DONNA KARAN

Famosa stilista americana, ha creato numerosi brand: l’omonimo Donna Karan New York, il brand d’abbigliamento DKNY e quello di lifestyle Urban Zen.

 Le origini

Donna Karan
Donna Karan

Donna Faske, ovvero Donna Karan, è una stilista americana, nata a Forest Hills, Long Island, nel 1948. Circondata dal mondo della moda sin dall’infanzia (madre, padre e zio vi lavoravano), decide di diventare stilista già da bambina. Dopo il liceo si iscrive alla Parson’s School of Design di New York. Trascorre l’estate del secondo anno come stagista presso Anne Klein & Co., dove viene successivamente assunta come assistente stilista.

Anne Klein

Donna Karan da Anne Klein, 1980
Donna Karan da Anne Klein, 1980

Nel 1974 Anne Klein muore improvvisamente e Donna Karan, a soli 25 anni, passa alla direzione stilistica della Casa. Nell’82 crea la “diffusion line” Anne Klein II, nella quale si potevano già scorgere i segni dello stile pulito e moderno che contraddistinguerà, due anni dopo, la collezione firmata a suo nome, Donna Karan (cognome del primo marito sposato nel 1973 e da cui aveva divorziato poco dopo). Il lancio del nuovo marchio è reso possibile dalla Takiyho inc., società giapponese proprietaria della Anne Klein & Co.

Lo stile

La collezione, dinamica ed essenziale, introduce il concetto di Donna dei sette pezzi facili. Propone un guardaroba intelligente fatto di pochi capi intercambiabili, perfetto per vestire ogni ora della giornata la donna lavoratrice, a cui Donna guardò sempre con particolare interesse. Alla base delle sue collezioni si trova ancora oggi il nero, il non-colore che Donna considera come tela pronta a essere dipinta. Introduce il body, indumento rubato alla biancheria intima e proposto nei nuovi tessuti stretch aderenti e modellanti, da indossare fuori, accessoriato con una giacca per l’ufficio o una collana per la sera.

Donna Karan DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990
DKNY, campagna pubblicitaria Leotard, 1990

La versatilità e semplicità di questo capo hanno un enorme impatto nel modo di vestire della seconda metà degli anni ’80 (quando vi fu un rinato interesse alla forma fisica e quindi all’abbigliamento per metterla in risalto). Rimangono tipiche le sue forme avvolgenti per accentuare le linee e nascondere i difetti, così come l’uso del cashmere preferibilmente nero, per stimolare i sensi. Sin dalla fondazione del brand vengono lanciate nuove linee e aperti nuovi negozi ogni anno.

DKNY

Nell’88 Karan amplia la linea donna “Donna Karan New York” creando una linea di abbigliamento più cheap per le donne più giovani, la DKNY. Diventa presto la linea più fortunata, registrando il primato nelle vendite: di medio costo, è mirata a una clientela giovane, attiva, urbana e amante del casual elegante.

Donna Karan DKNY campagna pubblicitaria, 1990
DKNY campagna pubblicitaria, 1990

Sono molti gli accordi di produzione su licenza, tra i più importanti quello con la Esteé Lauder per la linea di cosmetici, firmato nel ’97. All’epoca l’impero Donna Karan comprende: moda donna, uomo, bambino, con diverse linee dall’elegante al casual, accessori, cosmetici e arredamento per la casa. Il secondo marito, Stephan Weiss, sposato nel ’77, si occupa della gestione dell’azienda che conta oltre 2000 dipendenti ed è quotata sulla borsa di New York.

Negli anni ’90 la Karan abbraccia la filosofia New Age, cercando di trovare un equilibrio esistenziale in una vita frenetica. Afferma:”Tutto quello che faccio è una questione di cuore, corpo e anima”.

Molto importante per lei è il suo coinvolgimento personale ed economico sul fronte sociale: entra a far parte di due comitati per la lotta all’Aids e di uno per la ricerca sul cancro alle ovaie. Vince diverse volte il Council of Fashion Designers of America Award, il Coty American Fashion Critics Award e altri riconoscimenti alla carriera. Il suo vecchio college, la Parson’s, le conferisce una laurea ad honorem nell’87; lì torna regolarmente per tenere lezioni, sedendo nel comitato dei direttori. Vengono scritti diversi libri su di lei, sul suo stile e sulla sua ascesa a stilista di fama internazionale.

LVMH rileva Donna Karan International

Ad aprile 2001, la stilista annuncia la vendita di Donna Karan International, per la cifra di 250 milioni di dollari: l’acquirente è il gruppo francese Lvmh, che ha già acquisito la “licence holding company” di Donna Karan. La spesa totale è di 643 milioni di dollari. Il quartier generale del brand rimane a New York. La dichiarata intenzione di Lvmh è quella di traghettare la griffe verso un mercato d’eccellenza. Nel 2002, DKNY rilancia la linea d’abbigliamento per bambini in collaborazione con CWF (children worldwide fashion).

Donna Karan DKNY collezione autunno/inverno 2003
DKNY collezione autunno/inverno 2003

GLI ANNI 2000

A maggio 2003 Donna Karan International annuncia che non avrebbe prodotto una collezione maschile per la prima volta dal 1992. Per la Fashion Week 2003 DKNY presenta una sfilata in cui la donna, protagonista, viene mostrata in tutte le sue diverse sfaccettature: la studentessa, la donna in carriera, la preppy e la punk. L’anno 2003 porta sulle passerelle le strade della dinamica New York City.

