Genderless

Genderless. I suoi sinonimo sono unisex e agender. Negli anni 2000 la moda pensa alla fluidità di genere, annullando le differenze tra uomo e donna.

Genderless. Termine inglese legato all’identità di genere. Sebbene la moda abbia fatto gran uso della fluidità tra uomo e donna nel corso della sua storia, questa terminologia si è affermata nel primo decennio del 2000. Suoi sinonimi sono unisex e agender.

Look Gucci collezione uomo FW 2015

Nella moda genderless, labile o del tutto assente  è la differenza tra il genere femminile e maschile. In Italia, il primo marchio che ha nettamente reciso la differenza di genere è stato Gucci nel 2015, al debutto di Alessandro Michele sulle passerelle. Lo stilista romano propose una collezione autunno/inverno 2015 (realizzata in una settimana dopo l’addio di Frida Giannini) dove i modelli sfilano indossando camicie in seta con fiocco e top in pizzo, enfatizzando la moda di genere.

 

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Co-ed

Tra le prime rivoluzione nella moda degli anni 2000 è la formula co-ed, ovvero la condivisione, in un unico show, delle sfilate uomo e donna.

Co-ed. Termine che identifica l’unificazione delle sfilate uomo e donna in un unico show. Tale rivoluzione ha inizio nel 2017 e nasce per esigenza di ridurre l’impatto ambientale che si manifesta prima (con l’organizzazione) e durante lo show. Tra i primi ad adottare il format, Vivienne Westwood, Belstaff, Prada, Dolce & Gabbana, Antonio Marras, Calvin Klein e Gucci

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Beecroft

Beecroft Vanessa (1969). Artista. Nel 1998, il Guggenheim Museum di New York ha presentato, nella storica sede disegnata da Frank Lloyd Wright, Show.

Beecroft Vanessa (1969). Artista. Nell’aprile del 1998, il Guggenheim Museum di New York ha presentato, la sua performance. Nella storica sede disegnata da Frank Lloyd Wright, Show, l’artista ha schierato 15 ragazze in costume da bagno rosso e scarpe con tacchi a spillo e altre 5 soltanto con le scarpe. Costumi e scarpe disegnati da Tom Ford per Gucci. Queste incarnazioni complesse ed enigmatiche della donna contemporanea, o manichini inanimati, portano a riflettere sull’identità e sugli elementi che contribuiscono a definirla come moda.

Fin dall’inizio degli anni ’90, la Beecroft ha realizzato performance presentando, nei luoghi deputati all’arte, musei, gallerie, sale per concerti di musica classica, spiazzanti personaggi femminili vestiti di biancheria intima e scarpe con tacchi. Espone alla Kunsthalle di Vienna.

Vanessa Beecroft
Vanessa Beecroft performance

Gli invitati al matrimonio della Beecroft, celebrato a Portofino poche settimane prima, diventano protagonisti della performance Vbgdw (Vanessa Beecroft & Greg Durkin Wedding), in mostra alla galleria Jeffrey Deitch Projects di New York. Vogue Italia dedica un servizio all’evento. Esce Vanessa Beecroft performances, edito da Hatje Kantz, volume dedicato alla prima fase delle esibizioni dell’artista.

Partecipa alla Biennale di Venezia con le sue performance tra teatro e moda, a base di coreografie di modelle dall’atteggiamento distante e dai movimenti quasi impercettibili.

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Giannini

Giannini Frida. Ex direttore creativo di Gucci, Frida è  una delle donne più in vista nel panorama fashion mondiale.Nata a Roma nel 1972 segue subito la vocazione per la moda studiando styling all’Accademia del Costume e della Moda e in seguito inizia a lavorare per una piccola azienda di abbigliamento.

Nel 1997 arriva l’occasione che da una svolta alla sua carriera: viene chiamata da Fendi a disegnare gli accessori della linea donna posizione che tiene fino al 1999. Grazie alle sue capacità in breve tempo la maison le affida la direzione creativa della linea di pelletteria.

Look Gucci FW 2011 firmato Frida Giannini

Il suo nome nel campo degli accessori inizia a farsi notare e nel 2002 Gucci la chiama a far parte del team creativo diretto da Tom Ford. Frida inizia lavorando alla direzione stilistica della linea di borse, core business del brand, posizione che ricopre con successo tanto che solo due anni dopo, dopo quattro stagioni, viene nominata direttore creativo degli accessori, campo in cui ha l’occasione di dimostrare il suo grande talento: partendo dagli archivi storici del brand, reinventa le stampe classiche attualizzandole e donando loro nuovo lustro.

