BENETTON

Azienda fondata dalla famiglia Benetton nel 1965; partita come laboratorio artigianale specializzato in maglieria, ora è un brand di fama mondiale.

Le origini: i fratelli Benetton

Benetton Carlo, Gilberto, Giuliana e Luciano Benetton Carlo, Gilberto, Giuliana e Luciano Benetton

GLI INIZI

Fondata nel 1965 a Ponzano Veneto (Treviso) dai fratelli Luciano, Giuliana, Gilberto e Carlo Benetton. All’inizio era semplicemente un laboratorio artigianale specializzato in maglieria con un buon contenuto moda e prezzi molto accessibili. 

1998 

IL BUSINESS BENETTON

Nel ’98, con un fatturato che sfiorava i 9 trilioni di lire e negozi diretti e in franchising  in tutto il mondo, è diventato il dodicesimo gruppo industriale italiano nella classifica di Mediobanca e una delle realtà più importanti del nostro paese nell’ambito del tessile.

le attività tradizionali

Metà delle vendite derivava dalle attività tradizionali (abbigliamento e prodotti per lo sport) con i marchi Benetton, Benetton 012, Sisley, Zerotondo e Tutti i colori del mondo.

I NUOVI SETTORI

In seguito vennero aggiunte le licenze per accessori, biancheria intima e da casa, la linea mare e i cosmetici. L’altra metà del giro d’affari arrivava, invece, dai settori di espansione più recente: grande distribuzione, autogrill, immobiliare, merchant banking.

i luoghi di produzione

Sul fronte dell’attività storica, il gruppo di Ponzano Veneto produceva in casa l’80% dei capi che venivano venduti in tutto il mondo. L’altro 20%, solo da qualche anno, veniva confezionato all’estero. Negli stabilimenti di Castrette, giganteschi e modernissimi capannoni disegnati dall’architetto Tobia Scarpa, un migliaio di persone manovravano terminali, computer e pannelli di controllo che ricordavano i grandi centri di ricerche di tecnologia avanzata.

ROBOSTORE

Benetton creò sistema logistico Robostore, che con sole 14 persone smistava 30 mila pacchi al giorno e 10 milioni di capi al mese, mettendoli sui camion e, secondo le destinazioni, dividendoli per paese e punto vendita, con un modo tanto somigliante, per i suoi nastri trasportatori, al centro smistamento bagagli di un aeroporto.

Le fasi meno complicate della lavorazione, come la cucitura e la stiratura, erano appaltate all’esterno: un gruppo di aziende venete lavorava praticamente solo per Benetton e occupava 30 mila persone.

Benetton è il cuore di un gigantesco network produttivo che va dalla pecora argentina e dalla sua lana fino alla distribuzione nell’ultimo negozio del Terzo Mondo o della Groenlandia, dove si vendono maglioni o camicie firmati Benetton. Un network che studia il tessuto, disegna la collezione, taglia, tinge e controlla la qualità di quasi 80 milioni di capi all’anno e li distribuisce in contemporanea, cioè quasi senza magazzino, in 7 mila negozi di 120 paesi.

L’inizio delle campagne pubblicitarie innovative 

OLIVIERO TOSCANI

Dall’82 le campagne pubblicitarie della produzione Benetton, campagne innovative e spesso provocatorie, hanno la firma di un grande fotografo, Oliviero Toscani, creatore oltre che di immagini anche di slogan e di messaggi. Gli scatti del maestro hanno come protagonisti modelli di etnie diverse, proprio come vuole lo slogan United Colors of Benetton. Il brand italiano parlò anche di questioni controverse come AIDS, vittime della Guerra del Golfo e così via: dalle immagini di un neonato appena nato completo di cordone ombelicale, a una foto di un paziente sieropositivo mentre giace morente in ospedale, le campagne di Benetton hanno sollevato polemiche e posto il marchio sempre al centro della scena.

Benetton Olivero Toscani, campagna pubblicitaria di prevenzione contro l'AIDs Olivero Toscani, campagna pubblicitaria di prevenzione contro l’AIDS

IL CENTRO DI COMUNICAZIONE BENETTON

Negli anni ’80 e ’90 le polemiche campagne pubblicitarie hanno permesso al gigante italiano della moda di farsi conoscere in tutto il mondo: i negozi Benetton, nel ’93, erano ben 7.000. Nel 2000, la pubblicità Benetton entrò in una nuova fase. Fabrica, il centro di comunicazione di Benetton, aveva rilevato la comunicazione del Gruppo, concludendo la collaborazione di 18 anni con Oliviero Toscani.

Lo sviluppo del brand nel nuovo millennio

A marzo 2000 venne siglato un accordo per il passaggio del Team di Formula Uno Benetton alla casa automobilistica francese Renault per un ammontare di 120 milioni di dollari. Benetton continuò ad essere lo sponsor ufficiale per altri 2 anni. Debuttò, ad Amburgo, nel cuore della città, il nuovo megastore su quattro piani, mentre continuava lo sviluppo della rete di vendita attraverso investimenti diretti in molte città tedesche, dopo le aperture di Berlino, Leipzig, Colonia, Düsseldorf, Stoccarda e Hannover. Il mercato tedesco, dopo quello italiano, era il secondo per importanza strategica e vendite.

I nuovi MEGASTORE

MOSCA

A settembre aprì a Mosca il primo megastore, situato al 19 Tverskaya: 2000 metri quadrati disposti su tre piani. Il mese successivo, venne inaugurato il nuovo flagship store diCardiff. A dicembre, Benetton concluse un accordo per acquisire, dal Gruppo Coin, 12 grandi magazzini, per un controvalore di 25,2 miliardi di lire.

MERCATI IN CRESCITA

A fine 2000, il Bilancio della Benetton Group S.p.A. evidenziava ricavi consolidati pari a 3.908 miliardi di lire (2,02 miliardi di euro) e un risultato netto di 471 miliardi di lire (243 milioni di euro). Il dividendo distributo ai soci era di 90 lire per azione. I mercati in crescita erano Corea, Stati Uniti e Giappone. In quest’ultimo, la strategia perseguita dal Gruppo era stata quella di chiudere i piccoli punti vendita e aprire nuovi megastore.

A maggio 2001 venne formalizzata l’intesa con Txt e-solutions, azienda specializzata nella progettazione e realizzazione di software. L’accordo prevedeva la fornitura di soluzioni per rendere più efficiente la distribuzione nei megastore a livello mondiale, attraverso un controllo diretto che permettesse di conoscere i cambiamenti in ogni micromercato locale e di rispondervi in tempo reale. Il programma, Txt Sc&Cm for fashion, coordinava le attività di gestione dei fornitori con le esigenze della distribuzione per ottimizzarla alla domanda dei consumatori.

BOLOGNA

A settembre 2001, Bologna era la città scelta dal Gruppo veneto per il primo megastore che era anche, grazie alla collaborazione di Fabrica, un ambiente sperimentale focalizzato sulla creatività e la cultura. Durante lo stesso mese, il soggetto della nuova campagna di comunicazione divenne il volontariato. L’iniziativa fu realizzata con il sostegno dell’Unv, sezione volontari delle Nazioni Unite. L’investimento fu pari a circa 24 miliardi di lire e coprì, attraverso stampa e affissioni, 60 paesi.

Un mese dopo debuttò un nuovo megastore a Milano, in corso Vercelli. A ruota, seguirono aperture a Palma de Mallorca e Parigi, dove vennero avviati 2 nuovi flagship store, in Place de l’Opéra e Avenue des Champs-Elysées, e Lisbona. Benetton investì 52 miliardi per tre megastore in Giappone, a Kyoto e a Osaka (due). Il fatturato conseguito in Giappone nel 2000 fu pari a circa 580 miliardi di lire. Il Gruppo veneto contava 100 megastore in tutto il mondo (l’obiettivo era di arrivare a 300 entro il 2004) e una rete distributiva costituita da 5 mila negozi dislocati in 120 paesi. Nei due anni precedenti aveva investito circa 500 milioni di euro per l’apertura dei megastore, situati nei centri storici delle grandi città.

2001

A fine 2001, Benetton aveva conseguito un fatturato di 2,098 miliardi di euro, un Ebitda (margine operativo lodo) di 398 milioni e un utile netto di 148 milioni, risultato non confrontabile con i 243 milioni del 2000, poiché quest’ultimo era stato influenzato dalle plusvalenze realizzate con la vendita del team di Formula 1. In termini omogenei, comunque, l’utile netto era diminuito del 6,5%.

2002

Secondo Forbes, nel 2002 la fortuna di Benetton valeva 4,9 miliardi di dollari, corrispondenti al 62° posto nella classifica dei più ricchi del mondo.

A marzo 2002 venne perfezionato un preliminare con Viceversa edizione design, società incaricata di realizzare una linea di home collection firmata Benetton. A luglio Benetton emise un bond (prestito obbligazionario) triennale da 300 milioni di euro, il secondo della storia per la casa veneta. Ad ottobre Benetton debuttò con due nuovi punti vendita a Venezia e Shanghai.

2003

A febbraio 2003, dopo l’apertura di stabilimenti in Croazia, Slovacchia e Ungheria, Benetton investì in Tunisia 16 milioni di dollari. Un nuovo megastore viene aperto ad Osaka, in Giappone, con un investimento di 1,5 miliardi di yen. Era il decimo dall’inizio del 2001. La somma complessiva investita ammontava a 12 miliardi di yen, ovvero 90 milioni di euro. Nel 2001 il fatturato in Giappone fu di 200 milioni di euro, in linea con i risultati del 2000.

LA CAMPAGNA FOOD FOR LIFE

Il soggetto della nuova campagna di comunicazione era Food for Life, la fame nel mondo. Realizzata insieme al World Food Programme, agenzia dell’Onu, ebbe un budget di 15,7 milioni di euro.

Benetton Campagna pubblicitaria Food for Life Campagna pubblicitaria Food for Life

Benetton cede le linee sport

Nel marzo 2003 venne anche siglato il preliminare con la Prime Newco, società del gruppo Tecnica, per la cessione di Rollerblade. L’accordo rientrava nella strategia di concentrazione sul “core business”, l’abbigliamento. Il controvalore era di 20 milioni di euro. Poco più tardi, Benetton vendette i marchi Prince (racchette da tennis) ed Ektelon (attrezzature e accessori per il “badminton”) al fondo di “private equity” statunitense Lincolnshire. Il controvalore era di 36,5 milioni di euro. L’accordo completava l’uscita dei Benetton dal business dell’accessorio sportivo e disegnvaa la nuova architettura strategica del Gruppo, un ritorno al “core business”, l’abbigliamento.

Silvano Cassano

A marzo 2003 Luigi De Puppi abbandonò l’incarico di amministratore delegato del Gruppo Benetton. Di conseguenza ad aprile, Silvano Cassano era il nuovo amministratore delegato del Gruppo Benetton. Entrò in azienda in un momento storico. L’improvvisa diversificazione, cominciata nel ’97, nel business dell’accessorio sportivo si era chiusa con la recente vendita di Nordica, Rollerblade e Prince. Oggi Benetton è nuovamente focalizzata sull’abbigliamento.

2003 – 2004

i ricavi

A maggio, i risultati del primo trimestre evidenziavano ricavi (casual) per 351 milioni di euro, in crescita, al netto dell’effetto cambi, del 3,8%. Il fatturato complessivo si attestava a 444 milioni contro i 447 del 2002, per la prevista contrazione del business sportivo. L’utile netto, 25 milioni di euro, segnò un più 29%. L’autofinanziamento rimase stabile a 76 milioni, mentre l’indebitamento si attestò a 709 milioni di euro, contro i 756 del primo trimestre 2002. Continuava così lo sviluppo dei punti vendita. In Russia, il gruppo programmò per l’anno in corso 22 nuovi aperture, mentre nel 2004 avrebbero debuttato altri dieci store. L’obiettivo era infatti di raggiungere quota cento negozi entro la fine del 2004.

il gruppo benetton

Il Gruppo Benetton era presente in 120 paesi, con i marchi United Colors of Benetton, Sisley, The Hip Site, Playlife e Killer Loop. Produceva oltre 100 milioni di capi d’abbigliamento ogni anno, il 90% dei quali fabbricati in Europa. La rete distributiva era costituita da 5000 punti vendita. Il Gruppo Benetton era controllato dalla finanziaria di famiglia, Edizione Holding, costituita da un network di aziende che competevano in differenti settori: oltre all’abbigliamento, di cui deteneva il 69,9%, autostrade, servizi di ristorazione, telecomunicazioni, immobiliare, agricoltura e partecipazioni finanziarie minori.

edizione holding

Complessivamente Edizione Holding aveva un giro d’affari di 7 miliardi di euro e impiegava 50 mila dipendenti. Negli 8 anni i fratelli Luciano, Gilberto, Giuliana e Carlo Benetton avevano assemblato, pezzo dopo pezzo, sotto l’ombrello di Edizione Holding, un gruppo che, partito dal tessile, era ormai diventato una conglomerata. Infatti nel 1994, il tessile costituiva il 100% del fatturato; nel 2003 i maglioni pesavano per il 30% sul totale.

i nuovi megastore

A settembre 2003 la società inaugurò diversi nuovi megastore ad Hong Kong, che offrivano i marchi United Colors of Benetton, Sisley, Playlife e Killer Loop. Inoltre, a Birmingham portò i marchi United Colors of Benetton, Sisley e The Hip Site. A Parigi, cinque piani all’interno di un edificio storico della seconda metà dell’800, vendeva United Colors of Benetton e Sisley. L’espansione del gruppo in Germania continuò con l’apertura di un megastore a Berlino, su tre piani, che appunto offriva le intere collezioni United Colors of Benetton e Sisley.

Joel Berg

Ad ottobre Joel Berg diventò nuovo direttore di United Colors of Benetton: era quindi responsabile dell’immagine del marchio, della pubblicità e della presentazione della Collezione. A fine anno, Benetton presentò la nuova strategia per il periodo 2004-2007: le vendite sarebbero dovute aumentare del 25% e il margine operativo lordo del 40%. Per raggiungere tali risultati senza una guerra di prezzi, la qualità del prodotto doveva essere per forza migliorata. La strategia si basava su una solida rete di distribuzione e sul know-how di produzione. Il 2003 si chiuse con un fatturato consolidato di 1,885 miliardi di euro, un utile netto di 108 milioni di euro e una posizione finanziaria netta di 368 milioni di euro.

A giugno 2004 si contò il quindicesimo anno dalla quotazione di Benetton nella Borsa di New York. La presenza del gruppo su Internet era raddoppiata, con i siti web www.benetton.com e www.benettongroup.com. Il primo è un sito web incentrato sui consumatori, mentre il secondo offre informazioni finanziarie e notizie sull’attività di comunicazione del Gruppo. A dicembre 2004, venne aperto un nuovo negozio in via Maistra a St. Moritz, in posizione centrale: due piani offrivano l’intera collezione United Colors of Benetton.

il fatturato

Il 2004 si chiuse con un fatturato consolidato di 1,668 miliardi di euro, di cui 1,504 miliardi di euro prodotti dalla divisione casual. Il margine operativo lordo era di 757 milioni di euro, l’utile netto di 123 milioni di euro e gli utili non distribuiti di 431 milioni.

2005 

Il primo trimestre del 2005 mostrò un fatturato di € 378 milioni (rispetto ai 381 dello stesso periodo nel 2004) e un utile netto di € 23 milioni (rispetto ai 28 milioni del 2004). La posizione degli utili non distribuiti migliorò, con 470 milioni, contro 497 dell’anno precedente. Ad aprile, Benetton firmò un accordo di joint venture con il Gruppo Boyner, con l’obiettivo di rafforzare i marchi Benetton in Turchia.

Nel maggio 2005 venne firmato un accordo di licenza con Selective beauty per lo sviluppo e la distribuzione a livello mondiale dei profumi Benetton. A giugno, il gruppo assicurò, con un pool di 10 banche, una linea di credito rotativa per 500 milioni, prevista per il 2010. A giugno venne firmato un accordo di licenza a livello mondiale con Zorlu Holding per la produzione e la distribuzione del Sisley Collezione Home.

40° anniversario

Per il 40° anniversario, Benetton propose per la prima volta una sfilata della collezione autunno/inverno. L’evento si tenne il 10 ottobre 2006 al Centre Pompidou di Parigi. Inoltre venne inaugurata una mostra (per la durata di un mese), “Les Yeux Ouverts” (Occhi aperti al mondo e al futuro), finanziata da Fabrica, il centro di ricerca sulla comunicazione, e dal World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite.

la campagna del 2008

Nel febbraio 2008 Benetton lanciò una nuova campagna di comunicazione globale, la Microcredit Africa Works, a favore del microcredito in Senegal, in collaborazione con Youssou N’Dour.

Eventi e campagne

Opening Soon…

Benetton Opening Soon Opening Soon

OPENING SOON … è una mostra Benetton presentata alla Triennale di Milano (27 gennaio/15 febbraio 2009). La mostra era dedicata al futuro dello spazio retail della moda, in collaborazione con POLI.design e con il contributo del gruppo di design Fabrica. Il tema centrale della mostra OPENING SOON… era l’evoluzione presente e futura dello spazio retail, un’area in cui Benetton era protagonista mondiale sin dal debutto degli anni ’60.

“Questa mostra – spiega Alessandro Benetton, vicepresidente esecutivo del Gruppo – è il punto di partenza per la ricerca che dà ancora una volta voce alle idee, alla creatività e al talento dei giovani. Siamo appunto convinti che sostenere questo tipo di ricerca e di merito sia una risposta necessaria all’attuale crisi economica, per essere pronti a cogliere il momento della ripresa non appena arriverà. Per Benetton, il design è l’essenza del gruppo, la sintesi del prodotto e della cultura aziendale, uno specchio per i valori del marchio e una forma decisiva di comunicazione con il mondo “.

Alessandro Benetton, Tina Brown, Arne e Marc Glimcher celebrarono l’apertura della Biennale d’Arte di Venezia con l’evento “Cocktail in Venice”.

It’s My Time

A febbraio 2010 il Gruppo Benetton lanciò il concorso mondiale IT’S MY TIME. In 36 giorni si iscrissero oltre 65.000 partecipanti da 217 paesi diversi; il sito ha visto 4 milioni di visitatori e circa 60 erano i milioni di pagine visualizzate. Il primo casting online si chiuse con 20 vincitori, che volarono a New York e collaborarono con il fotografo di fama mondiale Josh Olins per la campagna pubblicitaria mondiale autunno-inverno 2010/2011

Benetton It's My Time
It’s My Time

Biagio Chiarolanza e Franco Furnò divennero i nuovi direttori con poteri esecutivi. Un anno dopo, You Nguyen, venne nominato United Chief of Benetton, Chief Merchandising Officer e Creative Director di United Colors of Benetton.

