Enka

Enka. Azienda leader mondiale nel settore della produzione del filo di viscosa.

Enka. Azienda leader mondiale nel settore della produzione del filo di viscosa. Ha sede in Germania e impiega più di 2000 addetti con una produzione per l’Europa di 25 mila tonnellate di filato. Compagnia orientata verso il futuro, impiega materiali riciclabili e tecniche d’avanguardia nel completo rispetto dell’ambiente.

La viscosa Enka

La viscosa Enka parte dal materiale grezzo (cellulosa di legno) e, attraverso processi elaborati, giunge a ottenere l’alta qualità di una fibra naturale. È indicata per ogni campo di applicazione nell’industria tessile, dai tessuti ai filati per maglieria a quelli per ricamo. Combinata con altri filati, come il poliestere o il poliammide, assume corpo, volume e luminosità. Materiale innovativo e versatile lascia campo alla creatività grazie ai meravigliosi colori e alla consistenza setosa.

Enka Sun è un filato messo a punto da Akzo Nobel che protegge dai raggi solari nocivi. Enka Moda ha anche un ruolo di talent scout. In collaborazione e col patrocinio del Comitato Nazionale della Moda Italiana, ha dato vita da due anni a Enkamania, un progetto di ricerca internazionale che consente a giovani stilisti emergenti, selezionati attraverso un concorso, di venire a contatto con i componenti del tessile e di usare la viscosa Enka per le loro creazioni.

Tra un centinaio di partecipanti al concorso, 21 sono i designer finalisti e a 5 di loro si offre l’opportunità di sfilare per la prima volta sulla passerella di Milano Collezioni Donna. Al termine delle sfilate, viene assegnato un premio. Nel settembre 2002, i 5 prescelti per il debutto erano Bless, Icarius, Ichiro Seta, Rohka e Zac Posen. La giuria, composta da Franca Sozzani (presidente), dal fotografo Peter Lindbergh, da Jean-Paul Gaultier, Philip Treacy, Milla Yovovich ed Enrico Freidhof, con la partecipazione di Donna Karan, Yamamoto, Isabella Blow, ha premiato ex aequo Ichiro Seta e Rohka.

Potrebbe interessarti anche 

 Jean Paul Gaultier tra storia creazioni e sfilate

Biennale di Valencia

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello…

Biennale di Valencia. Prima manifestazione internazionale dedicata alla comunicazione tra i differenti linguaggi creativi contemporanei, compreso quello della moda. Presenta solo progetti inediti, studiati e realizzati attorno a un’idea centrale, ogni due anni. È un progetto della Generalità Valenciana, diretto da Luigi Settembrini.

La prima edizione della Biennale di Valencia

La prima edizione è del giugno 2001, inaugurata da uno spettacolo-evento della Fura dels Baus con abiti e costumi disegnati fra gli altri da Jean Paul Gaultier, Versace, Valentino, Issei Myake. Tema dell’edizione erano le Passioni. Il tema, interpretato da 150 fra gli artisti più importanti di questi anni, “legava” le mostre curate da Achille Bonito Oliva, Peter Greenaway, Emir Kusturica, Mladen Materic, Droog Design, Robert Wilson, Robin Rimbaud, Shiro Takatani, David Pérez, Santiago Calatrava. Gli spettatori sono stati 250 mila e gli interventi critici sui media hanno innescato 950 mila contatti”.

La seconda edizione

Nel giugno del 2003, la seconda edizione, che aveva come tema La Città Ideale, ha presentato 13 diversi eventi. Le 5 mostre curate da Lorand Hegyi, William Alsop e Bruce McLean, Mike Figgis, Sebastiao Salgado, Francisco Jaurauta e Jean Luis Maubant. Un progetto sociale di Vincente Guallart, 2 progetti di comunicazioni ideati da Rafael Sierra. Infine 5 eventi teatrali realizzati insieme alla Città delle Arti Sceniche diretta da Irene Papas, con alla testa la prima mondiale di La tua mano nella mia di Carol Rocamor. La regia era di Peter Brook e l’interpretazione di Natasha Perry e Michel Piccoli.  Le commedie barbare di Valle-Inclan, trilogia diretta da Bigas Luna, Lisistrata di Aristofane musicata da Carles Santos con i costumi di Francis Montesino. Alla seconda tornata della Biennale di Valencia hanno partecipato architetti e designer come Frank Ghery, Toyo Ito, Nigel Coates, Rem Koolhaas, Vito Acconci. Artisti come, tra gli altri, Dennis Oppenheim, Michelangelo Pistoletto, Miguel Navarro, Marina Abramovic, Anne e Patrick Poirier, Wim Wenders, Sonja Km, Clay Setter, Bertrand Lavier, Piero Castellini, Pascal Pinaud, Wim Delvoye, Richard Noonas, Maurizio Nannucci, Ilya ed Emilia Kabakov, Teresa Chaffer, Gloria Friedman.

Potrebbe interessarti anche

Morto Ulay ex marito di Marina-Abramovic 

Il dizionario dell’arte di Mam-e

HERMÈS

Thierry Hermès

Le origini

Hermès. Storica casa di moda francese specializzata in pelletteria. Hermès è uno dei marchi più prestigiosi nel settore del lusso. Di proprietà della quinta generazione, oggi è rinomata per le sue sciarpe, cravatte e borse, diventate ormai dei veri e propri status symbol. L’azienda, fondata nel 1837 da Thierry Hermès, nacque come laboratorio casalingo di imbracature per cavalli. Da qui il famoso logo della maison: il “Duc Attelé” che rappresenta un fantino con cavallo, in omaggio alla tradizione equestre. Dopo 40 anni, la seconda generazione trasferì l’azienda nell’attuale sede di Faubourg Saint Honoré. Ma fu il nipote di Thierry, Emile Maurice, che negli anni Venti indirizzò la trasformazione verso una realtà più appropriata per una casa di moda. Inizialmente, creavano piccoli oggetti in daino, ma nel 1927 venne lanciata una linea di gioielli ispirata al mondo equestre; nel 1929 fu creata la prima collezione Donna, su disegno di Lola Prusac.