Frida Giannini, direttore creativo di Gucci 

Tra il 2005 e il 2006 arriva il coronamento della sua carriera in Gucci: viene nominata, a distanza di pochi mesi, direttore creativo della linea di abbigliamento donna e poi dell’uomo, riuscendo così a lasciare un’impronta nello stile del marchio. Sotto la sua guida, Gucci conosce un momento di nuovo splendore, grazie al connubio tra tradizione e uno sprint giovane e innovativo. Merito della Giannini è anche il restyling di tutti i concept store del brand, di cui ha personalmente curato gli spazi e l’arredamento.

La sua grande tenacia e l’innegabile talento l’ha portata a ricevere la Lupa Capitolina dal sindaco di Roma, Gianni Alemanno, e il premio “Design Star Honor” della Fashion Group International. Dalla sua c’è anche un grande impegno nel sociale che ha portato Gucci a collaborare con UNICEF e le ha procurato la nomina di “Women of Compassion” nel 2011. Frida fa parte anche della “Foundation for Women’s Dignity and Rights”, che combatte le ingiustizie e la violenza contro le donne. 

Il licenziamento di Gucci 

Nel 2014, inaspettatamente la griffe annuncia l’addio di Frida. Al suo posto, Alessandro Michele che dimostra di avere un fiuto per il marketing incredibile. Frida si allontana dalla moda ma ogni tanto il suo nome viene associato a nomi dalla caratura internazionale.

Nel 2020, però, la stilista si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Ha infatti ammesso il dispiacere di essere stata allontanata dalla griffe fiorentina senza che le venisse concesso di finire una sfilata e di salutare i giornalisti con il quale era cresciuta. Convinta sostenitrice del bello, la Giannini si scaglia contro l”estetica del brutto”, nata negli ultimi anni a causa di fenomeni di marchi e marchietti che trovano solo linfa vitale grazie ai personaggi (probabilmente influencer) che ne pubblicizzano il prodotto.

“Essendo una donna io quando mi compro qualcosa voglio qualcosa che mi faccia sentire più cool, più magra, più bella, più giovane. Sinceramente non capisco questa estetica del ‘famolo strano e più brutto possibile’ perché così sei avanti. Per me non sei avanti sei indietro”, racconta a Fanpage.

Dopo essere stata acconto alla figlia malata si sente pronta per prendere in mano la sua carriera.

 

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Mytheresa

Mytheresa. E-store di lusso, nato nel 2006 da una boutique multimarca fondata a Monaco di Baviera nel 1987 da Susanne e Christoph Botschen.

Nel suo store online è possibile acquistare moda donna, uomo e bambino tra le 270 aziende più influenti del panorama glamour (di cui 120 maschili e 40 per bambini). Nella selezione Mytheresa è possibile acquistare collezioni firmate Burberry, Valentino, Fendi, Balenciaga, Bottega Veneta, Dolce & Gabbana, LOEWE, Loro Piana, Moncler, Prada, Saint Laurent, Gucci e molti altri. 

Michael Kliger, amministratore delegato

Visto il continuo successo, nel 2017 Mytheresa crea un centro logistico d’avanguardia, sviluppato su una superficie di 32.000 m² e su 4 livelli. Questa locazione si è resa necessaria per via della crescita esponenziale di vendite in tutto il mondo. La boutique, infatti, copre una rete capillare di 140 Paesi. Numeri che si traducono in fatturato. Vale a dire 377 milioni di euro nel 2019 e 450 milioni di euro nel secondo semestre del 2020, complice anche la pandemia da Covid-19 in corso che ha incrementato le vendite online in Cina, Korea, Arabia Saudita, Spagna, Francia, Italia, America. 

Nel 2019, accanto alle collezioni donna si affianca anche il segmento  kids e, nel 2020, il menswear che debutta con le capsule collection uomo di Prada, Valentino e Thom Browne. Il negozio Mytheresa Men è stato inaugurato nel cuore di Monaco, nel giugno 2020.

Un angolo dell’headquarter Mytheresa

Durante tutta l’attività, Mytheresa ha realizzato co-lab di gran favore come con Zimmermann, Paco Rabanne, Versace, Balmain, Dolce & Gabbana, Dries van Noten e Max Mara.