Il 6 settembre 2011 Benetton aprì le porte a un triplo evento simultaneo nei concept store di Istanbul, Milano e Monaco (e anche sul web) per presentare 15 installazioni d’arte di Erik Ravelo, artista cubano di Fabrica. I pezzi parlavano del colore e del filo (di lana) che lega tutta l’umanità. Benetton lanciò la collezione autunno/inverno 2011 sotto il segno dell’arte.

La fondazione Unhate

Benetton Unhate Campagna pubblicitaria Unhate: capi di stato e chiesa si baciano
Campagna pubblicitaria Unhate: capi di stato e chiesa si baciano

Con una campagna di comunicazione mondiale, la Fondazione Unhate nasce nel novembre 2011. Fortemente voluta dal Gruppo, si misurava con nuove strategie di responsabilità sociale delle imprese. L’obiettivo era quello di contribuire a combattere la cultura dell’odio, in linea con i valori Benetton. Molte delle immagini vedevano i leader mondiali stretti in un bacio: molto controversa, nel 2012 vinse infatti  il Festival di Cannes.

Nel 2012 il Gruppo Benetton uscì dalla Borsa di Milano.

La collezione Color

Benetton Campagna pubblicitaria Color
Campagna pubblicitaria Color

LE CELEBRITà

Nel 2013 l’azienda utilizzò un’incredibile campagna pubblicitaria (poi divenuta icona) per celebrare l’imminente lancio della collezione primavera/estate 2013, “Color”. 9 furono le celebrità a parteciparvi, tra cui Charlotte Free, lo chef Matias Perdomo, l’attore Dudley O’Shaughnessy e Hanaa ben Abdesslem. Ogni figura rappresentava un colore diverso: rosso, viola, rosa, arancione, giallo, verde, blu, nero e bianco. Ciascun colore rifletteva perciò personalità e umore, con il messaggio: “Essere naturali e liberi”.

GREENPEACE

Lo stesso anno, il Gruppo Benetton si è unito a Greenpeace per contribuire a eliminare, entro il 2020, le emissioni di sostanze chimiche pericolose della catena di approvvigionamento e di produzione.

On Canvas

Benetton On Canvas, Mosca On Canvas, Mosca[/caption]

Nel 2014 il Gruppo lanciò “On Canvas“, un nuovo concept store che rende il prodotto vero protagonista. Prime location furono Milano, Mosca e Berlino: la struttura era innovativa, accogliente, funzionale e dinamica. La naturale evoluzione del negozio Benetton, concepito come incontro tra la sua storia e la sua modernità, tra qualità e cura del cliente, protagonista centrale per ottenere del design autentico, tra esperienza tecnologica ed emotiva. Concept è il telaio, struttura leggera, semplice ma solida e quasi invisibile, grazie a cui vengono create stagioni, collezioni, colori e materiali. Il telaio infatti, simbolo di tradizione e artigianalità, diventa anche simbolo di innovazione e trasformazione del negozio.

IL NUOVO CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE

Sempre nel corso del 2014, il Gruppo Benetton acquisì un nuovo Consiglio di Amministrazione; Gianni Mion venne nominato Presidente non esecutivo e Marco Airoldi Amministratore Delegato e Direttore Generale.

Benetton per Women Empowerment

LA CAMPAGNA

Il 25 novembre 2014 Benetton rese pubblica la campagna New United Colors of Benetton a sostegno di UN Women, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.

gli obiettivi della campagna

L’obiettivo della campagna di United Colors of Benetton, ideata da Fabrica, consiste nel promuovere la consapevolezza internazionale della necessità di azioni concrete per sostenere le donne, di sponsorizzare programmi di prevenzione e di promuovere un’educazione basata sul rispetto delle differenze e sulle pari opportunità.

Benetton per Women Empowerment Benetton per Women Empowerment

BENETTON WOMEN EMPOWERMENT PROGRAM

Nel 2015 Benetton presentò il Benetton Women Empowerment Program, un’iniziativa a lungo termine per sostenere i diritti delle donne in tutto il mondo. Il programma WE (Women Empowerment Program) è un programma di sostenibilità a lungo termine del Gruppo Benetton volto a sostenere l’empowerment delle donne in tutto il mondo. Per raggiungere l’obiettivo dell’uguaglianza di genere e dell’emancipazione delle donne, il Gruppo Benetton ha identificato cinque punti chiave in conformità con l’agenda delle Nazioni Unite.

UNITED BY HALF

Nel 2017, per celebrare la Giornata internazionale della donna, 017 Benetton ha lanciato la nuova campagna “United by Half” (Uniti per metà), per incoraggiare le donne di tutto il mondo a unirsi e lottare per l’uguaglianza di genere. La campagna, introdotta in India, ha raggiunto risultati incredibili; il video conta più di 7,7 milioni di visualizzazioni su YouTube.

Situazione attuale

LA CAMPAGNA CLOTHE FOR HUMANS

Dal 2016 Benetton ha iniziato a cambiare la sua brand identity attraverso una nuova piattaforma creativa, Clothe for Humans. Questa campagna mira a celebrare “la bellezza dei momenti e delle emozioni quotidiane”. La società si sta muovendo dallo shockvertising (pubblicità shock) al “never shocking” (mai scioccante); tuttavia si merita un posto come una delle società con le campagne pubblicitarie più efficaci di sempre.

Benetton I See Colors Everywhere, Trienniale di Milano, 2017 I See Colors Everywhere, Trienniale di Milano, 2017

I SEE COLORS EVERYWHERE, LA MOSTRA

A settembre Benetton ha presentato alla Triennale di Milano I See Colors Everywhere, mostra (aperta fino ad ottobre 2017) sul tema del colore, curata dallo stesso centro di ricerca sulle arti e la comunicazione del Gruppo.

CASADEI

Luxury brand italiano, disegna e produce calzature alla moda tra cui pumps, sandali, zeppe, sneaker, boot e accessori.

Indice

  1. Le origini: Quinto e Flora Casadei
  2. Le prime zeppe
  3. Le Pump
  4. La seconda generazione
  5. L’espansione del brand
  6. Il 50° anniversario
  7. Situazione attuale

Le origini: Quinto e Flora Casadei

Casadei, azienda calzaturiera e pellettiera di S. Mauro Pascoli, in provincia di Forlì, nacque alla fine degli anni ’50 come piccolo laboratorio artigiano che fabbricava calzature di sofisticata fattura. La storia del brand, oggi leader mondiale del settore, è tutt’altro che ordinaria: se si guarda il percorso intrapreso, si può notare come la fortuna di Casadei sia costruita sull’eccellenza del design e sulle competenze imprenditoriali.

Il brand dal design audace nacque nel 1958, quando Quinto e Flora Casadei iniziarono a realizzare calzature per i turisti della costa orientale. I due, insieme, diedero vita a un piccolo laboratorio, divenuto poi un vero e proprio impero: nascosta a San Mauro Pascoli, città di provincia della Rivera romagnola, regione nota soprattutto per l’agricoltura e le bellezze rinascimentali, la coppia Casadei diede il via ad una nuova forma d’arte.

Casadei Campagna pubblicitaria autunno/inverno 1963
Campagna pubblicitaria autunno/inverno 1963

Gli anni ’60 videro lo sviluppo di una struttura commerciale più formata, l’inizio delle esportazioni verso l’Europa, verso gli Stati Uniti e verso l’Estremo Oriente, la presentazione di una linea completa dedicata all’abbigliamento da sera e la nascita di una collezione di borse. Verso la fine degli anni Sessanta, la fama di Casadei si diffondeva ben oltre le frontiere italiane. Dopo aver vestito i piedi di tanti turisti, l’azienda a conduzione familiare espanse la sua scala di produzione e presenza internazionale. La società acquisì una struttura più solida e concentrò l’attenzione sulle esportazioni, sia nel mercato europeo, sia negli Stati Uniti d’America.

Le prime zeppe

Dopo la prima linea di sandali, Casadei presentò la sua prima serie di zeppe: scelta popolare e trendy nell’eccentrico decennio dei’60. I primi anni Settanta consentirono ai fondatori di spostare la base dall’officina prima ad una fabbrica industriale. Questo cambiamento permise loro di avere molta più libertà creativa, iniziando un vero e proprio viaggio nel mondo delle calzature.

Casadei Campagna pubblicitaria inverno 1971
Campagna pubblicitaria inverno 1971

Prendendo le zeppe come punto di partenza, Casadei sperimentò l’idea di zeppe con lacci e slip-on. Inoltre, il design divenne più coraggioso, impreziosendosi di delicati ricami. Più tardi, cambiò rotta, entrando in un’era di pump in pelle con tacco svasato.

Verso la fine degli anni Settanta, i concept di versatilità ed utilità trovarono sfogo nella prima linea di stivali Casadei, alti fino alle ginocchia o cortissimi. Con questo nuovo prodotto il brand ampliò anche la sua presenza nel mercato asiatico: nel ’77 si aprirono ufficialmente al mercato giapponese.

Le Pump

Casadei Pump anni '80
Pump anni ’80

Nei primi anni Ottanta il brand espanse la sua attività anche in Medio Oriente. Dopo stivali e zeppe, Casadei si rivolse verso le pump: l’interpretazione dell’azienda fu estremamente fantasiosa, tra  pois e tulle di velluto, alti tacchi conici in pelle dorata.

In pochissimo tempo le pump si assicurarono un posto nella hall of fame, diventando prodotto iconico dell’azienda. Dedicandosi alle curve aggraziate dei piedi femminili, il brand continuava a dilettarsi con diversi tessuti, finiture e ricami, riuscendo sempre a vincere l’incessante scorrere del tempo. Verso la fine degli anni Ottanta, il brand si adattò rapidamente alla tendenza “sportiva”, costruendosi un dizionario di sneakers ibride e scarpe da calcio con i tacchi.

La seconda generazione

Casadei Cesare Casadei nel suo ufficio
Cesare Casadei nel suo ufficio

Come la maggior parte delle aziende a conduzione familiare, anche Casadei aprì le porte alla seconda generazione: il figlio di Quinto e Flora, Cesare Casadei, divenne direttore creativo. Cesare entrò in carica nel ’94 e da allora promosse molto l’immagine del brand, facendo leva sul “Made in Italy” nel mondo. L’arrivo di Cesare segnò anche l’inizio delle collezioni unisex e la nascita di calzature casual, una più incredibile dell’altra.

Casadei Primavera/estate 1995, scatto di Nick Knight
Primavera/estate 1995, scatto di Nick Knight

Agli inizi del 2000, il brand decise di trasferire lo showroom di Milano in Via dell’Annunciata, in uno spazio progettato ad hoc per divenire sede aziendale. Casadei era ormai uno dei marchi preferiti tra le celebrità. Gli A-listers di Hollywood venivano fotografati con le Casadei, rendendo il brand un nome significativo nel circuito della moda;  i talenti della fotografia scattavano le campagne pubblicitarie dell’azienda, tutto votava per la crescita felice.

L’espansione del brand

Casadei Flagship Store di Londra
Flagship Store di Londra

Ad ottobre del 2002 la società, che contava più di 200 persone, aprì un nuovo negozio monomarca nel cuore di Londra, al n. 12 di Beauchamp Place, nel quartiere di Knightsbridge. Per Casadei l’Italia rimane il secondo mercato (dopo gli Stati Uniti) con 400 punti vendita, 4 dei quali monomarca (Milano, Firenze, Rimini e Ferrara); insieme alla Germania, l’Italia è il mercato più importante d’Europa. Altre due boutique furono aperte in Russia, a San Pietroburgo e a Mosca. L’espansione dell’azienda è garantita dall’ottimo fatturato, che nel 2001 raggiunse i 32.604 milioni di euro (+14,82% rispetto all’anno precedente).

Nel 2004 la Federation Of Italian Footwear mise sul mercato una serie limitata di francobolli dedicati alla celebre Casadei: grande riconoscimento per l’azienda che rappresenta l’eleganza e la tendenza delle calzature italiane nel mondo.

Il 50° anniversario

Casadei ha compiuto 50 anni nel 2008: per festeggiare il mezzo secolo di disegni accattivanti e di gloria artigianale, è stata chiamata la fotografa Ellen Von Unwerth: il risultato fu una pubblicazione sulle calzature Casadei negli anni, seguito da una mostra alla Triennale di Milano.

Casadei Mostra per i 50 anni di Casadei, scatto di Ellen Von Unwerth
Mostra per i 50 anni di Casadei, scatto di Ellen Von Unwerth

 

Anno dopo anno Casadei si espandeva in tutto il mondo: nel 2010 si lanciò a tutto gas nelle aperture di Roma, Cannes, Dubai, Casablanca e New York. Lo stesso anno ha portato anche le calzature e i tacchi Casadei alla settimana della moda di Milano.

L’etichetta scoprì anche il mondo digitale, con il lancio del loro sito web nel 2012, seguito dall’arrivo della boutique e-commerce nel 2013. Nel 2015, Cesare Casadei e l’Architetto Marco Costanzi progettarono il primo concept store di  Milano, seguito dalla presentazione di una nuova boutique nell’esclusiva Albemarle Street, a Mayfair, Londra. Nello stesso anno, la società rilanciò il suo portale di shopping online, grande passo verso la creazione di una nuova estetica.

Situazione attuale

Casadei Stiletto Blade, 2015
Stiletto Blade, 2015

Casadei ha iniziato il 2017 partecipando al Super Bowl: Lady Gaga, scelta per la prestigiosa performance di metà tempo, ha indossato i famosi Stiletto Blade di Casadei. Inoltre, Victoria Beckham viene spesso vista con la stessa calzatura, che sembra tanto essere una delle preferite delle celebrità, che inneggiano a Casadei come il brand più comodo tra i concorrenti.

Ad oggi, Casadei continua ad essere esempio di design impeccabile e intelligenza imprenditoriale, d’artigianalità esperta e d’innovazione ponderata. È testimonianza dell’eredità italiana, dei suoi colori vivaci e dei valori artigianali.

ANTONIO MARRAS

Nel mondo di Antonio Marras, stilista di origine sarda, arte e moda si fondono in continuazione, guidate dal suo genio creativo.

Indice

  1. Le origini: Antonio Marras
  2. Le prime collezioni
  3. Antonio Marras direttore artistico di Kenzo
  4. Le collezioni
  5. 10 anni di Antonio Marras
  6. Situazione attuale

Le origini: Antonio Marras

Nel mondo di Antonio Marras, stilista di origine sarda, arte e moda si fondono in continuazione, guidate dal suo genio creativo. Nato ad Alghero nel ’61, dopo la morte del padre (Efisio Marras) si mise a capo dei negozi di textile di famiglia, trasformandoli in fashion boutique.

Lo stilista Antonio Marras
Lo stilista Antonio Marras

Il suo debutto nel mondo della moda avvenne nell’87, quando si trasferì a Roma per disegnare prêt-à-porter. Marras presentò una collezione per il marchio “Piano Piano Dolce Carlotta”, ispirata al thriller americano del ’64 “Hush … Hush, Sweet Charlotte”, dichiarando da subito la sua passione per il cinema. Il suo entusiasmo culturale, le eccellenti doti artistiche e il know-how appreso nell’industria tessile di famiglia gli spianarono la strada.

Le prime collezioni

Nel ’96 presentò a Roma la sua prima collezione haute couture, ispirata alla tradizione sarda con il suo “ligazzio rubio” (filo rosso), che da allora diventò vero e proprio fil rouge delle sue collezioni. Nel ’99 Marras presentò la sua inedita collezione prêt-à-porter a Milano: anche in quest’occasione non mancarono i richiami alla poetica sarda.

Antonio Marras Prima collezione, Roma 1996
Prima collezione, Roma 1996

A dicembre 2001 Stardust pubblicò un libro su Antonio Marras, scritto da Cristina Morozzi. Il testo venne esposto nello showroom Cappellini di Milano, accompagnato dalle fotografie di Berengo Gardin. Poco prima della presentazione della collezione al Pitti Uomo, si inaugurò una mostra a Roma, in Via dei Banchi Vecchi, presso la galleria A.A.M (Architecture and Modern Art).

Marras chiese ad alcuni abitanti di Lodine, piccolo villaggio della campagna sarda, di prendere parte ad un suo progetto: diventati modelli per un giorno, vennero catturati dagli scatti di Salvatore Ligios. Marras rivoluzionò così  le regole tradizionali e gli stereotipi della virilità nel mondo della moda, presentando i 20 uomini sardi. Nacque anche il Circolo Marras, progetto che univa arte e moda, dove la gente comune interpretò l’abbigliamento del designer. In questo contesto venne inoltre catturato dalle fotografie e dai testi di Ligios di Flavio Soriga.

Antonio Marras Progetto Circolo Marras
Progetto Circolo Marras

L’anno seguente, un’importante pietra miliare nel viaggio di Marras: il debutto della sua linea uomo con una spettacolare presentazione al 62° Pitti Immagine Uomo, nella Torre del Gallo, edificio storico situato sulle colline di Arcetri, Firenze. 

Antonio Marras direttore artistico di Kenzo

Nel 2003 il gruppo LVMH nominò Marras direttore artistico di Kenzo (ruolo che ricoprì fino al 2011): tutte le collezioni venivano programmate nella sua casa in Sardegna. Marras si trasferì a Parigi, nella sede di Kenzo, per supervisionare i progressi, mantenendo le sue radici sarde come fonte di ispirazione, sempre rispettando il codice estetico di Kenzo.

Antonio Marras per Kenzo, collezione primavera/estate 2011
Antonio Marras per Kenzo, collezione primavera/estate 2011

Le collezioni

Antonio Gramsci (come Che Guevara) diventò icona delle T-shirt e delle camicie di Marras (nere su bianco o fucsia su felpe larghe). ma non fu solo icona: a inizio sfilata, lo stilista lesse una delle lettere di Gramsci della prigione; lo show finì con una pioggia di lettere sugli spettatori, a mo’ di volantini sovversivi. L’invito includeva la frase di Gramsci “Odio gli indifferenti”, tratta da La città futura.

A marzo 2003, per la collezione autunno/inverno 2003-2004 presentata alla settimana della moda di Milano, Marras si ispirò a Eleonora d’Arborea (1340-1402), l’ultima regina sarda, famosa per aver creato la “Carta de Logu”, una forma di mappa costituzionale ante litteram. L’attenzione era rivolta al nero, con qualche tocco rosso nel kilt indossato sopra pantaloni larghi con stivali grandi. Garza, seta, velluto, ricami, giacche morbide e gonne voluminose, tutte decorate con diverse catene in bijoux di metallo stile folk.

