CHIURI MARIA GRAZIA

origini

Ritratto della stilista Maria Grazia Chiuri
La stilista Maria Grazia Chiuri

Maria Grazia Chiuri, stilista italiana di fama internazionale, nasce a Roma nel 1964. La madre, di origini pugliesi, possiede una sartoria dove Maria Grazia, ancora giovanissima, entra in contatto con il mondo della moda che diventa ben presto una passione. Nonostante le perplessità della famiglia, studia moda all’Istituto Europeo di Design e si avvia ad una carriera da stilista. Le origini romane sono per la Chiuri un punto fermo nella sua creatività: “Roma è una città privilegiata, dove abbiamo l’opportunità di vedere tanto, se solo si volesse. Questa città offre molto ai giovani che sanno vedere, non solo in termini di antichità ma anche di contemporaneità” . 

gli albori della carriera

La stilista Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli
Maria Grazia Chiuri con Anna Fendi e Pierpaolo Piccioli

Dopo la laurea Maria Grazia resta nella capitale e, nel nel 1989, viene assunta da Fendi  per occuparsi della linea accessori. Questo periodo risulta fondamentale per la formazione della stilista che inizia a sperimentare nuovi stili e materiali:”Roma è stata fondamentale nella mia formazione. Ho avuto una palestra meravigliosa con le sorelle Fendi, tutte donne”.

La stilista Maria Grazia Chiuri con l'amico e collega Pierpaolo Piccioli
La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli

Nel 1990 inizia l’amicizia tra Maria Grazia e Pierpaolo Piccioli che porterà ad una fruttuosa collborazione lavorativa durata 26 anni.  In  un’intervista a D La Repubblica Piccioli racconta il loro primo incontro. La Chiuri lo va a prendere in stazione a Roma al posto di un amico, tiene in mano un cartello con il suo nome per farsi riconoscere: “Lei indossava un paio di jeans e una T-shirt bianca“, e Pier Paolo subito sente “una sorta di connessione, un sesto senso invisibile, con lei“.  Da Fendi i due lavorano per la prima volta fianco a fianco.

l’esperienza da valentino

La stilista Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani
Maria Grazia Chiuri con Pierpaolo Piccioli e Valentino Garavani

Nel 1999 Maria Grazia riceve una proposta da Valentino Garavani in persona. Sempre affiancata da Piccioli, inizia ad occuparsi della linea di accessori della casa di moda e, successivamente, le viene affidata anche la linea “Red Valentino”. I due, nel 2008, diventano co-direttori creativi del marchio portandolo, nel 2015, a superare il miliardo di euro di fatturato.

Un modello di borsa azzurra dalla Collezione Rockstud di Valentino creata da Maria Grazia Chiuri
Un modello di borsa dalla Collezione Rockstud di Valentino

Chiuri e Piccioli portano una ventata di novità al brand. Di grande successo è la linea Rockstud dove gli accessori vengono impreziositi da piccole borchie, in un incontro tra classico e moderno. Maria Grazia ricorda l’esperienza da Valentino come estremamente formativa a livello umano e professionale: “Da Valentino, ho imparato la coerenza e la fermezza“, “Aveva cura di sé e della sua vita personale. Una regola fondamentale in un momento in cui il correre frenetico sembra legge“.

la nomina a dior

La stilista Maria Grazia Chiuri
Maria Grazia Chiuri è il creative director di Dior dal 2016

Nel 2016 Maria Grazia Chiuri pone fine a 17 anni di fruttuosa collaborazione con Valentino per inziare un nuovo capitolo della sua carriera a Dior. Nella storia della maison francese la Chiuri è la prima donna ad occupare la posizione di direttore artistico.

Dal 1957, anno delle morte di Christian Dior, nella casa francese si sono susseguiti diversi direttori creativi. Il giovane Yves Saint Laurent viene sostituito da Marc Bohan nel 1960, il quale cede a sua volta il passo a Gianfranco Ferrè alla fine degli anni ’80. Nel 1997 è la volta di John Galliano che rivoluziona lo stile del marchio francese e rimane fino al 2012 quando entra in scena Raf Simons che darà le sue dimissioni dopo soli tre anni.

L’8 luglio 2016 la nomina di Maria Grazia Chiuri per la gestione artistica della linea donna di Dior viene definitivamente ufficilizzata. Bernard Arnault, proprietario del gruppo LVMH di cui fa parte anche la maison francese, commenta così l’evento: “Il talento di Maria Grazia Chiuri è immenso e riconosciuto a livello internazionale. Lei porterà con sé la sua visione elegante e moderna della donna, in perfetta armonia con i codici della Maison e l’eredità creativa di Monsieur Dior”.

maria grazia e le donne

La prima cosa che mi hanno detto quando sono arrivata da Dior è che si trattava di un’azienda femminile, ma cosa significa oggi parlare delle donne e chi ci può aiutare a parlare bene delle donne?“. Questa è la domanda che Maria Grazia si pone in un’intervista per Artwave nell’iniziare la sua avventura francese. Da subito, però, Chiuri accoglie la sfida di creare abiti che parlino direttamente alle donne: “Mi piacciono tutte – dichiara a l’Officiel – Amo la loro compagnia. Ho molte amiche. Mi piace passare del tempo con mia figlia, mia madre, mia nonna. (…) Ammiro le donne che in passato hanno lottato per fare ciò che amavano davvero. Le sento vicine. In questo momento sto leggendo la biografia – scritta da Giovanna Zapperi – di Carla Lonzi, una critica d’arte femminista molto importante in Italia negli anni sessanta e settanta.

