Erreuno

Erreuno. Azienda fondata da Ermanno e Graziella Ronchi, allora non ancora marito e moglie, nel 1970. Collaboreranno con Giorgio Armani.

Erreuno. Azienda fondata da Ermanno e Graziella Ronchi, allora non ancora marito e moglie, nel 1970. La storia parte da uno scantinato nella milanese via Morgantini, decentratissimo rispetto alle vie canoniche della moda. Ermanno ha 23 anni e fa il rappresentante di confezioni. Graziella è più giovane e disegna. Nel ’75, a forza di battere le boutique di provincia, il duo comincia ad avere bilanci più che decenti tanto da arrivare alla decisione di archiviare la dimensione familiare e di tentare un salto di qualità.

Puntano a una linea più creativa, chiamando a collaborare lo stilista Gianmarco Venturi. Un’alleanza di 3 anni. Graziella smette di disegnare per diventare il filtro del buon senso creativo, la persona capace di tradurre un capo da pedana in un capo a misura della strada, della vita di tutti i giorni. Filtro continua a esserlo anche dall’80 all’88, quando è Giorgio Armani a disegnare per Erreuno e a radicare lo stile della maison: abiti credibili sia se indossati dalla modella in sfilata, sia se portati da una donna in tram o in ufficio. Questa è stata la bussola di Erreuno anche dopo la fine del rapporto con Armani: stile molto classico, senza fronzoli, senza stravaganze.

L’azienda, che vende quasi il 50 per cento all’estero (Stati Uniti, Germania, Giappone, Belgio, Francia) ha stretto alleanza con una società dell’Estremo Oriente, aggiungendo alla prima altre due linee, Donnaerre e Amamy. 2000, ottobre. Ermanno Ronchi e il suo staff festeggiano i 30 anni di attività dell’azienda. 2001, aprile. Viene eletto il consiglio direttivo della Camera Nazionale della Moda per il triennio 2001-2003. Ermanno Ronchi è nominato vicepresidente. 2002, marzo. Va in scena la prima produzione del nuovo stilista di Erreuno, Marco Bignù che sostituisce Gennaro Esposito. Nello stesso anno l’azienda produce la prima collezione della stilista Marella Ferrera.

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CALVIN KLEIN

Celebre fashion designer americano, nel 1968 fondò l’omonimo brand insieme allo storico amico e collega Barry K. Schwartz.

Le origini

Calvin Klein è un famoso designer americano, fondatore dell’omonima società. Nel 1968, iniziò la sua attività con un budget di soli $ 10.000, aprendo la Calvin Klein Limited, un negozio di cappotti nello York Hotel di New York. Figlio di farmacisti del Bronx, sin da piccolo preferiva schizzare modelli sul suo libro di matematica piuttosto che farne gli esercizi; a casa, dopo i compiti, si esercitava sempre a cucire.

Dopo aver combattuto l’opposizione dei genitori, nel 1962 finalmente si iscrisse al Fashion Institute of Technology di New York. Calvin Klein costruì un impero insieme a Barry Schwartz, compagno di scuola, nato e vissuto come lui e Ralph Lauren nello stesso quartiere di New York, il Bronx appunto. Se Lauren passava le giornate a mostrare il campionario delle sue cravatte ai buyer dei grandi magazzini, Klein portava in giro i suoi schizzi in una valigetta.

1980, Calvin Klein nel suo studio
1980, Calvin Klein nel suo studio

Dopo cinque anni di apprendistato in varie aziende, diede inizio alla propria attività specializzandosi nel disegno di abiti e cappotti. Dalle sue sfilate è bandita la moda-spettacolo. Giovane, alto, attraente e vestito in modo impeccabile, era sempre al posto giusto nel momento giusto. Klein era il re delle feste più belle del weekend, ma anche un puntiglioso e preciso manager il lunedì mattina: la sua immagine è divenuta icona del suo successo.

Lo stile CK

John Fairchild, redattore del famoso giornale di moda Womens Wear Daily, celebre quanto temuto, in quanto una sola sua recensione potrebbe decretare la fine di qualsiasi designer, parlò di Klein come di uno dei migliori al mondo. Fairchild affermò che egli era una vera rarità nel panorama dello styling americano, dotato di un’eccellente capacità di taglio ma di poca immaginazione. Inoltre, Klein apparve sul numero di settembre 1969 di Vogue.