La collezione primaverile è una rivisitazione dell’abbigliamento retrò. DKNY ospita la Vanity Fair “In concert” a beneficio di Step Up Women’s Network: anche la musicista Mya e l’attrice Chloe Sevigny partecipano all’evento alla Hammerstein Ballroom di New York. Il primo flagship store in Giappone viene aperto a Omotesando, Shibuya Ward, Tokyo.

RILANCIO DELLA COLLEZIONE UOMO

Nel 2004 la società rilancia la collezione uomo e la location così anticonvenzionale dello spettacolo DKNY rende questo uno degli anni più straordinari della storia del brand. La collezione uomo/donna era dedicata agli abitanti urbani, ambiziosi, frenetici: i newyorkesi. Donna Karan International e Luxottica Group S.p.A. firmano un accordo di licenza quinquennale per la progettazione, la produzione e la distribuzione mondiale di montature da vista e occhiali da sole Donna Karan e DKNY.

Nel 2005 Donna Karan viene premiata con il “Lifetime Achievement Award“.

Mark Weber, ex chief executive officer di Phillips-Van Heusen, viene nominato direttore creativo di Donna Karan International, in sostituzione di Jeffry Aronsson. Lo show DKNY è ancora un gran successo: la collezione primavera 2006 viene presentata nel Classic Car Club di Manhattan, dove gli abiti vengono presi in prestito dallo stile anni Sessanta.

Dopo la morte per cancro del marito, avvenuta nel 2001, Donna sente il bisogno di convincere i medici a prendersi più cura del paziente, non solo della malattia: nel 2007 fonda, così, la Urban Zen. Inoltre, ad agosto, lancia la sua prima collezione con Stardoll, una community online per gli amanti della moda donna. Nella primavera 2008, tornano gli anni Settanta con le loro iconiche tute, riportate in auge con energia e ottimismo.

DKNY PR GIRL

Donna Karan Aliza Licht
Aliza Licht

Donna Karan è uno dei primi brand di lusso ad entrare a far parte dei social media nel 2009. La DKNY PR girl su twitter così come su tumblr, gestita da Aliza Licht, diventa ben presto un forte mezzo per coinvolgere i consumatori e rispondere alle loro richieste. Per festeggiare il ventesimo anniversario del brand, si decide di presentare una nuova collezione di borse e di presentare sette nuovi pezzi ogni stagione, a partire dall’autunno. Le celebrazioni continuano; la sede della collezione primavera 2009 viene trasferita dalla solita unica stanza al Bryant Park. Questa stagione deve molto allo street wear: collezione dopo collezione DKNY abbraccia sempre di più l’idea della “fast fashion“, indumenti base da indossare con un pizzico di estroso divertimento.

Lo sviluppo del brand

Nel 2010 DKNY è ormai parte essenziale del guardaroba di ogni ragazza, un vero e proprio mix di stile madre-figlia. Il disegno di DKNY del buy now-wear (compra e indossa) rimane protagonista fino all’autunno e alla primavera 2010.

Donna Karan vince il prestigioso Clinton Global Citizen Award nel 2010, a riconoscimento dell’impegno con Urban Zen Haiti Artisan Project. Viene anche premiata con il Gordon Parks Foundation Award per l’utilizzo di mezzi creativi per cambiare ed educare il mondo.

A inizio 2012, DKNY apre i primi negozi in Cina e in Russia. Il brand, per avere un dialogo più diretto con le sue giovani fashion-lover fan, si presenta tramite una nuova applicazione di Facebook, che consentiva agli utenti di seguire la creazione degli abiti dall’inizio alla fine. L’app Facebook Atelier offre agli appassionati del brand l’opportunità di conoscere meglio i loro abiti preferiti.

La #UK2012 è una campagna iniziata per convincere alla riapertura del negozio londinese: DKNY contatta 50 influencer a cui chiede di postare con l’hashtag # UK2012. #UK2012 diventa tendenza, soprattutto su Twitter, e senza essere supportata da accordi monetari, tanto che viene citata dal Wall Street Journal come campagna di enorme successo.

L’uomo dell’autunno di DKNY viene presentato all’ultima collezione, all’edifico vetrato Nasdaq Market Site; fu il primo brand uomo a farlo. La collezione mostra un nuovo e inaspettato dettaglio: ogni giacca prevede una tasca ben nascosta, dimensione iPhone.

MET 2013

Per il MET 2013, evento con partecipanti scelti, DKNY crea il Twitter Ball, dando ai suoi follower la possibilità di vedere l’evento in live streaming. Lo slogan, la tagline online dell’evento è “if you’re not invited, you’re invited” (se non sei invitato, sei invitato). 408 sono i tweet scelti per l’occasione:  @DKNY, @VogueMagazine e #METGala. Persino Vogue tweetta @DKNY sul suo sito durante la notte.

Donna Karan Installazione a Time Square
Installazione a Time Square

LE CAMPAGNE PUBBLICITARIE E I SOCIAL

DKNY utilizza numerose installazioni d’arte per pubblicizzarsi in diverse città: commissionò 10 artisti di diversa provenienza (New York, Londra, Parigi, Milano, Dubai, Kuwait City, Hong Kong, Shanghai, Seoul e Tokyo), ai quali viene richiesto di creare delle opere che rappresentassero, reinterpretandola, New York. DKNY lancia anche un’app in realtà aumentata (iOS e Android) che permette agli utenti di scattare foto di tali opere per poi vederle in un video contestualizzato.