Una modella sfila indossando la t-shirt "We should all be feminist" di Maria Grazia Chiuri
La t-shirt “We should all be feminist” in passerella

Nella sua prima sfilata per la collezione primavera/estate 2017, tra abiti romantici finemente decorati, ecco quindi comparire la maglia dall’iconica scritta “We should all be feminists“, “dovremmo tutti essere femministi”, che diventa subito il capo più condiviso su Instagram e Twitter. Questa semplice t-shirt, al prezzo di mercato di 550 euro e andata immediatamente sold out, diventa un caso mediatico molto discusso e le vale il titolo di “stilista attivista”. A questo proposito, sempre per  l’Officiel, la Chiuri dichiara: “Penso che quando si parla di donne tra donne sia impossibile lasciare il femminismo fuori dalla discussione. Femminismo significa pari opportunità. Significa parlare del corpo in maniera diversa. Anche la moda parla del corpo. Come tutte le donne del mondo voglio essere l’unica ad avere controllo sul mio corpo. Non ci trovo niente di strano“.

lo stile

Nel creare la sua “donna Dior” Maria Grazia combina elementi classici e moderni per abiti allo stesso tempo eleganti e grintosi. Attraverso i suoi capi Chiuri comunica un’idea di donna romantica che non rinuncia ad un’estrema femminilità, ma allo stesso tempo è attiva protagonista del mondo attuale. Per dar vita a questo connubio la stilista crea un mix di materiali e stili. Utilizza, da un lato, veli dai colori tenui, impreziositi da gemme e ricami onirici. Dall’altro, lato sdrammatizza e modernizza i look tramite tocchi sportivi dati da t-shirt, blazer, uso del denim e della pelle.

I riconoscimenti

Nel 2019 Maria Grazia, nella commozione, viene insignita del titolo di Cavaliere della Legion d’Onore, la più alta onorificenza della Repubblica francese. A consegnargliela, al termine della sfilata Haute Couture 2019, è Marlène Schiappa, segretaria di Stato francese per le pari opportunità. Alla stilista, il merito di aver dato prestigio alla moda francese e per essersi impegnata nel sociale con il suo manifesto femminista.

PIERPAOLO PICCIOLI

Indice:

  1. Le origini e il lavoro con Maria Grazia Chiuri
  2. Solista per Valentino 
  3. La metamorfosi di Valentino e le collaborazioni

LE ORIGINI E IL LAVORO CON MARIA GRAZIA CHIURI

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli

Pierpaolo Piccioli nasce a Nettuno nel 1968, dotato di un’innata inclinazione artistica, frequenta l’Istituto Europeo di Design di Roma, pensava di fare il regista ma poi comprende che con la moda e gli abiti si possono raccontare un sacco di storie.

Diventa nel 2008 il direttore creativo di tutte le linee della Maison Valentino, insieme alla collega Maria Grazia Chiuri, con cui inizia a collaborare dal 1999 dalla casa romana di moda Fendi. I due stilisti per dieci anni lavorano a stretto contatto con Valentino Garavani, contribuendo al successo del marchio, e attualizzando e modernizzando la parte degli accessori. Debuttano con la prima Haute Couture a Parigi, dimostrando di aver interpretato perfettamente il mondo già formato di Valentino. I due designer viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, l’intento è quello di rappresentare una femminilità fuori dai canoni, sintetizzando nell’abito la sua natura effimera, ma la capacità di rimanere nella storia per la sua unicità.

Maria Grazia Chiuri e Pierpaolo Piccioli con Valentino

SOLISTA PER VALENTINO

SS 2017 Valentino

Nel 2016 la sua partner Maria Grazia Chiuri lascia Valentino e lui prosegue da solo la direzione della griffe.

Ogni spettacolo è travolgente, emozionale, creativo e moderno. In tutti questi anni, Valentino ha stabilito un’estetica precisa, fatta di austerità e artigianato, accessori che completano abiti dalla linea dritta e romantica.  Il romanticismo infatti è la sua più forte inspirazione, per lui è un termine passionale, forte e non delicato e che trasmette un senso di fragilità, tutto il contrario, vuole sovvertire gli stereotipi legati al romanticismo e narrare in un altro modo la potenza femminile. In tutte le sue ultime haute couture ritroviamo questo filo conduttore, linee dritte, che cancellano il punto vita e la silhouette da bambola, archetipo dell’abito romantico, si basa tutto sulle asimmetrie sottolineate da nastri di sete, rouges, drappeggi, intarsi, ricami, jaquard. Anche i colori che utilizza richiamano i quadri rinascimentali, ancora una volta dimostra di essere bravissimo a gestire la tradizione e l’inconsueto.