Calvin Klein 1982, Campagna pubblicitaria con Brooke Shields
1982, Campagna pubblicitaria con Brooke Shields

Non solo ha talento creativo ma anche grande abilità pubblicitaria. Nel 1971 creò la campagna per i famosi jeans K: caratterizzata da forte erotismo, aveva come protagonista Brooke Shields. Il 1971 segnò anche l’introduzione di capi d’abbigliamento sportivo nelle collezioni CK: questo nuovo interesse portò l’attenzione su praticità e comodità, attributi che da questo momento non vennero più dati per scontati. Basti pensare alle giacche da marinaio, ai mantelli in morbido tessuto rustico e collo in pelliccia, alle giacche camicia in crepe-de-Chine, alle bluse di seta a righe, o ai maglioni e agli abiti in velluto. Lo stile CK rimane sempre molto semplice, con una particolare predilezione per gli indumenti sovrapposti ton sur ton.

Calvin Klein Campagna pubblicitaria 1993
Campagna pubblicitaria 1993

Stagione dopo stagione, il successo di CK crebbe sempre più, grazie alla sua capacità di prevedere ed esaudire i desideri inespressi della clientela. CK riuscì a bilanciare la semplicità ad un sofisticato gioco di armonie: niente decorazioni inutili, niente fronzoli, ma un’eleganza che cattura sempre l’attenzione.

Una nuova linea di abbigliamento, CK, e una linea di intimo riempiono I negozi di tutto il mondo, grazie anche all’audace campagna pubblicitaria di Bruce Weber.

Kelly Rector

Per l’eterno ragazzo, celebre star ma in costante pericolo per le sue intemperanze esistenziali, ebbe grande importanza l’incontro con Kelly Rector. Uscita dall’atelier di Ralph Lauren, diventò sua moglie portando ordine nella sua vita e collaborando alla resa più sofisticata e femminile del secondo periodo creativo dello stilista a fine anni’70: non solo una più nutrita presenza di abiti da sera, ma anche una maggiore grazia nei modelli da giorno. Giacche, quindi, molto lineari con spalle quadrate per assottigliare i fianchi; mantelli lunghi; attillati blazer e bluse dalle proporzioni studiatissime, spogli ma dolci, il tutto senza rinunciare a un’immagine sobria sottolineata dallo scarso impiego di tessuti costosi.

Calvin Klein Jeans, 1978
Calvin Klein Jeans, 1978

Klein deve la lealtà dei suoi clienti alla sua attenta ricerca, alla mancanza di decorazioni e accessori complicati e alla, quindi, ampia vestibilità e produzione in massa delle sue creazioni. Lo deve anche al gusto incomparabile dei suoi jeans, capi che per così tanto tempo vennero considerati estranei al mondo della moda.

Calvin Klein fu il primo designer a vedersi assegnare, nello stesso anno, il premio del Council of Fashion Designers of America sia per la collezione Uomo che per quella Donna (1993). Nel 1973 si aggiudicò il Coty Award che mai era stato assegnato ad uno stilista così giovane.

Intimo CK

Intimo icona, Campagna pubblicitaria 1992
Intimo icona, Campagna pubblicitaria 1992

A partire dagli anni ’80 il brand raggiunse un incredibile successo e si può anche affermare che Klein rivoluzionò il mercato americano della biancheria intima maschile. Presentò CK, una nuova di boxer femminili, e una linea di biancheria maschile di grande successo, che incassò 70 milioni di dollari in un solo anno. Le campagne pubblicitarie erano tutte nelle mani dell’abile fotografo Bruce Weber.

Calvin Klein Campagna pubblicitaria con Mark Wahlberg
Campagna pubblicitaria con Mark Wahlberg

Negli anni ’90, John Varvatos, direttore responsabile delle linee uomo di Calvin Klein, inventò un nuovo tipo di biancheria intima chiamata boxer briefs, un ibrido tra boxer e slip. L’indumento divenne famoso grazie alla campagna del 1992 con Mark Wahlberg: venne definito “una delle più grandi rivoluzioni di abbigliamento del secolo”.

Difficoltà del Brand

Nel 1992, la società arrivò quasi a dichiarare bancarotta, ma ne uscì vincente, grazie soprattutto al successo delle linee di biancheria intima, dei profumi e dell’abbigliamento sportivo ck. Dal ’97 una joint venture legò la linea Ck a Stefanel, che produceva su licenza e distribuiva in Europa e Medio Oriente. Di recente, è stata lanciata sul mercato europeo una nuova linea per bambini, mescolando stile americano ed europeo: jeans basic, giacche denim in varie tonalità e T-shirt con il logo CK per i maschietti; camicie scollate all’americana e minigonne o shorts mozzafiato per le bambine. La campagna pubblicitaria che accompagnò la nuova linea e altre sullo stesso tema, sempre molto erotiche, suscitarono molto scandalo. I manifesti vennero vietati e CK accusata di essere al limite della pedofilia.

