica, dalle metamorfosi del costume.

Ma il concetto di cravatta resiste e passa trionfalmente all’800 che lo sublima. All’uomo del secolo romantico serve addirittura un trattato per imparare l’arte del nodo. Lo scrive H. Le Blanc nel 1828, L’arte di annodare la cravatta.L’elegantone del secolo, il mitico Lord Brummel, decreta: “La cravatta è l’uomo” e inventa un suo nodo.

Non più le pieghe molli delle cravatte di mussolina, ma pieghe dai contorni esatti e tessuto reso quasi rigido dall’amido: una sorta di ingessatura del collo perché la cravatta girava tre, quattro volte e teneva sollevato sino al mento il collo della camicia. Napoleone, invece, non era un patito dell’eleganza. Aveva altri problemi. Ma la truppa intuiva i suoi stati d’animo, i suoi umori dal colore e dalla foggia delle cravatte. A Waterloo ne portava una bianca, grande, svolazzante e i soldati fiutarono un segno di ottimismo. Era vero: Napoleone, sbagliando, era sicuro della vittoria. L’accessorio da collo, nell’800, si complica e segue regole precise. È di rigore usare solo alcuni tessuti: batista, mussolina, jaconin, cachemire bianco. I nodi si decuplicano.

C’è quello all’orientale, quello all’americana, quello all’erculea, quello alla sentimentale. Il nodo alla matematica è fitto di pieghe: un’opera di ingegneria; quello alla gastronoma, preferito da Gioacchino Rossini e in linea con le sue scorpacciate, è scorrevole, cedevole ai movimenti minimi del collo e della nuca, al pulsare della giugulare. Anche i colori della gastronomia sono in parallelo con la buona tavola: rosa prosciutto, giallo fegato d’oca, nero tartufo Perigorde, plumbeo grigio-blu come la gola di un piccione. La tavolozza ha sempre un significato politico. È rossa la cravatta dei rivoluzionari formato 1848. Invece è nera quella degli anarchici. È gialla quella dei clericali: però, mano a mano che l’800 invecchia, quel punto di colore attorno al collo perde per strada gran parte delle sue stravaganze. Si corre all’omogeneità, alla foggia unica. C’è ancora qualche sussulto.

Dall’ancien régime si recupera il plastron (o piastrone). È una cravatta ampia e dritta a ricoprire tutta la scollatura del gilet dal collo al petto. È di seta o di piqué bianco. Nella galleria dei plastron, è celebre quello di Honoré de Balzac, arricchito da un prezioso spillone. L’epoca vittoriana, con i suoi rigori, livella i gusti. Le cravatte sono vendute con il nodo già fatto, siano esse classiche o a papillon, a nodo striminzito o enorme, secondo i gusti. Persino Gabriele D’Annunzio che, ventenne, monopolizza la Roma di fine ‘800, non esce dai binari del nodo già fatto, impeccabile, ma rigido e stecchito. È proprio il vittoriano Edoardo VII a ribellarsi. Verso gli inizi del ‘900, inventa la cravatta a nodo libero, l’antesignana del presente, e ne va fiero più che per l’altra sua trovata: il risvolto dei pantaloni.

Il nodo libero convive con la Lavallière dai colori accesi e dalle cocche ampie, ondeggianti che diventano simbolo di anarchia, di genio e sregolatezza, di anticonformismo, come anticonformista era l’amante del Re Sole che, secoli prima, l’aveva imposta.

Il ‘900, quanto a cravatte, deve ancora un tributo alla casa reale inglese. Nei giorni dello scandalo Edoardo VIII, non ancora duca di Windsor al fianco di Wally Simpson, si consolò provando e riprovando un nodo che più tardi fu regola per gli elegantoni. Era tozzo, pieno: una forma che venne, poi assorbita dallo Scappino di cui fu maestro l’attore Luigi Cimara, fedelissimo della cravatta blu a pois bianchi. Ma ne aveva 365, una per giorno. La sola differenza stava nelle dimensioni dei pois. Sono ormai anni che il concetto di cravatta si è stabilizzato in una foggia uniforme. Anche il nodo non ha più tanti ghiribizzi. La moda riesce a influenzare solo le misure: stretta, larga, lunga, corta. Neppure la ventata americaneggiante, all’insegna di una creatività un po’ sopra le righe, è riuscita a movimentare la tradizione.