Gli anni Trenta

Gli anni Trenta furono gli anni degli indumenti che sarebbero diventati icone sia per la maison, sia per il mondo della moda, come la cintura ispirata ai guinzagli o la borsa creata su disegno di quelle usate per le selle. Stiamo parlando della famosa Kelly, un modello dedicato alla Principessa Grace di Monaco, la quale ha notevolmente contribuito al suo successo, quando è apparsa su ogni tabloid del secondo dopoguerra; la borsa divenne immediatamente un’icona e la sua eco risuona ancora oggi. Un’altra idea rivoluzionaria nel 1949: l’abito Hermeselle, in cotone stampato, che anticipava il concetto di prêt-à-porter, una sorta di abito ready made fatto su misura.

L’evoluzione del marchio dopo la morte di Emile

Nel 1951, dopo la morte di Emile, la direzione dell’azienda fu assegnata ai suoi generi, Robert Dumas e Jean Guerrand. i tempi erano maturi per aumentare le entrate della società, in seguito al grande boom degli anni Sessanta e al forte interesse dei media e alla creazione dei primi profumi e sciarpe di seta; questo è anche il periodo in cui è stato creato il logo “Duc Attelé” e l’arancione è stato scelto come colore distintivo. Il decennio successivo fu caratterizzato dall’espansione economica e territoriale della griffe con l’apertura di nuovi negozi in Europa, Stati Uniti e Giappone. Dal 1976, sotto la direzione di Jean Louis Dumas Hermès, figlio di Robert, la società è diventata una holding e ha avviato politiche di acquisizione principalmente nel settore tessile. Ha cercato di “innovare tenendo d’occhio la tradizione”, sicuro del valore storico del marchio e della reputazione costruita in oltre un secolo di attività. Le pubblicità presentavano giovani modelli che indossavano sciarpe preziose, nel tentativo di ringiovanire il marchio e renderlo più desiderabile per un gruppo più ampio di consumatori; i prodotti Hermès sono sempre più presenti nei negozi. Jeal Louis Dumas è anche l’uomo dietro un’altra famosa borsetta, la Birkin, un’icona per le fashioniste e un vero status symbol di oggi. La Birkin ha una lista d’attesa di oltre due anni e un costo che potrebbe anche superare i diecimila euro; il suo nome deriva dalla cantante Jane Birkin per la quale Dumas ha disegnato una borsetta nel 1984. Leggenda narra che i due fossero seduti accanto durante un volo e che Dumas ebbe la possibilità di ascoltare le sue lamentele sull’impossibilità di trovare una borsa adatta ai suoi bisogni.

Grace Kelly porta al braccio l’iconica Kelly

Questo è il modo in cui il particolare modello è stato creato ed è, proprio come Kelly, assolutamente personalizzabile e disponibile solo dopo una lunga lista d’attesa. Nel corso degli anni, diversi stilisti sono stati chiamati a guidare il reparto creativo per aiutare il rinnovamento nel rispetto della tradizione. Nomi come Catherine de Karolyi, Nicole de Versian (con un giovane Lacroix), Eric Bergère, Bernard Sanz, Bally, Myrène de Prémoville, Giudicelli e Audibet. Negli anni ’90, il team è stato guidato dallo stilista belga Martin Margiela, che resterà fino al 2003, quando lascia il suo posto a Jean Paul Gaultier. La collaborazione tra Hermès e “l’enfant terrible”, rafforzata anche dall’acquisizione di parte delle quote dell’azienda dello stilista dal marchio, durerà fino al 2010, quando Jean Louis Dumas muore. Sperando di rendere più commerciali le collezioni ed il marchio più contemporaneo, il nuovo proprietario Patrick Thomas, nomina Christophe Lemaire (che fino ad allora aveva dimostrato le sue capacità come head designer di Lacoste) a guida del reparto creativo. Oggi, la holding Hermès International guida un gruppo con oltre 26 affiliati; conta 250 negozi in tutto il mondo e completa le vendite attraverso circa 40 negozi altamente selezionati. La famiglia detiene ancora la maggioranza delle azioni della società, seguita dal gigante del lusso LVHM che ne detiene il 20%.

La situazione attuale

Nel 2014, Nadège Vanhee-Cybulski (ex Celine e Margiela) succede a Cristophe Lemaire in veste di direttore creativo della griffe.

Nadege Vanhee Cybulski

La giovane designer francese, laureata alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, debutta con la collezione autunno/inverno 2015 proponendo una collezione progettata sul file rouge di Margiela: una stagione dettata da linee comode e profusione di pelle e cachemire. In passerella, inoltre, viene presentata la  Octogone: una borsa compatta, a forma di ottagono, in pregiata pelle martellata. Nello stesso anno, la griffe inaugura il suo quindicesimo stabilimento dedicato alla pelletteria. Nella sede di Héricourt (Francia) lavorano 93 artigiani che si dedicano alla produzione della Kelly Bag e che vanno a incrementare le 12 mila unità di dipendenti in tutto il mondo. Si conferma, così, la crescita di domanda degli accessori Hermès, che segnano un +8% rispetto al 2014.

Nel 2016 si consolida la liason tra l’azienda francese e Pierre Hardy con l’acquisizione di una quota di minoranza dell’eponimo marchio fondato nel 1999. Lo stilista è stato firma per le calzature e gioielli Hermès dal 1990 al 2001. Rafforzato il sistema produttivo, nel 2017 il marchio del lusso che fa capo a LVMH annuncia l’investimento di 71 milioni di euro per lo sviluppo della produzione e della supply chain, inaugurando i poli produttivi tra la Val de Reuil (Normandia) e Limousin (centro della Francia) che vanno a sommarsi al polo di Héricourt.