Per coinvolgere ancora di più il suo pubblico, un’opera d’arte tridimensionale di 10×13 piedi viene portata a spasso per Londra, in tre destinazioni tutte da scoprire. Per raggiungere l’opera gli utenti devono cercare gli indizi su Twitter e Facebook.

Questa forte campagna pubblicitaria di branding ha sicuramente riscontri sulle vendite: DKNY presenta la collezione #dknyarts: tutto stampato, borse, sciarpe e altri oggetti.

Donna Karan Cara Delevingne per la collezione 2014
Cara Delevingne per la collezione 2014

Il 2014 vede Cara Delevingne come testimonial della capsule collection: per scegliere gli altri modelli che avrebbero posato con Cara a New York, viene bandito un concorso su Instagram. A sole 12 ore dall’annuncio del contest, gli hashtag dedicati erano più di 23.000.

DKNY celebra il suo 25° anniversario riproponendo, rivisitati, alcuni dei più grandi successi del brand, come l’abito scollato sulla schiena reso tanto famoso da Carrie Bradshaw. DKNY viene lanciata sul mercato mediorientale da una capsule collection, proprio nel periodo del Ramadan. Collaborando con celebrità molto famose, DKNY riesce rendere il suo pubblico sempre più ampio.

LVMH vende DKNY

LVMH accetta di vendere Donna Karan International al G-III Apparel Group per 650 milioni di dollari. A giugno 2015 Donna Karan lascia il brand, seguita da Aliza Licht, che abbandona DKNY PR. Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne vengono nominati direttori creativi di DKNY, mentre Hector Muelas diventa Chief Image Office di Donna Karan International. Oltre a questi enormi cambiamenti, viene anche ridisegnato il logo: presentato nella primavera 2016, il font Franklin Gothic sostituisce il carattere blocky.

Donna Karan I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne
I direttori creativi Dao Yi Chow e Maxwell Osborne

Chow e Osborne mantengono l‘identità del brand e il suo essere marchio maturo di abbigliamento femminile. Decidono anche che il 40% del budget totale investito per i media sarebbe stato rivolto solo ed esclusivamente al digitale, passo significativo per un brand che, nel 2015, aveva investito nel digitale solo il 5%.

La società partecipa alla serie NEW INC, parte del progetto New Women’s, in collaborazione con il New Museum, che fornisce supporto alle artiste donne. Inoltre, viene presentato il progetto Experiential Bus Tour in occasione del lancio del profumo #BeTempted: il tour promozionale attraversa il Regno Unito regalando un’esperienza fotografica personalizzata a bordo.

Situazione attuale

Donna Karan Campagna pubblicitaria DKNY 2017
Campagna pubblicitaria DKNY 2017

Nel 2017 Bella Hadid diventa musa della nuova campagna DKNY. Un nuovo accordo di partnership viene concluso con la Divisione Black & White di Farfetch; DKNY continua a volere una partecipazione e connessione su più livelli con il suo pubblico. I direttori creativi, Dao-Yi Chow e Maxwell Osborne, hanno lasciato la società a gennaio, così come all’amministratore delegato DKI Caroline Brown.

DKNY sta rilanciando il suo sito per aumentare l’utilizzo dell’e-commerce, sfruttando la tecnologia Farfetch: navigazione intuitiva, messaggistica personalizzata, liste dei desideri, home page localizzata e piattaforma mobile di grande reattività offrono un’esperienza completa e facile, spedizioni in giornata a New York, Londra, Las Vegas, Los Angeles e Manchester.

Adrover

Dal 1991 vive e lavora a New York. Nasce nel 1965 nel villaggio di Calonge nell’isola di Majorca da una famiglia di agricoltori. Appena dodicenne lascia la scuola per lavorare nell’azienda dei genitori. Prima di approdare negli Stati Uniti trascorre un periodo a Londra dove subisce le influenze del punk rock e del nuovo romanticismo. Pur essendo un autodidatta, la sua prima linea di abiti Dugg, lanciata nel ’95 attira l’attenzione del mondo della moda newyorchese per il carattere innovativo e l’uso del colore. Nello stesso anno in società con Douglas Hobbs inaugura nell’East Village di Manhattan il negozio Horn, destinato a diventare in breve tempo un punto di riferimento per artisti e stilisti d’avanguardia come Alexander McQueen, Bernadette Corporation e Bless. Lo stile "urbano" coniato da Adrover si rivolge al cittadino di New York interpretandone il carattere indipendente e spiritoso. Famosa è rimasta la sua decostruzione della giacca Burberry. Nella primavera del ’99, Adrover propone la sua visione della donna metropolitana nello show Midtown ricevendo i complimenti di Anna Wintor, direttrice di Vogue America, e di Cathy Horn giornalista del New York Times. Tre collezioni bastano a fargli vincere nel 2000 i premi CFDA Perry Ellis e Vogue Fashion come miglior designer d’avanguardia. 

Andrè

È nata a Bangui, nell’Africa Equatoriale Francese, da una famiglia di minatori. Da adolescente sognava di diventare fotografa di moda e si recò a Londra, in seguito, sbarcata a Parigi, iniziò a frequentare la Scuola di moda e nel 1970 succedette a Marc Bohan in qualità di assistente presso la Maison Dior. Nel 1981 incontrò Stevan Dohar, un architetto ungherese che con l’aiuto finanziario di alcuni amici decise di lanciare la Adeline André.

