École Superieure des Arts Appliquées Duperré

Parigi. Scuola statale che offre corsi di arte tessile e stilismo.

École Superieure des Arts Appliquées Duperré, Parigi. Scuola statale che offre corsi di arte tessile e stilismo. Circa 70 studenti, dopo l’esame di ammissione, possono scegliere corsi di differenti livelli professionali che durano da 1 a 4 anni. Malgrado le restrizioni economiche di questo istituto, la preparazione è ottima e punta molto sulla cultura e la creatività. Si organizzano scambi con il Central Saint Martin’s College e il Royal College of Art di Londra e la Tokyo School of Fashion in Giappone. Ex alunni della scuola École Superieure des Arts Appliquées Duperré lavorano in tutto il settore moda da Bon Marché e Printemps a Hermès.

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Clang

Clang. John Clang è un fotografo di Singapore. Fra i suoi clienti Levi’s, Nike, Adidas, Reebok, Hermès. Pubblica su New York Times, Interview e tanti altri.

Clang. John Clang è un fotografo di Singapore. Si segnala per le sue doti nel paese di origine, prima di andare negli Stati Uniti dove si afferma definitivamente grazie al suo stile e a una forte personalità. Nel 2001 espone per la prima volta nello Studio Diane von Furstenberg di New York, la città in cui vive e lavora. Pubblica su Interview, Details, Rank, Surface, The New York Times Magazine, Nylon. Fra i suoi clienti Levi’s, Nike, Adidas, Reebok, Hermès.

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Cravatta

“Gli europei sono tutti uguali, nei vestiti, nei volti. Se non fosse per la cravatta che portano al collo, non si riuscirebbe a distinguerli”

Cravatta. Un mandarino della Cina pre-Mao, al suo ritorno da un viaggio in Occidente, disse agli amici: “Gli europei sono tutti uguali, nei vestiti, nei volti. Se non fosse per la cravatta che portano al collo, non si riuscirebbe a distinguerli”. Petrolini, re incontrastato e insuperato dei cafè chantant, cantava: “La cravatta è quella cosa distintiva delle classi: fra i tumulti ed i fracassi riconosci il loro partito”. Sono secoli che la cravatta, tra alti e bassi (il finire degli anni ’90 è stato un periodo di vacche magre per i produttori di cravatte), tiene banco.

Il primo accessorio del guardaroba maschile che le assomigli risale al III secolo avanti Cristo: portavano una sorta di cravatta le armate imperiali di Huang-Ti, sovrano del Celeste Impero. Progenitore della cravatta poteva essere, nella Roma di Augusto, il focale. Freddoloso e malaticcio, l’imperatore lo usava, ma solo in privato perché l’uomo romano, come scriveva Quintiliano, non poteva mostrare segni di debolezza fisica e quel focale, più che l’eleganza, garantiva il calduccio. Era quasi una sciarpa per tonsilliti, per raucedini e guai a sfoggiarla in pubblico perché “solo la cattiva salute può scusare le fasce per le gambe, i fazzoletti da collo, e i copri orecchie”.

Il focale era di lana e, oltre ai malati, era concesso agli oratori per proteggere le corde vocali. Il collo nudo, scoperto, come segno di potenza e virilità, era un comandamento dell’antica Roma e tale rimase per centinaia d’anni. Bisogna fare un salto di secoli per trovare qualcosa di simile al focale, ma all’insegna dell’eleganza e non della funzionalità o della prevenzione sanitaria. Alla metà del XVII secolo, la moda delle parrucche lunghe e ricciolute archivia quella dei colli enormi che sormontavano le camicie degli uomini di corte, degli aristocratici. C’è bisogno di qualcosa che finisca la camicia, la impreziosisca. Lo capisce il Re Sole tanto che si racconta spendesse piccole fortune per le sue cravatte di merletto. Ma non si chiamavano ancora cravatte. Tiravano al plastron.

Pionieri della cravatta vera e propria furono gli ufficiali e i fantaccini di un reggimento di cavalleria leggera che giunse in Francia verso il 1660, come truppa mercenaria per la Guerra dei Trent’anni. Era formato da croati, arruolati in Bosnia. La loro divisa prevedeva un girocollo di mussolina, di seta o di tessuto andante, secondo i gradi. Le estremità penzolavano sul petto e finivano con un fiocco, una nappa, una rosetta. Questo punto di colore annodato al collo prese il nome di croatta e, in seguito, per alterazione, di cravatta. Luigi XV istituì persino la carica di porta cravatte. Sul finire del XVII secolo, la moda della cravatta di merletto, cioè di quella specie di tovagliolo ricamato che scende sul petto, è in calando.