Calvin Klein Controversa campagna pubblicitaria
Controversa campagna pubblicitaria

Nel 1999 il marchio annunciò di essere in vendita per $ 1 miliardo: mai vi furono offerte tali, così Klein decise di levare il brand dal mercato. A inizio 2000 venne commercializzata una versione inedita e a tiratura limitata del profumo unisex cK One. I tre flaconi erano disegnati da altrettanti artisti di retaggio “urbano”: l’olandese Delta, che si affidava a una linea futurista, il graffittaro Espo con le sue donne dal lungo collo; il newyorkese Futura con il “mistero delle ombre”. Nell’impero di Calvin Klein, i profumi rappresentano il 34% del fatturato totale del gruppo.

Phillips-Van Heusen rileva Calvin Klein

Nel 2002 l’azienda aveva un fatturato di $ 3 miliardi all’anno. A dicembre, Calvin Klein Inc. fu acquisita dal colosso dell’abbigliamento Phillips-Van Heusen per $ 430 milioni in contanti e azioni. Le potenziali royalty, che potevano essere valutate tra i 200 e i 300 milioni di dollari, furono dilazionate nel corso degli anni. Klein e il suo socio Barry Schwartz avevano già tentato la vendita nel 2000, senza giungere a una soluzione concreta. Klein rimane il design inspirator dei 12 differenti prodotti della compagnia, per le linee Calvin Klein Collection, cK e cK Calvin Klein.

Elemento fondamentale in questa operazione fu la licenza a lungo termine con cK 21 Hidungs Pte. Ltd per le linee di abbigliamento sportivo uomo, donna, d’abbigliamento maschile, per la linea di calzature uomo e donna, di borse e di piccola pelletteria. Ciò favorì anche l’apertura di negozi a Singapore, in Malesia, in Tailandia, a Hong Kong e in Cina. Nuovi punti vendita in franchising furono aperti in Corea, a Taiwan e in Cina. A dicembre fu inaugurato il primo American Calvin Klein Underwear Store in Prince Street, a New York: un grande spazio vendita per intimo e profumi.

GLI EFFETTI DELLA VENDITA

Uno dei primi effetti della vendita fu la creazione di una partnership con un’azienda di Trento, la Vestimenta, che dal 2004 si occuperò di creare e distribuire le linee di prêt-à-porter maschile e femminile, le prime a non essere prodotte all’interno dell’azienda. La Vestimenta già produceva su licenza il prêt-à-porter femminile di Emanuel Ungaro e il maschile di Trussardi e aveva siglato una jointventure con Giorgio Armani.

Lo stilista ammise pubblicamente l’abuso di sostanze stupefacenti e alcool, dichiarando di volersi sottoporre a una cura disintossicante. Già nel 1988 il designer era stato ricoverato per problemi analoghi. A causa di ciò, alcuni termini della licenza che collegava Calvin Klein (già acquisita da Phillips-Van Heusen) al gruppo Warnaco vennero modificati e fu firmato un accordo per la linea beachwear, che sarebbe uscita a inizio del 2004.

Calvin Klein Collezione primavera/estate 2003
Collezione primavera/estate 2003

Allo stesso tempo, Fingen Apparel, licenziataria di Calvin Klein Jeans, creò una divisione under 16 disegnata dallo stilista. Quest’ultimo, ormai sessantenne, annunciò che non avrebbe più seguito le collezioni in prima persona, ma che avrebbe avuto un ruolo di consulenza stilistica ed amministrativa, in collaborazione con Bruce Klatsky, Presidente e CEO della Phillips-Van Heusen.

Ad ottobre, Sara Dennis lasciò la vicepresidenza del settore jeans, intimo e costumi da bagno di Calvin Klein per trasferirsi da Liz Claiborne, una società di New York quotata in borsa. Fu anche annunciato che Phillips-Van Heusen intendeva rilanciare la linea di abbigliamento cK Calvin Klein in Asia nel 2004, in seguito alla sospensione della linea negli Stati Uniti, in Europa e in Medio Oriente a causa degli scarsi risultati.

Calvin Klein Campagna calzature-borse 2000
Campagna calzature-borse 2000

Sviluppo del Brand

Le nuove linee

Nel gennaio 2004 Calvin Klein firmò un contratto con Swatch Group per il lancio mondiale di una nuova collezione di bijoux e gioielli. A marzo, Robert Mazzoli divenne Chief Creative Officer di Warnaco, con il compito di controllare le collezioni di intimo Calvin Klein.

A luglio, arrivò  Choice Calvin Klein, una nuova linea di costumi per giovani donne. Inoltre, Calvin Klein lanciò la nuova linea donna/uomo Ck39, nome ispirato all’indirizzo della sede centrale newyorkese: constava di pantaloni, giacche di jeans, capi di maglieria e T-shirt stile vintage.