FW 2018 Valentino by Pierpaolo Piccioli

L’A/I 2017-2018 riprende perfettamente questo concetto, portato ad un livello superiore, Piccioli ha lasciato tutti a bocca aperta presentando abiti che sono vere e proprie opere d’arte, ogni look riprendeva performance quasi teatrali, senza un vero e proprio filo conduttore, la perfezione e l’impostazione dell’alta moda prende spunto dalla sua memoria, dai suoi studi, dalla sua traduzione, senza avere un tema accomunante Piccioli prende spunto ovviamente dal Rinascimento ma inserisce dettagli appartenenti alla mitologia, al Settecento, ai costumi di diverse opere teatrali, ne è uscito un tributo alla bellezza romantica, che ha trovato l’espressione massima in quest’ultima collezione: volume, delicatezza, colore e preziosità.

Haute Couture SS 2018 Valentino

LA METAMORFOSI DI VALENTINO E LE COLLABORAZIONI

Valentino Haute Couture by Piccioli SS 2018

Poiché la moda è cambiamento e mai una costante, anche per la maison italiana è arrivato il momento di evolversi, di mutare. Piccioli sta proprio compiendo questa metamorfosi, spesso addentrandosi in territori nuovi e inconsueti. E così prendendo spunto dalla letteratura, dall’arte e dal cinema continua con la sua narrativa, e ci riporta in mondi da lui creati, dove elementi diversi si uniscono in creazioni armoniose, originali, che prendono spunto da capi iconici e dal passato, dove gli accessori rimangono l’asso nella manica per rendere unici i look presentati. Ci presenta dei quadri dipinti perfettamente, dove ogni dettaglio rende giustizia alla bellezza totale dell’opera che manda in scena, e i richiami storici sono molteplici, tutte le sue ispirazioni riunite in ogni passerella raccontano nuove storie, quelle che Pierpaolo Piccioli desiderava raccontare sui banchi dell’università.

Valentino ADV Resort 2018

 

Alla base, comunque, resa la maestria di un marchio che dimostra l’importanza dell’artigianalità e della qualità. Per la pre fall 2018 nasce una collaborazione inaspettata, ma sicuramente vincente, quella tra il marchio Moncler e la Maison Valentino.  Tecnicità e raffinatezza che si incontrano per dar vita a capi invernali unici. Moncler Ginius presenta con la capsule firmata Pierpaolo Piccioli dell’eleganti cappe di diversi colori e misure.

Ma Piccioli alla guida di Valentino non è nuovo a questo tipo di collaborazioni, già nel 2010 era nata una capsule collection tra Valentino e Gap, il marchio americano di casual wear. La collezione era un perfetto mix tra l’eleganza di Valentino e l’urban style di Gap, dedicata a donne che amano il minimalismo e il fascino senza tempo della maison italiana, ed è stata presentata presentata a Milano per l’inaugurazione del nuovo flagship store Gap, in edizione limitata.

FW 2018 Valentino per Moncler

I riconoscimenti

Pierpaolo Piccioli nel 2018 è stato insignito del titolo designer dell’anno ai Fashion Awards indetti dai BFC- British Fashion Council. Due anni dopo, nel 2020, i Council of Fashion Designer of America, sulla piattaforma online Runway360, annuncia il riconoscimento a Piccioli come Designer dell’Anno 2020. “Interpreto questo premio come un promemoria, per tutto il lavoro straordinario che ha fatto il mio team, tutto il supporto che ho ricevuto dalla mia famiglia e per l’enorme opportunità che la vita mi ha dato, facendo quello che amo come lavoro. A volte sogno ad occhi aperti cosa farei o potrei fare se non fossi uno stilista … alla fine sono esattamente dove voglio essere”, scrive lo stilista dal suo profilo Instagram.

Edwardian Style

Edwardian Style. Moda maschile lanciata dal re d’Inghilterra Edoardo VII all’inizio del ‘900, con completi molto eleganti, tagliati e cuciti dai sarti di…

Edwardian Style. Moda maschile lanciata dal re d’Inghilterra Edoardo VII all’inizio del ‘900, con completi molto eleganti, tagliati e cuciti dai sarti di Savile Road.

edwardian style
Re Edoardo VII

Lunghe giacche redingote, nere, strette e diritte, abbottonate alte con piccoli revers, gilet ricamati, camicie a collo duro e pantaloni a sigaretta con bande di seta sui lati. Fu riproposto come New Edwardian Style nel 1950: un’eleganza raffinata e aristocratica, di gusto romantico-rétro, che negli anni del primo dopoguerra rispecchia il desiderio di edonismo e di ritorno all’epoca felice dell’Inghilterra inizio secolo. Questa moda ebbe grande influenza sul movimento popolare dei teddy boys.