Un po’ perché fa furore la croatta dei cavalleggeri bosniaci, un po’ perché, nel tentativo sempre vano di frenare il lusso, sono state emanate leggi restrittive che colpiscono lo sfoggio di collane e di pendagli al collo troppo dispendiosi. Dalle ceneri del merletto e dal successo della croatta, nasce la cravatta Steinkerque: due giri intorno al collo e le cocche finali della lunga fascia volutamente trasandate e da infilare nella prima asola della casacca. L’effetto finale era di grande raffinatezza, di ricercata eleganza. Un secolo dopo, sono ancora gli ufficiali a dettare moda, seguiti a ruota dai nascenti borghesi. La moda è quella di una cravatta nera. La si gira sempre due volte attorno al collo, per fermarla, poi, con un nodo semplice sul petto. È un vezzo per i ricevimenti di corte, per le divise di gala.

Ma dura poco, perché è alle porte il vento della Rivoluzione francese e quel vento scompiglia anche le mode. Solo l’austero Robespierre resiste e sfoggia un guardaroba ancien régime. È il momento del cravattone a forma di fazzoletto, con un nodo ampio e le cocche svolazzanti. Lo porta Camillo Desmoulins e diventa un segno distintivo dei Giacobini, dei Dantoniani, un simbolo politico. Ci si fronteggia anche a colpi di cravatte. Quella dei rivoluzionari è nera. Quella dei controrivoluzionari, che, tramontato il Terrore, si fanno più coraggiosi e spavaldi, è di un provocantissimo bianco e fa spicco su un gilet a fiori di giglio. È sempre una dimostrazione di fede antiterrore il nastrino rosso legato attorno al collo nudo (un parlante riferimento al truculento taglio della ghigliottina) che sostituisce d’improvviso le cravatte di pizzo a jabot delle signore borghesi. Le mode cambiano, vengono terremotate dalla politica, dalle metamorfosi del costume.

Ma il concetto di cravatta resiste e passa trionfalmente all’800 che lo sublima. All’uomo del secolo romantico serve addirittura un trattato per imparare l’arte del nodo. Lo scrive H. Le Blanc nel 1828, L’arte di annodare la cravatta.L’elegantone del secolo, il mitico Lord Brummel, decreta: “La cravatta è l’uomo” e inventa un suo nodo.

Non più le pieghe molli delle cravatte di mussolina, ma pieghe dai contorni esatti e tessuto reso quasi rigido dall’amido: una sorta di ingessatura del collo perché la cravatta girava tre, quattro volte e teneva sollevato sino al mento il collo della camicia. Napoleone, invece, non era un patito dell’eleganza. Aveva altri problemi. Ma la truppa intuiva i suoi stati d’animo, i suoi umori dal colore e dalla foggia delle cravatte. A Waterloo ne portava una bianca, grande, svolazzante e i soldati fiutarono un segno di ottimismo. Era vero: Napoleone, sbagliando, era sicuro della vittoria. L’accessorio da collo, nell’800, si complica e segue regole precise. È di rigore usare solo alcuni tessuti: batista, mussolina, jaconin, cachemire bianco. I nodi si decuplicano.

C’è quello all’orientale, quello all’americana, quello all’erculea, quello alla sentimentale. Il nodo alla matematica è fitto di pieghe: un’opera di ingegneria; quello alla gastronoma, preferito da Gioacchino Rossini e in linea con le sue scorpacciate, è scorrevole, cedevole ai movimenti minimi del collo e della nuca, al pulsare della giugulare. Anche i colori della gastronomia sono in parallelo con la buona tavola: rosa prosciutto, giallo fegato d’oca, nero tartufo Perigorde, plumbeo grigio-blu come la gola di un piccione. La tavolozza ha sempre un significato politico. È rossa la cravatta dei rivoluzionari formato 1848. Invece è nera quella degli anarchici. È gialla quella dei clericali: però, mano a mano che l’800 invecchia, quel punto di colore attorno al collo perde per strada gran parte delle sue stravaganze. Si corre all’omogeneità, alla foggia unica. C’è ancora qualche sussulto.

Dall’ancien régime si recupera il plastron (o piastrone). È una cravatta ampia e dritta a ricoprire tutta la scollatura del gilet dal collo al petto. È di seta o di piqué bianco. Nella galleria dei plastron, è celebre quello di Honoré de Balzac, arricchito da un prezioso spillone. L’epoca vittoriana, con i suoi rigori, livella i gusti. Le cravatte sono vendute con il nodo già fatto, siano esse classiche o a papillon, a nodo striminzito o enorme, secondo i gusti. Persino Gabriele D’Annunzio che, ventenne, monopolizza la Roma di fine ‘800, non esce dai binari del nodo già fatto, impeccabile, ma rigido e stecchito. È proprio il vittoriano Edoardo VII a ribellarsi. Verso gli inizi del ‘900, inventa la cravatta a nodo libero, l’antesignana del presente, e ne va fiero più che per l’altra sua trovata: il risvolto dei pantaloni.

Il nodo libero convive con la Lavallière dai colori accesi e dalle cocche ampie, ondeggianti che diventano simbolo di anarchia, di genio e sregolatezza, di anticonformismo, come anticonformista era l’amante del Re Sole che, secoli prima, l’aveva imposta.