Nel 2019, la storica maison registra ricavi pari a 6,88 miliardi di euro con una crescita del 15,4%. Prestazioni eccezionali ottenute grazie al mercato asiatico con ricavi per 2,58 miliardi, in aumento del 20,9%. La pandemia da Covid-19, però, frena Hermès, a partire dall’annullamento della collezione Cruise 2020-21. Il Coronavirus, inoltre, costringe l’azienda a chiudere i poli produttivi di Francia e Svizzera (dove viene prodotta l’orologeria). Nonostante la crisi, Hermès annuncia di rinunciare alla cassa integrazione e di mantenere inalterato lo stipendio dei suoi 15.500 dipendenti. Inoltre, dona 20 milioni di euro all’Hôpitaux de Paris, oltre a 30 tonnellate di detergente sanitario prodotto nei suoi stabilimenti e 31 mila mascherine. Il primo trimestre del 2020 riporta un calo delle vendite del 6,5% a 1,506 miliardi di euro. La flessione di Hermès è in linea con il -15% evidenziato dai ricavi di Lvmh e con il -15,4% del giro d’affari di Kering.

Aeffe

Aeffe, Gruppo italiano multibrand fondato nel 1980, possiede i marchi Alberta Ferretti, Moschino, Pollini e Philosophy di Lorenzo Serafini.

Aeffe. Gruppo italiano multibrand che, costituito nel 1980, compete nel lusso. Possiede i marchi Alberta Ferretti, MoschinoPollini e Philosophy di Lorenzo Serafini. La sede è a San Giovanni in Marignano, nei pressi di Cattolica.

È tra i principali protagonisti mondiali nel design, nella produzione e distribuzione di beni di lusso. Il Gruppo produce e distribuisce abbigliamento per uomo e donna, calzature, intimo e mare, articoli di piccola pelletteria, accessori, profumi e occhiali.

Il nucleo originale viene fondato nel ’75 con il nome della stilista Alberta Ferretti. Fin dal principio i ruoli all’interno della società sono chiari. Alberta sovrintende la parte stilistica e creativa; suo fratello, Massimo Ferretti, è il Presidente e cura la gestione manageriale. Nell’81 la stilista sfila per la prima volta a Milano. Due anni dopo, inizia la partnership con Moschino, nome emergente della moda italiana, attraverso un accordo di licenza in esclusiva di produzione e distribuzione.

I primi debutti di Aeffe

Nell’85, debuttano la prima boutique Alberta Ferretti a Milano e la nuova linea Philosophy, destinata a un pubblico più giovane. Risale al 1988 la collaborazione con lo stilista turco, nazionalizzato inglese, Rifat Ozbek. Nel ’94, viene siglato un accordo per la produzione e la distribuzione delle linee di prêt-à-porter di Jean-Paul Gaultier. Aeffe USA Inc., che ha sede a New York sulla 56ma strada, è stata fondata nel 1996 per consolidare la presenza sul mercato americano.

Aeffe
La stilista Alba Ferretti.

L’anno successivo, viene concluso un accordo con lo stilista americano Narciso Rodriguez: Aeffe ha un contratto di licenza in esclusiva per la produzione e la distribuzione delle collezioni di prêt-à-porter con la società Narciso Rodriguez. Tale società, con sede a New York, è partecipata al 50 per cento da Aeffe e da Narciso Rodriguez. Alla fine del ’99 Aeffe acquista il 70 per cento della griffe Moschino. Nasce l’Aeffe Fashion Group. Nel 2000 Ldv Holding, che fa capo al Gruppo San Paolo IMI, entra nel capitale del Gruppo con una partecipazione del 20 per cento. L’allargamento azionario prelude e prepara l’espansione del Gruppo.

Dal 2000 al 2003

Nel 2001, Aeffe rileva il pacchetto di controllo della Pollini per consolidare la sua presenza competitiva nel business della calzature, pelletteria e accessori. Nello stesso anno, acquista il 50 per cento della Velmar, azienda specializzata in intimo e moda mare, per completare l’offerta dei prodotti. Il Gruppo produce l’abbigliamento attraverso una rete di mini-imprese localizzate in Italia. La Pollini produce le calzature e le borse. Per i restanti articoli ci sono accordi di licenza con produttori e distributori terzi. Particolare attenzione è dedicata alla distribuzione.

Accanto agli show room direzionali (Milano, Londra, New York, Parigi e Tokyo) vi sono molteplici show room di agenti e/o importatori legati, in taluni casi, da rapporti esclusivi. Tale struttura permette di distribuire i prodotti in circa 4500 punti vendita multibrand dislocati nel mondo. Inoltre, l’azienda ha 160 negozi diretti, di proprietà o in franchising, 93 monomarca e 67 tra corner e shop in the shop. Nel 2001 il Gruppo ha raggiunto una crescita notevole: i ricavi sono passati a 242 milioni di euro, l’utile netto di 10 milioni. Il giro d’affari è aumentato di oltre il 40 per cento rispetto al 2000, in parte dovuto a crescita interna, in parte all’ingresso di Pollini.

Aeffe dal 2003 in poi

Nel 2003 il Gruppo focalizza gli sforzi sul piano retail. La formula P-Box, la vendita degli accessori di tutti i brand in un solo punto vendita, viene replicata agli altri prodotti. “Un’operazione analoga che riguarda l’abbigliamento partirà da settembre 2003 con la prima apertura italiana. Tutte le linee di abbigliamento dei marchi di Aeffe saranno concentrati nello stesso spazio vendita. Il multibrand di gruppo è perfetto in città di dimensioni medio piccole, aggredire queste piccole città con i monobrand equivarrebbe a massificare in modo estremo i prodotti”, afferma Ferretti.

“Questa tipologia distributiva, permette, inoltre, di rafforzare la notorietà dei marchi, altro asset sul quale l’azienda sta concentrando le proprie risorse. All’inizio del 2003, sono stati avviati alcuni importanti progetti con l’obiettivo di improntare l’esercizio e gli anni a seguire alla crescita”. Tra questi si ricorda un accordo di joint venture per le linee Moschino nel Far East, uno di distribuzione per Pollini con Itochu (per il mercato giapponese) e con Fairton Strategy Limited per Hong Kong, Taiwan e Cina continentale. Per gli USA, il 19 per cento del fatturato complessivo, l’obiettivo è spingere nuove categorie di prodotto, dagli accessori alle scarpe, all’intimo-mare, ma soprattutto la nuova linea Pollini abbigliamento.