Nello stesso anno la stilista brevettò la stampa del suo primo "Three-sleeve-hole garment", un capo così innovativo da meritarsi un posto nei musei della moda di Parigi, New York e Lisbona. I suoi capi per uomo e per donna, in tessuti morbidi e dalle linee fluide oggi vengono prodotti esclusivamente per la sua clientela privata e presentati durante manifestazioni su invito presso gallerie o atelier a Parigi, Londra e New York.

Amadeus

Collezione uomo-donna di abbigliamento per il tempo libero, che rielabora in chiave contemporanea e di lusso elementi della tradizione austriaca. Nata nel 1987, la linea è prodotta dalla Schneiders, azienda austriaca nata nel 1946 con stabilimenti a Salisburgo e a Seitenstetten. Dal ’99 è operativa a New York una filiale americana.

Abboud

Stilista di origine libanese. Vive e lavora a New York. Pur avendo alle spalle un percorso insolito (studi di letteratura all’Università del Massachusetts e alla Sorbona), si è conquistato uno spazio considerevole alla ribalta dell’american style. Disegna anche per la donna e crea tessuti per l’alta moda. Abbina lo stile casual americano ai colori e tessuti del suo paese.

È soprattutto dai tappeti kilim, di cui è un collezionista, che ha sempre tratto ispirazione per le sue collezioni, anche quando ha disegnato per altre griffe, come Louis di Boston. Diventa un designer affermato collaborando con Lauren che decide di lasciare, nell’86, per mettersi in proprio. Il successo è immediato. In seguito s’impegna nella linea donna, nel guardaroba sportivo, negli accessori, nelle scarpe, profumi e mobili. Le sue collezioni maschili sono state presentate in Europa per la prima volta nel 1990.

2000, giugno. Il marchio passa di mano. Per una cifra pari a 65 milioni di dollari la Gft Net, il ramo manifatturiero della italiana Hdp, diventa unica proprietaria dei ranges e delle licenze Abboud.

2002, maggio. Positivi i risultati del brand nel primo trimestre dell’anno: a fronte di risultati contrastanti ottenuti dagli altri marchi Hdp, Abboud fa registrare un incremento del 3 per cento.

2002, settembre. Abboud rimane l’ultimo marchio di moda in possesso di Hdp, dopo il completamento della vendita di Valentino, Sahzà, Revedi e Facis. L’anno si chiude con ricavi da 80 milioni di euro e un risultato operativo di 10,5 milioni di euro.

Esce il libro Thread scritto dallo stilista, che è anche designer ufficiale per alcuni network televisivi, per NbcOlympics, Cbs’s March Madness e Nfl Today.

2009. Oggi la manifattura che produce i suoi capi è la più grande del Massachusetts e le etichette riportano orgogliosamente la dicitura Made in America. In seguito alla morte per cancro al seno della madre e della sorella, è diventato un attivo sostenitore di iniziative umanitarie di cura e sostegno alle persone affette da questo male. Per la sua attività (ben 2 milioni e 600 mila dollari raccolti) ha ricevuto il premio "Men of the Cure" dalla rivista GQ e dalla General Motors Corporation.

Barney’s

Grande magazzino di prêt-à-porter a New York. Viene fondato da Barney Pressman che, per affittare il negozio e procurarsi le prime poche merci, impegna l’anello di fidanzamento della moglie. In pochi anni il grande magazzino newyorkese diventa leader del prêt-à-porter maschile, aprendo, nel 1968, le sue insegne alle creazioni europee. Nel ’76 viene inaugurato un reparto femminile che, nell’arco di un decennio, porta all’inaugurazione di una nuova sede. All’inizio degli anni ’90, una joint venture con la finanziaria giapponese Isetan consente di aprire filiali negli Stati Uniti e in Giappone.

Adri

Nome d’arte per Adrienne Steckling, nata negli Stati Uniti, ha studiato prima all’Università di Washington, per poi iscriversi, a New York, alla Parson’s School of Design. I primi passi professionali li fa nella ditta all’ingrosso di B.H. Wragge e poi alla Fogarty. È nel 1972, però, che comincia a produrre una linea di abiti e accessori in proprio, puntando sulla funzionalità. L’idea di fondo era quella di riuscire a combinare i vari capi tra di loro, secondo schemi molto rigidi.

ANNA SUI

Indice

  1. Le origini e i primi anni di carriera
  2. Il successo e le sue linee 
  3. La clientela di star e collaborazioni
  4. Le esposizioni su Anna Sui
  5. Il corto e le apparizioni televisive

LE ORIGINI E I PRIMI ANNI DI CARRIERA

Anna Sui Gordon Stevenson e Steven Meisel

Anna Sui nasce a Detroit il 4 agosto 1952 da genitori cinesi. Già in tenera età capisce di voler diventare una stilista di moda, perciò si trasferisce a New York e si iscrive alla Parson The New School for Design. Inizia a ideare collezioni sportive e cura lo styling dei servizi fotografici di Steven Meisel. Sarà lui ad incoraggiarla a far sfilare i suoi capi in passerella alla New York Fashion Week del 1991: per lei sfilano gratuitamente le amiche Naomi Campbell, Linda Evangelista e Christy Turlington. È fortemente influenzata dalla scena punk newyorkese e si concentra su questo stile. Agli inizi degli anni ’90, le sue antenne, anticipando quasi tutti, captano dalla strada lo stile grunge.

Anna Sui e Steven Meisel

La prima boutique apre a Soho nel 1992 e si fa notare per i mobili d’antiquariato neri e i muri viola, dipinti da Anna stessa. La stilista vende jeans e profumi Anna Sui come Sui Dreams, Flight of Fancy e Romantica. Inoltre, lancia tendenze come lo stile floreale anni Quaranta e le stampe fumettistiche. Dal 1997 in poi si fa conoscere in tutto il mondo con la serie di profumi Dolly Girl.