Il ‘900, quanto a cravatte, deve ancora un tributo alla casa reale inglese. Nei giorni dello scandalo Edoardo VIII, non ancora duca di Windsor al fianco di Wally Simpson, si consolò provando e riprovando un nodo che più tardi fu regola per gli elegantoni. Era tozzo, pieno: una forma che venne, poi assorbita dallo Scappino di cui fu maestro l’attore Luigi Cimara, fedelissimo della cravatta blu a pois bianchi. Ma ne aveva 365, una per giorno. La sola differenza stava nelle dimensioni dei pois. Sono ormai anni che il concetto di cravatta si è stabilizzato in una foggia uniforme. Anche il nodo non ha più tanti ghiribizzi. La moda riesce a influenzare solo le misure: stretta, larga, lunga, corta. Neppure la ventata americaneggiante, all’insegna di una creatività un po’ sopra le righe, è riuscita a movimentare la tradizione.

Sono stati effimeri i colori e i disegni swing, i tessuti che incastonavano un brillante e che piacquero ovviamente a Lucky Luciano, i vaghi ricordi di un orecchiato Gauguin nelle cravatte tipo hawaiano e in quelle californiane. Le mode del nostro recente passato non hanno quasi mai scalfito la tradizione. Se cravatta doveva essere, che fosse regimental, rigata, cachemire, tinta unita, floreale, a disegni geometrici o, per certe occasioni, con motivi di caccia o animalisti (Hermès). Oggi, non c’è maison, non c’è stilista che non rivisiti la cravatta: da Ferragamo ad Armani, da Prada a Krizia a Versace, da Ferré a Zegna, a Fendi, da Biagiotti a Missoni a Etro. In Giappone, la cravatta Mila Schön è uno status symbol. In Italia, lo sono quelle artigianali di Marinella.

Nel 1984 è stato pubblicato il volume I 188 modi di annodare la cravatta di Mosconi e Villarosa.

HERMÈS

La storia appassionante di Hermès: la storica maison di pelletteria di lusso che ha lanciato le iconiche Kelly e Birkin bag.

Thierry Hermès

Le origini

Hermès. Storica casa di moda francese specializzata in pelletteria. Hermès è uno dei marchi più prestigiosi nel settore del lusso. Di proprietà della quinta generazione, oggi è rinomata per le sue sciarpe, cravatte e borse, diventate ormai dei veri e propri status symbol. L’azienda, fondata nel 1837 da Thierry Hermès, nacque come laboratorio casalingo di imbracature per cavalli. Da qui il famoso logo della maison: il “Duc Attelé” che rappresenta un fantino con cavallo, in omaggio alla tradizione equestre. Dopo 40 anni, la seconda generazione trasferì l’azienda nell’attuale sede di Faubourg Saint Honoré. Ma fu il nipote di Thierry, Emile Maurice, che negli anni Venti indirizzò la trasformazione verso una realtà più appropriata per una casa di moda. Inizialmente, creavano piccoli oggetti in daino, ma nel 1927 venne lanciata una linea di gioielli ispirata al mondo equestre; nel 1929 fu creata la prima collezione Donna, su disegno di Lola Prusac.

Gli anni Trenta

Gli anni Trenta furono gli anni degli indumenti che sarebbero diventati icone sia per la maison, sia per il mondo della moda, come la cintura ispirata ai guinzagli o la borsa creata su disegno di quelle usate per le selle. Stiamo parlando della famosa Kelly, un modello dedicato alla Principessa Grace di Monaco, la quale ha notevolmente contribuito al suo successo, quando è apparsa su ogni tabloid del secondo dopoguerra; la borsa divenne immediatamente un’icona e la sua eco risuona ancora oggi. Un’altra idea rivoluzionaria nel 1949: l’abito Hermeselle, in cotone stampato, che anticipava il concetto di prêt-à-porter, una sorta di abito ready made fatto su misura.

L’evoluzione del marchio dopo la morte di Emile

Nel 1951, dopo la morte di Emile, la direzione dell’azienda fu assegnata ai suoi generi, Robert Dumas e Jean Guerrand. i tempi erano maturi per aumentare le entrate della società, in seguito al grande boom degli anni Sessanta e al forte interesse dei media e alla creazione dei primi profumi e sciarpe di seta; questo è anche il periodo in cui è stato creato il logo “Duc Attelé” e l’arancione è stato scelto come colore distintivo. Il decennio successivo fu caratterizzato dall’espansione economica e territoriale della griffe con l’apertura di nuovi negozi in Europa, Stati Uniti e Giappone. Dal 1976, sotto la direzione di Jean Louis Dumas Hermès, figlio di Robert, la società è diventata una holding e ha avviato politiche di acquisizione principalmente nel settore tessile. Ha cercato di “innovare tenendo d’occhio la tradizione”, sicuro del valore storico del marchio e della reputazione costruita in oltre un secolo di attività. Le pubblicità presentavano giovani modelli che indossavano sciarpe preziose, nel tentativo di ringiovanire il marchio e renderlo più desiderabile per un gruppo più ampio di consumatori; i prodotti Hermès sono sempre più presenti nei negozi. Jeal Louis Dumas è anche l’uomo dietro un’altra famosa borsetta, la Birkin, un’icona per le fashioniste e un vero status symbol di oggi. La Birkin ha una lista d’attesa di oltre due anni e un costo che potrebbe anche superare i diecimila euro; il suo nome deriva dalla cantante Jane Birkin per la quale Dumas ha disegnato una borsetta nel 1984. Leggenda narra che i due fossero seduti accanto durante un volo e che Dumas ebbe la possibilità di ascoltare le sue lamentele sull’impossibilità di trovare una borsa adatta ai suoi bisogni.