Ombelico

Ombelico. Nuova zona erogena, o supposta tale, venuta ad allinearsi con le altre del corpo femminile più consolidate e interpretate in ogni tempo.

La moda anni ‘80

Grazie alla moda dei tardi anni ’80, soprattutto, ma non solo, giovanile: la maglietta, la camicetta lasciano scoperto il punto vita, il pantalone e la gonna si fermano ben al disotto, liberando alla vista l’ombelico, con esiti più eleganti e circoscritti anche nell’abito da sera.

Ombelico in vista nella storia

Le fanciulle del mosaico nella villa romana di Piazza Armerina del IV secolo d.C. danzano indossando un costume antesignano del bikini e offrono un’immagine rara dell’ombelico in evidenza. Nelle sempre più frequenti letture antropologiche delle vicende della moda e del costume, si è collegato il nodo, che segna il distacco dal corpo materno e insieme ne ricorda l’imperitura, inconscia dipendenza, a un richiamo alla vita. E in India la particolare energia femminile (“shatti”), non a caso, si situa nell’ombelico, che appare così palpitante nelle danzatrici del ventre. In attesa che la cosmetica o la chirurgia estetica si occupino della sua bellezza, ci hanno pensato i gioiellieri proponendo di incastonarvi un diamante o un rubino.

ombelico
fanciulle del mosaico nella villa romana di Piazza Armerina del IV secolo d.C

La Donna

La Donna è una rivista italiana nata nel 1905 a Torino e trasferita, quindici anni dopo, a Roma: sulla capitale cominciavano a convergere iniziative e interessi della nascente borghesia italiana. Nelle sue pagine, ampi servizi di moda soprattutto francese, affiancati dai primi esempi di argomenti che diverranno naturali per i giornali femminili: la bellezza, l’arredamento, l’attualità e la cultura con particolare attenzione al mondo della donna. Una prospettiva culturale più ampia è anche resa possibile dalla costante collaborazione di grandi firme della letteratura, della critica e del giornalismo. Cessa le pubblicazioni nel ’68.

Moda

Moda
Moda

Moda, Mensile di moda e di “tutto quanto fa costume, spettacolo, cultura”, come recita il sottotitolo che è parte integrante della testata impostata da Flavio Lucchini nel 1983 e diretta fino ai primi anni ’90 da Vittorio Corona. Lo pubblicava la Nuova Eri, casa editrice della Rai. Grande scalpore crea l’uscita del nuovo mensile, promosso con tambureggiante battage pubblicitario, rivolto a un pubblico femminile giovane ed emancipato. Piace per l’innovativa veste grafica, l’uso dirompente della fotografia e la capacità di toccare i temi emergenti fra le nuove generazioni. Le fortune del giornale declinano alla fine degli anni ’80, soprattutto per problemi editoriali. Per qualche tempo, il mensile vivacchia in uno stato di crisi ideativa e di pubblico che condurrà a una lunga vertenza tra redattori ed editore. Nel ’93 la Nuova Eri cede la testata che, poco dopo, chiude.

Ford Models

Bottone

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”.Una seconda…

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”. Una seconda ipotesi rimanda, invece, al germanico “botan”, ricordando che nel quarto secolo i Germani usavano dischetti metallici per allacciare le vesti.

La storia del bottone

Per raccontare la storia del bottone non occorre, in ogni modo, risalire alla notte dei tempi; Anche se l’archeologia segnala ritrovamenti di bottoni preistorici, l’antichità classica non li conosceva. A trattenere il drappeggio di pepli, chitoni, tuniche, stole e toghe erano deputati cinture, spilloni, fermagli e fibule. Neppure le “lunulae”, piccole spille a forma di luna che, a scopo decorativo, venivano appuntate o cucite su vesti e anche su calzature come i calcei, erano veri e propri bottoni.

Bisogna compiere il giro di boa dell’anno Mille ed arrivare al XII-XIII secolo per trovare il progenitore del moderno “dischetto” (e non solo dischetto) che, introdotto in un occhiello, unisce le parti di un indumento. Forse furono i Crociati, tornati in patria, a diffondere le fogge turche, con allacciature dal mento alla vita e dal gomito alle nocche.

Francia

Certo è che l’impiego dei bottoni partì dalla Francia, dove, all’epoca di San Luigi, i “boutonniers” erano già organizzati in corporazioni, e che la verticale, slanciata, aderente silhouette gotica ne fu la prima responsabile. Insieme con questa moda, giunsero, nel 1200 anche in Italia; utilizzati in modo molto parsimonioso per calzare gli abiti, che – stranamente – venivano ancora indossati dalla scollatura, erano indispensabili per infilare le maniche, eleganti e strettissime. Dipinti e miniature documentano le esagerazioni, puramente esornative, di interminabili file di questi pomelli o “ma spilli” (così erano chiamati) che correvano dal polso fin sulla spalla e continuarono a essere nei secoli successivi: sempre più ricchi, fatti d’oro, d’argento, di perle, ambra e corallo, tanto da essere colpiti dalle leggi suntuarie, che limitavano gli eccessi del lusso; sempre più vari (ce n’erano anche a forma di minuscole pere, detti peroli); sempre più numerosi, sia per la donna sia per l’uomo.