Anna Sui Boutique

Sulla passerella delle sfilate ’99 a New York, ha presentato modelli in bianco e nero e patchwork e ponchos ispirati alle canzoni di Bob Dylan.

Linda Evangelista, Naomi Campbell e Christy Turlington

IL SUCCESSO E LE SUE LINEE

Backstage della sfilata SS 2014

Il New York Times arriva a nominarla nella lista delle maggiori icone della moda. Nel 2007 ha lanciato una linea di abbigliamento per adolescenti chiamata Dolly Girl by Anna Sui e nel 2009 una per bambine chiamata Anna Sui Mini. Alla creazione di abbigliamento, la stilista ha anche affiancato la produzione di scarpe e di profumi. Nel 2008 è stata una della maggiori sostenitrici della campagna Save the Garment Center, per preservare il distretto della moda di Manhattan. Ha due show-room, uno a New York e l’altro a Los Angeles.

LA CLIENTELA DI STAR E LE COLLABORAZIONI

Fra le clienti più famose di Anna Sui si possono citare Paris Hilton, Patricia Arquette, Mischa Barton, Christina Ricci, Cher, Naomi Campbell, Sofia Coppola – per cui ha disegnato i vestiti per il film Lost in Translation – Lindsay Lohan, Hilary Duff, Marija Šarapova, Nicole Richie, Liv Tyler, Courtney Love, e James Iha.

Ha inoltre disegnato i costumi presenti nell’anime giapponese Il conte di Monte Cristo, ed alcune linee di cellulari della Samsung nel 2005. Nel 2006 esce una sua versione della Barbie per la Mattel. Ha una vera e propria devozione per le proprie bambole: così prende piede l’estro di Anna Sui che fin da bambina veste e riveste le proprie bambole arrivando ad organizzare immaginari Premi Oscar tra le pareti colorate della propria stanza da quando era bambina.

LE ESPOSIZIONI SU ANNA SUI

Tributo ad Anna Sui

La stilista americana nel 2017 viene celebrata al Fashion and Textile Museum di Londra da “The World of Anna Sui”, una mostra che ne ripercorre la parabola dal debutto al successo, con più di 100 look e molto materiale della sua produzione.

Il Victoria and Albert Museum di Londra, per l’edizione Fashion in Motion, ospita una piccola sfilata della stilista. Le precedenti edizioni avevano visto protagonisti Alexander McQueen, Vivienne Tam, Christian Lacroix e Philip Treacy. Due abiti della stilista orientale, risalenti alla sua collezione primaverile del 1997, trovano posto nella mostra Men in skirts sempre al Victoria and Albert Museum.

“The World of Anna Sui” al Fashion and Textile Museum di Londra

IL CORTO E LE APPARIZIONI TELEVISIVE

Realizza un cortometraggio durante una sua festa privata: il materiale diretto da Zoe Cassavettes con la collaborazione di Noah Bogen viene poi utilizzato come “sfondo” per la presentazione della successiva collezione invernale. Il film evoca lo spirito del periodo pop dei festini di Andy Warhol. Tra gli attori-ospiti, c’erano Vincent Gallo, James Iha, Maggie Rizer, Duncan Sheik, Carmen Cass, Rufus Wainright, Verushka, Marc Jacobs, Karen Elson e George Condo.

Appare  in America’s Next Top Model e Project Runway, talent show americani, ma anche in documentari come Diana Vreeland: The Eye Has to Travel e Make It in America: Empowering Global Fashion.

TOM FORD

Indice:

  1. Gli esordi: dal Texas a New York
  2. Il grande salto: l’uomo che salvò Gucci
  3. Tom Ford International
  4. La prima linea femminile
  5. La moda uomo
  6. Il cinema: un futuro da film
  7. La ricerca della perfezione

GLI ESORDI: DAL TEXAS A NEW YORK

Tom Ford by Terry Richardson

Thomas Carlyle Ford, meglio conosciuto come Tom Ford, nasce a Austin, Texas, il 27 agosto 1961. Figlio di due agenti immobiliari, trascorre l’infanzia tra Houston e Santa Fe. Si trasferisce a New York a 17 anni, nella Grande Mela frequenta lo Studio 54, dove conosce e frequenta Andy Warhol. Gli eccessi della vita mondana lo distraggono dagli studi, portandolo, nel 1980, a trasferirsi a Los Angeles, dove intraprende  la carriera di attore, cercando di affermarsi negli spot televisivi. Dopo due anni torno a New York per studiare architettura alla Parsons School of Design.

Un’esperienza di stage a Parigi, nell’ufficio stampa di Chloé, lo convince a cambiare indirizzo di studi e iniziare l’esperienza nel mondo della moda. Inizia una collaborazione con Cathy Hardwick, per poi nel 1988 assumere la direzione del design di Perry Ellis sotto la supervisione di un altro futuro gigante della moda, Marc Jacobs.