Mytheresa The Album – Jaime King issue

Con attualmente più di 850 dipendenti da oltre 74 paesi, la storia di successo di Mytheresa continua.

Un angolo dello store maschile inaugurato nel 2019

 

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Barrett Neil

Barrett viene notato da Gucci mentre segue il master in Fashion Design al Royal College of Art dopo aver conseguito la laurea al Central Saint Martin’s.

Barrett Neil. Stilista inglese classe 1965. Il designer viene notato e selezionato da Gucci mentre segue il master in Fashion Design al Royal College of Art che stava frequentando dopo aver conseguito la laurea al Central Saint Martin’s College of Art. Da allora, dal quell’89 sino al ’93, disegna 10 collezioni maschili per la maison. Nel ’94, insieme a Patrizio Bertelli, imposta la linea maschile di Prada e la disegna per 8 stagioni. Nel ’98 diventa lo stilista di Active Wear, marchio di abbigliamento che esordisce l’anno successivo e nasce dall’alleanza fra il gruppo industriale di Prato Lineapiù e Samsonite. Decide di stabilirsi a Milano dove apre uno show room, in via Savona.

Barrett
Lo stilista Neil Barret.

Gli anni 2000

Nel 2000 Barrett inizia a sfilare a Milano, presentando  le prime collezioni per uomo e donna.

Ad Ottobre 2001 lancia sul mercato una collezione di occhiali mascolini con l’aggiunta di dettagli che ne addolciscono le linee, grazie a materiali leggeri come il glasant. Ecco la linea di eyewear firmata Barret e presentata all’edizione in tono minore di Moda Milano Donna, quella post 11 settembre.

A Giugno del 2002 va in scena il primo frutto della collaborazione con Puma: una scarpa da tennis senza stringhe in canvas combinato con pelle nuova e invecchiata.

Tra il 2004 e il 2006 viene scelto da Puma come direttore creativo per la squadra italiana di calcio in vista della Coppa europea. L’anno successivo viene confermato per il mondiale: i calciatori indossano dalla testa ai piedi prodotti firmati Barrett. Neil Barrett presenta la sua prima sfilata di moda donna a New York, risultando acclamato dalla critica. A oggi il brand continua a essere di successo grazie al mix di eredità inglese e artigianato italiano. Le collezioni di Neil comprendono abbigliamento per uomo e donna, da sera e da giorno, accessori e scarpe.

Balenciaga

Balenciaga. Dal 1937 ha lavorato a Parigi. Ho visto sette collezioni di Balenciaga subito dopo la guerra, ma non ho mai visto neppure il naso del grande Cristóbal affacciarsi da una porta o da una tenda del suo atelier, neppure quando gli applausi e i “bravo” sorpassavano la misura di quel selezionato, composto, educatissimo pubblico. Mi è capitato di vederlo per caso una volta alle tre del pomeriggio, in un piccolo bistrot, solo, triste, elegante, consumare una colazione con omelette e olive nere e scambiare qualche tenero sguardo col suo cane che, se ben ricordo, era uno di quei piccoli bulldog detti “i cani della Regina d’Inghilterra”.

Un maligno mi ha raccontato che negli ultimi anni, un po’ maniaco e sempre più solitario, teneva in tasca un fazzoletto di lino col quale puliva il sedere del suo cane ogni volta che questi evacuava per la strada. Non avrei proprio dovuto cominciare il ritratto del Grande di Spagna Balenciaga, considerato per 20 anni l’irraggiungibile, vero artista e — a detta dei pochissimi amici — uomo umano e semplice, con uno sciocco pettegolezzo. Ma credo sia avvenuta in me, dopo tanti anni, la stessa reazione che spinge gli scolaretti a urlare, a ridere e spintonarsi quando escono di scuola dopo ore di costrizioni: perché nell’atelier di Balenciaga, durante le sfilate, c’era l’atmosfera di un convento con severissima badessa o quello di un collegio con quelle scellerate direttrici di certi film tedeschi.

Cristóbal Balenciaga

I rapporti con i giornalisti

Mademoiselle Renée, la direttrice implacabile dell’atelier di avenue George V, aveva con i giornalisti dei rapporti quasi sadici: non solo non si poteva parlare ma neppure tossire e per nessuna ragione al mondo, fosse anche scoppiata la guerra mondiale, si poteva lasciare la sala prima della fine della collezione. Leggi che valevano anche per le mannequin che non potevano parlare a voce alta nei camerini e non dovevano avere la benché minima espressione durante le sfilate.