Il bottone nel 1400 e Rinascimento

Nel 1400, sulle maniche, di solito staccate e provviste di spacchi e di lacci, se ne contavano addirittura da 20 a 50. Un canto siciliano dell’epoca testimonia come l’autore non trovasse migliore paragone per rivolgersi all’amata: “D’oru, d’argentu vu’ siti nu buttuni, / buttuni di ‘na manica infatata”. Esistevano anche bottoni più poveri, di osso, legno, corno, ottone, e verso il tardo XVI secolo, quelli di rame, ottone, ferro, peltro e stagno presero a guarnire le uniformi militari.

bottone
bottoni in rame

Il Rinascimento li volle sempre più sfarzosi, incrostati di pietre preziose ed eseguiti su ordinazione. I fabbricanti godettero della protezione dei regnanti e scoprirono, via via, nuove tecniche per renderli straordinari. Nella regione di Limoges nacquero quelli smaltati: i primi esemplari furono destinati a Francesco I di Francia, un “maniaco” dei bottoni, visto che su un solo abito ne aveva – d’oro – addirittura 13.600. Non gli era da meno Luigi XIV, il Re Sole, che per 6 bottoni pagò una cifra strabiliante pure per un monarca.

Di secolo in secolo

Di secolo in secolo, assecondarono i capricci della moda, moltiplicandosi sugli indumenti maschili, come le pretine seicentesche, chiuse dal collo all’orlo, o le marsine e le redingote settecentesche. Rispettarono, in genere, le esigenze delle produzioni nazionali, ricoprendosi di seta in Francia (per proteggere l’industria di Parigi e Lione) e limitandosi al metallo in Inghilterra, dove, a cavallo del XVI-XVII secolo, fu loro vietato il tessuto. Proprio oltre Manica, sempre tra il ‘600 e il ‘700, sorsero le prime manifatture a carattere industriale, e Birmingham divenne in breve tempo un centro di fama mondiale.

Europa e America

La loro “corsa” era ormai inarrestabile, in Europa e in America. Non ci sarebbero più stati evento, voga, personaggio, espressione della vita pubblica o privata che non fossero capaci di rispecchiare, né materiale o forma che non riuscissero ad assoggettare alla propria volontà; Dalle pastorellerie care a Maria Antonietta ai rebus, con la mania di motti e indovinelli, dalla squisita porcellana al giaietto vedovale (antenato del jais) della Regina Vittoria, dalla celluloide alla “modernissima” plastica, dai soggetti giapponesi dell’Art Nouveau alle linee nette e squadrate degli anni ’20 e ’30, una sorpresa dietro l’altra. Sugli abiti di Elsa Schiaparelli ne “danzavano” di forme così strane che in una biografia della famosa couturière si legge: “Il re bottone regna incontrastato da Schiaparelli, ma nessuno assomiglia a ciò cui un bottone dovrebbe assomigliare”.

Coco Chanel e il bottone

E mademoiselle Coco Chanel, accostando metalli e perle e pietre colorate, inventò addirittura uno stile. Il bottone Chanel è rimasto inconfondibile nel mondo e nel tempo.

bottone
bottone Chanel vintage

Neppure il secondo conflitto mondiale fermò il cammino dei bottoni e ci fu chi, pur di produrne, seppe ricavarli dai parabrezza dei bombardieri in disarmo. La seconda metà del ‘900 ha visto alti e bassi, ma nel suo declinare ha riscoperto tutta la loro natura di gioiello. Da gioielli li trattano, infatti, degni eredi di Coco Chanel, gli stilisti.

Gianfranco Ferré e Jean Paul Gaultier

Così non sorprende che, proprio come nell’800, cinque o più bottoni, uno dissimile dall’altro e con una pietra di diverso colore, ornino, per esempio, una delle scenografiche camicie bianche di Gianfranco Ferré. Né ci stupisce che nella sua collezione di haute couture della primavera-estate 2003 Jean Paul Gaultier renda un vero omaggio ai bottoni, che scorrono lungo tutto il modello, lo costellano o, assemblati come conchiglie, lo rivestono totalmente.

bottone
Jean Paul Gaultier nel 2003

Un magico gioco di illusionista degno del suo talento, ma anche della natura di queste “gemme” utili e decorative.