Antonio Marras Collezione autunno/inverno 2003
Collezione autunno/inverno 2003

A maggio, al Masedu, museo d’arte contemporanea di Sassari, Massari presentò Il racconto della forma, un viaggio stilistico attraverso l’abbigliamento, fatto di disegni, fotografie, video e installazioni. La collezione primavera/estate 2004 per Milano Moda Uomo venne dedicata al tema del mare. Marras fu ispirato dal film Fitzcarraldo e dal libro Sea and Sardinia di D.H. Lawrence. A scenografia della sfilata un transatlantico, il Conte Biancamano, nel Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano.

Luglio 2005 portò l’inaugurazione ad Alghero della mostra Minyonies, a cura di Giuliana Altea e Maria Luisa Frisia. Il nome dello spettacolo derivava dalla parola dialettale “infanzia”: tredici artisti hanno presentato il loro lavoro, con il tema comune della casa e delle emozioni famigliari.

10 anni di Antonio Marras

Nel 2006, Antonio Marras ha festeggiato i suoi dieci anni di carriera con il libro “TEN YEARS AFTER”, realizzato in collaborazione con la fotografa russo-americana Yelena Yemchuck. Il libro, stampato su diversi tipi di carta, era cucito dal “ligazzo rubio”, la striscia di tessuto rosso diventata elemento distintivo dello stilista.

Nel 2007, Marras firmò un accordo con Interfashion, società del gruppo Stefanel, per la produzione in licenza della sua seconda linea, I’m Isola Marras, successivamente data alla società Loma. Nel 2008, Marras disegnò i costumi per la famosa OperaOrfeo ed Euridice“, costumi che vennero presentati durante l’inaugurazione del Teatro Grande del Palazzo dei Congressi di Alghero. L’anno seguente, Marras aprì il suo primo flagship store in Medio Oriente, in collaborazione con i rivenditori di lusso Al Ostoura International: questo fu il suo primo tentativo di espansione in Medio Oriente.

Antonio Marras Isola Marras, primavera/estate 2014
Isola Marras, primavera/estate 2014

Sebbene Marras non abbia mai completato degli studi nel campo dell’arte o della moda, nel 2013 ricevette una laurea ad honorem dall’Accademia d’Arte di Brera. Ma Marras si è sempre interessato anche al sociale: nel 2015 ha iniziato a supportare NEVER GIVE UP, un’organizzazione senza scopo di lucro per la prevenzione e il trattamento dei disturbi alimentari. Lo stesso anno firmò anche una collaborazione biennale con l’agenzia Segno Italiano a Milano, agenzia che forniva servizi di consulenza per la gestione degli spazi durante il Salone del Mobile.

Situazione attuale

Nel 2015, le vendite di Antonio Marras raggiunsero circa gli 11 milioni di dollari. Attualmente, il brand è presente in sette negozi tra Mosca, Kuwait, Milano, Alghero, Seoul e in una boutique-ristorante a Dubai. La linea Antonio Marras è distribuita in circa 140 negozi multimarca in tutto il mondo, mentre la linea I’m Isola Marras è disponibile in circa 300 negozi. Marras punta ad espandersi ulteriormente negli Stati Uniti e in Cina.

Antonio Marras al Salone Del Mobile
Antonio Marras al Salone Del Mobile

In una spettacolare mostra al Triennale Design Museum di Milano, Marras ha presentato “Nulla dies sine Linea. Vita, diari e note di uomo irrequieto”, mostra celebrativa delle sue opere d’arte degli ultimi venti anni. La mostra è stata aperta dal 22 ottobre 2016 al 21 gennaio 2017, compleanni di Marras e della moglie.

GIANFRANCO FERRÉ

Gianfranco Ferré, stilista di Legnano (MI), nato il 15 agosto 1944. Dopo la maturità scientifica, si iscrive alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1969.

ORIGINI

Gianfranco Ferré nasce a Legnano (MI), il 15 agosto 1944.

Dopo la maturità scientifica, si iscrive alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Qui si laurea nel 1969, discutendo una tesi sulla “Metodologia dell’approccio alla composizione”, relatore l’architetto Franco Albini.

Gianfranco Ferré
Gianfranco Ferré

IL DEBUTTO

Il casuale debutto nel mondo della moda avviene già in questo periodo. Ferré disegna, infatti, bijoux ed accessori che regala ad amiche e compagne di università.

Le sue creazioni vengono notate da Rosy Biffi,vero talent scout e titolare di una boutique d’avanguardia che ne parla ad Ileana Pareto Spinola e Anne Sophie Benazzo. Conquistate dalla genialità di questi oggetti realizzati ancora in modo artigianale, li ospitano nella loro show room e li propongono ai buyers.

Capitati quasi per caso sotto gli occhi di alcune redattrici di moda (Anna Piaggi ed Anna Riva, le prime) sono fotografati dalle riviste di settore. Nel 1971,uno di questi accessori è sulla copertina del mensile “Arianna”, e poi nelle pagine di “Grazia”, di “Linea Italiana” e via dicendo.

Un debutto che è già un successo, supportato da una citazione di Camilla Cederna, che ne parla nella rubrica “Il lato debole” che teneva allora sul settimanale “L’Espresso”.

L’INDIA

Nel 1973 Gianfranco Ferré intraprende il primo dei suoi numerosi viaggi in India, dove trascorre lunghi periodi di lavoro sino al 1977. Per conto di un’azienda genovese di abbigliamento, la “San Giorgio Impermeabili”, di proprietà della famiglia Borelli, disegna e fa produrre in loco la collezione “Ketch”. E’ l’occasione per visitare ogni parte del Paese, studiandone l’artigianato e le potenzialità produttive, anche su incarico del Governo indiano.

Ferré viene letteralmente sedotto dall’India, dove si consolida la sua formazione e prende avvio il suo percorso creativo. L’India è per lo stilista una lezione fondamentale di vita, fatta di emozioni e sensazioni legate ai colori, ai profumi, alle forme, che Ferré trasferirà nelle sue collezioni, attraverso il suo particolare modo di ricordare.

LE PRIME COLLEZIONI

Nello stesso periodo, nelle sue soste in Italia, mantiene una serie di rapporti di collaborazione occupandosi di accessori con nomi già affermati, come Walter Albini e Christiane Bailly e rapporti di consulenza stilistica con aziende di maglieria e costumi da bagno, che sfilano per la prima volta nell’ambito di “MareModa Capri” e gli fanno meritare il premio che inaugura la serie dei riconoscimenti ottenuti nella sua carriera.

Dal 1974, le prime collezioni di prêt à porter e le prime sfilate: “Courlande” e “Baila”, quest’ultima affidatagli da Franco Mattioli, un imprenditore bolognese che, nel 1978, sarebbe diventato suo socio.

UNA BRILLANTE CARRIERA

Al maggio del 1978 risale infatti la fondazione della società “Gianfranco Ferré”, con sede a Milano in Via San Damiano prima, ed in Via della Spiga, poi. Nell’ottobre dello stesso anno, la prima, emozionante sfilata di prêt à porter femminile, si svolge all’Hotel “Principe di Savoia” di Milano.

Nel 1982 Ferrè crea una gamma articolata di accessori e di prodotti realizzati su licenza in collaborazione con numerose aziende leader nei rispettivi settori merceologici. A questo progetto si aggiunge poi, nel 1986, l’esperienza dell’Alta Moda, con sfilate a Roma, per sei stagioni.

Gianfranco Ferré, 1982
Gianfranco Ferré, 1982

Nel 1983 partecipa alla elaborazione del piano didattico della nascente “Domus Academy”, Scuola post-universitaria di Design, Design management e Fashion Design. Qui, fino al 1989, dirige il corso “Design dell’abito”: analisi delle problematiche di progettazione dell’abito e delle connessioni con i mutamenti della moda e analisi dell’iter progettuale.

Nel maggio del 1989 inizia la straordinaria avventura nel nome di Christian Dior. Gianfranco Ferré è nominato Direttore Artistico della Maison  per le linee femminili di Haute Couture, Prêt à Porter e Fourrure. L’incarico presso Dior viene riconfermato nel 1993 sino al 1996.

Gianfranco Ferre Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese
Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese

Nell’autunno del 1998 la ricorrenza dei vent’anni di attività della griffe comprende un insieme di eventi determinanti per il futuro della Società. Essi culminano con l’inaugurazione a Milano della nuova sede negli spazi completamente rinnovati dell’ex Palazzo Gondrand di Via Pontaccio, su progetto iniziale di Marco Zanuso, completato poi da Franco Raggi.

GLI ULTIMI ANNI

Nel 2002 la Società Gianfranco Ferré viene acquisita dalla IT Holding di Tonino Perna e Gianfranco Ferré ne diventa il Direttore Artistico.

Nel marzo 2007 Gianfranco Ferré è nominato Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Il 17 giugno 2007, Gianfranco Ferré muore a seguito di un’emorragia cerebrale.

GUCCI

Brand italiano di alta moda, fondato da Guccio Gucci nel 1921. Attualmente, il Gucci Group è di proprietà della holding francese Kering.

Le origini: Guccio Gucci

Gucci venne fondata nel 1921 da Guccio Gucci (1881-1953), figlio di un fabbricante di paglie che, giovanissimo, si trasferì prima a Parigi e poi a Londra dove, lavorando come liftboy al Savoy Hotel, fece proprio il gusto del bello e dell’eleganza.

Il fondatore Guccio Gucci
Il fondatore Guccio Gucci

Al suo ritorno a Firenze, dopo aver lavorato presso la ditta Franzi di Milano, aprì un primo negozio e un piccolo laboratorio in via della Vigna 7 e via del Parione 11: vendeva articoli da viaggio e selleria.

Nel ’32 si trasferì nei più ampi locali di via della Vigna Nuova 11. Cinque anni dopo, produceva, in un suo stabilimento ancora artigianale di Lungarno Guicciardini, borse, valigie e articoli sportivi.

Il DNA del brand: morso e staffa

Gucci Borsa con staffa
Borsa con staffa

I primi successi sono legati anche a complementi per l’equitazione: molto presto, infatti, i motivi del morso e della staffa diventarono l’emblema della casa fiorentina. Le vendite furono tali da spingere Gucci fuori dai confini della sua città natale. Approdò a Roma con un negozio in via Condotti: era il ’38.

Durante i difficili anni dell’autarchia, la fantasia faceva fronte alla carenza di materie prime con l’introduzione di materiali come canapa, lino, juta e il celebre bambù, meno costosi dei consueti pellami e tali da alimentare l’originalità della griffe.

Nel ’39, il passaggio da ditta individuale a società segnò l’ingresso ufficiale nell’attività dei quattro figli Aldo, Vasco, Ugo e Rodolfo: sarà quest’ultimo a inaugurare nel ’51 il negozio di Milano in via Montenapoleone 5.

Verde-rosso-verde

Gucci 1950, Borse da viaggio con il motivo rosso-verde
1950, Borse da viaggio con il motivo rosso-verde

Gli anni ’50 rappresentarono un momento importante nella vita dell’azienda. Nel ’53 il vecchio laboratorio artigianale fiorentino di Lungarno Guicciardini si trasferì nei locali di Palazzo Settimanni in via delle Caldaie, oggi modernissimo show room.

Distintivo del marchio diventò un nastro ispirato dal sottopancia della sella, di diverse grandezze, in lana o cotone, nei colori verde-rosso-verde per gli articoli in cuoio naturale e in blu-rosso-blu per pellami colorati. Nello stesso anno, l’azienda, che aveva già una dimensione europea, decise di radicarsi in maniera più stabile anche oltreoceano e diventare una fra le teste di ponte del made in Italy negli Stati Uniti.

GG

Gucci Logo GG
Logo GG

Sono gli anni in cui l’azienda decise di usare il logo GG, a indicare le iniziali del fondatore, come motivo ornamentale per una stoffa in tela di cotone, chiamata GG Canvas, con cui realizzare borse, piccola pelletteria, valigeria, oggettistica e i primi capi di abbigliamento.

Fu Aldo Gucci a volere con forza l’espansione con l’apertura di un primo punto vendita nella 58ma Strada di New York. Si consolidano, intanto, i prodotti destinati a diventare dei “classici”: la prima borsa con il manico di bambù (’47), il mocassino con il morsetto (’52-53), il foulard Flora (’67), creato da Rodolfo Gucci e Accornero per Grace Kelly. Donne dallo stile inimitabile, come Audrey Hepburn, Jackie Kennedy, Maria Callas, la duchessa di Windsor, scelsero articoli Gucci.

Grazie all’apertura dei nuovi punti vendita di Londra (’61), Palm Beach (’61), Parigi (’63) e Beverly Hills (’68) e alla creatività della produzione, la casa ottenne nuovi significativi consensi nei più importanti mercati del mondo.

La crescita di Gucci 

La produzione

A Firenze, dopo l’alluvione dell’autunno ’66, Gucci lasciò le vetrine di via della Vigna e traslocò in un negozio di via Tornabuoni. Il potenziale produttivo si sviluppò con l’apertura nel ’71 della nuova grande fabbrica di Scandicci, vicino Firenze. Questo consentì un’ulteriore estensione della rete diretta di negozi negli anni ’70: dopo Chicago (’71), quelli di Tokyo (’72) e Hong Kong (’74) segnarono l’inizio di una sempre più vasta presenza in Oriente.

Lo sviluppo industriale dell’azienda non significava, comunque, la rinuncia agli schemi artigianali, sempre gestiti e organizzati nella sede fiorentina, con un severo controllo sulla qualità del prodotto.

Gucci Collezione autunno/inverno 1996
Collezione autunno/inverno 1996

Nell’82 la Gucci si trasformò in società per azioni: la guida, dopo un periodo di difficili scelte strategiche da parte dei componenti della famiglia, passò al figlio di Rodolfo, Maurizio. Nell’89 la Finanziaria anglo-araba Investcorp acquistò il 50% delle azioni, di proprietà di Aldo e dei suoi discendenti, mentre Maurizio mantenne il restante 50% e la presidenza dell’azienda fino al 1993, anno in cui cedette a Investcorp tutto il suo pacchetto azionario.

A gestire il rilancio della griffe furono Domenico De Sole e Tom Ford. Il primo, già responsabile di Gucci America dall’84, venne nominato nel ’95 presidente e chief executive officer di Gucci Group N.V.

Direttore creativo: Tom Ford

Gucci Tom Ford, direttore creativo, 2003
Tom Ford, direttore creativo, 2003

Tom Ford, stilista di origine statunitense, nel ’94, nominato direttore creativo dell’intera produzione, ridisegnò l’identità della griffe e, grazie a un remix di classico e moderno, di tradizione e innovazione, il nuovo stile della casa fiorentina, conquistò il mondo.

Il marchio si confermava così leader nel settore della pelletteria, puntando anche sulle collezioni di abbigliamento uomo-donna che raccolsero subito grande successo di critica e di pubblico.

Gucci vende il pacchetto azionario

Tra il ’95 e il ’96, Gucci diventò la prima vera Public Company italiana con il collocamento dell’intero capitale azionario sulle piazze finanziarie di New York e Amsterdam. All’inizio del ’99, Bernard Arnault, con Lvmh, conquistò il 34,4% del capitale, rastrellando in Borsa e acquistando il pacchetto di azioni posseduto da Prada e da altri investitori.

Al suo tentativo di porre mano alla gestione dell’impresa si oppose il supervisory board della Gucci, che affidò la conduzione della difesa all’amministratore delegato Domenico De Sole.

Gucci Campagna pubblicitaria 1990
Campagna pubblicitaria 1990

Dopo l’adozione di un piano di azionariato per i dipendenti, che aveva accordato loro un’opzione per l’acquisto di azioni Gucci pari alla quota Lvmh, nel marzo 1999 venne approvata un’alleanza strategica con il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (Ppr) per la creazione di un polo multimarca nell’industria mondiale del lusso. In cambio di una quota del 40%, Ppr investì in Gucci 2,9 miliardi di dollari, per finanziare la crescita tramite acquisizione. 

Prima opportunità, nel luglio 1999, l’acquisizione di Sanofi Beauté, società che controllava la Yves Saint-Laurent e un patrimonio di profumi da Roger&Gallet a quelli di Krizia, di Fendi e di Oscar de la Renta. Mentre Lvmh continuava la battaglia legale, gli azionisti indipendenti riuniti in assemblea manifestarono il loro gradimento al nuovo socio oltre che all’amministratore delegato Domenico De SoleGucci chiuse il primo semestre del ’99 con un utile netto di 255 miliardi di lire, in crescita del 68% rispetto ai primi 6 mesi del ’98.

La personalità di Tom Ford

Gucci, Collezione primavera/estate 2003
Collezione primavera/estate 2003

Nella maratona di Milano Moda Donna, Gucci è sempre stato l’appuntamento da non perdere. Anche perché si dice Gucci ma si pensa a Tom Ford, stilista dal carisma indiscutibile e di innegabile fascino, del quale è, peraltro, del tutto consapevole. Continuò a percorrere itinerari di stile a lui congeniali: maestro di seduzione incontrollata, le sue collezioni erano da leggere spesso come il raffinato Kamasutra anche per quanto riguardava le tendenze maschili.

Memorabili, in proposito, quelle destinate all’estate 2003, con l’erotismo al limite dell’hard, da lui stesso definito “vagamente pornografico“, con espliciti messaggi a luci rosse scritti perfino sulle pantofole.

Gucci Campagna pubblicitaria 2003
Campagna pubblicitaria 2003

Pretty-man o rock star: di certo un uomo che non passò mai inosservato, anche quando voleva essere incline al classico, interpretato alla maniera del Grande Gatsby.

Per la donna il gioco diventava ancora più facile ed esplicito: signora animata da cattivi propositi, dentro scampoli di abiti intriganti che catturavano la platea, soprattutto in nero, colore amato per una autenticità arrogante.

Dal 2000 al 2005

Il brand rileva nuovi marchi

Il Gucci Group continuava a crescere e acquisire diversi marchi di lusso, tra cui: Sergio Rossi, Alexander McQueen, Bedat & Co., Bottega Veneta, Stella McCartney, Balenciaga e JV australiana. La direzione creativa rimaneva sempre in mano ai singoli brand.

Nuovi piani strategici

A novembre 2001 debuttò, a Mosca, il nuovo flagship store Gucci, in Tretyakovsky Proyezd 1.

Nel 2002 il Gruppo prese l’importante decisione di  non importare più pelli dall’India per protestare sulla mancanza di rispetto che gli indiani nutrivano verso gli animali. Forse su questa decisione influì Stella McCartney, animalista convinta e neo stilista di Gucci. La stessa decisione era stata presa in passato da Timberland, Gap, Nike e Reebok.