Il gruppo Aeffe nel 2008 ha acquisito anche lo storico marchio francese Marithè Francois Girbaud.

Nel 2014 Lorenzo Serafini è diventato il direttore creativo di Philosophy.

Il gruppo, in collaborazione con Triboo, ha internazionalizzato il management dell’e-commerce nel 2018.

Nel 2020 per combattere l’emergenza Covid-19, il gruppo ha donato il 15% di ogni acquisto effettuato online alle aziende sanitarie di Emilia Romagna e Lombardia. A causa del Coronavirus il gruppo Aeffe registra un fatturato consolidato di 118,9 milioni di euro e una perdita netta di 10,9 milioni.

Scott

Scott Jeremy. Fashion designer americano, nasce a Kansas City (Missouri), l’8 agosto del 1975. Pop: questa è la definizione che narra la vena creativa di Jeremy, tra gli stilisti più apprezzati del XXI secolo.

Irriverente, folle, unico: il suo stile è inconfondibile. Definito “l’ultimo ribelle della moda”, il designer stupisce per una creatività contagiosa. Nelle sue collezioni si fonde gusto sartoriale ad un background cosmopolita dove ogni dettaglio, anche il più minuzioso, fa sempre riferimento all’arte e al cucito.

Nel 1992 Scott si trasferisce a New York per studiare fashion design al Pratt Institute. Nella Grande Mela si distingue per un look fantasioso, al limite del fantascientifico (da bambino è stato vittima di bullismo proprio per il suo modo di abbigliarsi, fuori dagli schemi). Sempre nella megalopoli statunitense inizia a lavorare per il gruppo di Alberta Ferretti, AEFFE. 

La collezione primavera/estate 2019. Il confronto tra Edda Gimnes e Jeremy Scott

La storia di Jeremy Scott non è certo semplice. La sua è fortuna. O destino, come si voglia chiamare. Acquistato un biglietto aereo per Parigi, dopo la laurea avvenuta nel 1996, lo stilista si ritrova in una terra sconosciuta, senza speranza e dormendo sotto una metropolitana. Il fato, però, ha in serbo per lui una bella sorpresa. In città, infatti, incrocia per caso il pr di Gaultier e da quell’incontro fortuito si comincia a scrivere il libro di Jeremy.

Nel frattempo, però, per campare promuove feste in discoteca e lancia un sua label. Nel 1997 presenta la sua prima collezione all’interno di un bar vicino alla Bastiglia. Uno show improvvisato e ironico, ispirato dal libro di JG Ballard e sul film di David Cronenberg Crash. La collezione è realizzata con materiale in disuso degli ospedali e ritagli di stoffa recuperati nel mercatino delle pulci Porte de Clignancourt. L’idea piace, tanto da essere esposta da Colette.

Successo indiscusso, che porta il designer agli onori della critica arriva con la terza collezione, total white, osannata da Mario Testino e Vogue Francia. Ma nel giro di pochi mesi, dall’ovazione iniziale, Jeremy si trova a fronteggiare una stroncatura inattesa: “The gold show”, come egli stesso lo definirà, sarà  tra i periodi più bui della sua carriera. 

Collezione primavera/estate 2020 ispirata a Maria Antonietta

Nel 2001, torna nuovamente nella sua terra. Archivia momentaneamente il mondo glamour parigino. Si trasferisce a Los Angeles e comincia a collaborare con brand come Adidas (lo farà anche nel 2008 e nel 2012) e con Swatch, disegnando orologi “dall’estetica pop, il tocco divertente e la forma esagerata“.

Jeremy Scott in Moschino

La grande occasione arriva nel 2013 quando firma un contratto per Moschino. Scott non ha mai nascosto l’adorazione nei confronti di Franco, della sua estetica dissacrante e generosa. E forse, proprio questa sua vicinanza estetica fanno di Jeremy l’eletto per portare al successo il marchio rimasto orfano del suo fondatore. 

Definisce il suo stile eccentrico e sostiene di essere allergico al minimalismo. “Il radicalismo e la provocazione sono il risultato che arriva alla fine di un processo creativo”, sostiene. 

Sostenitore della diversità, Jeremy Scott detesta l’omologazione e accusa la moda degli ultimi decenni di essere omogenea. Il suo mantra, insomma, è proprio quello di sapersi distinguere e di preservare il buon nome del marchio di cui è direttore creativo da anni. Lo fa con collezioni funny e smart. Originali. Nella sua carriera, però, non mancano macchie. Come ad esempio le accuse di plagio per il défilé primavera/estate 2019 che sembra sia stato liberamente ispirato ad una raccolta di abiti disegnata nel 2016 dalla collega Edda Gimnes

Entusiasmante è, inoltre, la collezione autunno/inverno 2020 dove, sulla pedana incalzano abiti settecenteschi, ispirati da Maria Antonietta.

Marionette al posto di persone reali per la primavera/estate 2021

Nel settembre 2020, in piena pandemia da Covid-19, a Milano presenta una collezione primavera/estate 2021 a porte chiuse. Uno show/no show, dove protagoniste sono delle bambole vestite con gli abiti della spring/summer successiva. Anche il parterre è composto da bambocci. In prima linea non poteva mancare l’algida Anna Wintour. 

Tutta questa creatività ha fruttato importanti riconoscimenti tra cui  il Venus de la Mode come miglior nuovo designer nel 1998 e nel 1999; una nomina come miglior giovane stilista del 1999 dal Council of Fashion Designers of America . E ancora, un ANDAM Fashion Award nel 2000, e il riconoscimento come Womenswear Designer of the Year agli Annual Fashion Los Angeles Awards nel 2015.

 

Leggi anche

Milano Fashion Week, la moda ancora in mano dei potenti 

Moschino omaggia Roma nel nome di Fellini 

H&Moschino. Omaggio agli States ma non a Trump

 

 

 

 

 

Y/Project

Y/Project. Marchio di moda fondato nel 2010 da Yohan Serfaty. La storia della griffe, inspiegabilmente, inizia con la morte del suo fondatore, avvenuta nel 2017 a causa del cancro. Con la sua dipartita, l’etichetta passa nelle mani di Glenn Martens, giovane promessa della moda, ex Jean Paul Gaultier e attivo con il suo marchio.