Grace Kelly porta al braccio l’iconica Kelly

Questo è il modo in cui il particolare modello è stato creato ed è, proprio come Kelly, assolutamente personalizzabile e disponibile solo dopo una lunga lista d’attesa. Nel corso degli anni, diversi stilisti sono stati chiamati a guidare il reparto creativo per aiutare il rinnovamento nel rispetto della tradizione. Nomi come Catherine de Karolyi, Nicole de Versian (con un giovane Lacroix), Eric Bergère, Bernard Sanz, Bally, Myrène de Prémoville, Giudicelli e Audibet. Negli anni ’90, il team è stato guidato dallo stilista belga Martin Margiela, che resterà fino al 2003, quando lascia il suo posto a Jean Paul Gaultier. La collaborazione tra Hermès e “l’enfant terrible”, rafforzata anche dall’acquisizione di parte delle quote dell’azienda dello stilista dal marchio, durerà fino al 2010, quando Jean Louis Dumas muore. Sperando di rendere più commerciali le collezioni ed il marchio più contemporaneo, il nuovo proprietario Patrick Thomas, nomina Christophe Lemaire (che fino ad allora aveva dimostrato le sue capacità come head designer di Lacoste) a guida del reparto creativo. Oggi, la holding Hermès International guida un gruppo con oltre 26 affiliati; conta 250 negozi in tutto il mondo e completa le vendite attraverso circa 40 negozi altamente selezionati. La famiglia detiene ancora la maggioranza delle azioni della società, seguita dal gigante del lusso LVHM che ne detiene il 20%.

La situazione attuale

Nel 2014, Nadège Vanhee-Cybulski (ex Celine e Margiela) succede a Cristophe Lemaire in veste di direttore creativo della griffe.

Nadege Vanhee Cybulski

La giovane designer francese, laureata alla Royal Academy of Fine Arts di Anversa, debutta con la collezione autunno/inverno 2015 proponendo una collezione progettata sul file rouge di Margiela: una stagione dettata da linee comode e profusione di pelle e cachemire. In passerella, inoltre, viene presentata la  Octogone: una borsa compatta, a forma di ottagono, in pregiata pelle martellata. Nello stesso anno, la griffe inaugura il suo quindicesimo stabilimento dedicato alla pelletteria. Nella sede di Héricourt (Francia) lavorano 93 artigiani che si dedicano alla produzione della Kelly Bag e che vanno a incrementare le 12 mila unità di dipendenti in tutto il mondo. Si conferma, così, la crescita di domanda degli accessori Hermès, che segnano un +8% rispetto al 2014.

Nel 2016 si consolida la liason tra l’azienda francese e Pierre Hardy con l’acquisizione di una quota di minoranza dell’eponimo marchio fondato nel 1999. Lo stilista è stato firma per le calzature e gioielli Hermès dal 1990 al 2001. Rafforzato il sistema produttivo, nel 2017 il marchio del lusso che fa capo a LVMH annuncia l’investimento di 71 milioni di euro per lo sviluppo della produzione e della supply chain, inaugurando i poli produttivi tra la Val de Reuil (Normandia) e Limousin (centro della Francia) che vanno a sommarsi al polo di Héricourt.

Nel 2019, la storica maison registra ricavi pari a 6,88 miliardi di euro con una crescita del 15,4%. Prestazioni eccezionali ottenute grazie al mercato asiatico con ricavi per 2,58 miliardi, in aumento del 20,9%. La pandemia da Covid-19, però, frena Hermès, a partire dall’annullamento della collezione Cruise 2020-21. Il Coronavirus, inoltre, costringe l’azienda a chiudere i poli produttivi di Francia e Svizzera (dove viene prodotta l’orologeria). Nonostante la crisi, Hermès annuncia di rinunciare alla cassa integrazione e di mantenere inalterato lo stipendio dei suoi 15.500 dipendenti. Inoltre, dona 20 milioni di euro all’Hôpitaux de Paris, oltre a 30 tonnellate di detergente sanitario prodotto nei suoi stabilimenti e 31 mila mascherine. Il primo trimestre del 2020 riporta un calo delle vendite del 6,5% a 1,506 miliardi di euro. La flessione di Hermès è in linea con il -15% evidenziato dai ricavi di Lvmh e con il -15,4% del giro d’affari di Kering.