Abito da cocktail baby doll, crêpe de chine, pizzo e raso, Cristóbal Balenciaga, Parigi, 1958

Erano anche le più brutte mannequin di Parigi, ma arrivavano ad avere grande stile senza la minima concessione: né gioielli, né singolari pettinature, né i ricci che erano odiati. La famosa Colette, con la sua camminata alla Dracula, il largo viso atteggiato alla ferocia di un bulldog in azione e lo sguardo di odio, riusciva a vendere più modelli di tutte le altre messe insieme. Non si poteva proprio dire che queste sfilate fossero feste come succedeva ormai in tutti gli altri atelier, da Dior a Fath.

Si subiva questa corvée perché riscattata dalla bellezza dei modelli, vera mostra d’arte che non si poteva ignorare se si voleva “sapere” la moda. “Titano della moda”, lo aveva chiamato Cecil Beaton, unendo nell’immagine il senso della sua grandezza a un certo suo volontario isolamento: non frequentava che pochissimi amici e la sua famiglia, i fratelli, le sorelle e i nipoti che si occupavano dei suoi atelier spagnoli a San Sebastián, a Madrid e a Barcellona; non si curava della mondanità né degli altri sarti.

Abito da sera, Cristóbal Balenciaga, Parigi, 1962. Fotografia di Cecil Beaton, 1971

Balenciaga e il suo dono artistico

Questo orgogliosissimo spagnolo dalla vita semplicissima, questo eccezionale sarto unicamente appassionato del mestiere, quasi follemente dedito al suo lavoro, questo artista che univa la raffinatezza parigina e la classicità spagnola, il drammatico bianco e nero e i rossi, i turchesi, i beige, i gialli di Goya, è stato uno dei più singolari personaggi della moda del ‘900. E, benché, come Greta Garbo sempre invisibile, uno dei più elogiati. Se di molti celebri sarti si è parlato di predestinazioni precoci, per Balenciaga bisogna proprio parlare di dono artistico, di genio nativo come quello del pastorello Giotto. Cristobal non guardava le pecore, ma nel suo povero paesello natale, Guetaria sulla costa Basca, avrebbe dovuto pescare o stare al timone della barca di suo padre.

Cristobal Balenciaga nel suo atelier fotografato da Cecil Beaton

Ma preferiva cucire accanto a sua madre che faceva piccoli lavori per aiutare i magri introiti familiari. D’estate, nell’unica grande ricca villa della collina, veniva la famiglia Torres con la vecchia nonna, ex bellissima di Madrid e ancora di una eleganza eccezionale. Vedendola uscire di chiesa con un tailleur di tussor bianco, il cappello di paglia coperto da uno chiffon marrone annodato sotto al mento, sembra che il piccolo Cristobal abbia detto in estasi “come siete elegante”.

Da qui l’interessamento della Marquesa, la risposta del ragazzino “che avrebbe fatto vestiti belli come il suo”; la scherzosa sfida per cui la Marquesa gli diede da copiare il suo tailleur di Poiret e tutto l’occorrente e Cristobal tremante, sulla vecchia macchina da cucire della mamma, in cinque giorni rifece il modello quasi perfetto. La Marquesa divenne la sua protettrice; lo aiutò a trovare lavoro in un casa di mode a Madrid perché imparasse il mestiere.

Dovima con Sacha, cloche e abito di Balenciaga, Café des Deux Magots, Parigi, 1955. Fotografia di Richard Avedon

La prima Maison di Balenciaga

Nel 1915, ventenne, Balenciaga aprì la sua prima maison a San Sebastián. Dopo pochi anni, di atelier ne aveva altri due, a Madrid e a Barcellona che chiamò con il nome di sua madre Elisa. Ogni sei mesi si recava a Parigi per comperare modelli dai grandi sarti (Chanel era la sua preferita), ma aveva cominciato a disegnare lui stesso con quelle geniali regole di proporzioni (una giacca andava miracolosamente bene a molte diverse taglie), che non avrebbe mai più abbandonato.