Il punto di forza del brand viene spiegato dallo stesso Martens che dichiara di volersi  “focalizzare sul design, invece che sullo styling”. 

Ritratto Glenn Martens

Y/Project piace soprattutto ai giovani; a donne e uomini che amano la nuova sartoria fatta da tagli più decisi e un tailoring più comodo e sportivo. Ad influenzare la cifra stilista del designer belga è l’arte classica, sebbene si possa credere l’esatto contrario. Glenn, che mai avrebbe potuto immaginare il successo planetario ottenuto con il marchio, affida a Gilles Elalouf, CEO dell’etichetta, il suo futuro. È lui, più di chiunque altro, a credere nelle sue capacità stilistiche. Attitudini che fanno di Y/Project un marchio versatile e giocoso. 

Look collezione primavera/estate 2021

La tendenza di Martens, nominato direttore creativo di Diesel nel 2020) è quella di dare un nuovo taglio al capo, con decostruzioni e ricomposizioni intelligenti. Un vero virtuoso dello stilismo attuale, che conferma l’eclettismo del marchio. 

La sfilata a Firenze

La sfilata evento a Firenze

Durante l’edizione di Pitti Uomo 95, Martens debutta a Firenze con una collezione uomo unconventional, composta da capi knitwear dall’effetto tridimensionale e sovrapposizioni create ad hoc.  Nella magnifica cornice del chiostro della chiesa di Santa Maria Novella a Firenze, dinanzi a 3.000 persone, sfila una co-ed dove menswear e womenswear si adattano bene. Uno show, notturno, che ha confermato lo stile dirompente di un marchio che è diventato uniforme tra i giovani.

 

Leggi anche

Chi è Glenn Martens, il nuovo direttore creativo di Diesel

Y/Project primavera/estate 2021 tra gioco e opulenza 

Y/Project: l’avanguardia fa ritorno a Firenze 

 

JEAN PAUL GAULTIER

LE ORIGINI E LA PASSIONE PER LA MODA

Jean Paul Gaultier by Pierre et Gilles, 1990

Jean Paul Gualtier nasce il 24 aprile 1952 a Arcueil, Val-de-Marne, in Francia. È figlio unico, timido e piuttosto solitario, abituato a stare con gli adulti, con poca popolarità a scuola e poco studioso. Si perde nelle lezioni a disegnare, un episodio segna la crescita personale e nel mondo della moda. Mentre disegnava delle ballerine tutte piume e paillette delle Folies Bergère, viene sorpreso dall’insegnante che lo punisce attaccandogli il disegno sulla schiena e l’obbliga a fare il giro della classe in segno di derisione, ma il castigo ha un risvolto inaspettato, i compagni rimangono colpiti dalla sua bravura e cominciano a chiedergli dei bozzetti per loro. L’esperienza diventa il passaporto che gli apre le frontiere della comunicazione, riusciva a trasmettere alla gente le sue idee.

IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA

Il giovane enfant terrible e la nonna materna, sua fonte di ispirazione e prima sostenitrice

La nonna materna è una figura fondamentale per il designer, proprietaria di un salone di bellezza, dove Jean Paul passa le sue giornate. Ogni sua iniziativa creativa è sostenuta dall’ultima, che gli lascia piena libertà di espressione, anche quando smonta le tende per confezionare un velo da sposa dopo le nozze di Fabiola del Belgio, o quando buca le tovaglie per ricavarne delle gonne. Ma egli riceve anche l’appoggio dei genitori che comprendono ed accettano la sua diversità e sensibilità. Sono proprio la nonna e la mamma ad essere le prime indossatrici del talentoso giovane, che a soli 13 anni comincia a creare vestiti per loro traendo ispirazione dagli armadi femminili di casa. I corsetti diventano da subito la sua ossessione.

GLI INIZI

I corsetti di Gaultier esposti al Gran Palais di Parigi

Non frequenta nessuna scuola di moda, un autodidatta appassionato che disegna bozzetti e riutilizza tessuti casalinghi. Ma Gualtier ha un sogno: diventare un grande stilista. Così invia i suoi saboti ai principali atelier parigini. Il giorno del suo diciottesimo compleanno arriva la proposta lavorativa come assistente da Pierre Cardin, è il 1970. Viene chiamato anche a collaborare con Jean Patou e Jaques Esterel, fin quando non lancia la sua prima collezione nel 1974.

Jeal Paul Gaultier e Pierre Cardin alla sfilata SS 2018 in onore del suo mentore storico

L’ETICHETTA JEAN PAUL GAULTIER

Nel 1976 fonda la sua etichetta, presenta a Parigi una sfilata originale e coraggiosa, molto più vicina ad una rappresentazione artistica che ad una semplice sfilata. Riceve sostegno e appoggio dal suo compagno di vita e d’affari Francis Menuge, che muore di Aids nel 1990.

LO STILE

Gaultier diventa un vero e proprio rivoluzionario di stile. Introduce le gonne, specialmente i kilt, nel guardaroba maschile, ma non solo, il make up diventa un accessorio anche per l’uomo. Ispiratosi alla grande Vivienne Westwood egli è ritenuto il suo più diretto seguace. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Stili dissimili

Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento. all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Attento gestore del proprio successo attraverso un ampio ventaglio di partecipazione ai media — dal cinema (con costumi di scena), alla televisione (con il suo programma Eurotrash per la TV britannica) — continua a stupire, a coinvolgere nelle consuete eppure sempre imprevedibili sfide alle regole del vestire da recuperare e insieme stravolgere.

Altre caratteristiche di Gaultier

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco, che incanterà Madonna (chiede allo stilista i costumi di scena della sua tournée mondiale, nel ’90, e diverrà da allora il capo feticcio del creatore).

Anche il flacone del suo primo profumo avrà la forma d’un busto serrato dal corsetto, sebbene sia racchiuso non in una scatola, ma – omaggio alla nuova collezione Hightech (’93) – in una lattina da conserva.

I nomi delle sue collezioni

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Nel ’98 ha varato una linea junior. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35 per cento della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire.