Atelier Gustavo Lins

Atelier Gustavo Lins. Nato in Brasile, Gustavo Lins si è dedicato inizialmente agli studi di architettura. In seguito ha lavorato come free lance…

Nato in Brasile, Gustavo Lins si è dedicato inizialmente agli studi di architettura. In seguito ha lavorato come freelancer, realizzando fantasie per i tessuti di Castelbajac, Gaultier, Kenzo e Galliano a Parigi. Ed infine è riuscito ad aprire il suo Atelier.

Nel 2004 decide di creare la propria linea di prêt-à-porter uomo e donna, distribuita nelle più importanti boutique del mondo. Pelle, tessuto, costruzioni architettoniche di ispirazione orientale che ricordano certe collezioni del primo Gianfranco Ferré.

Dal 2010 crea collezioni per “Petit H” di Hermès e a gennaio 2012, alla fine di una sua sfilata, ha presentato le sue creazioni in porcellana realizzate nella fabbrica di Sèvres.

Il percorso di Gustavo Lins

Apre la sua prima boutique (Atelier Gustavo Lins) a Parigi nel 2014, a pochi passi dai laboratori dove crea i modelli delle sue collezioni, ma poco dopo costretto a metterla in liquidazione.

atelier gustavolins

Dopo tre anni da questo accaduto, nel 2017, debutta con il suo nuovo marchio “Lins Paris”.

Per questo progetto, Gustavo Lins ha sviluppato un nuovo concetto articolato su due tipi di offerte:

  • Il primo, venduto esclusivamente nella boutique, è composto da un guardaroba intramontabile per uomo e donna, dall’aspetto sofisticato. Qui, ogni mese vengono proposti nuovi pezzi, progettati in piccole serie, in materiali nobili come lana, seta, flanella, cashmere. Il tutto con un taglio morbido e aderente e ad un prezzo equo e ragionevole.                                 
  • La seconda offerta è incentrata su una linea più street, chiamata “Archi-sweat”. Questa si sviluppa attorno a cinque forme emblematiche (una gonna reversibile, un abito, una maglietta e due felpe) sviluppate in due materiali e tre colori.
atelier gustavolins
Archi-Sweat.

Lo stile di Gustavo Lins si caratterizza per le linee e i tagli in grado di riescono mantenere una loro sobrietà. In generale, il lavoro di Lins concilia qualità nei materiali ed effetti volumetrici, non catalogabili in una singola stagione e, per questo, intramontabili.

Audibet Marc

Audibet Marc è un designer francese. Nella sua carriera, tra i tanti, ha collaborato con Ungaro, Cerutti, Hermès, Prada e Ferragamo.

Marc Audibet è un designer francese. Esordisce nel 1971 come assistente di Emanuel Ungaro per l’alta moda. Dal ’72 è lo stilista delle collezioni maschili del Lanificio dei fratelli Cerruti e nel ’75 lo affianca per il lancio della prima collezione donna. Tra il ’77 e l’81 disegna le linee uomo di Christian Aujard e collabora con Basile e Laura Biagiotti. Usa soprattutto tessuti all’avanguardia. Disegna forme dinamiche. Lancia la sua griffe di prêt-à-porter femminile nell’84: resterà sul mercato fino all’estate ’88. Parallelamente alla sua griffe crea per altri marchi. Nel ’91, per due stagioni, firma una linea di maglieria. Dal ’92 collabora con Hermès e Prada per le collezioni donna.

Audibet Marc
Due look presentati dallo stilista francese nel 1987 per la collezione primavera/estate 1988.

Nel 1999 lo stilista inizia a collaborare con Salvatore Ferragamo. Disegna la collezione donna della maison.

Ad Ottobre 2001 abbandona la Ferragamo dopo quattro stagioni, gli succede lo stilista scozzese Graeme Black, reduce da sette anni di collaborazione con Armani.

Dal 2002 al 2006 Marc Audibet è stato il creative director di Cesare Piaciotti,  un’azienda di calzature.

Nel 2007 Marc Audibet ha contribuito al rilancio di Vionnet.

Dopo questa esperienza Audibet ha collaborato con altri brand di alta moda, tra cui troviamo Max Mara e Krizia.

Marc Audibet
Marc Audibet fotografato da Ivan Terestchenko.

Nel 2007 Marc Audibet ha contribuito al rilancio di Vionnet, sodalizio interrotto solo dopo un anno. La motivazione lasciata dal diretto necessario “Il management non è stato in grado di fornirmi le condizioni finanziarie e materiali indispensabili per realizzare le collezioni e, ai miei interrogativi, non ha saputo fornire risposte.”

Dopo queste esperienze Audibet ha collaborato anche con altri brand di alta moda internazionale, tra cui  Max Mara e Krizia.