La guerra civile lo fece fuggiasco a Parigi nel 1937. Qui con un esiguo capitale offertogli da un altro rifugiato spagnolo, si diede una sede in rue George V. Se la collezione del debutto fosse stata un fiasco non avrebbe avuto i soldi per farne una seconda. Venne, invece, la gloria e la ricchezza, ma Balenciaga aveva già 42 anni e la lunga fatica e le mortificazioni gli lasciarono un amaro in bocca. Un pessimismo in cuore e il tormentoso dilemma fra il desiderio di essere riconosciuto, amato e l’avversione per ogni genere di pubblicità (“Dior c’est fou fou”, diceva giudicando la sua disponibilità con la stampa, il suo stare sotto ai riflettori), per i giornalisti.

Stranamente ebbe in comune con Cardin, che è letteralmente il suo contrario, la passione per le case (ne aveva sei), non per abitarle ma per collezionarle: il suo severo appartamento di Madrid fu fatto e rifatto tante volte per concludere, dopo la prima notte, che era troppo rumoroso; la sua casa di campagna del XVI secolo, la Reinerie, fu dotata di lussuosi bagni, di ogni possibile elettrodomestico, di mobili preziosi vecchio rustico francese ed era “troppo triste” dopo un solo giorno.

Passava qualche periodo d’estate a San Sebastián dove la sorella Augustina lo serviva come una mamma amorosa. A Barcellona, dove il suo atelier era diretto dal nipote e figlioccio José Balenciaga, non metteva mai piede.

Le sue linee e il ritiro dalle scene

Al contrario di tutti gli altri celebri sarti dell’epoca che mutavano linee ogni sei mesi (trapezio, acca, forbice, hirondelle), i suoi cambiamenti erano impercettibili ma essenziali. Quando uscì col suo famoso “sacco” nero, si gridò allo scandalo e il modello fu soggetto di caricaturisti. Eppure, quel proporzionatissimo sacco divenne popolare e poi, appena appena variato, appena appena appoggiato davanti, divenne tunica di una tale purezza da essere imitata ancora oggi.

Il suo più celebre tailleur di tweed, con collo scostato e sfrangiato e appoggiato davanti da quattro grossi bottoni, continua a fare scuola. Il collo scostato fu la sua ossessione e, se si trovava davanti una signora in tailleur con collo aderente, istintivamente, come un tic, glielo allargava: “Lo stelo deve avere aria intorno per reggere regalmente la testa Fiore”. E su quelle teste, nei capelli si sfogava la sua geniale pazzia: ma bisogna pensare che le sue pazzie pionieristiche (il corto palloncino, l’immenso chimono, l’asimmetrico architettonico) erano destinate solo a certe donne, “quelle” donne che erano magari cinque in tutto il mondo.

Le sue clienti

Fra le sue clienti c’erano donne come la marchesa Llanzol, la più elegante di Spagna; Loel Guinness, sottile, bruna messicana con due file di preziosissime perle che rompevano il nero dell’abito di jersey e del visone, capo unico fatto per lei dal grande Maestro; la Duchessa di Windsor, fanatica come lui per i minimi dettagli; la contessa Idarica Gazzoni dai capelli grigi, una eleganza particolarissima e conosciuta in tutta Europa; per non parlare delle clienti regali, come Fabiola del Belgio. Erano le clienti che piacevano a lui, decise, sicure nelle scelte e naturalmente eleganti, perché uno dei suoi pochi credo era proprio questo: “Nessun sarto può rendere una donna elegante se non lo è naturalmente”.

Benché fosse l’uomo meno interessato ai soldi, come dimostrava il suo continuo rifiuto anche alle più allettanti e commercialmente valide offerte specialmente americane (non prese mai in considerazione l’invito a disegnare una linea di prêt-à-porter), pure aveva un senso preciso del valore del suo lavoro e da lui anche le clienti più titolate e illustri pagavano il modello alla consegna. Fu l’unico atelier senza conti in sospeso. Nel 1968, decise di ritirarsi.

Elise Daniels con artisti di strada, abito di Balenciaga, Le Marais, Parigi, 1948

Il teatro e il cinema

Nel lungo percorso, non manca il lavoro di costumista per il teatro e il cinema. Dagli abiti per Alice Cocea e Suzet Mais nell’Histoire de rire di Armand Salacrou (’40) al mantello di paillette nere, il mantello della morte, per Christiane Barry nell’Orphée di Cocteau, dai vestiti per Arletty nel film Bolero di Jean Boyer ai costumi per Ingrid Bergman in Anastasiadi Anatole Litvak. Nel ’73, Diane Vreeland gli ha dedicato una retrospettiva The world of Balengiaca al Costume Institute di New York. Nell’86, a New York, il Fashion Institute of Technology ha organizzato la mostra Balenciaga. L’anno successivo è stata la città di San Sebastián a ricordarlo con un’esposizione al Palazzo Miramar.

