Digby

Dogby Morton è un sarto irlandese, ricordato per aver rivoluzionato il ‘classico inglese’

Digby Morton (1906-1983). Sarto irlandese. Ha lavorato a Dublino. È ricordato per aver rivoluzionato il “classico inglese”, aggiungendo semplicemente piccoli particolari, come l’abbinamento di colori tenui al tweed o quello di tessuti morbidi-seta e jersey alla lana secca.

Digby Morton

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Anderson Garrick

Anderson Garrick (1944). Sarto statunitense. Apre il suo atelier a New York nel 1978, dopo aver lavorato qualche anno per Jones.

Anderson Garrick (1944). Sarto statunitense. Apre il suo atelier a New York nel 1978, dopo aver lavorato qualche anno per Jones. Inizia l’attività associandosi a Virgina Marshall e puntando sull’eleganza e la qualità dei tessuti d’importazione. I suoi abiti su misura adattano lo stile inglese all’uomo americano.

Il suo punto di forza è la sartoria, ma recentemente è stata varata anche una linea di moda pronta che si trova nei grandi magazzini, come Saks.

Schuberth

Emilio Federico, meglio conosciuto come Schuberth è un sarto italiano, nato a Napoli nel 1904. Schuberth è morto nel 1972.

Emilio Federico, meglio conosciuto come Schuberth (1904-1972). Sarto italiano. Nasce a Napoli. È fra i magnifici nove invitati da Bista Giorgini a sfilare il 12 febbraio 1951 a Firenze, per affermare la nascita e la legittimità di una moda italiana. Deve la sua notorietà a un innato senso dello spettacolo, della comunicazione e a una conoscenza sartoriale ereditata dalla scuola napoletana.

Agli inizi degli anni ’30, è presso l’atelier Montorsi, dove cura il settore biancheria con raffinate combinazioni di seta e merletto. Nel 1938 apre un negozio di modisteria con la giovane moglie, in via Frattina. Sono così tante le richieste delle sue clienti che decide, nel ’40, di darsi un atelier d’alta moda in via Lazio. Dopo un anno si trasferisce in via XX Settembre.

Lo stile di Schuberth era singolare, amava il lusso nel tessuto e nei ricami, aveva un’abilità innata nel mescolare tecniche e materiali. La sua donna era classica: vita sottile, busto importante e con spalle rotonde, ma anche molto romantica. Nel suo stile fastoso si fondono elementi ottocenteschi e hollywoodiani.

Amato da regine e da star del cinema, tra le sue clienti ci fu anche Soraya, in fuga dalla Persia con lo Scià, alla quale — in una sola notte — preparò un guardaroba degno di un’imperatrice, appunto. Cliente fisso era re Faruk d’Egitto, che vestì da Schuberth le sue mogli e le sue amanti. Maria Pia di Savoia gli commissionò una parte del corredo per le sue nozze. Vestì Brigitte Bardot e Martine Carol. Amato dalle soubrette, era l’artefice degli abiti per il “gran finale” delle riviste musicali. Suoi gran parte degli abiti di Wanda Osiris, di Elena Giusti, di Silvana Pampanini, di Valentina Cortese, Lucia Bosé, Silvana Mangano e di Lorella De Luca per il film Poveri ma belli. Furono sue clienti fedeli anche Gina Lollobrigida e Sofia Loren.

Nel ’49 sfila a Palazzo Grassi nell’ambito del Festival di Venezia. Il suo atelier era frequentato da figurinisti e da costumisti, da Jon Guida a Costanzi, da Pascali a Pellizzoni, da Balestra a De Barentzen, da Lancetti a Guido Cozzolino detto Gog, da Ata De Angelis a Folco a Miguel Cruz.

Schuberth
Schuberth con una delle sue clienti.

Nel film Era lui sì, sì di Metz e Marchesi del ’51, impersona se stesso mentre prova un abito all’esordiente Sofia Loren. Era solito presentarsi agli eventi mondani accompagnato da dodici indossatrici super vestite e truccate. Amava sfoggiare gioielli, non per esibizionismo ma per calamitare l’attenzione dei media. Partecipò al popolare programma televisivo Il Musichiere sia come costumista sia come protagonista, cantando Donna, cosa si fa per te.

Nel ’57 sigla, per il mercato americano e tedesco, un accordo con Delia Biagiotti, madre della stilista Laura, per l’esportazione della sua moda pronta. Firma il profumo Schu-schu, la cui campagna pubblicitaria porta la firma di René Gruau. L’archivio dei disegni è stato donato dalla figlia Gretel all’università di Parma nel dipartimento diretto da Arturo Carlo Quintavalle.