Quel maggio riprese anche il controllo delle attività a Taiwan, acquisendo la quota detenuta dal locale partner Tasa Meng Corporation. Inaugurò, inoltre, a Taipei, uno spazio su tre piani con un reparto di gioielleria di lusso, curato nel look come sempre da Tom Ford.

Domenico De Sole dichiarò che nel 2002 avrebbe investito 200 milioni di euro per nuovi negozi, di cui 35 in Asia.

Gucci Tom Ford e Domenico de Sole
Tom Ford e Domenico de Sole

A luglio, in un’intervista su Corriere Economia, Domenico De Sole, amministratore delegato di Gucci, dichiarò che malgrado le difficoltà congiunturali previste per il 2002, la strategia multibrand, adottata in pieno accordo con Tom Ford, non solo funzionava ma lasciava sperare e prevedere un miglioramento nella seconda parte dell’anno.

Esposizioni ed inaugurazioni

A settembre 2002 la sfilata milanese propose le gambe in primo piano, con minigonne addirittura così micro, da intravedersi appena sotto le giacche strette in vita e sciancrate o i giubbotti in seta bianca. Microabitini di foggia cinese, in seta pieghettata e ricamata, tagli a chimono per giacche e soprabiti a tinte forti su pantashort o slip in pizzo nero, portati in modo ultrasexy a seno nudo.

Ricomparve la borsa con manico di bambù, un must di Gucci degli anni ’50, ma volutamente grande, e le décolleté aperte a sandalo in pelle d’argento.

Ad ottobre, Tom Ford, direttore artistico di Gucci, aprì boutique in mezzo mondo, dopo Mosca, Manhattan, Parigi e Milano tutte disegnate da lui e dall’archietto Bill Sofield.

Proprio mentre il giro d’affari faceva registrare una flessione del 6,9% (causato soprattutto dalla crisi della pelletteria), all’inizio di settembre venne inaugurata la boutique in Madison Avenue e, poco dopo, la terza boutique parigina, al numero 60 di Avenue Montaigne, che si aggiunse a quelle di Faubourg Saint Honoré e di rue Saint Honoré.

NUOVE COLLABORAZIONI

A novembre, Gucci, in collaborazione con Sàfilo lanciò due nuove linee di occhiali da sole, firmati Stella McCartney e Bottega Veneta. La collezione unisex di Bottega Veneta era disegnata dallo stilista austriaco Tomas Maier. Stella McCartney propose sei modelli di varie forme e colori.

Venne inaugurato anche un nuovo megastore Gucci in via Montenapoleone a Milano. Al vecchio negozio, completamente ristrutturato, al numero 5, si erano aggiunti i nuovi spazi acquisiti al numero 7: quattro piani, con quattro vetrine e tre ingressi. Al sotterraneo le collezioni donna, al pianterreno accessori e gioielleria, mentre i due piani superiori erano dedicati all’uomo.

Gucci Flagship Store di Milano
Flagship Store di Milano

Le vendite calano

A dicembre 2002, il terzo trimestre 2001 mostrò un calo di utili e ricavi. Il gruppo Gucci, quotato alle Borse di Amsterdam e New York, aveva realizzato ricavi per 566,2 milioni di dollari (-7,9% rispetto ai 615 del 2000), un utile operativo prima degli ammortamenti di 80,9 milioni (contro 133) e un utile netto di 56,3 milioni (contro 114,2).

I ricavi erano però sostanzialmente stabili (+11%, con 1660 milioni contro 1642), mentre l’utile netto calò comunque (da 241,7 milioni a 195,1).

Ne avevano sofferto soprattutto le vendite in mercati basati sul turismo, come New York, Hawaii, West Coast e alcune città europee. Gucci aprì in via Condotti a Roma il primo negozio dedicato esclusivamente alla gioielleria e agli orologi.

Gucci Negozio di Roma
Negozio di Roma

L’anno fiscale 2002 si chiuse con un calo dell’utile a 226,8 milioni di euro, contro i 312,5 dell’anno precedente. Stabili invece i ricavi, a 2544,3 milioni contro i 2565,1 del 2001.

Il mercato asiatico

Ad aprile 2003, nel quartiere più elegante di Tokyo, Ginza, Gucci intendeva installare il suo quartier generale giapponese e aprire un nuovo negozio superlusso. In Giappone, dove possedeva sette punti vendita e 37 shop-in-shop, Gucci aveva realizzato nel 2002, ricavi per 500 milioni di euro, circa il 20% dei ricavi totali del Gruppo.

Gucci Giappone, campagna pubblicitaria inverno 2016
Giappone, campagna pubblicitaria inverno 2016

A maggio, alla domanda “come si affronta la crisi?”, Domenico De Sole rispose senza esitazioni:

“Limando i costi. Nel 2001 e 2002 abbiamo investito 300 milioni l’anno, più di due terzi per nuovi negozi o per rinnovare quelli che avevamo. Quest’anno le spese di capitale si riduranno molto e la tendenza continuerà nei prossimi due anni, con grande beneficio per il cash flow”.

A settembre il gruppo francese Pinault-Printemps-Redoute (PPR) aumentò la propria partecipazione nel gruppo Gucci al 67,34%, avvicinandosi all’obiettivo del 70% previsto entro la fine dell’anno.

Tom Ford lascia Gucci

Gucci Ultima collezione di Tom Ford per Gucci, autunno/inverno 2004
Ultima collezione di Tom Ford per Gucci, autunno/inverno 2004

A novembre 2003 il gruppo annunciò che Domenico De Sole, Presidente e direttore generale del gruppo Gucci, e Tom Ford, direttore creativo del gruppo Gucci e dei marchi Gucci e Yves Saint Laurent, non intendevano prolungare i loro contratti, la cui scadenza era prevista per il 2004. Domenico De Sole dichiarò:

“Gucci è stato uno dei grandi amori della mia vita e gli anni trascorsi qui sono stati un viaggio fantastico. Voglio ringraziare Tom, il cui genio creativo ha reso possibili i nostri successi, così come tutti gli straordinari colleghi di tutto il mondo. Grazie alle loro capacità e dedizione, siamo stati in grado di trasformare una piccola azienda che al mio arrivo, nel 1984, versava in cattive condizioni finanziarie, in una potenza mondiale del lusso, creando così più valore per tutti i nostri stakeholder “.

Tom Ford disse:

“È con molta tristezza che guardo al mio futuro senza Gucci. Negli ultimi 13 anni questa compagnia è stata la mia vita. Stiamo lasciando una delle squadre più potenti del settore e finché sarò ancora parte del team, farò del mio meglio per assicurare il futuro successo del gruppo. Non potrei essere più orgoglioso del nostro lavoro in Gucci o dell’eccezionale team di colleghi che hanno contribuito con molto più di quello che si definisce duro lavoro: hanno messo il cuore nella nostra scalata al successo”.

A febbraio 2004, il Gruppo PPR annunciò che avrebbe presentato un’offerta per l’acquisizione delle azioni del gruppo Gucci non ancora in suo possesso. L’offerta doveva essere al costo prefissato di $ 85,52 per azione.

Nuovi direttori creativi

Gucci Direttore creativo, Alessandra Facchinetti
Direttore creativo, Alessandra Facchinetti

A marzo 2004 Alessandra Facchinetti diventò nuovo direttore creativo della linea di abbigliamento donna. Approdò in Gucci nell’ottobre del 2000 come style director della divisione donna. E subito aveva mostrato qualità eccezionali. John Ray divenne direttore creativo della linea uomo.

Nel ’96 Tom Ford lo aveva chiamato in Gucci come style consultant sempre per la linea uomo e, dopo poco tempo, aveva cominciato a lavorare a tempo pieno in Gucci. Frida Giannini era la nuova direttrice creativa della linea accessori. Nata a Roma nel ’72, aveva studiato all’Accademia di Costume e Moda.

Nel settembre 2002, divenuta style director della Gucci Leather Collection, contribuì in modo significativo al successo delle Collezioni in pelle.

A giugno, il gruppo PPR, che deteneva il 99,3% del gruppo Gucci, incassò un dividendo di 50 milioni di euro. Tuttavia, questo importo copriva oltre il 25% degli oneri finanziari. Infatti, il colosso francese aveva sborsato un totale di 7 miliardi di euro per ottenere il controllo della casa fiorentina, di cui 2,6 erano stati erogati per l’ultima offerta. Aveva 380 milioni di euro di debiti.

Gucci Alessandra Facchinetti, collezione primavera/estate 2015
Alessandra Facchinetti, collezione primavera/estate 2015

In luglio Gucci aprì un negozio interamente dedicato agli accessori nella prestigiosa Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Il negozio aveva anche un bar. A settembre, Gucci fondò la conceria Blutonic in Toscana, di cui controllava il 51,5%.

A novembre 2004 Mark Lee delineò le strategie future del gruppo. “Gucci continuerà a crescere, ma in modo più coerente con la sua immagine e tradizione. Decentralizzare? No, confermo l’intenzione di continuare la produzione in Italia, perché la forza del marchio è nel Made in Italy e, in particolare, nel Made in Tuscany, come per la pelletteria. ”

Dal 2005 ad oggi

Nuovo direttore creativo e CEO

A marzo 2005, Frida Giannini sostituì Alessandra Facchinetti: divenne, infatti, la nuova direttrice creativa del reparto donna, carica che si aggiunse alla direzione della linea accessori. John Ray mantenne il suo ruolo di direttore creativo per l’abbigliamento uomo.

Gucci Campagna pubblicitaria autunno/inverno 2006
Campagna pubblicitaria autunno/inverno 2006

A gennaio 2009, Patrizio Di Marco, ex presidente e amministratore delegato di Bottega Veneta, divenne presidente e CEO di Gucci. Di Marco e Giannini cambiarono le strategie dell’azienda e hanno decisero di restaurare il marchio Gucci.

Già nel 2010, Gucci era diventato il marchio più prezioso del gruppo PPR, con un fatturato di più di € 2,66 miliardi (+11% rispetto al 2008) e un utile operativo di € 765 milioni.

90° anniversario

Nel 2011 Gucci celebrò il suo 90° compleanno: tra i festeggiamenti fu anche inaugurato il nuovo Gucci Museo, sito in un edificio del XIV secolo in Piazza della Signoria.

Il brand lanciò anche una collezione a tiratura limitata chiamata ‘1921’ (anno di fondazione di Gucci): la collezione includeva i pezzi più classici ed iconici, come le borse Bamboo, Jackie e Horsebit, tutte realizzate con nuovi tessuti e colori. La festa arrivo fino in Giappone, dove Gucci espose alcuni dei suoi pezzi più preziosi in un tempio storico di Kyoto.

Gucci Collezione limitata, 1921
Collezione limitata, 1921

Nel 2011 venne celebrato il 150° anno dall’Unità d’Italia: Gucci e Fiat, due dei marchi più italiani più prestigiosi, collaborarono per la “500 by Gucci“. L’edizione speciale dell’iconica Fiat 500 fu personalizzata dal direttore creativo di Gucci Frida Giannini in partnership con il Centro Stile di Fiat.

Gucci è rilevata da Kering 

Nel 2013, Gucci vendette la maggior parte delle azioni al gruppo Kering. L’anno seguente, dopo la sfilata primavera/estate 2015, dopo sei anni, la direttrice creativa Frida Giannini lasciò Gucci a causa del calo delle vendite. Abbandonò l’azienda anche Patrizio di Marco, amministratore delegato.

Gucci Ultima collezione per Frida Giannini, primavera/estate 2015 Ultima collezione per Frida Giannini, primavera/estate 2015[/caption]

A gennaio 2015, lo stilista italiano Alessandro Michele venne nominato direttore creativo; Marco Bizzarri divenne nuovo CEO.

Situazione attuale

Gucci Prima collezione di Alessandro Michele, primavera/estate 2016
Prima collezione di Alessandro Michele, primavera/estate 2016

Grazie ad Alessandro Michele e Marco Bizzarri, alla loro visione contemporanea che regalò al brand una nuova immagine eclettica e romantica, Gucci ristabilì il suo ruolo tra i marchi di alta moda più influenti al mondo.

Oggi il brand è diventato il più grande marchio moneymaking del gruppo Kering, rappresentandone oltre il 60% del profitto operativo. Ad ora Gucci possiede 522 negozi in tutto il mondo e conta oltre 10.000 dipendenti.

Alessandro Michele

Gucci Alessandro Michele, direttore creativo
Alessandro Michele, direttore creativo

Nato a Roma, Alessandro ha frequentato l’Accademia di Costume e di Moda. Iniziata una brillante carriera in Fendi come Senior Accessories Designer, chiamato da Tom Ford nel 2002, arrivò in Gucci. In seguito venne trasferir a Londra, nell’ufficio di progettazione di Gucci.

Nel corso dei 12 anni di carriera, ha ricoperto svariati ruoli: nel 2006 è stato nominato DLeather Goods Design Director; a maggio 2011, promosso, divenne Associate dell’allora direttore creativo Frida Giannini. A settembre 2014, divenne anche direttore creativo di Richard Ginori, celebre brand fiorentino di design in porcellana acquisito da Gucci.

Grazie all’operato di Alessandro Michele e a Gucci tutta, i ricavi di Kering stanno crescendo ad una velocità incredibile. Gucci ha visto aumentare i suoi ricavi del 21%, quasi raddoppiando le aspettative.

FURLA

Nata nel 1927 a Bologna, Furla oggi presenta prodotti di alto design made in Italy, che variano dalle borse, alle scarpe, agli accessori.

Indice

  1. Le origini
  2. Lo stile
  3. Successo in Italia e nei mercati esteri
  4. Fondazione Furla
  5. La crescita del brand
    1. Furla entra in Borsa
  6. 90° anniversario
  7. Situazione attuale

Le origini

Furla è un’azienda italiana di pelletteria, fondata da Aldo e Margherita Fulanetto nel 1927, a Bologna, in una storica villa del XIIX secolo. Allgli albori l’azienda distribuiva abbigliamento e accessori, per poi produrre borse, scarpe e accessori in pelle.

Furla Headquarters di Furla a Bologna
Headquarters di Furla a Bologna

Nel 1955 Aldo aprì il primo negozio Furla in Via Ugo Bassi, nel cuore della città di Bologna: sin da subito e il brand crebbe molto velocemente. Negli anni ’70, la seconda generazione (i fratelli Carlo, Paolo e Giovanna Furlanetto) entrò a far parte dell’azienda. Paolo e Carlo si occupavano delle strategie di crescita dell’azienda, mentre a Giovanna spettò la direzione creativa. In questo periodo l’azienda presentò la prima collezione di borse e accessori con logo furla: grande novità la decisione di espandersi verso una molto più diversificata produzione di articoli in pelle. Negli anni ’80 il brand aveva negozi a Bologna, Roma, Parigi e New York.

Lo stile

Le collezioni Furla, tra le regine del Made in Italy, incarnano i valori dell’artigianato italiano, mantenendo sempre un tocco moderno. Usano pelli pregiate e un particolare processo di concia, coadiuvato dalle più recenti tecnologie del settore; i dettagli, curati in ogni loro aspetto, vengono sempre enfatizzati. Furla, con le sue collezioni, incarna lo stile di vita italiano e se ne fa ambasciatrice in tutto il mondo.

Furla Borsa Metropolis
Borsa Metropolis

Il lusso accessibile è sempre stato il leitmotiv del brand, soprattutto nei mercati emergenti. Adottando la filosofia del design contemporaneo e funzionale, creando uno stile di vita affascinante e gioioso, l’impegno di Furla è sempre stato riconosciuto dal suo pubblico. La borsa Metropolis, best seller, presenta un design pulito e dalle linee semplici; viene prodotta con materiali pregiati e la manifattura è completamente italiana: ciò nonostante, il costo è di soli € 250. Ecco cosa intende Furla con lusso accessibile.

Successo in Italia e nei mercati esteri

Nel 1998 l’azienda raggiunse un fatturato di circa 40 milioni di euro; contava 56 boutique monomarca in Italia e 24 all’estero. Nel febbraio 2000 l’apertura del mercato francese creò un aumento delle vendite del 35% rispetto al 1999. Lo stesso anno venne istituito il “Premio Furla Per L’Arte”, con lo scopo di fornire visibilità agli artisti emergenti italiani.

Nel febbraio 2002 Furla decise di ampliare il suo pubblico, rivolgendosi ai teen: nacque, così, Furlina, personaggio a fumetti stampato su borse, accessori e orologi. Un anno dopo, la società vide una crescita nel mercato domestico, obiettivo di Giovannna Furlanetto. La strategia aziendale comprendeva un programma di apertura di due boutique in Sardegna, a Fort Village e Cagliari, e due in Sicilia, a Siracusa ea Taormina. Successivamente, nel 2007, Eraldo Poletto fu nominato amministratore delegato, primo non membro della famiglia.

Fondazione Furla

Furla Fondazione Furla
Fondazione Furla

Nel 2008 nacque Fondazione Furla, a sostegno del “Premio Furla per l’Arte“, rivolto agli artisti italiani emergenti sulla scena contemporanea. Un altro importante progetto sostenuto da Giovanna Furlanetto fu il Furla Talent Hub, in collaborazione con Alta Roma: bacino di giovani e talentuosi designer che ebbero la possibilità di competere per la creazione di una linea di scarpe per il brand.

Lo stesso anno, l’azienda presentò sia la collezione maschile, sia la sua prima linea di scarpe, disegnata da Max Kibardin. La maison firmò un accordo con Tamburi Investment Partners e si dichiarò pronta ad entrare in Borsa nel 2017, diventando una delle prime aziende italiane ad essere quotata.

Nel 2013 Italia e Asia (in particolare il Giappone) rappresentavano i mercati più forti di Furla. Le vendite di borse quasi raddoppiarono nel 2014.

La crescita del brand

A partire dal 2014, Furla ha compiuto una significativa spinta di marketing, collaborando con il noto fotografo di moda Mario Testino. Furla ha gestito un progetto di comunicazione a 360° per ristabilire l’immagine del marchio. Enorme è stato l’investimento per supportare la campagna pubblicitaria su tutti i tipi di media, inclusi cartelloni pubblicitari, stampa, video e social media.

Furla Collezione primavera/estate 2015, scatti di Mario Testino
Collezione primavera/estate 2015, scatti di Mario Testino

Furla aveva aperto 111 nuovi negozi in tutto il mondo nei due anni precedenti e il 60% della rete di vendita Furla era di proprietà dell’azienda. L’anno 2014 si chiuse con un fatturato consolidato di € 262 (+15% rispetto al 2013).