JEAN PAUL GAULTIER

LE ORIGINI E LA PASSIONE PER LA MODA

Jean Paul Gaultier by Pierre et Gilles, 1990

Jean Paul Gualtier nasce il 24 aprile 1952 a Arcueil, Val-de-Marne, in Francia. È figlio unico, timido e piuttosto solitario, abituato a stare con gli adulti, con poca popolarità a scuola e poco studioso. Si perde nelle lezioni a disegnare, un episodio segna la crescita personale e nel mondo della moda. Mentre disegnava delle ballerine tutte piume e paillette delle Folies Bergère, viene sorpreso dall’insegnante che lo punisce attaccandogli il disegno sulla schiena e l’obbliga a fare il giro della classe in segno di derisione, ma il castigo ha un risvolto inaspettato, i compagni rimangono colpiti dalla sua bravura e cominciano a chiedergli dei bozzetti per loro. L’esperienza diventa il passaporto che gli apre le frontiere della comunicazione, riusciva a trasmettere alla gente le sue idee.

IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA

Il giovane enfant terrible e la nonna materna, sua fonte di ispirazione e prima sostenitrice

La nonna materna è una figura fondamentale per il designer, proprietaria di un salone di bellezza, dove Jean Paul passa le sue giornate. Ogni sua iniziativa creativa è sostenuta dall’ultima, che gli lascia piena libertà di espressione, anche quando smonta le tende per confezionare un velo da sposa dopo le nozze di Fabiola del Belgio, o quando buca le tovaglie per ricavarne delle gonne. Ma egli riceve anche l’appoggio dei genitori che comprendono ed accettano la sua diversità e sensibilità. Sono proprio la nonna e la mamma ad essere le prime indossatrici del talentoso giovane, che a soli 13 anni comincia a creare vestiti per loro traendo ispirazione dagli armadi femminili di casa. I corsetti diventano da subito la sua ossessione.

GLI INIZI

I corsetti di Gaultier esposti al Gran Palais di Parigi

Non frequenta nessuna scuola di moda, un autodidatta appassionato che disegna bozzetti e riutilizza tessuti casalinghi. Ma Gualtier ha un sogno: diventare un grande stilista. Così invia i suoi saboti ai principali atelier parigini. Il giorno del suo diciottesimo compleanno arriva la proposta lavorativa come assistente da Pierre Cardin, è il 1970. Viene chiamato anche a collaborare con Jean Patou e Jaques Esterel, fin quando non lancia la sua prima collezione nel 1974.

Jeal Paul Gaultier e Pierre Cardin alla sfilata SS 2018 in onore del suo mentore storico

L’ETICHETTA JEAN PAUL GAULTIER

Nel 1976 fonda la sua etichetta, presenta a Parigi una sfilata originale e coraggiosa, molto più vicina ad una rappresentazione artistica che ad una semplice sfilata. Riceve sostegno e appoggio dal suo compagno di vita e d’affari Francis Menuge, che muore di Aids nel 1990.

LO STILE

Gaultier diventa un vero e proprio rivoluzionario di stile. Introduce le gonne, specialmente i kilt, nel guardaroba maschile, ma non solo, il make up diventa un accessorio anche per l’uomo. Ispiratosi alla grande Vivienne Westwood egli è ritenuto il suo più diretto seguace. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Stili dissimili

Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento. all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Attento gestore del proprio successo attraverso un ampio ventaglio di partecipazione ai media — dal cinema (con costumi di scena), alla televisione (con il suo programma Eurotrash per la TV britannica) — continua a stupire, a coinvolgere nelle consuete eppure sempre imprevedibili sfide alle regole del vestire da recuperare e insieme stravolgere.

Altre caratteristiche di Gaultier

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco, che incanterà Madonna (chiede allo stilista i costumi di scena della sua tournée mondiale, nel ’90, e diverrà da allora il capo feticcio del creatore).

Anche il flacone del suo primo profumo avrà la forma d’un busto serrato dal corsetto, sebbene sia racchiuso non in una scatola, ma – omaggio alla nuova collezione Hightech (’93) – in una lattina da conserva.

I nomi delle sue collezioni

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Nel ’98 ha varato una linea junior. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35 per cento della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire.

I CAPI ICONICI

RTW SS 1994 Kate Moss per Jean Paul Gaultier

RTW SS 1994 Jean Paul Gaultier

Ricordiamo l’iconica T-shirt da marinaio Breton stripe, alla reinterpretazione provocatoria del corsetto, come quello con i seni conici disegnato per Madonna durante il suo Blond Ambition Tour (ma il primo a indossarlo fu il suo orsetto d’infanzia Nanà), entrato letteralmente nella storia del costume e oggetto di svariate mostre in giro per il mondo.

Cover book Jean Paul Gaultier, Breton Stripes

L’ENFANT TERRIBLE

Party al club Copacabana a New York nei primi anni 90.

Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Jean-Paul Gaultier è riuscito a sconvolgere le regole scegliendo per le proprie passerelle modelli non convenzionali come anziani, donne oversize, persone ricoperte di piercing e tatuaggi, nani o transgender.