I CAPI ICONICI

RTW SS 1994 Kate Moss per Jean Paul Gaultier

RTW SS 1994 Jean Paul Gaultier

Ricordiamo l’iconica T-shirt da marinaio Breton stripe, alla reinterpretazione provocatoria del corsetto, come quello con i seni conici disegnato per Madonna durante il suo Blond Ambition Tour (ma il primo a indossarlo fu il suo orsetto d’infanzia Nanà), entrato letteralmente nella storia del costume e oggetto di svariate mostre in giro per il mondo.

Cover book Jean Paul Gaultier, Breton Stripes

L’ENFANT TERRIBLE

Party al club Copacabana a New York nei primi anni 90.

Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Jean-Paul Gaultier è riuscito a sconvolgere le regole scegliendo per le proprie passerelle modelli non convenzionali come anziani, donne oversize, persone ricoperte di piercing e tatuaggi, nani o transgender.

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 dal titolo emblematico L’uomo-oggetto, gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo, come la scollatura profonda sulla schiena, trasposti dal vestiario di una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”. Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85, dove dimostra il suo impegno nell’abbattimento delle barriere di genere, presentando la collezione unisex Un guardaroba per due. La collezione esplora l’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

LE MUSE

Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

Non è un caso se tra le muse dello stilista si contano Teri Toye, il primo modello transessuale degli anni 80, la cantante lesbica Beth Ditto, di cui ha disegnato anche l’abito da sposa, e la drag queen Conchita Wurst. Disegna per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.

LA RIVOLUZIONE GAULTIER

Jean Paul Gaultier e Madonna, 1990, Parigi

Negli anni 90 Jean-Paul Gaultier produce molti costumi per i tour di Madonna, tra cui il Blond Ambition Tour e il Confessions Tour, come anche il body nero indossato nel video di Vogue. Altre cantanti che hanno voluto il suo estro all’opera durante i tour sono Kylie Minogue, Lady Gaga e la francese Mylène Farmer. Ha inoltre disegnato molti capi indossati da Marilyn Manson, inclusi quelli del periodo di promozione dell’album The Golden Age of Grotesque. Nel 2013 lo stilista ha dedicato la sfilata primavera estate a David Bowie, riproducendo in passerella pettinature e tutine iper colorate alla Ziggy Stardust. Gaultier ha poi collaborato in svariate occasioni con il mondo del cinema disegnando capi per diversi film, inclusi Il quinto elemento di Luc Besson, Kika-Un corpo in prestito di Pedro Almodóvar e La città perduta di Jean-Pierre Jeunet. Realizza un suo programma televisivo Eurntrash per la TV Britannica.

TRA PASSATO E PRESENTE

Gaultier e Madonna by Herb Ritts

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, ancora una volta, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco.

LE FRAGRANZE

Jean Paul Gaultier, Paris, 1994 by Jean-Marie Périer

Dal 1993 la maison francese Gaultier lancia una linea di fragranze, primi in testa i leggendari profumi-busto Classique e Le mâle, quest’ultimo il più venduto in Europa. A seguire l’essenza femminile Fragile e quella unisex Gaultier², ma portano la firma dello stilista anche Fleur du Male e Ma Dame. La schiera olfattiva è prodotta dal colosso spagnolo Puig, oggi possessore della maggioranza delle azioni dell’azienda di moda. Si può dire che i profumi di Gaultier, oltre che essere molto venduti, si sono impressi nell’immaginario grazie a quelle bottiglie scultura che ritraggono il busto maschile e femminile, racchiusi in lattine da conserva.

RTW SS 1995

L’ESTRO DI JEAN PAUL GAULTIER

Les Hussardes collection FW 2002

Nel 2002 Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

L’IMPERO AUSTRO-UNGARICO COME ISPIRAZIONE

abito da sposta Gultier dlla sfilata FW 2002

Nello stesso anno chiude le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité, al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

IL RICHIAMO ALLA SCULTURA

Jessica Stam per Jean Paul Gautier SS 2007

Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. Collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente.

UN NUOVO PERCORSO

Nel 2003 il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno-inverno 2004-2005. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe (di cui Hermès ha una partecipazione del 35 per cento). Ha preso il posto di Martin Margiela, che ha lavorato per Hermès dal 1997, e che da oggi si dedicherà solo alla sua griffe, controllata da Renzo Rosso, patron di Diesel.
Nel giugno del 2003 in aiuto a Jean Paul Gaultier, impegnato nella nuova direzione artistica di Hermès, è arrivato Boli Barret, giovane emergente dallo stile metropolitano, cui verrà affidata una linea di sciarpe in seta.

L’ENFANT ÈTERNEL

SS 2012

Nel 2014 Jean-Paul Gualtier dice stop al prêt-à-porter dopo quasi 40 anni di carriera.

Organizza una festa colorata al Gran Rex parigino, il cinema dove Jean-Paul andava da bambino, durante la quale le protagoniste sono state le Miss più strampalate, da Miss Lucha Libre per gli appassionati di wrestling a Miss Senior fino a Miss Marinière, la marinaretta che è stata per tutta la carriera un suo portafortuna e feticcio.

E arrivano i progetti speciali, come il one man show che si tiene a ottobre durante la Fashion Freak Show di Parigi e, naturalmente, l’appuntamento con la haute couture dove lo stilista di sente libero di reinventare le noiose leggi di marketing. Altre grandi star come Nicole Kidman, Cate Blanchett, Fergie, Sonam Kapoor, Coco Rocha, Dita von Teese e Camila Belle richiedono negli anni creazioni del grande designer.

Nel 2013 Rihanna partecipa agli American Music Awards con un capo esclusivo firmato Gaultier. Kim Kardashian ne vuole subito uno per lei per la passerella dei Grammys nel 2015. Nel 2016 ha realizzato oltre 500 costumi per lo spettacolo di rivista THE ONE Grand Show al Friedrichstadt-Palast di Berlino.

Ha vestito Katy Perry all’after party di Vanity Fair nel 2017. Nello stesso anno Solamge Knowles indossa al Glamour Women of the Year Awards a New York un abito della collezione A/I 2017 dell’haute couture. La collezione P/E 2018 è un tributo proprio al suo iniziatore Pierre Cardin.