Tom Ford

IL GRANDE SALTO: L’UOMO CHE SALVÒ GUCCI

Tom Ford nel backstage della sfilata Gucci

Nel 1990 Tom Ford si trasferisce a Milano e fa il suo ingresso come responsabile dell’abbigliamento della linea ready to wear donna, nella maison Gucci, allora in forti difficoltà finanziarie. Il successo è immediato: la storica griffe, che soffriva di un’immagine troppo legata al passato, viene completamente rinnovata e conquista, sin dalla prima sfilata. Nel 1992 assume la carica di direttore del design e nel 1994, quando Gucci viene rilevata dal fondo del Bahrain Investcorp, ne diventa il direttore creativo di tutte le linee di prodotto Gucci. Lo stilista vive e lavora fra Londra, Parigi, Firenze e Milano ed è attualmente alla testa di un gruppo di designer provenienti da varie parti del mondo.

A questi ruoli si affianca successivamente anche quello di chief designer di Yves Saint Laurent e di YSL Beauté. Insieme al CEO Domenico De Sole, Tom Ford rinnova e rilancia l’immagine di Gucci, traghettandola nel gotha del fashion, con uno stile sensuale e lussuoso, tra pollice dai colori pop, abiti cut-out total white, ricami preziosi, stivali in pitone, decolleté con morsetto e rivisitazione della storica Jackie O Bag.

A veicolare il nuovo corso della griffe sono anche le campagne internazionali studiate dallo stilista texano e scattate dai celeberrimi fotografi Richard Avedon, Helmut Newton, Mario Testino Herb Ritts. In dieci anni il giro di affari della maison fiorentina passa da 230 milioni a 3 miliardi di dollari. Nel 2004, quando la conglomerata francese Ppr (oggi gruppo Kering) rileva Gucci, il duo Ford-De Sole lascia l’azienda e fonda il marchio  Tom Ford.

ADV Gucci 2003 by Mario Testino

TOM FORD INTERNATIONAL

Dopo il debutto nell’eyewear in partnership con il Gruppo Marcolin, lo stilista sigla un accordo con Estée Lauder per la prima fragranza Tom Ford Black Orchi. Con un comunicato stampa nel febbraio 2006 Ford annuncia il sodalizio con il Gruppo Ermenegildo Zegna per produrre – in piccole fabbriche artigianali tra Padova, Biella e Novara – e distribuire le linee uomo di prêt-à-porter, alta sartoria, accessori e calzature. Nell’aprile del 2007, con l’apertura del primo flagship store a New York, bene lanciata la prima collezione uomo, all’insegna del rigore classico, ricercato nei tagli e nei materiali. La tradizione dell’alta sartoria italiana e il genio di Tom Ford creano un uomo la cui filosofia è in perfetto equilibrio tra il rigore classico e il gioco del costante reinventare, dove le regole dello stile vengono ristabilite.

Tom Ford’s campaign 2011

LA PRIMA LINEA FEMMINILE

La prima, attesissima, linea femminile firmata Tom Ford viene presentata a selezionati buyer e fashion editor nel 2010. La donna Tom Ford è affascinante e decisamente sexy. Le sue collezioni sono una celebrazione dello stile individuale e delle “donne vere”: Ford crea collezioni che, guidate da una coerenza e una consistenza stilistica, sono destinate a sopravvivere allo scorrere del tempo. A ispirare i suoi look sono donne bellissime come Lauren Hutton, Julianne Moore e Bianca Jagger, ma la sua musa per eccellenza la New York degli anni ’70. Terry Richardson è l’interprete migliore dell’immagine Ford, è il suo fotografo di fiducia, con cui collabora per tantissimi progetti e campagne pubblicitarie, che molto spesso sfidano la censura per le pose dai forti accenni sessuali, Ford è l’arbitro assoluto del suo successo e il suo senso dello stile è riconosciuto come impeccabile.

Tom Ford For Men by Terry Richardson

LA MODA UOMO

La sua moda uomo, invece, è come lui, classica e iperlussuosa, che non ha bisogno di strafare per ostentare sicurezza. Tom riesce a creare un’immagine maschie, cucita su sé stesso, in cui tutti vorrebbero riconoscersi. Al finale delle sfilate si presenta sulla passerella Gucci vestito di tuxedo classico e un bicchiere di whisky in mano, è il James Bon della moda, il golden man che tutti gli uomini vorrebbero essere.

Tom Ford sembra uno di quei geni del Rinascimento che aggiungevano titoli su titoli come Leonardo da Vinci, lo stilista americano è anche, infatti, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, attore e all’occorrenza anche fotografo e modello (di sé stesso). Un brand più che un uomo, che ha deciso di espandere i suoi orizzonti conquistando anche il cinema. Ha raggiunto la fama mondiale negli anni ’90, con il rilancio di Gucci e  YSL, per poi mettersi alla guida del suo impero. È il sex symbol di tutte le donne e uomini, icona gay e self made man.

Lo stilista texano è tornato alla ribalta con una sfilata di moda uomo e donna durante la New York Fashion Week A/W 2018-2019, facendo parlare molto di sè. Molti i premi e i riconoscimenti conferitigli nel corso della sua carriera: nel 1997 è tra le 50 persone più belle secondo la rivista People, nel 2000 vince il Vogue Award come Migliore Designer Internazionale, e cinque riconoscimenti del Council of Fashion Designers of America (1996, 2001, 2002, 2004, 2008). Una nomination e un Queer Lion Award– come miglior film a tematica LGBT- al Festival del Cinema di Venezia anche per il suo A Single Man.

Tom Ford’s campaign 2016 by Nick Knight

IL CINEMA: UN FUTURO DA FILM

Il primo avvicinamento al cinema di Tom Ford non è da regista, ma bensì come attore. Nel film Zoolander di Ben Stiller, Tom interpreta sé stesso. Nel 2008, con la casa di produzione Fade to Black, si lancia davvero nel cinema con il suo primo film, A single man, tratto dal romanzo di Christopher Isherwood e interpretato da Colin Firth. La pellicola riceve un’ottima accoglienza alla 66esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, aggiudicandosi il  Queer Lion Award e la Coppa Volpi per miglior attore protagonista.