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 dal titolo emblematico L’uomo-oggetto, gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo, come la scollatura profonda sulla schiena, trasposti dal vestiario di una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”. Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85, dove dimostra il suo impegno nell’abbattimento delle barriere di genere, presentando la collezione unisex Un guardaroba per due. La collezione esplora l’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

LE MUSE

Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

Non è un caso se tra le muse dello stilista si contano Teri Toye, il primo modello transessuale degli anni 80, la cantante lesbica Beth Ditto, di cui ha disegnato anche l’abito da sposa, e la drag queen Conchita Wurst. Disegna per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.

LA RIVOLUZIONE GAULTIER

Jean Paul Gaultier e Madonna, 1990, Parigi

Negli anni 90 Jean-Paul Gaultier produce molti costumi per i tour di Madonna, tra cui il Blond Ambition Tour e il Confessions Tour, come anche il body nero indossato nel video di Vogue. Altre cantanti che hanno voluto il suo estro all’opera durante i tour sono Kylie Minogue, Lady Gaga e la francese Mylène Farmer. Ha inoltre disegnato molti capi indossati da Marilyn Manson, inclusi quelli del periodo di promozione dell’album The Golden Age of Grotesque. Nel 2013 lo stilista ha dedicato la sfilata primavera estate a David Bowie, riproducendo in passerella pettinature e tutine iper colorate alla Ziggy Stardust. Gaultier ha poi collaborato in svariate occasioni con il mondo del cinema disegnando capi per diversi film, inclusi Il quinto elemento di Luc Besson, Kika-Un corpo in prestito di Pedro Almodóvar e La città perduta di Jean-Pierre Jeunet. Realizza un suo programma televisivo Eurntrash per la TV Britannica.

TRA PASSATO E PRESENTE

Gaultier e Madonna by Herb Ritts

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, ancora una volta, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco.

LE FRAGRANZE

Jean Paul Gaultier, Paris, 1994 by Jean-Marie Périer

Dal 1993 la maison francese Gaultier lancia una linea di fragranze, primi in testa i leggendari profumi-busto Classique e Le mâle, quest’ultimo il più venduto in Europa. A seguire l’essenza femminile Fragile e quella unisex Gaultier², ma portano la firma dello stilista anche Fleur du Male e Ma Dame. La schiera olfattiva è prodotta dal colosso spagnolo Puig, oggi possessore della maggioranza delle azioni dell’azienda di moda. Si può dire che i profumi di Gaultier, oltre che essere molto venduti, si sono impressi nell’immaginario grazie a quelle bottiglie scultura che ritraggono il busto maschile e femminile, racchiusi in lattine da conserva.

RTW SS 1995

L’ESTRO DI JEAN PAUL GAULTIER

Les Hussardes collection FW 2002

Nel 2002 Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

L’IMPERO AUSTRO-UNGARICO COME ISPIRAZIONE

abito da sposta Gultier dlla sfilata FW 2002

Nello stesso anno chiude le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité, al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

IL RICHIAMO ALLA SCULTURA

Jessica Stam per Jean Paul Gautier SS 2007

Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. Collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente.

UN NUOVO PERCORSO

Nel 2003 il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno-inverno 2004-2005. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe (di cui Hermès ha una partecipazione del 35 per cento). Ha preso il posto di Martin Margiela, che ha lavorato per Hermès dal 1997, e che da oggi si dedicherà solo alla sua griffe, controllata da Renzo Rosso, patron di Diesel.
Nel giugno del 2003 in aiuto a Jean Paul Gaultier, impegnato nella nuova direzione artistica di Hermès, è arrivato Boli Barret, giovane emergente dallo stile metropolitano, cui verrà affidata una linea di sciarpe in seta.

L’ENFANT ÈTERNEL

SS 2012

Nel 2014 Jean-Paul Gualtier dice stop al prêt-à-porter dopo quasi 40 anni di carriera.

Organizza una festa colorata al Gran Rex parigino, il cinema dove Jean-Paul andava da bambino, durante la quale le protagoniste sono state le Miss più strampalate, da Miss Lucha Libre per gli appassionati di wrestling a Miss Senior fino a Miss Marinière, la marinaretta che è stata per tutta la carriera un suo portafortuna e feticcio.

E arrivano i progetti speciali, come il one man show che si tiene a ottobre durante la Fashion Freak Show di Parigi e, naturalmente, l’appuntamento con la haute couture dove lo stilista di sente libero di reinventare le noiose leggi di marketing. Altre grandi star come Nicole Kidman, Cate Blanchett, Fergie, Sonam Kapoor, Coco Rocha, Dita von Teese e Camila Belle richiedono negli anni creazioni del grande designer.

Nel 2013 Rihanna partecipa agli American Music Awards con un capo esclusivo firmato Gaultier. Kim Kardashian ne vuole subito uno per lei per la passerella dei Grammys nel 2015. Nel 2016 ha realizzato oltre 500 costumi per lo spettacolo di rivista THE ONE Grand Show al Friedrichstadt-Palast di Berlino.