Sono stati effimeri i colori e i disegni swing, i tessuti che incastonavano un brillante e che piacquero ovviamente a Lucky Luciano, i vaghi ricordi di un orecchiato Gauguin nelle cravatte tipo hawaiano e in quelle californiane. Le mode del nostro recente passato non hanno quasi mai scalfito la tradizione. Se cravatta doveva essere, che fosse regimental, rigata, cachemire, tinta unita, floreale, a disegni geometrici o, per certe occasioni, con motivi di caccia o animalisti (Hermès). Oggi, non c’è maison, non c’è stilista che non rivisiti la cravatta: da Ferragamo ad Armani, da Prada a Krizia a Versace, da Ferré a Zegna, a Fendi, da Biagiotti a Missoni a Etro. In Giappone, la cravatta Mila Schön è uno status symbol. In Italia, lo sono quelle artigianali di Marinella.

Nel 1984 è stato pubblicato il volume I 188 modi di annodare la cravatta di Mosconi e Villarosa.

Callaghan

Callaghan. Nasce nel 1966 da Zamasport, azienda del Maglificio Augusto Zanetti di Novara. Linea di grande rilievo nel panorama del made in Italy.

Callaghan. Nasce nel 1966 dalla costola di Zamasport, azienda del Maglificio Augusto Zanetti di Novara. Linea di grande rilievo nel panorama del made in Italy, è stata disegnata da firme prestigiose della moda. Infatti ha lavorato con Albini (’68-72), Versace (’72-84), Lebourg per una stagione (primavera-estate ’85), Tarlazzi (’85-87), Gigli (’87-95) e Crolla.

Backhaus Maria Vittoria

Backhaus Maria Vittoria (1942). Fotografa italiana. Lavora a Milano. È considerata di primissimo piano nello still life: accessori, gioielli e oggettistica.

Backhaus Maria Vittoria (1942). Fotografa italiana. Lavora a Milano. È considerata di primissimo piano nello still life: accessori, gioielli, oggettistica, cucina. Ha studiato scenografia all’Accademia di Brera e ha cominciato il mestiere come reporter (per il settimanale Tempo) nella seconda metà degli anni ’60. Successivamente Maria Vittoria ha fotografato la moda, collaborando soprattutto a Vogue Italia e diventando grande amica di Walter Albini. È per il mensile Casa Vogue, sotto la direzione di Isa Tutino Vercelloni, che ha iniziato lo still life, dimostrando subito talento, sicurezza di gusto e perizia di luci. Usa grandi formati.

Durante la sua carriera, tra i tanti, ha lavorato per Giorgio Armani, Braccialini, CartierCasadei, Della Valle, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré Salvatore Ferragamo, La Rinascente, Moncler, Prada, Sambonet, Tod’s, Trussardi, Versace e Zegna.

È nipote di Arnaldo Mussolini e figlia di Vito, ultimo direttore del Popolo d’Italia. Ha sposato Giorgio Backhaus, traduttore di Max Horkheimer e di Theodor Adorno, filosofi della Scuola di Francoforte.

Barbieri Gianpaolo

Barbieri Gianpaolo (1940). Fotografo italiano. Ha messo in scena un’immagine teatrale della moda, in bianco e nero e a colori.

Barbieri Gianpaolo (1940). Fotografo italiano. Ha messo in scena un’immagine teatrale della moda, in bianco e nero e a colori. Legato alle esperienze cinematografiche degli anni ’40 e ’50, le ha utilizzate per la regia delle sue foto. Per esempio, si è ispirato, per un’immagine che voleva forte di tensione, a un’angosciata Ingrid Bergman in Io ti salverò. Dopo un inizio di lavoro con il padre, esperto di tessuti della Galtrucco, e un tentativo di farsi strada nel cinema come attore e come operatore, incontra Tom Kublin, diventa suo assistente e sceglie il mestiere della fotografia. Era il 1964. Collabora con Harper’s Bazaar e, nel ’65, firma il suo primo servizio per VogueNovità.

Nel corso del tempo, ha curato campagne pubblicitarie per alcuni fra i maggiori stilisti italiani e stranieri, da Saint-Laurenta Valentino, da Albini a Versace, ad Armani. Ha pubblicato la monografia Artificiale (’82), Silent Portrait (’84), Tahiti Tattoos (’89) e, per il gioielliere Pomellato, La mappa del desiderio con testo di Antonio Tabucchi. A Palazzo Reale a Milano nel 2007 ha luogo la mostra dedicata al celebre fotografo di moda, che con le sue 140 foto a colori e in bianco e nero ripercorre la carriera dell’artista che ha ritratto le più grandi icone dello stile, tra cui Audrey Hepburn, Sophia Loren, Veruschka, Iman, Jerry Hall e Monica Bellucci.