TOM FORD

Indice:

  1. Gli esordi: dal Texas a New York
  2. Il grande salto: l’uomo che salvò Gucci
  3. Tom Ford International
  4. La prima linea femminile
  5. La moda uomo
  6. Il cinema: un futuro da film
  7. La ricerca della perfezione
  8. Tom Ford presidente del CFDA Council of Fashion Designers of America

GLI ESORDI: DAL TEXAS A NEW YORK

Tom Ford by Terry Richardson

Thomas Carlyle Ford, meglio conosciuto come Tom Ford, nasce a Austin, Texas, il 27 agosto 1961. Figlio di due agenti immobiliari, trascorre l’infanzia tra Houston e Santa Fe. Si trasferisce a New York a 17 anni, nella Grande Mela frequenta lo Studio 54, dove conosce e frequenta Andy Warhol. Gli eccessi della vita mondana lo distraggono dagli studi, portandolo, nel 1980, a trasferirsi a Los Angeles, dove intraprende  la carriera di attore, cercando di affermarsi negli spot televisivi. Dopo due anni torno a New York per studiare architettura alla Parsons School of Design.

Un’esperienza di stage a Parigi, nell’ufficio stampa di Chloé, lo convince a cambiare indirizzo di studi e iniziare l’esperienza nel mondo della moda. Inizia una collaborazione con Cathy Hardwick, per poi nel 1988 assumere la direzione del design di Perry Ellis sotto la supervisione di un altro futuro gigante della moda, Marc Jacobs.

Tom Ford

IL GRANDE SALTO: L’UOMO CHE SALVÒ GUCCI

Tom Ford nel backstage della sfilata Gucci

Nel 1990 Tom Ford si trasferisce a Milano e fa il suo ingresso come responsabile dell’abbigliamento della linea ready to wear donna, nella maison Gucci, allora in forti difficoltà finanziarie. Il successo è immediato: la storica griffe, che soffriva di un’immagine troppo legata al passato, viene completamente rinnovata e conquista, sin dalla prima sfilata. Nel 1992 assume la carica di direttore del design e nel 1994, quando Gucci viene rilevata dal fondo del Bahrain Investcorp, ne diventa il direttore creativo di tutte le linee di prodotto Gucci. Lo stilista vive e lavora fra Londra, Parigi, Firenze e Milano ed è attualmente alla testa di un gruppo di designer provenienti da varie parti del mondo.

A questi ruoli si affianca successivamente anche quello di chief designer di Yves Saint Laurent e di YSL Beauté. Insieme al CEO Domenico De Sole, Tom Ford rinnova e rilancia l’immagine di Gucci, traghettandola nel gotha del fashion, con uno stile sensuale e lussuoso, tra pollice dai colori pop, abiti cut-out total white, ricami preziosi, stivali in pitone, decolleté con morsetto e rivisitazione della storica Jackie O Bag.

A veicolare il nuovo corso della griffe sono anche le campagne internazionali studiate dallo stilista texano e scattate dai celeberrimi fotografi Richard Avedon, Helmut Newton, Mario Testino Herb Ritts. In dieci anni il giro di affari della maison fiorentina passa da 230 milioni a 3 miliardi di dollari. Nel 2004, quando la conglomerata francese Ppr (oggi gruppo Kering) rileva Gucci, il duo Ford-De Sole lascia l’azienda e fonda il marchio  Tom Ford.

ADV Gucci 2003 by Mario Testino

TOM FORD INTERNATIONAL

Dopo il debutto nell’eyewear in partnership con il Gruppo Marcolin, lo stilista sigla un accordo con Estée Lauder per la prima fragranza Tom Ford Black Orchi. Con un comunicato stampa nel febbraio 2006 Ford annuncia il sodalizio con il Gruppo Ermenegildo Zegna per produrre – in piccole fabbriche artigianali tra Padova, Biella e Novara – e distribuire le linee uomo di prêt-à-porter, alta sartoria, accessori e calzature. Nell’aprile del 2007, con l’apertura del primo flagship store a New York, bene lanciata la prima collezione uomo, all’insegna del rigore classico, ricercato nei tagli e nei materiali. La tradizione dell’alta sartoria italiana e il genio di Tom Ford creano un uomo la cui filosofia è in perfetto equilibrio tra il rigore classico e il gioco del costante reinventare, dove le regole dello stile vengono ristabilite.

Tom Ford’s campaign 2011

LA PRIMA LINEA FEMMINILE

La prima, attesissima, linea femminile firmata Tom Ford viene presentata a selezionati buyer e fashion editor nel 2010. La donna Tom Ford è affascinante e decisamente sexy. Le sue collezioni sono una celebrazione dello stile individuale e delle “donne vere”: Ford crea collezioni che, guidate da una coerenza e una consistenza stilistica, sono destinate a sopravvivere allo scorrere del tempo. A ispirare i suoi look sono donne bellissime come Lauren Hutton, Julianne Moore e Bianca Jagger, ma la sua musa per eccellenza la New York degli anni ’70. Terry Richardson è l’interprete migliore dell’immagine Ford, è il suo fotografo di fiducia, con cui collabora per tantissimi progetti e campagne pubblicitarie, che molto spesso sfidano la censura per le pose dai forti accenni sessuali, Ford è l’arbitro assoluto del suo successo e il suo senso dello stile è riconosciuto come impeccabile.