Nel 2015 Furla continuò ad espandere la sua rete di distribuzione: nel primo semestre l’azienda aprì 39 nuovi negozi. Di conseguenza, le vendite aumentarono del 30%; nella prima metà del 2015 raggiunsero i € 151,2 milioni. Il Giappone rimase il più importante mercato per Furla. Nel frattempo, Furla aveva aperto un nuovo flagship store a New York.

Furla Flagship Store di Furla, New York, Fifth Avenue
Flagship Store di Furla, New York, Fifth Avenue

L’ex dirigente di C.Wonder, Scott Links, divenne nuovo CEO del dipartimento degli Stati Uniti. Con l’obiettivo di diventare un marchio di lifestyle, Furla aggiunse nuove categorie di prodotti: scarpe donna, pelletteria uomo, accessori, occhiali da sole, gioielli e orologi.

Furla entra in Borsa

Il brand chiuse il 2015 con un fatturato consolidato di 339 milioni di euro; l’80% proveniva da mercati esteri. Nel maggio 2016 il CEO Eraldo Poletto lasciò Furla.

90° anniversario

Furla 90° anniversario, collezione Capsule
90° anniversario, collezione Capsule

Nel 2017 Furla ha festeggiato il suo 90° anniversario con una collezione limitata della borsa Metropolis, best seller durante la settimana della moda di Milano. Questa collezione si basa su cinque colori diversi e nove varianti che raccontano 90 anni di storia della musica: ogni borsa rappresenta uno stile musicale iconico di un diverso decennio. La vendita online ha rafforzato il brand, portando all’apertura di nuovi concept store a Milano e all’estero e garantendo un aumento delle vendite del 45% in tre anni (2010-2013).

Situazione attuale

Furla Collezione primavera/estate 2017
Collezione primavera/estate 2017

Entro il 2018 la rete di Furla raggiungerà i 1600 punti vendita, di cui 1200 multimarca e grandi magazzini, 444 negozi monomarca in 100 Paesi, tutti nelle più prestigiose zone commerciali. La strategia di distribuzione del marchio è destinata a continuare per tutto il 2017.

EMILIO PUCCI

Famoso stilista fiorentino, nel 1947 fondò l’omonimo brand, Pucci, divenendo immediatamente celebre per le sue stampe geometriche e coloratissime.

Indice

  1. Le origini
  2. Le stampe Pucci
  3. Il successo
    1. La prima sfilata
    2. Neiman Marcus Fashion Oscar
    3. Emilioform
    4. Prima collezione Haute Couture
  4. Collaborazioni
  5. Laudomia Pucci
  6. Pucci è rilevato da LVMH
  7. Christian Lacroix
  8. 60° anniversario
  9. Esposizioni ed eventi
  10. Direttore creativo: Massimo Giorgetti
  11. Situazione attuale

Le origini

Mame Fashion Dictionary: Emilio Pucci nel suo ufficio
Emilio Pucci nel suo ufficio

Emilio Pucci (1914-1992), stilista italiano nato a Napoli di origini russe da parte di padre, dopo aver studiato Scienze sociali ad Athens in Georgia e a Portland in Oregon, nel 1938 si arruolò come ufficiale nell’aviazione italiana. Dopo aver conseguito nel ’41 la laurea in Scienze politiche a Firenze, si distinse per coraggio durante il secondo conflitto mondiale.

Il suo approccio alla moda avvenne in modo del tutto casuale nel 1947 sulle nevi di Zermatt, dove era solito allenarsi con la squadra olimpionica di cui faceva parte. Toni Frissel, nota fotografa di Harper’s Bazaar, lo immortalò insieme a un’amica per la quale aveva improvvisato un corredo da sci.

1947, Emilio Pucci sistema un completo da sci
1947, Emilio Pucci sistema un completo da sci

Il successo è immediato e un anno dopo, nel dicembre del ’48, venne pubblicata sulla stessa rivista la sua prima collezione sportiva. I suoi modelli furono subito acquistati dal department store Lord and Taylor e commercializzati negli Stati Uniti con l’etichetta “Emilio”. La stampa e il mercato americani riservarono una grande accoglienza ai vestiti pratici e comodi di Pucci.

Le stampe Pucci

Emilio Pucci Fantasia stampata Pucci
Fantasia stampata Pucci

Emilio Pucci fu molto influenzato dai mosaici siciliani, dagli stendardi araldici, dai batik di Bali e dai motivi africani. Inventò uno stile unico, riconoscibile per i suoi tessuti stampati, prima stilizzati, poi geometrici. Incredibile l’uso del colore, che unisce sfumature in combinazioni impreviste. Le sue stampe sono sempre state disegnate per dare il meglio quando viste in movimento.

Il successo

Emilio Pucci Collezione costumi, Capri 1949
Collezione costumi, Capri 1949

Nel ’49 a Capri, debuttò anche con una collezione mare, impostata sui toni del bianco e del nero e realizzata con seta stampata della Guido Ravasi di Como. Il successo è tale che, nel ’50, decise di aprire una boutique alla Canzone del Mare di Marina Piccola. I suoi modelli venivano tagliati e confezionati nel palazzo di famiglia a Firenze, dove aveva cercato di approntare un piccolo laboratorio artigianale, per far fronte alle incalzanti richieste.

La prima sfilata

Emilio Pucci Sfilata londinese, 1957
Sfilata londinese, 1957

Nel ’51 prense parte alla prima sfilata di moda italiana organizzata da Giovanni Battista Giorgini a Villa Torrigiani in via dei Serragli a Firenze, alla presenza dei più importanti buyer americani. Da quel debutto sarà sempre presente al fashion show fiorentino sino al ’67, anno in cui preferirà continuare a sfilare nella propria sede di via dei Pucci. Nel ’53, la sua tavolozza di colori si fece più audace: camicie, pantaloni, foulard, abiti in jersey di seta o in fibre sintetiche.

Neiman Marcus Fashion Oscar

I leitmotiv della produzione boutique, novità assoluta nel panorama internazionale, gli procurarono nel ’54 l’Oscar della Moda dalla Neiman Marcus, come migliore creatore dell’anno. Celebri diverranno la sua collezione Siciliana del ’56, quella ispirata al Palio di Siena del ’57 e quella dedicata a Botticelli del ’59.

Emilioform

Sin dall’inizio della sua attività, mostrò interesse per la sperimentazione sui materiali: nel ’53, con la Legler, produsse velluti artificiali e sintetici per pantaloni sportivi e, nello stesso anno, in alleanza con il Cotonificio Valle Susa presentò il wally pliss stampato. Nel ’54 divenne celebre un nuovo jersey in organzino di seta finissimo, per la confezione di capi ingualcibili e dal minimo ingombro, ideali per la donna moderna.

Emilio Pucci Emilioform
Emilioform

Prodotto dalla Mabu di Solbiate e dalla Borselli di Como, fatto di finissima organza di seta. Nel ’60 brevettò un particolare tessuto elastico chiamato emilioform composto da helanca e shantung di seta, comodo e leggero. Sono di questo tessuto i suoi pantaloni Viva con passanti sotto al piede e le sue note Capsule di eco spaziale.

Prima collezione Haute Couture

Sotto un’influenza sempre più spiccata per l’Oriente, nel ’62, propose la prima collezione di alta moda, distinta dalla preziosità dei materiali e dalle lavorazioni di ricamo in cristalli Swarovski, applicati a mano per modelli che ricordavano i pigiama palazzo allora tanto in voga.

Emilio Pucci Campagna pubblicitaria 1967
Campagna pubblicitaria 1967

Collaborazioni

È del ’66 il suo primo profumo Vivara, seguito da Miss Zadig (’74) e da Pucci (’77), mentre è del ’68 la decisione di lanciarsi anche nella moda maschile firmando un accordo con Ermenegildo Zegna. Inventore del total look ante litteram, Pucci firmò licenze per accessori e oggetti di ogni genere: dalla lingerie per la Formit alla porcellana con Rosenthal, dai tappeti per la Dandolo Argentina alle penne per la Parker, giungendo a disegnare nel ’71 persino l’emblema della missione spaziale Apollo 15 per la Nasa. I suoi mercati di vendita erano in ben 51 paesi.

Laudomia Pucci

Emilio Pucci Emilio Pucci con la figlia Laudomia
Emilio Pucci con la figlia Laudomia

Dagli anni ’80, lo affiancò nell’attività creativa la figlia Laudomia, che, dalla scomparsa del padre, diresse l’azienda. All’inizio del 2000 uscì il film Isn’t she Great?, nel quale la celebre scrittrice americana Jacqueline Susann, interpretata da Bette Midler, tanto fanatica di Pucci da avere nel suo studio rosa persino le tende firmate “Emilio”, è completamente vestita Pucci e accompagnata da un cagnolino che chiama “Pucci, Poo”. Lo spirito Pucci e la Puccimania non lasciarono indifferente il mondo della moda e nemmeno Katell Le Bourhis, consigliere di Bernard Arnault e già responsabile della sezione museale del costume al Metropolitan Museum di New York. Visitando gli archivi di palazzo Pucci, si rese conto di quanto profonda fosse stata l’influenza di “Emilio” nel mondo della moda.

Pucci è rilevato da LVMH

Nell’aprile dello stesso anno, Cristina e Laudomia Pucci di Barsento — proprietarie del marchio di prêt-à-porter Emilio Pucci — conclusero un accordo con la LVMH per l’acquisto del 67% della società. Arnault accolse il suggerimento di Le Bourhis. Amministratore delegato fu nominata la giovane Catherine Vautrin, che dal 1998 apparteneva allo staff dirigenziale della LVMH. Laudomia Pucci continuò a coordinare le strategie legate alla creazione e all’immagine, mentre l’operatività venne incorporata nella divisione Moda e Pelletterie del Gruppo di Arnault, presieduta da Yves Carcelle.

Christian Lacroix

Ad aprile 2002 Christian Lacroix venne nominato direttore artistico della Emilio Pucci: nessuno, forse, quanto l'”arlesiano”col suo spirito mediterraneo, avrebbe saputo recepire ed esprimere meglio lo spirito del “Prince of Prints”. Rivivono, così, attualizzati, le tonalità e gli accostamenti di colori incomparabili, quella moda che ha rappresentato e rappresenta la realizzazione del sogno di un autentico artista geniale ed innovativo, con una visione “viva”, esuberante, ottimista e nel contempo estremamente glamour vuoi nel ready-to-wear vuoi nell’abbigliamento mare.

Emilio Pucci Christian Lacroix per Pucci, collezione primavera/estate 2006
Christian Lacroix per Pucci, collezione primavera/estate 2006

Matthew Williamson incluse nuovamente le stampe che tanto avevano reso famoso Emilio Pucci negli anni ’50 e ’60 nella collezione primavera-estate 2006. Reinterpreta in chiave moderna su abiti: più corti, con linee più nette e geometriche. Nello stesso anno, la maison Emilio Pucci collaborò con Omas per creare una penna a sfera in tre versioni, ad edizione limitata, arricchita dalle fantasie della maison.

60° anniversario

Nel 2007 la maison festeggiò i sessant’anni di vita: quell’anno vennero lanciate una collezione di make-up nata dalla collaborazione con Guerlain, e la nuova versione del profumo Vivara, creato originariamente nel 1964. Dal 2008 Emilio Pucci dispose anche di uno store online.

Emilio Pucci Peter Dundas, collezione autunno/inverno 2011
Peter Dundas, collezione autunno/inverno 2011

Nel 2009 Matthew Williamson lasciò Pucci e Peter Dundas divenne direttore creativo. Il suo stile è riconoscibile da tagli, colori, dettagli e stampe che esaltano la silhouette femminile. Più tardi, nel 2013 si apriranno nuove boutique in Italia e la maison previde di aprire boutique nelle maggiori capitali della moda. Dopo LVMH, Pucci decise di distaccarsi per unirsi al “big boys club” dei brand di lusso.

Esposizioni ed eventi

Dal 5 aprile al 27 luglio 2014, il Victoria & Albert Museum di Londra organizzò una mostra sulla nascita dei brand della moda italiana, celebrando anche il caso di Emilio Pucci. La maison partecipò anche ad un progetto benefico LuisaViaRoma e Adidas, personalizzando il pallone FIFA per la Coppa del Mondo.

Nel 2014, durante il Pitti Immagine Uomo, Vogue Italia organizzò un evento per celebrare i designer fiorentini: il nome di Emilio Pucci venne ricordato con servizi fotografici recuperati dagli archivi dello stesso Vogue Italia. Emilio Pucci creò l’installazione “Monumental Pucci”, una stampa raffigurante il Battistero di Firenze.

Direttore creativo: Massimo Giorgetti

Nell’aprile 2015 Massimo Giorgetti, giovane e talentuoso fondatore del marchio MSGM, fu nominato direttore creativo del brand. Fu scelto per creare una nuova immagine al brand, mantenendo un’ottima qualità, ma aggiungendo un pizzico del suo spirito pop.

Emilio Pucci Massimo Giorgetti, collezione primavera/estate 2015
Massimo Giorgetti, collezione primavera/estate 2015

In occasione del terremoto in Italia centrale del 24 agosto 2016, molte celebrità si unirono per sostenere la popolazione colpita dal disastro. L’evento “Support from Fashion”, a sostegno dei cittadini di Amatrice, venne organizzato a Firenze. Pucci e altri designer misero all’asta alcune delle loro creazioni, donando il ricavato alle vittime del terremoto. Sempre nel 2016, Emilio Pucci e Illy si unirono per creare una collezione di tazze da caffè. Gli oggetti di design fanno parte della serie Illy Art Collection, che comprende stampe esclusive disegnate a mano, raffiguranti paesaggi dedicati a Firenze, Milano e New York.

Situazione attuale

Emilio Pucci Boutique a Seoul, Korea
Boutique a Seoul, Korea

Nell’aprile 2017, per festeggiare il 50° anniversario di Componibili di Anna Castelli Ferrieri (1967), Pucci iniziò una collaborazione con Cartel. Insieme hanno progettato una versione speciale di questi iconici moduli, utilizzando la stampa “Campanule”, che rappresenta pienamente lo spirito di Emilio Pucci.

Per rafforzare la presenza del marchio nel mercato asiatico, la società ha aperto una nuova boutique in Corea, situata nella Galleria East Luxury Hall di Seoul. Emilio Pucci ha ora una presenza consolidata in Asia: è presente in grandi città come Hong Kong, Kuala Lumpur, Bangkok, Tokyo e Pechino. Inoltre, Pucci è presente in più di 50 paesi, oltre che online. La rete di distribuzione del marchio si estende alle più importanti capitali della moda del mondo tra cui Milano, New York, Roma, Parigi e Londra, oltre a destinazioni di lusso come Portofino e Saint Tropez.

BRUNELLO CUCINELLI

Fondatore e stilista dell’omonimo marchio di abbigliamento, nasce a Castiglione (in provincia di Perugia) nel 1953. A partire dal 1978 inizia la carriera da imprenditore.

Indice

  1. Le origini
  2. Fondazione Brunello Cucinelli
  3. Premi e riconoscimenti

Le origini

Brunello Cucinelli, fondatore dell'azienda
Brunello Cucinelli, fondatore dell’azienda

Fondatore e stilista dell’omonimo marchio di abbigliamento. Nasce a Castiglione (Perugia) nel 1953. Nel ’72 si dipoma come geometra e si iscrive alla facoltà d’ingegneria, che però abbandona poco più tardi. A partire dal 1978 inizia la carriera da imprenditore, proponendo come sua cifra distintiva il cashmere colorato.

Brunello Cucinelli, Il celebre cashmere Cucinelli
Il celebre cashmere Cucinelli

Nell’ ’82 sposa Federica Benda, dalla quale ha due figlie, e si trasferisce a Solomeo, dove acquista, per dare vita alla sua azienda, il castello trecentesco del borgo, e dove nel 1987 inaugura la nuova sede aziendale.

Fondazione Brunello Cucinelli

Brunello Cucinelli, Foro delle Arti
Il Foro delle Arti

Portato istintivamente alla conoscenza, si dedica agli studi umanistici (in particolar modo alla filosofia) e inizia un’attività di recupero e riqualificazione dell’antico paese, realizzando spazi dedicati all’incontro e alla cultura. Luogo prescelto per il progetto di ristrutturazione è il complesso architettonico e paesaggistico del Foro delle Arti, dove sotto l’egida della Fondazione Brunello Cucinelli, vengono realizzati un teatro, un anfiteatro e un’accademia Neoumanistica con all’interno una preziosa biblioteca.

Premi e riconoscimenti

Brunello Cucinelli, Campagna pubblicitaria 2011
Campagna pubblicitaria 2011

Nello stesso periodo conduce la sua impresa ai più importanti successi, ispirandosi ai grandi ideali dell’uomo: etica, dignità e morale. Dagli inizi del 2000 il suo lavoro imprenditoriale e umanistico viene celebrato da una serie di prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, fra i quali: la Presidenza del Teatro Stabile dell’Umbria, Premio Ernst and Young come imprenditore italiano dell’anno (2009), Premio Leonardo Qualità Italia (2010), consegnato al Quirinale dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Cavalierato della Repubblica Italiana e laurea Honoris Causa in Filosofia ed Etica delle Relazioni Umane conferita dall’Università degli Studi di Perugia.

Nel 2011 l’azienda Bruinello Cucinelli, riconosciuta a livello mondiale come uno dei più importanti brand nel settore del lusso, è presente con le sue collezioni di cashmere in più di 1000 negozi multibrand, 50 monomarca e numerosi “shop in shop” sparsi nei vari high department store del mondo.

GIORGIO ARMANI

Designer italiano, nato a Piacenza nel 1934, è di gran lunga la figura dominante del prêt-à-porter di alta moda, che da Milano si diffuse in tutto il mondo.

 Indice

  1. Le origini
  2. La Rinascente e Cerutti
  3. La nascita dell’azienda
  4. L’ultimo periodo con Galeotti
  5. Lo stile Armani
  6. Le collezioni
    1. 1970
    2. 1980
    3. 1990
  7. 2000 – 2005
    1. Le collezioni
    2. Sviluppo del brand
    3. Inaugurazioni
    4. Giorgio Armani nel mercato giapponese
    5. Nuovo COO
    6. Acquisizioni del brand
    7. Licenze e co-branding
    8. L’espansione del brand
    9. La prima collezione Haute Couture
    10. Armani per la Nazionale Inglese di calcio
  8. Dal 2005 ai giorni nostri
    1. La beneficenza
    2. Lancio della linea Cosmetics
    3. Il mercato asiatico
    4. Collaborazioni e licenze
    5. One Night Only
    6. Armani per la Nazionale Italiana alle Olimpiadi
    7. 40° anniversario
    8. Situazione attuale

Le origini

Giorgio Armani è un stilista italiano, nato a Piacenza nel 1934. Protagonista assoluto nella straordinaria fioritura dell’alta moda pronta da Milano nel mondo e insieme personaggio che, per il fascino fisico, il modo distaccato di mostrarsi, per la capacità di coinvolgere, nella sua visione semplice, scabra, rigorosa e nitida, ambienti e lavoro, è sembrato esprimere perfetta simbiosi fra scenario di vita ed eleganza dei suoi modelli. Il suo impero non premia soltanto, come per altri nomi prestigiosi dello stilismo, la creatività, la fantasia. Il suo successo riconosce un’invenzione che ha captato desideri, conciliato bisogni opposti e ridisegnato in modo geniale un archetipo del vestiario.