Nel 2016, sempre a Venezia, presenta il suo secondo lungometraggio, Animali notturni, vincendo il Gran Premio della Giuria e ricevendo le sue prime candidature ai Golden Globes come miglior sceneggiatore e miglior regista. Anche questa seconda pellicola è tratta da un libro, Tony e Susan di Austin Wright.

I suoi film colpiscono per l’eleganza, come c’era da aspettarsi da uno come lui, ma non sono semplicemente decorativi, sono storie forti, ben interpretate da grandi attori come Julianne Moore per A single man, grande amica di Ford, e Jake Gyllenhaal, Amy Adams e Micheal Shannon in Animali notturni. Aaron Taylor-Johnson vince il Golden Globe nel 2017 come miglior attore non protagonista per il secondo film.

LA RICERCA DELLA PERFEZIONE

Nei numerosi incontri con la stampa, Tom Ford non ha mai nascosto la sua maniacalità per i dettagli, egli si ritiene un perfezionista, fino al punto da uscirne pazzo, ha una personalità ossessiva, ma nella ricerca della perfezione ha sicuramente un risvolto assai positivo. Tra le curiosità che lo riguardano anche la dipendenza dal botox, con il quale giura di aver chiuso dalla nascita di suo figlio. Ha l’abitudine di girare nudo per casa quando è da solo, ma vestirsi bene per lui è un segno di educazione, infatti il compito dello stilista è quello di aiutare donne e uomini a diventare la migliore versione di sé.

Diversi i colleghi di cui ha apprezzato il lavoro, a partire da Karl Lagerfeld e Alexander McQueen, lo stilista inglese scomparso nel 2010. Proprio alla notizia della morte di McQueen, Tom Ford aveva dichiarato: “Alcuni fashion designer sono degli artisti. Alexander McQueen era un artista. Le sue creazioni ti lasciavano senza fiato, erano spettacolari, con una storia da raccontare. Quello che faccio io invece, e l’ho sempre detto, è design commerciale”. Sarà anche multi-talentuoso come un uomo del Rinascimento, ma Tom Ford è anche molto onesto.

LONGCHAMP

Indice:

  1. Le origini e la famiglia
  2. Le collaborazioni
  3. Tra heritage e modernità 
  4. La nuova direttrice creativa
  5. Il debutto in passerella

LE ORIGINI E LA FAMIGLIA

L’azienda Longchamp viene fondata nel 1948, a Parigi, dopo la guerra, da Jean Cassegrain. Inizialmente è una piccola bottega di tabacco che produceva accessori in pelle per i suoi affezionati clienti, dalle pipe rivestite ai porta carte. Ogni pezzo racchiude in sé l’essenza della famiglia, se prima era il nonno ora ci sono i nipoti, alla terza generazione, a scrivere un nuovo capitolo, felici di non aver mai aperto le porte alla grande finanza e occuparsi di una produzione di borse e abbigliamento ready to wear, che loro preferiscono definire lusso ottimistico, piuttosto che accessibile.

Dalla produzione di tabacco nel buoulevard Poissonièere alla prima boutique monomarca nel prestigioso quartiere di Rue Saint Honoré. È il 1955, inizia la produzione di portafogli e portamonete da uomo, contraddistinti dal logo del cavallo galoppante con tanto di fantino in sella.  Negli anni ’60 arrivano i primi articoli dedicati ai viaggiatori, quindi bagagli in cuoio, arricchiti dal pratico e utile nylon.

Nei primi anni ’70 viene introdotta la prima borsa da donna, per poi cancellare definitivamente i prodotti per fumatori e aprire il prestigioso monomarca nel 1982.

Oltre all’introduzione di un materiale povero all’apparenza come il nylon, sicuramente la mossa vincente è stata quella di passare ad una produzione di pelletteria specializzata, a volte troppo austera, all’aggiunta di componenti glamour con palette di colori quasi infinite, variazioni e combinazioni di modelli, ma soprattutto l’aver reso iconico il design di alcune borse che ne tempo sono entrate nell’immaginario collettivo dello stile bon ton e metropolitano. Accessori adatti a vivere il quotidiano a prezzi decisamente competitivi.

LE COLLABORAZIONI

Kate Moss per Longchamp

Il marchio non si posiziona certo nella fascia del lusso esclusivo, ma la lavorazione che impiega nei suoi articoli non è da meno. Pian piano si introduce anche nel jet set internazionale, aprendo diversi flag store. Le campagne pubblicitarie hanno volti noti, le collaborazioni sono diverse, troviamo quelle con Kate Moss, che disegna per il marchio la Gloucester, e la capsule disegnata da Jeremy Scott, designer di Moschino, con stampe pop.

La capsule collection firmata Jeremy Scott

Tante sono le star a fianco del brand, da Valeria Golino a Laura Chiatti, presenti all’inaugurazione della boutique di Roma nel luglio 2014, a Lily Cole, Mick Jagger e la figlia nonché modella Giorgia May per l’apertura del flagship store di Regent Street a Londra, fino ad arrivare ai fotografi che hanno siglato le campagne come Mario Sorrenti, Mert&Marcus e Peter Lindbergh, che per la primavera 2016 ha messo in posa davanti al suo obbiettivo Alexa Chung.