SS 2018

la svolta eco-friendly

Nonostante non ci sia un comunicato stampa che lo attesti, alcune dichiarazioni dello stilista fanno pensare che nei prossimi progetti ci sarà una maggiore attenzione all sostenibilità. In particolare sembra che Gaultier abbia espresso la necessità di allontanarsi dall’utilizzo delle pellicce animali, notizia ovviamente fortemente apprezzata da animalisti e sostenitori della moda eco-friendly.

L’addio alla moda di Jean Paul Gaultier

Il 23 gennaio del 2020, Gaultier comunica la sua decisione di abbandonare le scene. L’addio alla moda non è espresso attraverso un freddo comunicato stampa ma con reso noto attraverso un mega evento dove sfilano, in passerella, tutti i pezzi iconici della griffe. Sulla passerella allestita al Théâtre du Châtelet, sfilano le sue muse: Dita Von Teese, Amanda Lear e Boy George insieme alle sorelle Hadid e Joan Small. A salutare l’enfant terrible della moda, anche Laetitia Casta, che fu scoperta proprio da lui a soli 15 anni

Gaultier

Gaultier. Enfant terrible della moda: così tiene ad autodefinirsi. È considerato il più diretto seguace di Vivienne Westwood, l’estrosa e intellettualistica star della moda inglese, fra passato e avanguardia, ottimo taglio e stravaganza.

Stili dissimili

Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento. all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Attento gestore del proprio successo attraverso un ampio ventaglio di partecipazione ai media — dal cinema (con costumi di scena), alla televisione (con il suo programma Eurotrash per la TV britannica) — continua a stupire, a coinvolgere nelle consuete eppure sempre imprevedibili sfide alle regole del vestire da recuperare e insieme stravolgere.

L’inizio della sua carriera

Importanti per Gaultier, adolescente poco studioso, la nonna e il suo salone di bellezza ad Arcueil. Vi conosce le prime immagini della moda, fra acconciature, foto, riviste femminili e comincia a disegnare figurini, bozzetti su quella scorta visiva. A 18 anni, invia i suoi schizzi a Cardin che lo assume. Dopo un breve periodo trascorso dall’inquieto, giovane stilista fra Esterel, Patou e Tarlazzi — lo riaccoglie nel 1974, inviandolo nelle Filippine per disegnare alcune collezioni mirate al mercato americano. Appena due anni dopo, presenta la sua prima collezione femminile per la primavera-estate ’77. Il gusto per gli accordi strabilianti, le sollecitazioni kitsch, i toni eversivi della sfilata accentrano l’interesse sul suo nome. Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Prima collezione maschile di Gaultier

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 (titolo emblematico: L’uomo-oggetto), gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo (la scollatura profonda sulla schiena), trasposti dal vestiario d’una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”.

Un guardaroba per due

Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85. Titolo rivelatore: Un guardaroba per due, esplorazione dell’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

Le sue sfilate spettacolari, superbe per coreografia e sorprese a getto continuo, diventano il clou delle varie tornate del prêt-à-porter parigino, sfilate attese, variamente commentate, certo in gran rilievo nella stampa quotidiana. Porta in passerella un’indossatrice greca dal gran naso, un’anziana signora, capelli bianchi e calmo quanto incongruo incedere in abito audace, una coppia legata dallo stesso abito che comincia da lei, coinvolge lui e offre, sciogliendosi come una benda in orizzontale, nuove inversioni di ruolo fra i due sessi.

Altre caratteristiche di Gaultier

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco, che incanterà Madonna (chiede allo stilista i costumi di scena della sua tournée mondiale, nel ’90, e diverrà da allora il capo feticcio del creatore).

Anche il flacone del suo primo profumo avrà la forma d’un busto serrato dal corsetto, sebbene sia racchiuso non in una scatola, ma — omaggio alla nuova collezione Hightech (’93) — in una lattina da conserva.

I nomi delle sue collezioni

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Nel ’98 ha varato una linea junior. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35 per cento della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire.

2002

2000. Ha disegnato per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.
2002, maggio. Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

2002, luglio. Ha chiuso le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité (ex casa del popolo), al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile.

Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

Ottobre 2002 – Gaultier

2002, ottobre. Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. “Le opere di Calder sono rigide, qui diventano morbide alla Dalì. Quello che stavolta mi interessava molto è la trasformazione dei capi, la giacca che diventa gonna, la camicia che si porta come scialle. Tutto è quasi liquido e scivola addosso.” Così Gaultier spiega la sua collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente. &Quad;2002, ottobre. Nuovo grande negozio a Parigi, in avenue George V.

2003

2003, maggio. È il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno-inverno 2004-2005. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe (di cui Hermès ha una partecipazione del 35 per cento). Ha preso il posto di Martin Margiela, che ha lavorato per Hermès dal 1997, e che da oggi si dedicherà solo alla sua griffe, controllata da Renzo Rosso, patron di Diesel.
2003, giugno. In aiuto a Jean Paul Gaultier, impegnato nella nuova direzione artistica di Hermès, è arrivato Boli Barret, giovane emergente dallo stile metropolitano, cui verrà affidata una linea di sciarpe in seta. (Gabriella Gregorietti)

Gaultier per Hermès

Attualmente lo stilista, accanto alle sue collezioni, disegna le collezioni prêt-à-porter di Hermès. Nel 2006, Gaultier, ha di nuovo collaborato con Madonna. Le ha infatti disegnando i costumi di scena del suo Confessions Tour. Inoltre ha creato molti dei costumi indossati da Marilyn Manson. La sua linea di profumi, sempre molto popolare, si è ultimamente arricchita di nuove fragranze. Un esempio è il profumo unisex Gaultier2, quello per uomo Fleur du Male e quello per donna MaDame.

Bottone

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”.Una seconda…

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”. Una seconda ipotesi rimanda, invece, al germanico “botan”, ricordando che nel quarto secolo i Germani usavano dischetti metallici per allacciare le vesti.