Giorgio Armani
Giorgio Armani

Armani è tutt’uno con il successo della famosa giacca, che libera l’uomo dall’antica corazza dell’abito borghese e dà sicurezza alla donna con la sua apparenza mascolina e, come si diceva sul finire degli anni ’70, l’ha aiutata più del femminismo. Lo stilista iniziò il suo spettacolare cammino nel prêt-à-porter a 40 anni. Ma il suo lungo apprendistato è sfaccettato e prezioso, sia sul piano del gusto sia su quello del rapporto moda-industria.

La Rinascente e Cerutti

Interrotti gli studi di medicina, trovò lavoro negli anni ’60 al La Rinascente, vero crogiolo all’epoca dell’inventiva di architetti, designer, ricercatori di marketing e pubblicità. La sua era una composita attività che spaziava dagli acquisti per l’abbigliamento maschile, scegliendo sul mercato quanto, nell’anticipo necessario a produrlo, sarebbe stato in sintonia con la voglia di cambiare della gente, all’allestimento delle vetrine (ancora oggi non resiste alla voglia di dedicare una mattinata alle vetrine di una delle sue numerose boutique).

Si accorse delle sue doti Nino Cerruti (1965) che lo assunse come stilista per ridisegnare la confezione della sua ditta Hitman. Armani, già allora puntiglioso e perfezionista, apprende a conoscere l’importanza del tessuto, sia per la sua potenzialità creativa sia per il valore economico anche d’un solo centimetro risparmiato sul costo d’un abito, e comincia a inventare vestiti adatti a essere riprodotti su ampia scala. Sette anni da Cerruti a scegliere stoffe sempre più leggere, colori più freddi, a gettare via strutture interne, a spostare bottoni, assottigliare spalline per imprimere alla giacca maschile, fino allora formale e imbalsamata, una sciolta aria vissuta, giovane per tutte le età. Erano gli anni ’70. La moda, al di qua e al di là dell’oceano, adorava il primo made in Italy e nuovi ceti stavano per aprirsi all’idea che a sottolineare il successo occorresse un abito di pregio.

Sergio Galeotti, un giovane di Viareggio che aveva appena lasciato uno studio di architettura per diventare acquirente di modelli, intuì che un talento come Armani non poteva restarsene a fare lo stilista per conto terzi, invece di pensare a una collezione in proprio. Prudente ma anche svagato, Armani impiegò due anni a convincere se stesso e ad aprire (’73) con Galeotti un ufficio di consulenza in corso Venezia a Milano, mentre lavorava per varie ditte da Gibò a Montedoro, da Tendresse a Courlande, a Sicons, imponendosi subito nelle ultime sfilate di Palazzo Pitti a Firenze. Appena l’anno dopo (’74), la prima collezione maschile firmata e, nel ’75, la prima collezione femminile.

La nascita dell’azienda

Fu un tale trionfo che, nel 1976 nacque la Giorgio Armani. Fu Galeotti l’ideatore della struttura societaria: niente produzione in proprio, solo idee. Una formula che venne ribadita (’78) dall’accordo con il GFT, il primo che rese finalmente possibile un prêt-à-porter d’alta moda eseguito in fabbrica ma sotto la cura dello stilista che lo firmava. Presto le sfilate Armani, anche per la ricerca dell’interior design delle location, divennero le più attese. La lungimiranza della nuova griffe non ebbe sosta, fulminea l’intuizione che sarebbero stati soprattutto i giovani i consumatori di moda, purché questa avesse un prezzo accessibile senza nulla perdere in fascino. Precocissimo rispetto al diffondersi delle seconde linee, nacque l’Emporio Armani.

Giorgio Armani posa per la copertina del Time Magazine
Giorgio Armani posa per la copertina del Time Magazine

L’aquilotto segnò per i ragazzi l’appartenenza a un nuovo modo di vestire e di essere; la scioltezza del look più agile e meno ieratico incantava le ragazze. Lo stilista crebbe rapidamente in notorietà. Bastò che, irritato da alcune polemiche intorno a una collezione ispirata agli antichi costumi giapponesi, sulla scia dei film di Kurosawa (’81), decidesse di non sfilare per una stagione, che Time, trovando esplosiva la protesta, mise la sua foto in copertina: il fatturato si triplicò (’82). Intanto la sua supervisione stilistica era richiesta da Mario Valentino per i capi in pelle, da Erreuno e aumentavano i licenziatari, Bagutta per le camicie, Hilton per i capispalla, Allegri per gli impermeabili. Il suo tocco, inconfondibile e sempre vario, accese un decennio di lavoro, mentre la sua centrale ricerca nell’alta moda prêt-à-porter lo condusse verso esiti di tale raffinatezza da non poter più essere realizzati in fabbrica.

L’ultimo periodo con Galeotti

Nell’83, Armani mutò il suo accordo con GFT, che eseguirà da quel momento in poi una nuova linea, Mani, destinata soprattutto agli Stati Uniti, mentre l’alta moda prêt-à-porter assunse l’etichetta di Borgonuovo 21, la via milanese dove aveva ristrutturato e affittato il palazzo che era stato di Franco Marinotti (Snia Viscosa) e dei cotonieri Riva. Le sfilate si svolgevano nel teatro di 513 posti ricavato al posto della sala da ballo e della piscina. Galeotti fece appena in tempo a seguire la sfilata primavera-estate dell’85. Muorì nell’agosto di quell’anno.

Il secondo decennio dell’attività trovò Armani solo ma deciso, grazie a studio e volontà, ad aggiungere ai suoi primati l’essenzialità d’una vera rivoluzione nel vestire femminile. Fermenti nuovi agitavano la donna che non sentiva più il bisogno di mimetizzarsi, di cancellare il proprio corpo nella scioltezza d’una giacca perfetta.

Lo stile Armani

Analizzando lo snodarsi stilistico lungo ormai 25 anni di attività, resistono alcune costanti e si profila qualche concessione divagante del suo caratteristico rigore. Mai sono venuti meno il gusto e la logica della sua rivoluzione d’inizio, sia per l’uomo sia per la donna con reciproci scambi dei loro elementi peculiari non solo nella forma, nel taglio, ma anche attraverso la scelta dei colori intercambiabili, dei materiali, apparenza mascolina, mano cadente e morbida o viceversa camicie e giacche femminilizzate per un uomo di sconcertante libertà.

Giorgio Armani 1970, Completo pantalone nero, scatto di Barry Lategan
1970, Completo pantalone nero, scatto di Barry Lategan

Amato dall’élite come dalla massa, come dalla critica, accumulò in Italia tre premi Occhio d’Oro per la migliore collezione della stagione e diversi riconoscimenti in tutto il mondo. Vestì Catherine Deneuve in Speriamo che sia femmina, Richard Gere in American Gigolò e i protagonisti del melodramma Elektra di Strauss alla Scala con la regia di Luca Ronconi e la scenografia di Gae Aulenti.

Le collezioni

1970

La George Sand della primavera ’76, nell’inverno di quell’anno vestì giacche in tweed a disegno evidente, molto maschile, ma una gonna plissé che come i pantaloni concedesse passo lungo e sciolto; nella primavera ’77 le gonne erano due, sovrapposte, mentre la giacca maschile assunse aspetti sofisticati e l’idea del doppio vale anche per lìuomo, quando la giacca in maglia ricoprì il blazer. La giacca era destinata ad unirsi ad ogni altro capo d’abbigliamento.

Giorgio Armani Collezione 1978
Collezione 1978

Nel ’78 posò la giacca sul costume da bagno, in autunno assemblò sapori militareschi a ricerche continue per quanto riguarda il punto nevralgico delle spalle e il risultato fu una giacca alla Garbo, suscettibile di resistere anche in crêpe de chine. Ma l’evoluzione della giacca poggiò (’83) su tre proposte: il blazer di velluto nero, la giacca maniche intere e spalla tonda, il caban di gusto andino. Pochi pantaloni e invece molte gonne pantalone in nuovissimi stampati trompe-l’oeil. La giacca si trasformò, divenne intercambiabili e da abbinare in piena libertà.

1980

Solo nell’84 ritornò il gusto del guardaroba maschile tradotto al femminile, in una collezione androgina come non mai. Ma l’anno dopo, per l’autunno-inverno, Armani premette il pedale della dolcezza, allacciando bassa e in morbidezza la giacca pur maschile per una donna ariosa, nuca libera dai capelli e camicetta senza collo: in scena ben 350 tessuti diversi nelle sfumature del blu, grigio, marrone.

Giorgio Armani Collezione primavera/estate 1985
Collezione primavera/estate 1985

A ottobre dello stesso anno la collezione per la primavera-estate ’85 riscosse un successo straordinario con la sua donna eterea, stilizzata, le gambe velate di calze chiarissime perfettamente in vista, tacchi alti, una femminilità difficile eppure per certi lati anche troppo esibita. Qualcosa mutò nel sobrio look di Armani. La giacca era sempre l’indizio di un modo di vestire, ma nuovi suggerimenti vennero dagli abiti in seta stampata modello princessa.

Novità della collezione autunno-inverno ’86, gli abiti da sera. La donna, mixage di seduzione e razionalità, poteva contare su un universo Armani: dal profumo a una alta moda prêt-à-porter atemporale, simile a se stessa con minime variazioni, dalla carta da lettere alle lampade, a una linea più libera e articolata nei vari aspetti della diffusione, la linea Emporio.

Armani Campagna pubblicitaria 1980
Campagna pubblicitaria 1980

Nel 1986, la sera presentava abiti molto più interessanti di quelli da giorno, secondo le richieste del mercato americano. La donna di Armani, sicura e senza nostalgia, sceglieva una giacca non più rigida e rigorosa e ruppe il diktat di giacca-camicia per osare nuovi abbinamenti (’87). Così via via (1988) la collezione autunno-inverno fu caratterizzata da un’aria soft e luminosa nei colori e la provocazione sottile di una giacca assestata in vita e sui fianchi, con gonne lunghe e doppie.

1990

Nel ’90 ancora punto di riferimento la giacca, sottile, avvolgente con spalle piccole e la vita segnata; con gonne corte o al polpaccio e pantaloni ora dritti e severi, oppure ampi come quelli maschili. Fu una scelta di colori polverosi, decisi, ma temperati dal grigio e dai tipici sabbia della palette Armani. E inoltre i grandi cappotti avvolgenti come djellaba tunisini.

Giorgio Armani, 1991
Giorgio Armani, 1991

Nel ’92 divenne distintivo della stagione lo smoking, interpretato in un’escalation di variazioni, complici tessuti e dettagli femminilissimi. Nuove arrendevolezze, nuove concessioni, nuovissimo lusso. Tessuti eleganti applicati a forme sportive, furono una speciale caratteristica del ’94, con una tavolozza colore rubata a Matisse. Sotto le giacche occhieggiavano i gilet; i pantaloni erano a tutta lunghezza e le gonne lunghe, guarnite anche da frange, diventarono importanti e soliste. Gli abiti da sera assunsero un’imperiosa eleganza nei colori e nella preziosità del tessuto e di contro pretesero solo forme essenziali.

Armani Campagna pubblicitaria 1993
Campagna pubblicitaria 1993

Per l’autunno-inverno ’96, una grande ricercatezza, un amore per la struttura che si rivelò anche nei cappotti lunghi alla caviglia con paramonture di velluto e interni matelassé. L’uso ripetuto e ricercato di tessuti tagliati in sbieco, che accarezzavano il corpo, fu più grande che mai; la passione per la sera, dall’abito “boldiniano” in velluto di seta appeso al collo dal collier di rose, agli abiti guaina di tulle stretch nero con ricami tatuaggio.

Nel ’97 esplose il “sophisticated grege” nuova tonalità in bilico tra grigio e sabbia. Forme asciutte, proporzioni minute, emblematica semplicità. Tessuti ricercati come le lane plissé, i matelassé, i doppio crêpe. E per la sera, tutto era prezioso: i ricami grafici avorio ed ebano, il pizzo e il velluto. Lo stile era ormai sempre più definito e autorevole e non cambiava; cambiavano i modi, le scansioni, i dettagli, prevalevano la ricercatezza dei materiali e le rifiniture di alta sartoria, che concorsero a fare della sofisticatezza il concetto portante della stagione.

Negli anni ’98-99 sempre in crescendo l’unicità della sera con abiti ricamati ispirati alle porcellane orientali. Le giacche, sottili, prive di revers, con allacciatura nascosta, spesso laterale, persero l’ossessione del tailleur e si portarono anche sopra l’abito lungo, sopra i pantaloni a vita bassa, sopra la lunga gonna dritta a enfatizzare la silhouette disegnata. E tanti spolverini, una serie di cappotti tagliati come giacche, che scivolavano lunghissimi.

Nel settembre 1999, la Giorgio Armani S.p.A. Giorgio Armani SpA costituì la divisione accessori con l’obiettivo di migliorare i risultati degli articoli in pelle. La Dawn Mello & Associates fu la società incaricata per la nuova divisione. La struttura commerciale del Gruppo (diretto e in franchising), attiva in 33 paesi, comprendeva 53 boutique Giorgio Armani, 6 negozi Collezioni, 129 Emporio Armani, 48 A/X Armani Exchange e 4 Armani Jeans.

2000 – 2005

Le collezioni

E per il 2000 un’immagine forte, lineare, glamour, pura e precisa: amore a prima vista per i pastelli inglesi e un occhio di riguardo al nero. Gonne alla caviglia, giacche corte con grandi maniche chimono, giacche tagliate come camicie indiane, pantaloni sottili sotto le tuniche o pantaloni extralarge con la camicia maschile. E una sera ricercata nella nuova concezione di ricami “cattura luce” su tulle e stretch lavorato a ragnatela, volutamente lineare la scelta delle linee pulite, levigate sul corpo.

La donna Armani è entrata nel terzo millennio con un allure attuale e brillante, con un occhio vigile all’uso e all’esercizio dello stile e l’altro attento alle attitudini giovanili, ma sempre consapevole che la forza della propria immagine è fatta dell’insuperabile impronta Armani, colori speciali, linea, taglio sapiente. È una donna che scivola con leggerezza, garbo e classe inimitabile lasciandosi alle spalle le inevitabili forzature di un modernismo spesso sguaiato o troppo semplicemente brutto. L’ultima collezione presentata che già si affaccia al nuovo millennio, G.A. uomo primavera-estate 2000, ha riconfermato il primato di Giorgio Armani nell’abbigliamento maschile.

Giorgio Armani Collezione autunno/inverno 2001
Collezione autunno/inverno 2001

Femminilità e romanticismo: da queste due parole nacque la nuova donna di Giorgio Armani. L’immagine venne proposta per l’inverno 2001-2002: evocava emozioni da primo ballo, con gonne-tutù a volant di tulle, oppure fazzoletti di organza tagliati in sbieco, portate con lunghi pullover di ispirazione marinara o piccoli top. Sfilarono fanciulle leggiadre, come sulle punte: “Il balletto è l’apoteosi dell’eleganza”, affermò lo stilista. Tutto era delicato, aereo, sembrava alludere a sensazioni trasognate: memorabile il finale della collezione, affidato a trenta autentiche ballerine che posarono alla maniera di Degas. La conferma a quanto si era visto nella stagione precedente, con tailleur pantalone caratterizzati da una insolita dolcezza: un vago ricordo la donna manager. La vena morbida fu in crescendo anche nelle sfilate successive. E lo storico blazer? Si adeguò al nuovo corso, per l’estate 2003 si allungò, era quasi marsina ondeggiante sulla figura esile: pezzi insoliti scombinarono l’abituale ritmo degli accostamenti, la sensualità era a fior di pelle, senza nostalgia esotica né aggressione erotica.

Giorgio Armani Campagna pubblicitaria primavera/estate 2003
Campagna pubblicitaria primavera/estate 2003

Nell’autunno-inverno 2003-2004, Armani virò ancora di bordo, la sua moda ridisegnò il corpo, lo sottolineò accarezzando la vita messa in risalto da giacche corte e svettanti e poi, sorpresa, onorò le gambe con minigonne a paralume o short, interpretazione gentile degli hot pants anni ’70. Una scicchissima donna intinta nell’inchiostro, nel rigore del nero spezzato dal bianco per un suggestivo effetto grafico. Al solito, i suoi abiti andrebbero visti da vicino, sofisticati nel dettaglio, nella ricerca dei particolari e dei tessuti. Nel firmamento di ricami. Si abbassò l’età della moda, che l’Emporio accentuò con lo stile impertinente e stuzzicante della maschietta francese: sempre nel furore del corto. Anche l’uomo si aggiornò: un ritratto fra ragione e sentimento, silenzioso rivoluzionario del nuovo classico che rispettava le regole della comodità, affidata soprattutto al comfort della maglieria.

Sviluppo del brand

Nel gennaio 2000, Giorgio Armani S.p.A. aumentò la partecipazione nella Giorgio Armani Japan Co. Ltd., joint venture nata nel 1995, portando la sua quota all’85% e lasciando il restante 15% alla Itochu. A febbraio, nacque la Armani Collezioni che riuniva, in Europa e in Asia, le già esistenti Giorgio Armani, le Collezioni Uomo e Mani Donna. La nuova etichetta fu introdotta anche negli Stati Uniti, mentre rimase invariata la linea Mani Uomo (per abiti e camicie) esclusiva per il mercato americano. Nel mese di giugno, il Gruppo Armani acquistò dal Gruppo Finanziario Tessile (GFT), per un valore di 55 miliardi di lire, le attività di produzione della linea uomo Armani Collezioni, nonché le attività di distribuzione e di vendita dei marchi negli Stati Uniti.

A luglio, il Gruppo Armani e il Gruppo Zegna siglarono un accordo per la creazione di una joint venture (51% Armani, 49% Zegna) per produrre e distribuire le linee Armani Collezioni. La nuova società aveva l’obiettivo di sfruttare al massimo il potenziale del marchio Armani Collezioni Uomo nel mondo e del marchio Mani Uomo negli Usa, avvalendosi delle competenze industriali e organizzative di entrambi i gruppi.