 

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Lelong

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Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono nei fervidi anni del primo dopoguerra mondiale il prestigio della moda francese, con un intenso intreccio fra stilismo e cultura: tessuti disegnati da DalÕ, bijoux creati da Cocteau. Il padre Arthur fondatore di un’industria di tessuti (1896), la madre Eléanore, sarta di buon livello, Lelong fa il suo apprendistato e scopre la propria vocazione nell’azienda di famiglia che, tornato dalla guerra, ingrandirà creando nel 1924 la sua casa di moda. Forte, appena due anni dopo, di 1200 addetti, è subito celebre per il nitore sartoriale dei modelli, la maestria nella scelta e la lavorazione dei tessuti, grazie anche all’aiuto, come consulente e indossatrice, della bellissima moglie Natalie Paléy, figlia del granduca Paolo di Russia. In seguito chiamerà a disegnare le proprie collezioni gli stilisti più promettenti del momento: da Christian Dior a Pierre Balmain, a Hubert de Givenchy. Manager illuminato, dopo un viaggio di studio negli Stati Uniti per apprendere i metodi di lavoro nell’industria della confezione, crea un suo precoce prêt-à-porter, capi in numero limitato, firmati L.L. Edition. Dal 1937 fino al termine della seconda guerra mondiale, fu presidente della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne e in questa veste riuscì a impedire il trasferimento delle case di moda da Parigi a Berlino durante l’occupazione tedesca. Ma molte avevano chiuso i battenti, rifiutandosi di lavorare per non essere costrette a vendere ai tedeschi i loro modelli. Le maison che continuarono a farlo, non riuscirono, una volta tornata la pace, a parte un nome eccezionale come Chanel, a resuscitare il successo d’un tempo.

James

James, Richard (1953). Sarto inglese. Dopo gli studi di fotografia al Brighton College (1978), si trasferisce a Londra dove lavora per diversi anni nella celebre boutique Browns a South Molton Street. Inizia come commesso fino a diventare buyer della moda maschile.

James e la sartoria

Ha idee chiare sulla necessità di modernizzare la sartoria tradizionale inglese, come il suo ispiratore Paul Smith. Pensa che bisogna renderla più accessibile a una clientela più estesa. Il suo stile propone tagli e stoffe tradizionali in colori impensabili come verde smeraldo, rosa ciliegia e glicine. Apre la sua prima sartoria a Savile Row nel ’92 e un secondo negozio a New York nel ’97. I suoi clienti tipici sono giovani professionisti creativi. Piace molto alle star, tra cui cantanti, come “Elton” John, Madonna, Liam, Noel “Gallagher”, e stilisti come Christian Lacroix e Isaac Mizrahi. &Quad;2001.

Menswear designer of the year

Il British Fashion Council nomina James “Menswear designer of the year” in occasione della annuale consegna dei British Fashion Awards. Per la collezione primavera-estate 2003, lo stilista inaugura tre diverse linee: la più classica Savile Row, Myfair e Savile sport per il tempo libero.

Campagna Gianni

Campagna, Gianni (1944). Sarto italiano. Nasce a Roccalumera, in Sicilia. Nel 1962, approda a Milano dal suo maestro Domenico Caraceni, che, pur non appartenendo alla dinastia dei Caraceni, ha sapienza di mestiere. Nel ’72 Pier Giorgio Rivetti lo chiama al Gruppo Finanziario Tessile come responsabile dell’ufficio stile e modelli. Dieci anni dopo, passa alla Lubiam per mettere a punto la linea sartoriale. Campagna inventa il semitradizionale, un sistema di confezione che abbatte tempi e costi di produzione.

Nell’87 entra in Marzotto, portando con sé il brevetto del semitradizionale, e diviene responsabile di tutte le linee prodotte dall’azienda. Il ritorno alla sartoria è del ’90, quando accetta la proposta dell’amico Ciro Paone proprietario di Kiton. Nel ’95 parte alla conquista di Hollywood e degli Stati Uniti, affiancato dal figlio Andrea Italia, ma intanto la Sartoria Campagna, nella sede di piazza San Babila a Milano, produce circa 700 vestiti esclusivi all’anno interamente realizzati a mano.

Campagna
Gianni Campagna con Sharon Stone.