Dal capitolo che Bettina Ballard, una delle sue intime amiche, gli ha dedicato nel libro In My Fashion, tre brani possono illustrare questo eccezionale, contrastante personaggio. Il fisico: “Balenciaga nel 1937, quando lo conobbi, era uno spagnolo dalla voce gentile, dalla pelle bianca come il guscio d’uovo; capelli neri, lisci, lucidi, spazzolati all’indietro sulla testa ben fatta; occhi nerissimi; le labbra sottili con improvvisi sorrisi non usati mai se non per esprimere un sincero piacere; un istintivo fascino che ispirava devozione”.

“Era un semplice di spirito, conosceva poco della Spagna e della sua arte. Non mi è mai riuscito di portarlo a visitare il Prado; non viaggiava mai e dai brevi soggiorni in Italia, con amici colti che gli spiegavano le bellezze artistiche, tornava con un senso di stupore e timidezza”. Dopo avere descritto la sua casa parigina con mobili Luigi XVI, raccolte di bronzi preziosi spagnoli o di Bilboquet d’avorio, Bettina Ballard aggiunge: “Non un quadro alle pareti, non musica, non un libro”.

Povera vita raccolta intorno alla sua moda, per cui piangeva a ogni fine di collezione perché gli mancava l’aria per continuare a vivere.

Giacca bolero, EISA, Spagna, 1947

Nicolas Ghesquière al timone di Balenciaga

Nel febbraio del 2003 apre a New York la prima boutique americana, scelta dal designer della maison Nicolas Ghesquièrein West 22nd Street. Lo spazio viene inaugurato in concomitanza con la prima sfilata della griffe Balenciaga in America, alla Settimana della Moda.

Sempre nel 2003 viene rinnovato l’unico negozio francese, a Parigi in Avenue George V. Nello stesso anno è stato aperto il Balenciaga Museum di Guetaria, la città natale del designer. Prima di allora cappelli, vestiti, disegni, gioielli e fotografie del creatore di moda potevano essere ammirati presso la Cristobal Balenciaga Fondation, 240 metri quadrati di esposizione nel centro della città basca. (Pierangelo Mastantuono)

Lisa Fonssagrives-Penn indossa un cappotto di Cristóbal Balenciaga, Parigi, 1950.

Balenciaga, nel 2009, è proprietà del gruppo Gucci. Le collezioni uomo e donna sono realizzate dallo stilista Nicolas Ghesquière. La sua direzione creativa è stata notata dai guru della moda tra i quali la direttrice di Vogue America, Anne Wintour. Il designer è stato riconosciuto come una delle cento persone più influenti al mondo dall’autorevole settimanale Time. Nicolas, approdato alla maison parigina con il compito di disegnare mini collezioni destinate al mercato asiatico, viene notato e ben presto diventa il direttore artistico.

Da diversi anni lo stilista ha manifestato il suo interesse a recuperare linee disegnate dal suo illustre predecessore, e anche stavolta si sente fortissimo l’influsso di Cristóbal Balenciaga. Lo stile è tra lo spaziale e il futuristico, grazie all’influenza di altri designer famosi negli anni ’60 (primo tra tutti, André Courrèges, che per Balenciaga fece il tagliatore), dai quali Ghesquière prende spunto per disegnare capi modernissimi e eccentrici.

Oggi è conosciuto per la sua linea di borse ispirate alla realtà del motociclismo, soprattutto per la famosa Lariat. Lariat è caratterizzata dalle stringhe in pelle tipiche da centauro.

Look prima collezione uomo Balenciaga by Demna Gvasalia

Gli ultimi anni

Nel 2015 Demna Gvasalia succede a Alexander Wang, divenuto stilista della griffe nel 2012 con il post Ghesquière. Alla direzione creativo del marchio, che fa a capo del gruppo francese del lusso Kering dal 2001, Gvasalia nel 2016 propone la prima sfilata uomo: una collezione che focalizza l’attenzione sui capispalla dalla linea abbondante e rigida.