Inaugurazioni

Proseguiva l’apertura dei punti vendita. A ottobre nacque a Milano lo spazio Armani in via Manzoni 31. Progettato dallo Studio Gabellini Associates, in collaborazione con lo stilista, il megastore si sviluppa per circa 8 mila mq, articolati su tre piani. L’interrato, di 900 mq, è destinato all’Elettronica, dove Sony espone tutti i suoi prodotti. Al pianterreno, l’Emporio Donna, l’Emporio Uomo, l’Emporio Accessori, lo spazio dedicato ai profumi, Armani Jeans uomo e donna. Al primo piano, oltre a un ristorante, Nobu, e Armani Caffè, c’è Armani Casa. L’anno 2000 registrò ricavi consolidati netti pari a 2.002 miliardi di lire, in aumento del 20% rispetto al 1999, un risultato operativo pari a 374 miliardi, un utile netto consolidato di 235 miliardi (+11%) e una posizione finanziaria pari a 618 miliardi.

Armani Flagship Store a Milano
Flagship Store a Milano

Nel febbraio 2001 aprì, a Milano, in via della Spiga 19, la prima boutique Giorgio Armani Accessori, dedicata a borse, scarpe e pelletteria di alta qualità. A maggio, la Giorgio Armani S.p.A., già proprietaria del 53,2% del capitale sociale di Simint S.p.A., società italiana quotata sul Mercato Telematico Azionario, promosse un’Opa (offerta pubblica di acquisto) delle azioni ordinarie di Simint non possedute dal Gruppo. Il corrispettivo unitario offerto era di euro 6,2. L’obiettivo fu quello di attivare un processo di internazionalizzazione delle attività di produzione e commercializzazione dei prodotti Armani, all’interno di società appartenenti al Gruppo. A luglio, l’Opa su Simint S.p.A. si concluse con l’adesione del 39,49% del capitale sociale di Simint S.p.A. che, aggiunto al 53,24% già di proprietà, permise alla Giorgio Armani S.p.A. di controllare il 92,73% della Simint.

Giorgio Armani nel mercato giapponese

Armani Concept Store in Giappone
Concept Store in Giappone

Il 2001 vide protagonista La Giorgio Armani Japan, fondata nel 1987 in seguito a una joint venture con la Itochu Corporation, la quale ripensò le attività retail del mercato giapponese. Il programma riguardava la riapertura, dopo un totale rinnovamento, coerente all’immagine delle nuove boutique Giorgio Armani di Milano in via Sant’Andrea e di Parigi in Place Vendôme, della boutique Giorgio Armani di Tokyo, a Kioi-cho, lo store Giorgio Armani più grande del mondo. Fece seguito l’inaugurazione di due nuovi negozi Emporio Armani a Marunouchi e ad Aoyama, e il rinnovo dell’Emporio Armani di Midosuji. Il mercato giapponese era il terzo in ordine di importanza dopo gli Stati Uniti (34%) e l’Italia (15%). La Giorgio Armani Japan distribuiva cinque linee di prodotto del Gruppo Armani: Giorgio Armani, Giorgio Armani Accessori, Armani Collezioni, Emporio Armani e Armani Jeans. La società gestiva 22 negozi: 10 boutique Giorgio Armani, un negozio Armani Collezioni e 11 Emporio Armani. Le linee Giorgio Armani e Armani Collezioni erano vendute anche attraverso la formula shop-in-shop.

Nuovo COO

Nel luglio del 2001, Roberto Pesaro fu nominato Chief Operating Officer della Giorgio Armani Corporation. Un mese dopo, Armani aprì la sua prima boutique in Russia, a Mosca, al numero 1 della Moskow’s Tretyakovskji Proezd. Si trattava del 33esimo punto vendita inaugurato dal Gruppo Armani nell’anno 2001 e rientrava nel piano di espansione dell’esclusiva rete retail. 20 negozi vennero rinnovati. Venne anche creata la joint venture Borgo 21, per sviluppare la prima linea a marchio Giorgio Armani.

I ricavi consolidati raggiunsero i 1272 milioni di euro, con un incremento del 23% che riguardava tutte le aree geografiche e tutte le linee. Il giro d’affari era così suddiviso: Europa 45%, Nord America 28%, Asia-Pacifico e resto del mondo 27%. L’utile netto consolidato fu di 110 milioni di euro, la posizione finanziaria netta di 122 milioni di euro, mentre gli investimenti furono pari a 307 milioni di euro.

Acquisizioni del brand

A gennaio 2002, Armani acquistò il 100% di Miss Deanna, azienda specializzata nella produzione di maglieria di alto livello. A novembre fu inaugurato il megastore Armani-Chater house a Hong Kong, articolato su tre piani, 3 mila mq, secondo per dimensioni solo a quello di via Manzoni a Milano. Nel frattempo, iI Gruppo Armani e Luxottica Group conclusero il rapporto di licenza per la produzione e distribuzione delle linee Giorgio Armani ed Emporio Armani occhiali.

I risultati dell’anno evidenziarono una crescita dei principali indicatori economici. Il fatturato consolidato, 1301 milioni, salì del 2,3% rispetto al 2001. Il fatturato indotto, pari a 1691 milioni crebbe del 6,4. Sostenuta la crescita di Orologi Emporio Armani, + 24%, e dell’area cosmetica, +11%. L’utile prima delle imposte, 199 milioni, registrò una crescita del 9,7%. Notevoli anche gli investimenti, pari a 87 milioni di euro, destinati, tra l’altro, all’espansione della rete distributiva (30 nuovi negozi e 16 ristrutturati) e all’acquisizione di stabilimenti industriali. Infine, l’azienda investì il 10% del fatturato indotto in comunicazione.

Licenze e co-branding

Nel febbraio 2003 il Gruppo conferì a Safilo una licenza pluriennale per la produzione e distribuzione mondiale delle collezioni di occhiali Giorgio Armani ed Emporio Armani. In parallelo, l’esclusiva rete distributiva del Gruppo comprendeva 57 boutique Giorgio Armani, 12 negozi Armani Collezioni, 115 Emporio Armani, 66 negozi A/X Armani Exchange, 10 Armani Jeans, 5 Armani Junior, 1 Giorgio Armani Accessori e 12 negozi Armani Casa in 35 paesi nel mondo.

Armani collabora con Mercedes Benz
Armani collabora con Mercedes Benz

A giugno, la boutique Giorgio Armani in via Condotti a Roma riaprì completamente rinnovata. Al restyling del negozio hanno lavorato lo stesso stilista e l’architetto Claudio Silvestrin. Inoltre, Mercedes-Benz e Giorgio Armani entrarono in una joint venture per la creazione della Mercedes-Benz CLK Giorgio Armani Design Car. Armani disse:

“Mercedes-Benz ha raggiunto una fama straordinaria per la qualità, lo stile e l’eleganza delle sue auto. Per me è stato molto interessante osservare quanto siano simili le nostre filosofie progettuali e il nostro modo di lavorare. Questo mi fa pensare che in futuro ci possano essere più opportunità per realizzare progetti comuni che possano sviluppare i nostri rispettivi punti di forza”.

In ottobre John Hooks fu nominato nuovo presidente della Giorgio Armani Japan, mentre Giorgio Armani rimase direttore commerciale del gruppo. Il terzo e più grande negozio di Armani/Funf-Hofe, il multi-concept di Armani, venne aperto in Theatinerstrasse a Monaco, sommandosi all’Armani di via Manzoni a Milano e all’Armani/Chater House di Hong Kong. I risultati economico-finanziari del 2003 furono brillanti. Il fatturato consolidato di 1.255 milioni di euro era cresciuto del 3% a cambi costanti. L’utile netto di 134 milioni di euro era aumentato del 14%. Eccellente anche l’aumento del patrimonio netto (149%), pari a 264 milioni di euro. Nello stesso anno la società investì 38 milioni di euro nella distribuzione, con 30 nuovi punti vendita aperti e 11 restyling.

L’espansione del brand

Armani Hotel Milano, interior design di una stanza
Armani Hotel Milano, interior design di una stanza

Nel febbraio 2004, il Gruppo Armani si diede agli hotel di lusso: firmò con EMAAR Properties PJSC, la più grande società immobiliare del Medio Oriente, un accordo per la costruzione di resort Armani e hotel di lusso. La collaborazione prevedeva l’apertura di dieci hotel e quattro resort entro sette anni. L’investimento fu di circa 1 miliardo di dollari. EMAAR doveva gestire gli aspetti costruttivi e manageriali e Armani sarebbe stata responsabile della progettazione e del design. A marzo, la società siglò un accordo di licenza pluriennale con Wolford AG per la produzione e la distribuzione mondiale della linea di calzetteria Giorgio Armani. In aprile, furono inaugurati il quarto negozio multi-concept nel Three on the Bund, a Shanghai e un negozio Armani a Dubai.

A luglio, la rivista Fortune pubblicò un elenco dei 25 business men più potenti in Europa: Giorgio Armani fu l’unico italiano citato, al 25° posto. Ad agosto, vennero aperti nuovi negozi Emporio Armani a Riga e a Shanghai; un mese dopo, a Parigi, fu inaugurato un negozio secondo il nuovo concept Emporio Armani.

“Il nuovo design di Emporio Armani a St. Germain fa parte di una strategia volta a rafforzare e differenziare le varie linee di prodotto e a creare un ambiente in cui l’architettura possa risaltare la presentazione delle collezioni, in modo moderno e accessibile alla clientela” Giorgio Armani.

A settembre aprì un negozio Armani Jeans in Corso di Porta Ticinese a Milano, progettato dagli architetti Massimiliano e Doriana Fuksas: all’interno anche un Armani Jeans Café. Nella boutique Armani di Maidson Avenue, la modella Eugenia Silva organizzò una vendita di beneficenza a favore dell’ American Museum of Natural History. Nel frattempo, ad Armani fu assegnato il Superstar Award ai Night of Stars Awards del Fashion Group International.

L’anno 2004 si chiuse con un fatturato di 1.299 miliardi di euro, (+6,5% a cambi costanti, +3,5% a cambi correnti). L’utile netto fu di 126 milioni di euro, in leggero calo rispetto all’anno precedente (-5,2%). Il patrimonio netto fu di 397 milioni di euro, con un incremento del 50,3% rispetto ai 264 milioni del 2003. Gli investimenti ammontavano a 50 milioni di euro, di cui 35 milioni per l’apertura di 16 nuovi negozi e il restyling di quelli esistenti.

La prima collezione Haute Couture

Nel gennaio 2005, il designer presentò a Parigi la prima collezione haute couture, la Giorgio Armani Privé. Trentuno abiti in puro stile Armani, unici e preziosissimi. 31 come gli anni di attività dell’azienda. In onore della storica amicizia con l’attrice Michelle Pfeiffer, Giorgio Armani commissionò al famoso fotografo Mario Testino una serie di scatti che vedessero l’attrice protagonista del catalogo donna primavera/estate 2005.

Giorgio Armani Prima collezione Haute Couture Collection, 2005
Prima collezione Haute Couture Collection, 2005

Il primo trimestre del 2005 registrò una crescita delle vendite dirette del 16% rispetto all’anno precedente. In particolare, le vendite in Cina sono aumentarono del 52%, in Giappone del 15%, in Europa del 10% e negli Stati Uniti del 3%. Nello stesso periodo aprì un nuovo negozio monomarca Armani Casa a Milano, in via Manzoni 37.

Armani fu nominato Designer of the Year dal Fashion Editors Club of Japan. La retrospettiva di Giorgio Armani, esposta al Guggenheim, venne trasferita al Mori Art Museum di Tokyo. Per l’occasione furono presentate le collezioni uomo/donna autunno/inverno 2005-2006. Al termine dello show venne anche presentata la prima collezione haute couture di Armani. In quel periodo il gruppo contava 4.700 dipendenti, 13 stabilimenti produttivi, 58 boutique Giorgio Armani, 11 negozi Armani Collezioni, 121 negozi Emporio Armani, 70 negozi A/X Armani Exchange, 12 negozi AJ/Armani Jeans, 6 negozi Armani Junior, 1 Giorgio Armani Accessories store e 17 negozi Armani Casa, distribuiti in 37 paesi in tutto il mondo. Il marchi del Gruppo Armani erano: Giorgio Armani, Armani Collezioni, Emporio Armani, AJ/Armani Jeans, A/X Armani Exchange, Armani Junior e Armani Casa.

Armani per la Nazionale Inglese di calcio

Nel maggio 2004, Armani vestì la Nazionale Inglese di calcio per gli eventi sportivi negli Stati Uniti. Armani disegnò anche le divise dell’equipaggio del Bribon, la nave a vela del Re di Spagna.

Al tempo, la Giorgio Armani controllava cinque linee: Borgonuovo 21, G.A. Collezioni Mani, AX (moda basic dell’omonima catena di negozi in Usa) e Armani Jeans, senza contare le linee di biancheria, intimo e costumi da bagno.

Dal 2005 ai giorni nostri

La beneficenza

Durante il World Economic Forum tenutosi a Davos a gennaio, Armani annunciò la sua partecipazione a (PRODUCT) RED, la rivoluzionaria iniziativa globale lanciata da Bono e Bobby Shriver per raccogliere fondi per il Fondo Globale per combattere l’AIDS in Africa. A supporto di RED, Armani disegnò i suoi primi due prodotti per (Emporio Armani) RED: un paio di occhiali da sole e un orologio. La collezione donna Emporio Armani per la primavera/estate 2007 venne presentata alla settimana della moda di Londra invece che a quella di Milano, durante un esclusivo evento di moda e musica che celebrava il lancio della prima capsule collection Emporio Armani (PRODUCT) RED. Alicia Keys, Andrea Bocelli, Beyoncé, Bono, 50 Cent e Leonardo DiCaprio sono solo alcune delle celebrità che parteciparono all’evento One Night Only. A fine anno, Giorgio Armani ricevette il Premio Leonardo 2006 dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in qualità di importante rappresentante dei prodotti italiani di qualità all’estero.

Lancio della linea Cosmetics

Nel 2007, Giorgio Armani lanciò Crema Nera, primo prodotto della linea skincare, Attitude, nuova fragranza uomo, e Diamonds, profumo femminile Emporio Armani, la cui campagna pubblicitaria vide protagonista Beyoncé. La retrospettiva Giorgio Armani arrivò anche a Milano, alla Triennale. Nel frattempo, la sfilata Giorgio Armani Privé primavera/estate 2007 avvenne a Los Angeles, in concomitanza con la 79° edizione degli Academy Awards. Giorgio Armani aprì il suo quarto concept store a Ginza, Tokyo, chiamato Armani/Ginza Tower.

Il mercato asiatico

L’anno seguente Giorgio Armani entrò nel mercato indiano con i primi negozi Giorgio Armani ed Emporio Armani a Nuova Delhi. Altre inaugurazioni vi furono per i primi negozi Emporio Armani a Mosca e a Pechino. In europa aprì la più grande boutique Giorgio Armani a Milano, in via Montenapoleone. Altre novità furono il sito e-commerce Emporio Armani Europa e il nuovo progetto per un cellulare Emporio Armani Samsung Night Effect. Emporio Armani Underwear for women fu lanciato negli Stati Uniti. Giorgio Armani diventò membro onorario del Costume Institute al Metropolitan Museum di New York durante l’inaugurazione della mostra Superheroes: Fashion and Fantasy.

Collaborazioni e licenze

Nel 2012, al Festival di Cannes, Giorgio Armani presentò la collaborazione di un anno con J/P HRO (Haitian Relief Organisation), che includeva una campagna mediatica esclusiva in cui il designer e Sean Penn posavano insieme per la prima volta. Durante la settimana della moda femminile, venne inaugurata Eccentrico all’Armani/Teatro di Milano, mostra di abbigliamento e accessori dal 1985 al 2012, che mostrava lai fusione tra arte, moda e design. Il Gruppo Armani firmò un accordo di licenza esclusiva con Luxottica per design, produzione e distribuzione in tutto il mondo delle collezioni di occhiali Giorgio Armani, Emporio Armani e A/X Armani Exchange. In collaborazione con il gruppo Astas Holding/Bemes, venne annunciata la fine del progetto Maçka Residences, esclusiva area residenziale nel centro di Istanbul.

One Night Only

Armani Evento One Night Only, Roma
Evento One Night Only, Roma

Lo stesso anno si festeggiò il 10° anniversario del Gruppo Armani in Cina con l’evento One Night Only Beijing. Nel 2013 continuò la serie di eventi One Night Only, prima a Roma e poi a New York: il successo newyorkese fu tanto grande che il sindaco, Michael Bloomberg, istituì il 24 ottobre come il Giorgio Armani Day. L’anno seguente, Giorgio Armani inaugurò la One Night Only Paris.

Armani per la Nazionale Italiana alle Olimpiadi

Armani veste il team italiano alle Olimpiadi
Armani veste il team italiano alle Olimpiadi

Nel 2013 Giorgio Armani annunciò di voler prolungare l’accordo con il Comitato Olimpico, confermandosi Official Outfitter della Nazionale Italiana per le Olimpiadi invernali di Sochi (2014) e per le Olimpiadi di Rio de Janeiro (2016). A maggio 2014, Giorgio Armani, tenendo fede al rapporto di lunga data con il mondo del calcio internazionale, annunciò la collaborazione con il Bayern Monaco, con il quale il brand si sarebbe impegnato a creare creare l’abbigliamento ufficiale del club.

40° anniversario

Armani Campagna pubblicitaria New Normal
Campagna pubblicitaria New Normal

Il 2015 fu il 40° anniversario del Gruppo Giorgio Armani, celebrato con il lancio di New Normal, collezione completa, ma concisa, che creava un guardaroba ideale per la donna di oggi, riassumendo 40 anni di stile senza tempo. Giorgio Armani è stato nominato Special Ambassador per Expo Milano.

Il 30 aprile si tenne una grande festa con più di 500 ospiti, tra cui VIP, celebrità, autorità e stampa internazionale. Lo stesso giorno Armani/Silos, il grande spazio espositivo dedicato all’esperienza professionale di Giorgio Armani, aprì le sue porte per la prima volta.

Armani Silos Milano, installazione
Armani Silos Milano, installazione

Il Ministero dello Sviluppo Economico e li Poste Italiane celebrarono il 40° anniversario di Giorgio Armani e l’apertura di Armani/Silos con l’emissione di un francobollo dedicato. Il primo ottobre venne pubblicato il libro di Giorgio Armani (edito da Rizzoli New York) in cui egli racconta in prima persona quarant’anni di carriera, di stile e di passione. Il volume era già stato presentato al pubblico il 28 settembre dal famoso giornalista inglese Suzy Menkes, alla conclusione dello spettacolo Giorgio Armani.