Negli Stati Uniti, veste attori, banchieri, politici. Nel ’99 inaugura la nuova sede milanese in via Palestro angolo corso Venezia: ribalta per la propria sartoria e per le griffe Domenico Caraceni e Baratta (altro marchio storico della moda milanese) che ha acquisito.

Campagna Gianni è morto nel Novembre 2017.

Nativo

Nativo, Filippo (1913-1987). Sarto italiano da uomo. Era notissimo per prendere le misure a colpo d’occhio senza sgarrare di un solo centimetro. Un sindaco di New York si vide recapitare un doppiopetto che gli stava a perfezione, che cadeva magnificamente. A Nativo era stato sufficiente vederlo una volta e tra la folla. Siciliano, figlio d’arte (il padre aveva una piccola sartoria a Santa Croce in Camerina nei pressi di Ragusa), fra le due guerre visse in Tunisia occupandosi di edilizia. Nel 1945, rientrato in Italia, punta al nord, si ferma a Firenze, va a bottega dal sarto Ristori, si mette in proprio, sperimenta nuovi materiali, calamita clienti come Bista Giorgini, l’inventore delle sfilate a Palazzo Pitti, è fra i protagonisti della nuova moda italiana. Per lui, un giovanissimo Enrico Coveri indossa in passerella un abito trasformabile attraverso un sistema di chiusure lampo. Alla sua morte, la sartoria passa al figlio.

Barracco

Barracco, Giovanni (1916). Sarto palermitano. Quando nel 1925 si apre in città (piazza Castelnuovo) il Palazzo della Moda di Pillitteri e Merlet…

Barracco, Giovanni (1916). Sarto palermitano. Quando nel 1925 si apre in città (piazza Castelnuovo) il Palazzo della Moda di Pillitteri e Merlet, Barracco ha 9 anni, ma vi comincia a lavorare, facendo le pulizie del negozio a tre piani, suddiviso in modisteria, pellicceria, sartoria e abiti da giorno. Nella sartoria, tagliavano e cucivano Gino Zonca e Piero Ingrassia. Furono i suoi maestri.

A soli sedici anni

Nel ’32, sedicenne, è già pronto a iscriversi al neonato Ente per la moda di Torino che sollecita i sarti italiani a creare una moda autonoma dai comandamenti di Parigi. Durante la seconda guerra mondiale, mentre si guadagna la vita disegnando figurini per la ditta Calabri, apre un suo atelier a Firenze sul Lungarno Acciaioli. Dopo la liberazione di Firenze, torna a Palermo, s’installa in via Villafranca. È il tempo dei balli a Villa Igea. Scarseggiano le stoffe. Per vestire da sera le crocerossine americane, acquista in una fabbrica di ombrelli 40 fodere e le utilizza per gli abiti. Appena finisce il conflitto, corre ad approvvigionarsi di stoffe dalla ditta Villa di Milano e vi conosce la sarta Maria Marzolati. Diventerà sua moglie e lo aiuterà nell’atelier che, aperto nel 1946, chiuderà nell’80.

Barracco e le donne più eleganti e belle di Palermo

Barracco ha vestito tutte le più belle ed eleganti donne di Palermo dalla principessa Arabella di Scalea alla contessa Giovanna Trigona, dalla marchesa Lucia Pisani a Orietta Ascoli e Vita Zapalì. Gli facevano concorrenza i fratelli La Parola e un gruppetto di bravissime sarte: Enrica Stassi, Anna Capodieci e Maria Conigliaro. Era una grande tradizione che è tramontata.

Avolio

Avolio Giorgio. Sarto milanese. Rappresentò, insieme a Bertoli, a Pucci, alla Tessitrice dell’Isola, la moda boutique alla prima sfilata organizzata da Giorgini a Firenze, alla nascita della moda italiana, il 12 febbraio 1951. Il suo stile era totalmente opposto a quello fantasiosissimo di Bertoli: impermeabili, tailleur a quadratini, tessuti spenti, camicette bianche. La sua insegna era la classicità. L’atelier era in via San Damiano.

Le sue collezioni si caratterizzavano per l’utilizzo di tagli, materiali e colori sobri e classici. Si tratta di una figura molto importante nel panorama fiorentino e nel mondo della moda. Partecipa inoltre anche alle missioni in Europa e negli Stati Uniti promosse, alla fine degli anni Cinquanta, dal Ministero del commercio con l’estero e organizzate dal Centro italiano della moda di Milano, fondato nel 1948.

Negli anni ’60, al Samia, Avolio presenta le sue collezioni. Il suo contributo nella moda italiana è stato fondamentale nel trasformare la boutique in un genere autonomo.