Nel 2008 a Piazza Risorgimento, Roma, Barbieri Gianpaolo celebra la nascita della prima collezione di gioielli preziosi Morellato Gold, attraverso una serie di scatti chiamati La Vera Natura dell’Oro.

Wood

Wood Lee. Fashion designer di origini inglesi. Studia prima al Berkshire College of arts & Design e poi alla Chiltern Edge school.

Terminati gli studi, nel 1998 Lee si trasferisce a Milano dove lavora nel team di Gianni Versace per ben 16 anni. Nel luglio 2015 vince l’undicesima edizione di “Who Is On Next?” (premio indetto da Vogue Italia) presentando la sua linea L72. Un anno dopo, nel 2016, accetta l’offerta dei vertici di Bikkembergs, che lo vogliono alla direzione creativa. 

Bikkembergs by Lee Wood

“Vorrei riportare la maison a essere uno dei marchi di rilievo nel settore. Quando studiavo moda, i Sei di Anversa erano negli anni d’oro della loro espressione artistica, rivoluzionaria e fortemente comunicativa. Era quasi impossibile non esserne attratti. Proprio per questo conoscevo benissimo l’estetica di Mr. Dirk Bikkembergs. Lavorare alla direzione creativa di questo marchio è un onore e una grande sfida”, afferma lo stilista.

Per la celebre griffe disegna capi sartoriali, molto british. Lontano dal proporre tendenze ibride in passerella, Wood propone la tradizione classica del guardaroba maschile mischiandola con cenni di moda street. Focus sui tessuti, soprattutto sullo scozzese. Lana, cachemire e ancora cotona di altissimo pregio, compongono una silhouette regolare, scandita da blazer e pantaloni dal fit comodo.

 

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ALBINO TEODORO

Nel 2004 nasce Albino Teodoro, brand fondato dallo stilista Albino D’Amato, classe 1974, in collaborazione con Gianfranco Fenizia. Lo stile sobrio di Albino Teodoro conta dettagli minimi e indispensabili: rende omaggio al passato,al Design e alla Couture anni ’60, a certi aspetti degli Eighties.

Indice

  1. Le origini
  2. Le prime collaborazioni
  3. La nascita del brand
  4. Lo stile del brand
  5. L’ultimo decennio
  6.  Ultime collezioni
    1. Autunno ’17 ready-to-wear
    2. Resort 2018
    3. Primavera ’18 ready-to-wear
    4. Pre-fall ’18
    5. Autunno/inverno ’18/19 ready-to-wear

Le origini

Albino D’Amato, fondatore di Albino Teodoro, nasce a Roma nel 1974. Dapprima studia architettura nella capitale e nello stesso tempo frequenta l’Accademia di Costume e di Moda. Poi, in seguito, si trasferisce a Torino per seguire i corsi di design industriale.

Albino Teodoro
Lo stilista Albino D’Amato.

Proviene da una famiglia piuttosto rigida, che sognava per lui una carriera da architetto o da ingegnere. Abitava nello stesso quartiere di Valentino Garavani. Verso i 14 anni, di ritorno da scuola, era solito lasciare alcuni disegni nella cassetta della posta del couturier. Valentino rispose, consigliandogli di fare esperienza.

Nel 1995 svolge uno stage presso la Fiat Torino e l’anno dopo si trasferisce a Parigi. Qui frequenta alcuni corsi presso l’Ecole de la Chambre Syndicale de la Couture. Nello stesso periodo lavora da Ungaro, con Giambattista Valli, alla linea Parallel. Questa un’esperienza fondamentale per lui. Confessa:

“Tutto il mio universo creativo è nato lì.. Il talento è una cosa che hai dentro. Anche se all’inizio non conosci le tecniche o i materiali, o non sai disegnare, se è una cosa che vuoi davvero, succede”

Le prime collaborazioni di Albino Teodoro

Sicuramente grazie alla sua preparazione eterogenea e al suo talento naturale per il disegno, lo stilista collabora con Maison prestigiose quali Emmanuel Ungaro, Giambattista ValliGuy Laroche. Ancora, Emilio Pucci e Louis Vuitton e Kenzo.
Successivamente, nel 2004, lo stilista torna in Italia. A Milano collaborerà, quindi, prima con Versace (collaborazione in effetti nata a Parigi) e poi Dolce & Gabbana e nel frattempo lavora alla sua linea personale.

Albino Teodoro
Collezione autunno 2017.