La storia del bottone

Per raccontare la storia del bottone non occorre, in ogni modo, risalire alla notte dei tempi; Anche se l’archeologia segnala ritrovamenti di bottoni preistorici, l’antichità classica non li conosceva. A trattenere il drappeggio di pepli, chitoni, tuniche, stole e toghe erano deputati cinture, spilloni, fermagli e fibule. Neppure le “lunulae”, piccole spille a forma di luna che, a scopo decorativo, venivano appuntate o cucite su vesti e anche su calzature come i calcei, erano veri e propri bottoni.

Bisogna compiere il giro di boa dell’anno Mille ed arrivare al XII-XIII secolo per trovare il progenitore del moderno “dischetto” (e non solo dischetto) che, introdotto in un occhiello, unisce le parti di un indumento. Forse furono i Crociati, tornati in patria, a diffondere le fogge turche, con allacciature dal mento alla vita e dal gomito alle nocche.

Francia

Certo è che l’impiego dei bottoni partì dalla Francia. All’epoca di San Luigi, i “boutonniers” erano già organizzati in corporazioni, e che la verticale, slanciata, aderente silhouette gotica ne fu la prima responsabile. Insieme con questa moda, giunsero, nel 1200 anche in Italia; utilizzati in modo molto parsimonioso per calzare gli abiti, che – stranamente – venivano ancora indossati dalla scollatura, erano indispensabili per infilare le maniche, eleganti e strettissime. Dipinti e miniature documentano le esagerazioni, puramente esornative, di interminabili file di questi pomelli o “ma spilli” (così erano chiamati) che correvano dal polso fin sulla spalla e continuarono a essere nei secoli successivi: sempre più ricchi, fatti d’oro, d’argento, di perle, ambra e corallo, tanto da essere colpiti dalle leggi suntuarie, che limitavano gli eccessi del lusso; sempre più vari (ce n’erano anche a forma di minuscole pere, detti peroli); sempre più numerosi, sia per la donna sia per l’uomo.

Il bottone nel 1400 e Rinascimento

Nel 1400, sulle maniche, di solito staccate e provviste di spacchi e di lacci, se ne contavano addirittura da 20 a 50. Un canto siciliano dell’epoca testimonia come l’autore non trovasse migliore paragone per rivolgersi all’amata: “D’oru, d’argentu vu’ siti nu buttuni, / buttuni di ‘na manica infatata”. Esistevano anche bottoni più poveri, di osso, legno, corno, ottone, e verso il tardo XVI secolo, quelli di rame, ottone, ferro, peltro e stagno presero a guarnire le uniformi militari.

bottone
bottoni in rame

Il Rinascimento li volle sempre più sfarzosi, incrostati di pietre preziose ed eseguiti su ordinazione. I fabbricanti godettero della protezione dei regnanti e scoprirono, via via, nuove tecniche per renderli straordinari. Nella regione di Limoges nacquero quelli smaltati. I primi esemplari furono destinati a Francesco I di Francia, un “maniaco” dei bottoni, visto che su un solo abito ne aveva – d’oro – addirittura 13.600. Non gli era da meno Luigi XIV, il Re Sole, che per 6 bottoni pagò una cifra strabiliante pure per un monarca.

Di secolo in secolo

Di secolo in secolo, assecondarono i capricci della moda, moltiplicandosi sugli indumenti maschili, come le pretine seicentesche, chiuse dal collo all’orlo, o le marsine e le redingote settecentesche. Rispettarono, in genere, le esigenze delle produzioni nazionali, ricoprendosi di seta in Francia (per proteggere l’industria di Parigi e Lione) e limitandosi al metallo in Inghilterra. Qui, a cavallo del XVI-XVII secolo, fu loro vietato il tessuto. Proprio oltre Manica, sempre tra il ‘600 e il ‘700, sorsero le prime manifatture a carattere industriale, e Birmingham divenne in breve tempo un centro di fama mondiale.

Europa e America

La loro “corsa” era ormai inarrestabile, in Europa e in America. Non ci sarebbero più stati evento, voga, personaggio, espressione della vita pubblica o privata che non fossero capaci di rispecchiare, né materiale o forma che non riuscissero ad assoggettare alla propria volontà; Dalle pastorellerie care a Maria Antonietta ai rebus, con la mania di motti e indovinelli, dalla squisita porcellana al giaietto vedovale (antenato del jais) della Regina Vittoria, dalla celluloide alla “modernissima” plastica, dai soggetti giapponesi dell’Art Nouveau alle linee nette e squadrate degli anni ’20 e ’30, una sorpresa dietro l’altra. Sugli abiti di Elsa Schiaparelli ne “danzavano” di forme così strane che in una biografia della famosa couturière si legge: “Il re bottone regna incontrastato da Schiaparelli, ma nessuno assomiglia a ciò cui un bottone dovrebbe assomigliare”.

Coco Chanel e il bottone

E mademoiselle Coco Chanel, accostando metalli e perle e pietre colorate, inventò addirittura uno stile. Il bottone Chanel è rimasto inconfondibile nel mondo e nel tempo.

bottone
bottone Chanel vintage

Neppure il secondo conflitto mondiale fermò il cammino dei bottoni e ci fu chi, pur di produrne, seppe ricavarli dai parabrezza dei bombardieri in disarmo. La seconda metà del ‘900 ha visto alti e bassi, ma nel suo declinare ha riscoperto tutta la loro natura di gioiello. Da gioielli li trattano, infatti, degni eredi di Coco Chanel, gli stilisti.

Gianfranco Ferré e Jean Paul Gaultier

Così non sorprende che, proprio come nell’800, cinque o più bottoni, uno dissimile dall’altro e con una pietra di diverso colore, ornino, per esempio, una delle scenografiche camicie bianche di Gianfranco Ferré. Né ci stupisce che nella sua collezione di haute couture della primavera-estate 2003 Jean Paul Gaultier renda un vero omaggio ai bottoni, che scorrono lungo tutto il modello, lo costellano o, assemblati come conchiglie, lo rivestono totalmente.

bottone
Jean Paul Gaultier nel 2003

Un magico gioco di illusionista degno del suo talento, ma anche della natura di queste “gemme” utili e decorative.