Lo stilista tedesco cattura a sé diverse critiche quando lancia sul mercato la versione luxury della shopper Ikea. È il 2017. La borsa, estremamente ironica, ha un prezzo proibitivo (2000 euro) a fronte dell’originale, venduta nel magazzino svedese a 1 euro. Il polipropilene viene sostituito da morbida pelle made in Italy.

In linea con i colleghi del gruppo Kering (Saint Laurent, Gucci e Bottega Veneta), nel 2017 sfila a Parigi con la co-ed. La tendenza sulle passerelle rivendica la necessità di ridurre le presentazioni per raggiungere obiettivi comuni della sostenibilità legata al settore.

Le accuse di plagio ai danni di Balenciaga

Sono due i casi di plagio sollevati negli anni, ai danni di Balenciaga. Il primo riguarda un bazar che accusa la griffe francese di aver copiato le borse disegnate dall’azienda di souvenir City Merchandise. Il bazar rivendica la proprietà intellettuale a Balenciaga America per aver infranto le leggi di copyright.

Il secondo caso, invece accade nel 2020. Tra My Nguye, una studentessa della Berlin University of the Arts,accusa Balenciaga di essersi appropriata di alcune idee sviluppate in un progetto del suo master.

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Sunnei

I fondatori del marchio

Sunnei. Brand fondato nel 2013 da Simone Rizzo e Loris Messina. L’idea di Sunnei nasce sul volo New York – Milano, nell’estate del 2013. Messina è impegnato negli uffici visual merchandising di Gucci mentre Rizzo si laurea in Economia con un Master in Digital Media Management e da qualche anno svolge consulenze nelle strategie digital e nel buying. Appassionati di streetswear, i due decidono di creare un marchio che si rivolge a  ragazzi che indossano con disinvoltura capi outdoor, felpe e sneakers ma anche indumenti dall’appeal sartoriale.

Look Sunnei: un mix tra streetswear e sartorialità

Il cliente Sunnei è appassionato di arte, musica e interessato al lifestyle. È un viaggiatore cosmopolita che tra i vari impegni quotidiani ama anche divertirsi. Da scommessa a realtà tangibile delle nuove generazioni, l’etichetta ha varcato il confine italiano, andando a conquistare anche il mercato statunitense e giapponese.

 

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Harutyunyan

Armine Harutyunyan. Modella di origine armene classe 97.  Armine studia Graphic Design allo Yerevan State Institute of Fine Arts and Theatre. Suo nonno è un pittore di fama nazionale, apprezzato per la sua ricerca della luce e per i temi trattati (nei suoi dipinti si possono scorgere chiari riferimenti alla Divina Commedia di Dante Alighieri). A notarla, durante un soggiorno a Berlino, è un talent scout. Un mese dopo viene chiamata per un provino da Maison Gucci.

Harutyunyan Armine durante la collezione Gucci SS20

Debutta ufficialmente in passerella nel 2019 con la collezione Gucci primavera/estate 2020. Il defilé, disegnato da Alessandro Michele, suscita non poche polemiche a causa del tema affrontato: la debolezza dell’individuo, sottomesso al potere dei più forti. La Harutyunyan si rende protagonista, assieme ai colleghi, di un siparietto introspettivo che spiega, a suo modo, l’origine del progetto. La camicia di forza, data in dotazione negli ospedali psichiatrici, diventa il capo cult della collezione: indumento che, ad ogni modo, non sarà mai venduto. Qualche mese più tardi, suo malgrado, diventa protagonista di una serie di ingiurie scatenatesi sui social a causa della sua bellezza non convenzionale. L’ira degli utenti del web si infiamma dopo che Gucci la inserisce tra le modelle più belle del mondo. Vittima di body shaming a causa dei suoi tratti spigolosi, il suo naso aquilino e le sopracciglia folte. Nonostante la bufera che l’ha travolta la giovane Armine non si è scomposta lasciandosi scivolare addosso tutti gli insulti ricevuti. 

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Harrow School

Harrow School è una scuola di design e comunicazione che si trova fuori Londra, ad Harrow. Vi insegnano grandi nomi della moda come Vivienne Westwood o John Galliano. La sezione moda è la più famosa, esiste da 150 anni e comprende corsi di vari tipi, dalla produzione alla vendita, dalla promozione alla storia della moda. Un’infinità di stilisti famosi l’hanno usata anche come trampolino di lancio perché la scuola ha sponsor che, come Ralph Lauren e Gucci, assumono diversi neodiplomati.