La nascita del brand

Nel 2004 Albino fonda con il designer partenopeo Gianfranco Fenizia il brand che porta il suo nome, Albino Teodoro. Più tardi, nell’autunno di quell’anno presenta, infatti, la sua prima collezione primavera/estate 2005, in una galleria d’arte in Place des Vosges.

La scelta di presentare a Parigi comunica l’impronta che i due soci hanno scelto di dare ad Albino Teodoro, una collezione che associa all’esclusiva manifattura made in Italy un’allure decisamente parigina, con forti reminiscenze Couture.

Albino Teodoro
Collezione autunno 2018

La collezione vince Who is on next? , concorso indetto da Vogue e dalla Camera della Moda, guadagnandone in visibilità. Albino Teodoro si ispira, nei colori e nelle forme, al movimento Bauhaus: primo pezzo un trench militare con fodera in evidenza. Ancora, memorabile l’abito che Albino mostra a Franca Sozzani durante le selezioni: dopo aver sfilato in nero, una versione verde militare viene indossata per la serata di gala da Linda Evangelista.

In seguito, la seconda stagione, l’autunno/inverno 2005/06, suscita l’interesse di clienti internazionali, dagli States al Giappone, passando per Hong Kong ed, ovviamente, Europa. Albino D’Amato si occupa della parte creativa, mentre Gianfranco Fenizia ne cura gli aspetti organizzativi, direttamente dallo spazio dedicato di via Gallina 11 a Milano.

Lo stile del brand

La moda sobria di Albino Teodoro conta dettagli minimi e indispensabili: lo stile radicale rende omaggio al passato senza nostalgia, al Design e alla Couture anni ’60, a certi aspetti degli Eighties.

Albino Teodoro
Collezione Resort 2018

Misticismo, modernità e romanticismo si combinano nei suoi abiti dove prevale il gusto per la sartorialità. Design architettonico e femminilità sono, quindi, elementi imprescindibili, così come la capacità di mescolare colori in modo creativo e sofisticato. Prima di tutto, bisogna ricordare che il modello da cui imparare, per Albino, è stato Valentino:

“Una star, oltre che un designer straordinario. Ha creato un’ideale femminile che mi ha molto ispirato.Albino D’Amato

Le creazioni Albino Teodoro sono architettoniche, femminili, cool.

L’ultimo decennio di Albino Teodoro

Nel 2007 Albino diviene consulente di Trussardi sulle collezioni Uomo e Donna. Successivamente, le collaborazioni si estendono a Karl Lagerfeld e Les Copains, brand per il quale dall’aprile 2008 è consulente stilistico. Per Les Copains, dalla P/E 2010, disegna anche scarpe, prodotte da Le Sillla.
Albino è anche Design Director della Maison Vionnet e consulente del gruppo Max Mara.

Per l’autunno/inverno 2010/11 Albino Teodoro abbandona le atmosfere eighties per tornare alle linee anni ’60, mescolate a una rigorosa ispirazione ecclesiastica“. Il nero è illuminato da sfumature cipria e camel, l’insieme è mistico e romantico.

albino

Ultime collezioni di Albino Teodoro

Autunno ’17 ready-to-wear

A febbraio 2017, un mix di immagini è stato intonacato sul moodboard di Albino D’Amato. L’austero concettualismo dei designer giapponesi si mescola ai languidi abiti di Jean Muir e ai sandali a spillo anni ’80 di Yves Saint Laurent, scattati da Guy Bourdin. Il tocco di raffinata eleganza era l’immagine di due ragazzini che si tenevano per mano, con giacche oversize troppo grandi per loro. Lo stilista dichiara:

“Non potevo resistere. C’è tanta tenerezza; è così dolce e innocente. Volevo catturare quella sensazione – mi ha ispirato a lavorare attorno all’idea di una decostruzione gentile”

Dopo una pausa di alcune stagioni, D’Amato torna in passerella. La collezione presenta studiatissimi capispalla, lunghi mantelli e cappe dal morbido tocco architettonico. I giochi di pieghe, di tradizione giapponese, donano al tutto estrema sensualità. Calibrate le imperfezioni: orli grezzi, rifiniture incomplete, scontri cromatici. Il punto di Flimsy d’ésprit appariva ancora più delicato sul feltro di lana; l’ovvia femminilità del pizzo era compensata da texture asciutte e maschili.

