Coccapani

Nasce, con il nome Il Marchese Coccapani nel 1988, per l’intraprendenza di Gianfedele Ferrari, fondatore del gruppo Sicem, produttori di maglieria. Il marchio prende nome dalla settecentesca Villa di Soliera, attigua all’azienda, che apparteneva, appunto, alla nobile casata dei marchesi Coccapani e che oggi è diventata la sede della società. Il salto di qualità, almeno a livello di strategia comunicativa, è del ’93, quando l’azienda decide di scegliere Claudia Schiffer come testimonial. Il marchio si è poi velocemente caratterizzato, offrendo un total look, che si rivolge a un target di consumatrici di età compresa tra i 20 e i 40 anni. Nel ’97 la griffe debutta a Milano Collezioni, nel ’99 apre una boutique monomarca nella milanese via della Spiga. Nel 2002 parallelamente a un forte rinnovamento stilistico, il marchio cambia nome, decide di abbandonare l’aureola aristocratica e diventa più semplicemente Coccapani.
2003, marzo. Per la sfilata milanese autunno-inverno 2003-2004, la seconda disegnata dal nuovo designer Riccardo Tisci, che ha cambiato radicalmente lo stile Coccapani da classico a trendy, c’è stato molto consenso soprattutto da parte dei buyer giapponesi e statunitensi, i due mercati cui punta la casa di Carpi per lo sviluppo all’estero, anche se per il momento solo in negozi multimarca. Sul mercato nipponico e sovietico il marchio è già noto, mentre negli Stati Uniti è ancora tutto da scoprire. Nel 2002 il giro d’affari è stato di 10 milioni di euro. Riccardo Tisci è entrato nella primavera dello scorso anno. Nato a Como, 27 anni, vive adesso a Milano, ma per più di 9 anni è stato a Londra dove ha frequentato la Saint Martin’s School. Diplomatosi nel ’98 torna a Milano e crea una piccola collezione di 28 pezzi, fatti artigianalmente a mano con l’aiuto delle 8 sorelle e della madre. La collezione porta il suo nome ed è venduta in boutique selezionate. Disegna anche una linea di abbigliamento per Puma. Nel frattempo Coccapani, che sente l’esigenza di cambiare stile, lo chiama e già dalla prima sfilata si avverte la differenza. La collezione si rifà alla lingerie. Raso, pizzo, georgette, organzino di seta per modelli leggeri e svolazzanti, ricchi di volant, ruches, drappeggi, a strati sovrapposti, con ricami e paillette. Anche i colori sono quelli della lingerie, rosa pallidi e color carne.

Givenchy (de)