Situazione attuale

Nel 2016, Giorgio Armani ricevette il “Collare d’oro al merito sportivo”, per i suoi contributi al mondo dello sport. Il 14 aprile Giorgio Armani si recò a Mosca per una serie di eventi che celebravano l’avvento del Gruppo Armani in Russia. Dopo Londra 2012 e le Olimpiadi invernali di Sochi, continuò la collaborazione con il Comitato Olimpico Nazionale italiano: EA7 Emporio Armani fu, ancora una volta, fornitore ufficiale delle squadre olimpica e paraolimpica Italiana ai Giochi Olimpici di Rio 2016. Nel mese di luglio, Giorgio Armani annunciò la creazione della Fondazione Giorgio Armani, volta al pubblico e al sociale. La Fondazione doveva anche servire ad assicurare che gli asset di governance del Gruppo fossero mantenuti stabili nel tempo, coerenti con i principi alla base delle attività di Giorgio Armani di designer e imprenditore.

A settembre, all’Armani/Silos, fu inaugurata “Emotions of the Athletic Body”, mostra fotografica dedicata alla celebrazione di sportivi e atleti, curata personalmente dal designer, il quale ebbe la possibilità di attingere dai vasti archivi di fotografie che lui stesso aveva commissionato nel corso degli anni. A settembre, Giorgio Armani presentò a Parigi, per la prima volta, la collezione donna primavera/estate 2017 Emporio Armani durante la settimana della moda. Venne annunciata una partnership biennale tra EA7 Emporio Armani e RCS Sport: la linea sportswear sarà sponsor della 17° maratona annuale di Milano, la Milano Marathon. Il club esclusivo, Armani/Privé, viene riaperto con un look completamente rinnovato.

Armani Campagna pubblicitaria primavera/estate 2017
Campagna pubblicitaria primavera/estate 2017

Nel 2017 il Gruppo Giorgio Armani annuncia la riorganizzazione del portafoglio brand: a partire dalla stagione primavera/Estate 2018, i brand saranno Giorgio Armani, Emporio Armani e A/X Armani Exchange. Inoltre, Emporio Armani viene portato per la prima volta alla London Fashion Week con la collezione primavera/estate 2018 read-to-wear. Viene riaperto anche il rinnovato negozio di Bond Street.

TRUSSARDI

Trussardi: dal negozio di guanti ad oggi. Leggi la storia del marchio con l’iconico Levriero, che da sempre valorizza l’eleganza del Made in Italy.

Indice.

  1. Le origini.
  2. Nicola Trussardi.
  3. Il Levriero.
  4. Le prime sfilate.
  5. Trussardi e il teatro.
  6. L’espansione del brand.
  7. Beatrice Trussardi.
  8. Fondazione Nicola Trussardi.
  9. Palazzo Trussardi Alla Scala.
  10. I valori del Gruppo.
  11. Trussardi nel mondo.
  12. Gli anni recenti.

Le origini.

Il Gruppo Trussardi è stato fondato nel 1911 a Bergamo da Dante Trussardi. L’azienda nasce come un laboratorio per la produzione e la distribuzione di guanti di lusso. Il marchio è fin dalle sue origini sinonimo di eccellenza, di eleganza discreta, di sperimentazione e di innovazione.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Volantino pubblicitario del primo negozio di Dante Trussardi.
Volantino pubblicitario del primo negozio.

La qualità delle materie prime e la costante ricerca nella lavorazione della pelle la portano a diventare in pochi decenni una delle realtà più affermate del panorama internazionale degli accessori, tanto da essere presto fornitore ufficiale della Casa Reale Inglese.

Nicola Trussardi.

Alla fine degli anni Sessanta, nel pieno della rivoluzione dei costumi che sta sconvolgendo il mondo, il nipote di Dante prende le redini dell’azienda: Nicola Trussardi trasforma l’azienda in un gruppo industriale. Dopo aver compreso che il destino del guanto è ormai segnato, diversifica le produzioni e, nel 1973, entra nei settori dell’abbigliamento e degli accessori di lusso. Nicola studia la pelle, le lavorazioni, i mercati, il nuovo trend che sta imponendo il gusto italiano nel mondo. La visione di Nicola è di creare un marchio di lifestyle, capace di abbracciare con il suo stile ogni aspetto della vita, puntando sempre all’eccellenza.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Nicola con un Levriero.
Nicola con un Levriero.

Forte di una tradizione artigiana tutta italiana, trasmessa di generazione in generazione, Nicola Trussardi progetta, produce e lancia sul mercato valigie, borse, articoli per la casa e per l’ufficio, giacche dai tagli sempre nuovi. I prodotti Trussardi, con grande rapidità, si affermano in Italia e nel mondo come simboli di qualità assoluta. Negli anni Settanta inaugura la prima boutique di Milano (nel 1976, in Via Sant’Andrea – ancora oggi il flagship store del marchio) e il Gruppo si espande in tutti i mercati europei e americani.

Il Levriero.

Nel 1973 Trussardi è la prima maison di moda ad adottare un simbolo che identifica tutti i suoi prodotti, il Levriero. Icona di agilità e dinamismo, il Levriero rivoluziona il sistema della moda internazionale lasciando un’impronta indelebile nell’immaginario di quegli anni con la sua raffinatezza e la sua eleganza, con la cura maniacale dei dettagli, con materiali di qualità incomparabile.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Il logo del Levriero.
Il logo del Levriero in pelle.

Le prime sfilate.

Negli anni Ottanta, grazie al successo del Levriero, l’azienda debutta nell’abbigliamento lanciando le sue prime collezioni uomo e donna. La maison si fa conoscere al grande pubblico con le prime sfilate aperte a tutti. Nicola, esperto di marketing, affronta sin da subito il mondo dei media con operazioni eclatanti che, a Milano, portano le sue sfilate in spazi inediti: Teatro alla Scala, piazza del Duomo, Pinacoteca di Brera, Stazione Centrale, Borsa, Ippodromo, Palatrussardi. Nel frattempo collabora con le più importanti aziende italiane alla ridefinizione del Made in Italy (da Alitalia a Garelli, da Agusta a Alfa Romeo).

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Interno in pelle di una BMW.
Interno in pelle Trussardi della BMW serie 5 GT.

Nicola si circonda di intellettuali ed artisti, che danno il loro contributo alla griffe: dal pittore Renato Guttuso, dai cui disegni ricava una stampa a girasoli, a registi e costumisti chiamati a collaborare alla messa in scena di sfilate. L’imprenditore, con la stretta collaborazione della moglie Maria Luisa, propone un prêt-à-porter dalle linee contemporanee e dinamiche, prediligendo nuove tecnologie di lavorazione della pelle e materiali moderni e preziosi. Ma Nicola non si ferma alla moda: è tra i primi ad intuire l’inarrestabile valore della griffe: firma biciclette, piastrelle, profumo, automobili, interni di aerei, elicotteri, biancheria per la casa.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Interno di un elicottero firmato Trussardi.
Interno di un elicottero firmato Trussardi.

Trussardi e il teatro.

Negli anni Trussardi è capace di miscelare con armonia la moda al teatro, il costume ai costumi. Collabora con il Teatro Piccolo di Milano e con il suo direttore Giorgio Strehler, vestendo il Macbeth in scena all’Arena di Verona e allestendo una sfilata al Castello Sforzesco con la regia di Dario Argento per la linea casual Trussardi Action. Nicola interpreta  se stesso nel film Prêt-à-porter di Robert Altman. Nel 1986 dà vita al Palatrussardi, una nuova piattaforma adatta a concerti e eventi di grande affluenza che ospita numerose performance, tra cui l’ultimo concerto di Frank Sinatra in Italia.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Frank Sinatra al Palatrussardi, 1986.
Locandina del concerto di Frank Sinatra al Palatrussardi, 1986.

L’espansione del brand.

Trussardi è uno stile per tutti momenti della giornata: il Gruppo lancia le linee Jeans, Home, Baby, Junior, Eyewear e Perfumes diventando sinonimo di eleganza e di qualità assoluta. Negli anni Novanta l’azienda prosegue nella strada dell’espansione internazionale puntando con lungimiranza nei nuovi mercati emergenti dell’Europa dell’Est, dell’Asia e del Medio Oriente. Vengono aperte nuove boutique monomarca a Hong Kong (1992), a Mosca (1993), a Taiwan (1994). In quegli anni è anche l’immagine a diffondere lo stile Trussardi in tutto il mondo grazie alla collaborazione con le voci più interessanti della fotografia internazionale come Richard Avedon, Mario Testino, Michel Comte e Steven Klein.

L’apertura di Trussardi al grande pubblico, uno dei valori centrali del lifestyle del brand, porta il Gruppo a inaugurare nel 1996 Palazzo Marino Alla Scala. Si tratta del primo flasghip building del mondo della moda che ospita non solo showroom e boutique ma anche uno spazio dedicato alle mostre, un café, una libreria, una boutique e un ristorante. I sei piani in Piazza della Scala sintetizzano tutte le declinazioni del Levriero che esprime eccellenza in ogni suo campo d’azione. Mediamente, negli ultimi anni, il fatturato si attesta sui 750 miliardi di lire l’anno. Nel 1998 Nicola fonda una scuola per gli operatori della moda di domani, di fotografi e comunicatori. Muore a 57 anni in un incidente d’auto, una notte d’aprile del 1999.

Il Gruppo Trussardi conserva i valori di un’impresa familiare, estesa però ai ritmi e alle modalità del vivere contemporaneo. Dopo la morte del padre, sono i figli Beatrice e Francesco a prendere il timone del brand, introducendo una moda più giovane. In particolare Beatrice, dal 2002, conduce l’azienda nel ruolo di Amministratore Delegato e Presidente del Gruppo. Il 2002 si chiude con un fatturato di 125 milioni di euro.

Beatrice Trussardi.

L’anno successivo, nel 2003, Francesco muore a 23 anni in un incidente d’auto, per un tragico destino, come quello del padre. Beatrice resta sola nell’azienda. Determinata a portare avanti il lavoro cominciato dal fratello presente, per l’inverno 2004, una delle più belle sfilate nella storia della griffe. Matteo Felli, già direttore generale, è il nuovo amministratore delegato.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Beatrice Trussardi.
Beatrice Trussardi.

Nel 2006 Beatrice nomina capo designer Eric Wright, uno stilista americano che ha lavorato fianco a fianco con Karl Lagerfeld quando disegnava per Fendi. Beatrice lo assume con l’intento di rafforzare la linea uomo. Rovesciando la rotta commerciale, vengono riportati in auge colori e fantasie dimenticate, e viene riscoperta la forma tonda per gli oggetti da tasca. Wright resta nell’azienda per due anni.

Con Beatrice, il Gruppo lancia, nel 2008, Trussardi 1911, un nuovo marchio di accessori e abbigliamento per uomo e donna, disegnati da Milan Vukmirovic, direttore creativo della maison. Vukmirovic, ex-fondatore e direttore artistico di Colette a Parigi, ex direttore creativo di Jil Sander, è una figura poliedrica che porta un tocco di modernità al brand. Mantenendo l’eleganza tipica del Gruppo, Vukmirovic lo spinge verso i linguaggi più innovativi del mondo e dello stile contemporaneo. Accanto a questa linea nascono anche i marchi Tru Trussardi, nel 2005, e TJ, entrambi dedicati alle esigenze della vita in città. Il primo è più orientato al lavoro, mentre il secondo è riservato al tempo libero.

Fondazione Nicola Trussardi.

Grazie all’iniziativa di Beatrice, il gruppo ha intensificato il suo impegno a favore della cultura contemporanea e la sua presenza nel mondo dell’arte con la Fondazione Nicola Trussardi. Si tratta di un’istituzione nomade che infiltra l’arte contemporanea nella vita quotidiana attraverso mostre di artisti internazionali negli spazi storici e monumentali della città di Milano. L’azienda si inserisce anche nel mondo dell’alta cucina con Il Ristorante Trussardi Alla Scala, uno dei migliori avamposti della gastronomia di qualità in Italia che ha di recente ottenuto il prestigioso riconoscimento delle due stelle Michelin.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Il ristorante Trussardi Alla Scala.
Il Ristorante Trussardi Alla Scala.

Palazzo Trussardi Alla Scala.

Nel 2009 il Gruppo ha ridefinito il concetto di flagship building grazie a profondi cambiamenti nella struttura di Palazzo Trussardi Alla Scala che è ora un avamposto della cultura e della tradizione del brand. Il piano terra del palazzo in Piazza della Scala, infatti, è oggi una struttura aperta e flessibile che ospita, dal 2008, il primo concept store Trussardi 1911, oltre ad uno spazio dedicato alle voci più interessanti del giornalismo d’immagine, e al Café Trussardi. Quest’ultimo è un esperimento che coniuga l’alta ristorazione con i ritmi frenetici della contemporaneità. Il déhors di cristallo, disegnato dallo studio Carlo Ratti Associati, è sovrastato dalla prima installazione in Italia di verde verticale di Patrick Blanc.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Palazzo Trussardi Alla Scala.
Palazzo Trussardi Alla Scala.

I valori del Gruppo.

Impegnato nei temi dell’innovazione, della sostenibilità e dell’impegno ambientale, il Gruppo è la storia e il futuro dell’eccellenza del Made in Italy nella moda, nel design, nell’arte e nella cucina. Il brand esprime un nuovo stile di vita, fondato sull’eccellenza: da quasi cento anni il marchio è espressione della solidità e della creatività di una casa, dell’impegno e dei valori di una famiglia.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Campionario di pelli.
Campionario di pelli.

Trussardi è un’azienda di persone che lavorano per le persone. Dagli artigiani italiani che realizzano a mano gli accessori e l’abbigliamento fino, alla realizzazione dei più complessi progetti internazionali, il Gruppo è al servizio dell’uomo. L’obiettivo è quello di rendere la sua vita più elegante, più appassionante, più preziosa, più stimolante.

Nella moda l’azienda ha maturato, in un secolo di esperienza, una capacità unica nella ricerca di modalità e tecniche nuove per trattare i pellami e i tessuti. Le radici del Gruppo affondano nel terreno della storia industriale italiana e la sua capacità di lavorare la pelle non ha eguali in tutto il mondo. Il laboratorio di guanti aperto da Dante Trussardi nel 1911 è un esempio storico della dedizione e delle ambizioni dell’azienda. La creatività del Gruppo, che ha attraversato, reinventandosi e rinnovandosi, l’ultimo secolo della nostra storia, esprime un immaginario fatto di eleganza misurata, di attenzione al dettaglio, di sobrietà e di fascino.

Nella moda, nel design, nell’arte e nella cucina, ogni volta che il brand va in scena coniuga la cultura e la riconoscibilità della sua storia con l’emozione, la leggerezza, l’ironia e le visioni della contemporaneità. Grazie alla forza della tradizione che ha costruito nel tempo, il brand è capace di proporre sorprese appassionanti, rapide innovazioni e piccole rivoluzioni quotidiane.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Guanto in pelle blu.
Guanto in pelle blu.

Trussardi nel mondo.

Trussardi è un Gruppo industriale che produce e distribuisce in tutto il mondo. Attraverso una differenziazione tra flagship stores, boutique, punti vendita in franchising, corner, licenze e grande distribuzione, i loro prodotti sono presenti in ogni mercato significativo per l’abbigliamento, gli accessori, i profumi e i complementi d’arredo e per la casa.

L’esclusiva rete distributiva del Gruppo comprende circa 440 punti vendita in tutto il mondo: 7 boutiques Trussardi 1911, oltre 300 tra boutique e corner Tru Trussardi, 17 negozi Trussardi Home, e oltre 110 negozi e punti di distribuzione di altri prodotti – tra cui il primo negozio monomarca TJ (Trussardi Jeans) aperto al Gum di Mosca – in 23 paesi in Europa, in Asia, in Medio Oriente.

Il Gruppo, con la prima linea Trussardi 1911 è inoltre presente nei più importanti multibrand del mondo tra cui Barneys, New York; Jeffrey’s, New York; The Webster, Miami; Ron Hermann, Los Angeles; Harrods, Londra; Joseph, Londra; Aizel, Mosca; Colette, Parigi; Printemps, Parigi; Mientus, Berlino; Quartier 206, Berlino; Abseits, Stoccarda; Lakis Gavalas, Atene; Galy, Ibiza; The Outpost, Barcellona; Chapeau, Valencia; White Gallery, Roma; Boon the shop, Seul; United Arrows, Tokyo; Restir, Tokyo; Designworks, Tokyo; Isetan, Tokyo; Estnation, Tokyo; Eight Million, Tokyo; Joyce, Hong Kong.

Gli anni recenti.

Nel 2011 c’è il centenario del brand. La linea Trussardi 1911 diventa ufficialmente solo Trussardi, mentre viene rotto il legame con Milan Vukmirovic. Il nuovo capo designer è Umit Benan Sahin, di origini turche, che ha precedente collaborato con Marc Jacobs, Cacharel e Sophie Theallet. Sahin debutta con la sua prima collezione alla Fashion Week di Milano per la Primavera/Estate 2012. L’anno successivo viene nominata Direttore Creativo  Gaia Trussardi, all’interno dell’azienda già dall’età di 23 anni.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Ritratto di famiglia.
Un ritratto della famiglia Trussardi.

Il marchio esprime la necessità di continua evoluzione e di rafforzare la sua identità. Beatrice si ritira dal fashion business per dedicarsi esclusivamente alla Fondazione, e lascia il 25% delle sue azioni al fratello Tomaso, che diventa Amministratore Delegato del Gruppo a partire dal 2013. L’azienda annuncia un piano quinquennale per riposizionare il brand nel settore del lusso accessibile. La linea Tru Trussardi viene chiusa, mentre proseguono le linee Trussardi e Trussardi Jeans, la prima rientra nello stile cool elegante, la seconda nello streetwear.

Oggi, Trussardi ha introdotto un nuova borsa molto contemporanea, la Lovy Bag. La borsa, fatta con i materiali più pregiati, rappresenta la vera artigianalità italiana. Michelle Hunziker, brand ambassador, rappresenta perfettamente gli elementi ironici ed eleganti del brand. Sicura di sé, dalla personalità spumeggiante, Michelle compare in tutte le campagne pubblicitarie della Lovy Bag dal 2016.

Dizionario della Moda Mame: Trussardi. Michelle Hunziker, ambasciatrice del brand, con la Lovy Bag.
Michelle Hunziker, ambasciatrice del brand, con la Lovy Bag.