Resort 2018

Albino Teodoro ha abbinato tagli rigorosi a ricami opulenti, in un gioco di decostruzione leggera e decoro ridotto. Un raffinato cappotto da opera aveva una silhouette sottile, impreziosita da ricchi motivi floreali che sembravano stampati ma erano tessuti a jacquard. Linee semplici e pulite, come in una tunica geometrica in duchesse di satin, stampata con strisce bianche e nere. Una gonna ampia in broccato d’argento e oro era indossata con un top arricciato. Albino Teodoro ha anche provato alcuni look maschili: un parka, un cappotto e un eccentrico faille turchese e geranio.

Primavera ’18 ready-to-wear

Pre-fall 2018

Pochi mesi dopo, a gennaio 2018 Albino Teodoro predilige un approccio elegante e adulto. Il suo stile ha sempre virato verso una certa raffinatezza: le forme hanno un’inclinazione architettonica leggera e levigata da un tocco di glamour. Lo stilista è appassionato di haute couture e la raffinatezza della costruzione che ne consegue.

Albino Teodoro taglia il tessuto in un elegante tailleur a doppio petto con pantaloni aderenti. Le superfici nitide e brillanti come la duchesse satin e il gazar sono le preferite del designer. A seguire, una corta tunica in zafferano o polveroso taffetà rosa era leggermente imbottita. La stessa sensazione di praticità chic era evidente nei capospalla: ricchi broccati o lussuosi doppi cashmere e lane. Le forme erano per lo più a trapezio, mantenute lineari ed eleganti, con un tocco anni ’60. Un elegante soprabito con cappuccio in jacquard di seta trapuntato bronzo e verde sembrava semplice e funzionale quanto elegante.

Autunno/inverno ’18/19 ready-to-wear

Minimalismo e struttura: la collezione autunno/inverno 2018-2019 di Albino Teodoro stupisce per la sua evoluta semplicità. Realizza una collezione che ricorda, per impianto concettuale, gli studi in architettura. La silhouette lineare si arricchisce di tessuti pregiati come il broccato con fili ricamati oro e viola o la seta, che alleggerisce long skirt con tasche alla francese. Le paillettes e il neoprene conferiscono alla collezione un’allure moderna e glamour. Giochi di asimmetrie attestano le tecniche acquisite durante i corsi presso l’Ecole de la Chambre Syndicale de la Couture.

“Ho lavorato intorno ai miei temi di moda preferiti: la costruzione couture, la sartoria maschile, gli anni ’60, le forme femminili, la geometria, il colore. Volevo inserirli in un contesto moderno” Albino D’Amato

Il punto forte della collezione è la sartoria, del resto una delle migliori risorse di Teodoro. I cappotti sono consistenti, tagliati nitidi ed evidenziati con interessanti combinazioni di colori. E ancora un tailleur maschile a scacchi con un enorme piumino bianco. Poi, una serie di abiti a palloncino di varie lunghezze, di broccato stampato in digitale. Ibridi di calza a gambaletto alti fino al ginocchio, indossati con sandali in pelle verniciata erano un gesto concettuale fuori contesto

Collezione 2020 di Albino Teodoro

Albino Teodoro mescola i riferimenti storici con lo spirito degli anni ’90 per la Pre-Fall. Durante una recente visita a Vienna, trova in una vecchia biblioteca alcuni disegni originali di Ver Sacrum, la rivista letteraria ufficiale della Secessione viennese.

Albino traduce voluttuosi motivi botanici in una stampa grafica su carta da parati che è stata utilizzata in tutta la sua ben curata collezione. È stato proposto in un enorme motivo di rose in bianco e nero, o nei toni profondi del viola e del blu notte; oppure in una tonalità di blu porcellana esaltata dal nero profondo. Albino predilige un’estetica adulta e raffinata, ispirata ai maestri dell’Haute Couture: le forme voluminose sono esaltate dalla purezza delle linee e dall’uso di consistenti e lussuose lavorazioni. Gli abiti a trapezio sono stati mantenuti meno severi con delicati colletti increspati; le balze femminili all’orlo dei cappotti sagomati sono state tagliate con una delicata precisione. Albino disegna per un cliente colto. Nelle sue collezioni non troverete felpe, pantaloni da ginnastica o qualsiasi tipo di moda usa e getta.

Collezione primavera/estate 2021

Durante la Milano Fashion Week 2020 Albino Teodoro presenta la collezione primavera/estate 2021; un progetto che si sviluppa attraverso tonalità accese ed eleganti. Capi leggeri e strutturati, concepiti per essere indossati sia in ufficio sia nel tempo libero.

Albino Teodoro
Alcuni dei look presentati alla Fashion Week.

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