È rara, nella storia della moda, una così forte osmosi tra uno stile di semplicità formale, di rigorosa grazia, attenta ai minimi dettagli, dal tessuto agli accessori, e il suo creatore, uomo di inossidabile eleganza fisica, di composita cultura, dal gusto innato. Nel dopoguerra, approda a Parigi da Beauvais, dalla provincia. In un ritratto per Donna, Maria Pezzi scrive: "Aveva sostenuto una strenua lotta con la famiglia borghese, protestante che non poteva pensare un figlio nella piovra della moda. Aveva trovato subito, con grande fortuna, l’accoglienza dell’atelier di Jacques Fath, il più giovane, estroso, trascinante sarto del momento. Mi raccontò: "C’era un’atmosfera mondana, profumatissima, sensuale, pericolosa. Solo quando andai da Robert Piguet, più classico e soprattutto svizzero protestante, mi riconciliai con la famiglia". I suoi occhi ridevano di humour. Dopo Piguet, breve sosta da Lelong e approdo felice da Schiaparelli. Dico felice, perché quei 4 anni in un atelier che non assomigliava a nessun altro, con una sarta che non era sarta ma artista e circondata da artisti, furono una base che gli permise in seguito di unire sempre all’eleganza, al classicismo, al perfezionismo delle sue creazioni un quid di fantasia, di effetto sorpresa, di eccentricità che sono il suo stile". Debutta a 25 anni, nel 1952. Il successo è folgorante. Non c’è giornale che non dia spazio alla blusa Bettina che porta il nome di una delle più richieste indossatrici dell’epoca. Uno schizzo di Gruau ne decreterà il trionfo. L’anno dopo, l’incontro, decisivo per lui e l’avvenire della maison, con Audrey Hepburn: sarà la sua musa vivente, il suo ideale femminile. Fisico acerbo, ingenua sicurezza, bellezza interiore, non porterà, nei film come nella vita, che suoi modelli, divenendo l’ambasciatrice naturale del suo taglio classico, alleato alla freschezza d’una fantasia dai toni teneri e gioiosi: l’abito a sacco (’53), il mantello dal collo avvolgente (’58) e quello a garitta, la gonna a palloncino, l’abito a bustino (’69). Sono, insieme a certe tenute ispirate allo sport, agli abiti grembiule, ai pantaloni a fiori di campo e ai suoi tailleur capolavoro, la declinazione e lo sviluppo della visione caratteristica di Givenchy sin dalle prime collezioni: tessuti e forme da camicia, comfort, eleganza, sobrietà. In questa idea della moda si radica maggiormente dopo aver conosciuto Cristobal Balenciaga: in lui riconosce il proprio maestro nella creazione architetturale dell’abito e nella spoglia, scolpita vitalità. Scrive Maria Pezzi: "Avrebbe voluto entrare da Balenciaga come ragazzo di bottega. Lo considerava il suo dio. Ricordava: "La terribile direttrice Renée non mi ha accettato. Balenciaga l’ho conosciuto anni e anni dopo, quando avevo già il mio atelier. Era un uomo meraviglioso, univa a un diluvio di creatività una tecnica imbattibile. Da lui ho imparato che non bisogna mai barare né nella vita né nel lavoro, che è inutile un bottone a 5 buchi, quando ne bastano 4, o un fiore in più. Lui e Vionnet sono stati i più innovativi"". Quando il sarto spagnolo, nel ’68, si ritira dall’alta moda, ne eredita la clientela, prestigiosa come la propria, fra attrici e donne del set internazionale: da Lauren Bacall, alla duchessa di Windsor, da Jean Seberg a Grace di Monaco e Jacqueline Onassis. Nell’88, lo stilista si è ritirato, vendendo la maison alla Lvhm di Bernard Arnault: da allora la griffe alterna stilisti che tendono a dilatarne alcuni aspetti, non riuscendo che di rado a mantenerne l’inafferrabile, costante eleganza d’un tempo. Al lavoro di Givenchy, consacrato da due Dé d’Or (’78, ’82) e dall’Oscar dell’eleganza (’85), è stata dedicata nel ’91, al parigino Museo della Moda e del Costume, a Palazzo Galliera, un’indimenticabile retrospettiva.
2001, luglio. In marzo Yves Carcelle, che guida la sezione moda di Lvmh, dovendo sostituire Alexander McQueen, passato a Gucci, sceglie come direttore artistico di Givenchy lo stilista gallese Julian MacDonald. Al debutto ha disegnato una donna classica, in sintonia perfetta con il gusto francese e lo stile della griffe che compiva 50 anni. La sfilata, molto esclusiva, ha avuto luogo in un appartamento privato in Avenue Foch. Tre i colori di base, quanto di più classico si possa immaginare, nero, bianco e grigio. Tutto molto lineare, senza inutili sovrastrutture, al massimo un fiocco a segnare la vita o il fondo della schiena molto nudo, le maniche a sbuffo, la gonna a corolla, tutto in perfetto stile Givenchy.
2002, gennaio. Givenchy ha stretto accordi con due nuovi alleati italiani: De Rigo e Rossi Moda. Il primo sarà partner per gli occhiali, il secondo per le scarpe. Entrambe le società sono legate al gruppo Lvmh, di cui Givenchy è una controllata.
2002, luglio. Givenchy sfila a Roma, a Trinità dei Monti. Mac Donald ha sempre sognato fin da giovane piazza di Spagna e ora vede il suo sogno realizzarsi. È da sempre innamorato dell’Italia (Firenze e Portofino in particolare) e delle sue donne.
Nel 2001 il direttore artistico Alexander McQueen viene sostituito da Julian MacDonald. Ozwald Boateng subentra poi dal 2003 al 2005. Attualmente il ruolo è ricoperto da Riccardo Tisci, italiano nato a Como, che ha presentato la sua prima collezione Haute Couture per Givenchy nel luglio 2005.