Tom Ford For Men by Terry Richardson

LA MODA UOMO

La sua moda uomo, invece, è come lui, classica e iperlussuosa, che non ha bisogno di strafare per ostentare sicurezza. Tom riesce a creare un’immagine maschie, cucita su sé stesso, in cui tutti vorrebbero riconoscersi. Al finale delle sfilate si presenta sulla passerella Gucci vestito di tuxedo classico e un bicchiere di whisky in mano, è il James Bon della moda, il golden man che tutti gli uomini vorrebbero essere.

Tom Ford sembra uno di quei geni del Rinascimento che aggiungevano titoli su titoli come Leonardo da Vinci, lo stilista americano è anche, infatti, regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, attore e all’occorrenza anche fotografo e modello (di sé stesso). Un brand più che un uomo, che ha deciso di espandere i suoi orizzonti conquistando anche il cinema. Ha raggiunto la fama mondiale negli anni ’90, con il rilancio di Gucci e  YSL, per poi mettersi alla guida del suo impero. È il sex symbol di tutte le donne e uomini, icona gay e self made man.

Lo stilista texano è tornato alla ribalta con una sfilata di moda uomo e donna durante la New York Fashion Week A/W 2018-2019, facendo parlare molto di sè. Molti i premi e i riconoscimenti conferitigli nel corso della sua carriera: nel 1997 è tra le 50 persone più belle secondo la rivista People, nel 2000 vince il Vogue Award come Migliore Designer Internazionale, e cinque riconoscimenti del Council of Fashion Designers of America (1996, 2001, 2002, 2004, 2008). Una nomination e un Queer Lion Award– come miglior film a tematica LGBT- al Festival del Cinema di Venezia anche per il suo A Single Man.

Tom Ford’s campaign 2016 by Nick Knight

IL CINEMA: UN FUTURO DA FILM

Il primo avvicinamento al cinema di Tom Ford non è da regista, ma bensì come attore. Nel film Zoolander di Ben Stiller, Tom interpreta sé stesso. Nel 2008, con la casa di produzione Fade to Black, si lancia davvero nel cinema con il suo primo film, A single man, tratto dal romanzo di Christopher Isherwood e interpretato da Colin Firth. La pellicola riceve un’ottima accoglienza alla 66esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica di Venezia, aggiudicandosi il  Queer Lion Award e la Coppa Volpi per miglior attore protagonista.

Nel 2016, sempre a Venezia, presenta il suo secondo lungometraggio, Animali notturni, vincendo il Gran Premio della Giuria e ricevendo le sue prime candidature ai Golden Globes come miglior sceneggiatore e miglior regista. Anche questa seconda pellicola è tratta da un libro, Tony e Susan di Austin Wright.

I suoi film colpiscono per l’eleganza, come c’era da aspettarsi da uno come lui, ma non sono semplicemente decorativi, sono storie forti, ben interpretate da grandi attori come Julianne Moore per A single man, grande amica di Ford, e Jake Gyllenhaal, Amy Adams e Micheal Shannon in Animali notturni. Aaron Taylor-Johnson vince il Golden Globe nel 2017 come miglior attore non protagonista per il secondo film.

TOM FORD E LA RICERCA DELLA PERFEZIONE

Nei numerosi incontri con la stampa, Tom Ford non ha mai nascosto la sua maniacalità per i dettagli, egli si ritiene un perfezionista, fino al punto da uscirne pazzo, ha una personalità ossessiva, ma nella ricerca della perfezione ha sicuramente un risvolto assai positivo. Tra le curiosità che lo riguardano anche la dipendenza dal botox, con il quale giura di aver chiuso dalla nascita di suo figlio. Ha l’abitudine di girare nudo per casa quando è da solo, ma vestirsi bene per lui è un segno di educazione, infatti il compito dello stilista è quello di aiutare donne e uomini a diventare la migliore versione di sé.

Diversi i colleghi di cui ha apprezzato il lavoro, a partire da Karl Lagerfeld e Alexander McQueen, lo stilista inglese scomparso nel 2010. Proprio alla notizia della morte di McQueen, Tom Ford aveva dichiarato: “Alcuni fashion designer sono degli artisti. Alexander McQueen era un artista. Le sue creazioni ti lasciavano senza fiato, erano spettacolari, con una storia da raccontare. Quello che faccio io invece, e l’ho sempre detto, è design commerciale”. Sarà anche multi-talentuoso come un uomo del Rinascimento, ma Tom Ford è anche molto onesto.

TOM FORD PRESIDENTE DEL CFDA – COUNCIL OF FASHION DESIGNERS OF AMERICA

Nel marzo del 2019, Tom Ford è eletto charmain del CFDA – Council of Fashion Designers of America, raccogliendo il testimone di Diane von Fürstenberg, al timone per sedici anni.

Tra le priorità dello stilista di origini texane, la globalizzazione della New York Fashion Week, in grave crisi dal 2018. L’obiettivo, dunque, è catalizzare l’attenzione sulla moda Made USA e non sulla New York fashion Week.

Fa discutere, però, la sua scelta di sfilare, con la collezione autunno/inverno 2020-21 a Los Angeles, producendo un effetto domino nei big in calendario.