Ha vestito Katy Perry all’after party di Vanity Fair nel 2017. Nello stesso anno Solamge Knowles indossa al Glamour Women of the Year Awards a New York un abito della collezione A/I 2017 dell’haute couture. La collezione P/E 2018 è un tributo proprio al suo iniziatore Pierre Cardin.

SS 2018

la svolta eco-friendly

Nonostante non ci sia un comunicato stampa che lo attesti, alcune dichiarazioni dello stilista fanno pensare che nei prossimi progetti ci sarà una maggiore attenzione all sostenibilità. In particolare sembra che Gaultier abbia espresso la necessità di allontanarsi dall’utilizzo delle pellicce animali, notizia ovviamente fortemente apprezzata da animalisti e sostenitori della moda eco-friendly.

L’addio alla moda di Jean Paul Gaultier

Il 23 gennaio del 2020, Gaultier comunica la sua decisione di abbandonare le scene. L’addio alla moda non è espresso attraverso un freddo comunicato stampa ma con reso noto attraverso un mega evento dove sfilano, in passerella, tutti i pezzi iconici della griffe. Sulla passerella allestita al Théâtre du Châtelet, sfilano le sue muse: Dita Von Teese, Amanda Lear e Boy George insieme alle sorelle Hadid e Joan Small. A salutare l’enfant terrible della moda, anche Laetitia Casta, che fu scoperta proprio da lui a soli 15 anni

Bailly

Bailly, Christiane (1932-2000). È considerata fra le pioniere del prêt-à- porter. Lionese, entra nella moda come mannequin: prima…

Bailly, Christiane (1932-2000). È considerata una delle pioniere del prêt-à- porter. Lionese, entra nella moda come mannequin: prima, nel 1957, stabile, “fissa” da Balenciaga; poi, volante anche per altre case di moda, tra cui Dior e Chanel. Quando decide di buttarsi nell’avventura dello stilismo, opta per una moda molto spoglia e funzionale. L’inizio, nel ’59, è simile a quello di molte firme dell’epoca: cartella di disegni sottobraccio e anticamere dagli “arrivati”.

Un bozzetto venduto a Marie Chasseng la fa approdare alle pagine del Women’s Wear Daily. Ha successo di critica, ma non commerciale e ben presto finisce la sua alleanza con Emmanuelle Khanh che si avvaleva anche dell’apporto di Rabanne, loro assistente.

Bailly Christiane è fra le prime stiliste a creare una collezione completa di maglieria. La giornalista americana Hebe Dorsey la invita a sfilare a New York in una collettiva di nuovi talenti. Era il ’66. I suoi abiti fanno subito scalpore ma non riesce a mettersi in proprio. La Bailly lavora per terzi: 4 anni per i Missoni, 6 per Aujard. Ritenta con una sua griffe dall’81 all’83. Ripiega sulle collaborazioni pur prestigiose: Cerruti, Rabanne, Hermès, Scherrer. Ha, secondo i critici, ottenuto assai meno di quel che meritava.

Milly

Milly è un brand nato nel 2000 dalla mano di Michelle Smith. La stilista statunitense, che ha lavorato per Hermès, Louis Vuitton e Christian Dior Haute Couture, nelle sue creazioni combina le sue esperienze in Connecticut, Parigi e New York. La collezione ha come obiettivo quello di vestire una donna sexy, che possa divertirsi giocando con l’abbigliamento. Colori fluo, abiti corti e fantasie fiorate e giovanili sono le caratteristiche principali del marchio. Milly è ormai riconosciuto in tutto il globo con un devoto seguito. Celebrità come Gwyneth Paltrow, Victoria Beckham, Beyoncé e Thandie Newton sono contati tra i fan di Milly. La collezione è in vendita presso i migliori negozi specializzati e magazzini in tutto il mondo, tra cui Bergdorf Goodman, Neiman Marcus, Saks Fifth Avenue, Harrods, e Takashimaya. Nella primavera del 2011, Milly ha festeggiato il suo 10 ° anniversario con diversi tentativi nuovi ed entusiasmanti: l’apertura del flagship store su Madison Avenue, il debutto della sua borsetta e una collezione di gioielli di moda, e ‘Milly Minis’, abbigliamento per giovani aspiranti tra i 2 e i 7 anni.

Menchari

Menchari, Leila. Creatrice delle vetrine parigine di Hermès. Dal 1978, quattro volte l’anno decora le ribalte della maison in Faubourg Saint-Honoré. Ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Parigi. Lo scrittore Michel Tournier l’ha definita “la Reine Mage”. La sua ultima invenzione: dipingere di blu la sabbia su cui ha adagiato la collezione di gioielli Hermès. “Non sono una creatrice, non immagino niente, guardo la natura e la reinterpreto”, ha detto. Nel 2009 la Maison Hermès  rende omaggio a Leila con un bellissimo video.