Campagna pubblicitaria di Peter Lindbergh con Alexa Chung

TRA HERITAGE E MODERNITÀ

Flagship store 5th Avenue New York

Oltre alla Gloucester che forse non eccelle nel design poiché abbastanza semplice e sobria, foderata all’interno con una stampa zebrata, ci sono delle vere e proprie icone come la Pliage, riconoscibile dalla patta col bottone a pressione, disponibile in cuoio o tessuto tecnico e ben dodici varianti colore. Nel tempo si è guadagnata un posto di tutto rilievo, considerato anche il fatto che ne risultano venduti milioni di modelli. Progettata per la prima volta nel 1993, è pratica e maneggevole in quanto pieghevole, la sua forma a sacco le permette di contenere una quantità di cose che lascerebbe sbalordita anche Mary Poppins ed è pure leggerissima. Oggi tramite l’e-commerce o direttamente in boutique, è possibile richiede un servizio di personalizzazione per scegliere nel dettaglio colore, dimensioni e rivestimenti dalle stampe eccentriche.

Insieme a lei ci sono le best seller Gatsby, un vero omaggio al glamour letterario americano dallo stile androgino e forma quadrata che le conferiscono un fascino elegante ma casual allo stesso tempo. La Balzane, dove la sua forma a sella equestre fa sì che rappresenti al meglio tutta la filosofia del brand e della storica importanza del mondo della selleria. Poi c’è la Roseau, una delle prime nate, che infatti celebra il ventesimo compleanno: si divide in due linee, la Heritage e la Box. La prima è più sofisticata con dettagli in bambù , la seconda è più moderna, in pelle di vitello verniciata lucida in modo da conferire brillantezza al colore. Infine c’è l’ultima nata, la it-bag che dal 2007 ha subito conquistato il posto tra le più vendute: si tratta della Légende, una overnight bag che prende spunto dalle antiche borse da dottore.

LA NUOVA DIRETTRICE CREATIVA

Sophie Delafontaine

Altro momento clou è rappresentato dal 2006, anno in cui viene nominata direttore creativo Sophie Delafontaine, nipote di Jean Cassegrain, fondatore del brand, e figlia di suo fratello. Da qui si comincia a puntare anche all’espansione tramite una linea di abbigliamento pronta all’uso, che inserisce tutti i tratti iconici del marchio come i materiali derivanti sempre dalla pelle o da alcuni dettagli come i rivetti regolabili. La filosofia stavolta è basata sull’abito come accessorio della borsa e non viceversa. Tratti che tutt’oggi accompagnano le collezioni, come per esempio la A/W 2015/16, decisamente sportiva con bomber, sneakers e abiti; la linea punta ad esaltare la vita o le spalle, tutto secondo un mood pulito ed essenziale, a volte il look sembra ispirarsi al mondo dei biker. Per la S/S 2016 invece gli abiti si fanno morbidi, leggeri e la palette pastello rende il tutto quasi aulico, fresco e giovanile.

Il mondo Longchamp non poteva escludere le proposte dedicate all’uomo, anche perché le prime creazioni erano proprio dedicate a lui. Oggi il marchio mette a punto una collezione di backpack in pelle di diverse dimensioni con look decisamente sportivi. Ci sono poi le cartelle business, sempre adatte per chi si porta il lavoro a casa. Si può anche optare per le sempreverdi porta documenti dal dettaglio bicolor o dalla lavorazione effetto vintage, per passare infine alle più classiche borse da viaggio con la tracolla.

IL DEBUTTO IN PASSERELLA

Sfilata Longchamp New York 2018

Dall’autunno 2015, la casa presenta la propria collezione di moda ai buyer interni, e solo successivamente alla stampa. Nessuna di queste mini-presentazioni è stata inserita nel calendario ufficiale della “Fédération de la Haute Couture et de la Mode”, organo di governo della moda francese.

Longchamp debutta per la prima volta alla New York Fashion Week 2018 con una sfilata all’insegna del simbolismo, a cominciare dalla location. Per il suo 70esimo anniversario, il marchio francese ha scelto il World Trade Center strizzando l’occhio alla Statua della Libertà. Il brand ha mandato in passerella una collezione S/S 2019 inneggiando appunto alla libertà oltre che alla femminilità. Motivo ricorrente le frange, simbolo di energia. Longchamp ha scelto New York anche per un altro debutto, quello del direttore creativo Sophie Delafontaine, con il marchio nel suo Dna, essendo cresciuta a boulevard Poissonnière a Parigi dove, nel 1948, suo nonno fondò l’azienda. In prima fila alla sfilata Kendall Jenner, volto Longchamp per la campagna d’autunno. Nel video dell’anniversario, girato per le splendide strade di Parigi, Kendall fluttua, alla ricerca di qualcosa, tra gli edifici della capitale francese e in alternanza alla sua corsa compaiono ‘frame’ di un cavallo al galoppo.

Kendal Jenner per il video di Longchamp

La musa di questa collezione è una affascinante gallerista di successo di Saint Germain Des Prés. E il suo guardaroba, infatti, pullula di stampe multicolor degne di una mostra d’arte da stemperare con pezzi in tinta unita. Il mood è inevitabilmente chic e raggiunge quel perfetto equilibrio tra eccentricità ed eleganza understated. Grazie a soprabiti di suede e pelle, abiti stampati dal fascino geometrico, capi in denim sartoriale e delicati dresses di seta e organza in tinte pastello.

Kendal Jenner nella campagna pubblicitaria di Longchamp