Nel mio ruolo di presidente del Council of Fashion Designer of America – dichiara – il mio intento è quello di globalizzare e attirare l’attenzione sulla moda americana. Non c’è davvero nessun palcoscenico più importante del mondo in un dato momento dell’anno come Los Angeles durante gli Oscar“.

RODARTE

ORIGINI

Rodarte origini sorelle Mulleavy
Le sorelle Mulleavy fondatrici di Rodarte

La linea di moda Rodarte viene fondata nel 2005 dalle sorelle Kate e Laura Mulleavy. Kate e Laura nascono rispettivamente nel 1979 e nel 1980 in California, USA.  Vengono cresciute nei pressi di Santa Cruz dalla madre, Victoria Rodart , e dal padre William Perry Mulleavy. Entrambe frequentano l’Università di Berkley e si laureano. Laura studia letteratura moderna mentre Kate si laurea in storia dell’arte.

Tornate a casa nel 2001 le due sorelle si dedicano inizialmente a lavoretti sporadici. Kate vende online la sua collezioni di vinili d’epoca mentre Laura fa la cameriera. I fondi raccolti da questi primi impieghi (16.500 $) diventano il capitale d’avvio della loro linea di vestiti. Le ragazze Mulleavy disegnano i bozetti su un tavolo da cucina e imparano a cucire con l’aiuto della madre. A lei dedicano il nome del brand, Rodarte, appunto, dal suo cognome da nubile.

LA PRIMA COLLEZIONE

Nel 2005 le due danno vita alla prima collezione: 10 capi realizzati a mano. Kate e Laura presentano  i loro abiti a Cameron Silver, proprietario del famoso negozio vintage di Los Angeles, Decades, per avere un’opinione. Colpito dal lavoro delle due, Cameron gli procura dei contatti e, in febbraio, uno degli abiti Rodarte compare sulla copertina di Women’s Wear Daily. Questo è l’inizio del successo. A breve Anna Wintour le nota e pochi mesi dopo le Mulleavy portano i loro abiti sulle passerelle della New York Fashion Week. In una intervista per il New Yorker le sorelle raccontano: “Quando Anna Wintour vide la collezione ci disse: ‘Quello che fate è molto personale, continuate così’. Credo sia il miglior consiglio che abbiamo mai ricevuto“.

il successo

Rodarte Vogue
Rachel Weisz indossa Rodarte sulla copertina di Vogue nel 2008

La crescita del marchio è esponenziale. Iniziano i primi riconoscimenti tra cui l’Ecco Domani Fashion Foundation Award nel 2006, lo Swarovski Emerging Womenswear Designer Award nel 2008 e il premio Womenswear Designer of the Year nel 2009. Quando poi, nell’ottobre 2008, Racher Weisz indossa un abito Rodarte sulla copertina di Vogue US il destino delle due sorelle è definitivamente segnato. Da quel momento moltissime tra le star più celebrate indossano Rodarte. Tra loro ricordiamo Natalie Portman, Millie Bobby Brown, Kate Blanchett, Greta Gerwig, Kirsten Dunst e Brie Larson.

Rodarte Natalie Portman
Natalie Portman alla premiere di Black Swan indossa Rodarte

Nel 2010 la collezione Rodarte, presentata nel settembre 2009, appare in testa alla classifica delle migliori dieci su Vogue e su Style.com. Inziano anche diverse collaborazioni come quella del 2009 con Target, la realizzazione dei costumi per l’Het National Ballet nel 2010 e quella con l’artista  Brody Condon l’anno successivo.

gli ultimi sviluppi

Rodarte Jay-Z
Jay-Z indossa una felpa della linea RADARTE di Rodarte

Oltre alle sempre acclamate collezioni di alta moda, le sorelle Mulleavy negli ultimi anni hanno ideato anche alcune linee di diverso genere. Un esempio è la linea RADARTE di t-shirt, felpe e pantaloni sportivi venduti online. La collezione ha ottenuto moltissimo successo ed è stata indossata da celebrities come  Rihanna, Beyoncé, Jay-Z , Will Ferrell, Katy Perry, Anne Hathaway, Kirsten Dunst ed Emma Watson. Lo stesso vale per il suo recente spin-off ROSARTE famoso al punto di superare gli introiti delle collezioni principali.

Dopo 14 anni di successi, nel 2019 sarà inaugurata una mostra dedicata al brand delle due sorelle presso il National Museum of Women in the Arts di Washington per celebrare la carriera e le creazioni di Kate e Laura Mulleavy.

lo stile

Le due stiliste negli anni si sono sempre mantenute fedeli al loro stile caratteristico e personale. Ignorando le mode del momento le sorelle hanno creato collezioni senza tempo caratterizzate da materiali di immenso pregio. I loro abiti dalle linee romantiche vengono impreziositi da fiori, ricami e nastri, dettagli raffinati e onirici che le hanno rese uniche. Lo stile molto femminile do Rodarte è arricchito da dettagli gotihic e punk in un mix   di fine stravaganza.