Inaugurazioni e produttività

Nel novembre 2004 Calvin Klein Inc. promosse Giuseppe Rossi come General Manager e Direttore Generale di Calvin Klein Europe. Durante la sua carica fu aperto a Roma il primo negozio italiano della collezione Calvin Klein: tre piani arredati da RetailDesign e dall’architetto Paolo Lucchetta, che si ispirò all’opera di John Pawson per i flagship store di New York e di Parigi.

Calvin Klein Negozio in Madison Avenue, New York
Negozio in Madison Avenue, New York

Nel febbraio 2005, il calzaturificio italiano Rodolfo Zengarini, di Montegranaro, ottenne la licenza per la produzione e la distribuzione della collezione di scarpe donna. Zengarini, già licenziatario della linea maschile, sostituì, così, Rossimoda.

Nel 2005 furono aperti molti negozi: il primo nel Wafi Mall di Dubai, in collaborazione con Belbadi Fashion, dove era possibile acquistare ogni articolo prodotto dall’impero Calvin Klein. Un negozio monomarca Calvin Klein Collection fu aperto a Milano, in Corso Matteotti angolo Via S.Pietro all’Orto. Inoltre, Calvin Klein concluse un accordo con Finger per l’apertura di 50 negozi indipendenti ck Calvin Klein in Europa e nel Medio Oriente, e uno con Warnaco per la linea di costumi donna.

Kevin Carrigan

Calvin Klein Kevin Carrigan, collezione primavera/estate 2006
Kevin Carrigan, collezione primavera/estate 2006

A giugno Kevin Carrigan ottenne la nomina a Direttore Creativo, responsabile delle attività di vendita al dettaglio e all’ingrosso e della supervisione di progettazione di cappotti, giacche, maglieria, fazzoletti, cravatte e ombrelli.

Nel 2006 Calvin Klein lanciò la fragranza estiva CK One, uno dei prodotti più venduti. Ispirata all’oceano e alla spiaggia, dedicata a giovani consumatori urbani e dinamici, questa fragranza unisex a tiratura limitata fu la terza versione della collezione CK One. Dopo il successo della collezione estiva CK One, negli anni successivi, CK lancia altri profumi: nel 2008 Euphoria eau de toilette, nel 2009 CK Free, nel 2011 CK One Shock uomo e donna.

Calvin Klein Kevin Carrigan, campagna pubblicitaria 2015 con Justin Bieber
Kevin Carrigan, campagna pubblicitaria 2015 con Justin Bieber

Nell’ottobre 2012 il gruppo PVH acquisì Warnaco Group per 2,9 miliardi di dollari, il che significava acquisire diversi marchi Calvin Klein tra cui Calvin Klein Jeans, le linee underwear e le linee sportive.

Nel 2015, secondo il gruppo PVH, la società Calvin Klein investì oltre 320 milioni di dollari in campagne pubblicitarie per ampliare il numero dei potenziali acquirenti. Questo importante compito fu affidato al noto fotografo di moda Alasdair McLellan. Da nominare, la partecipazione di Kendall Jenner per la sponsorizzazione di una linea di jeans in edizione limitata. Inoltre, Justin Bieber e la top model Lara Stone parteciparono alla campagna pubblicitaria Calvin Klein 2015. I social media del marchio, annunciarono la campagna a livello mondiale e la stampa, i media digitali, e i cartelloni pubblicitari la diffusero in più di 20 paesi.

Situazione attuale

Nel febbraio del 2016 la società nominò Raf Simons nuovo Chief Creative Officer, il suo stile minimalista e la sua conoscenza profonda della cultura giovanile era perfettamente in linea con i bisogni del brand. A contratto, Raf Simons avrà un controllo creativo completo, dall’immagine del brand alle collezioni.

Calvin Klein Raf Simons, prima collezione per Calvin Klein
Raf Simons, prima collezione per Calvin Klein

A febbraio 2017, Raf Simons debutta con la collezione autunno prêt-à-porter uomo/donna, presso la sede di Calvin Klein a New York. Un mese dopo, Calvin Klein presenta, tramite account Instagram, un nuovo logo: progettato in collaborazione con l’art director e grafico inglese Peter Saville, Calvin Klein lo definisce un “ritorno allo spirito delle origini”.

Nell’aprile 2017, Calvin Klein lancia una nuova campagna per la linea di intimo diretta da Sofia Coppola: esito davvero stimolante, con la partecipazione di Lauren Hutton, modella e attrice settantenne. Secondo Vogue, Calvin Klein dimostra che “non esiste un limite d’età per essere modelli di biancheria intima”.

A giugno, ispirata all’iconica Obsession, Calvin Klein lancia Obsessed, una nuova fragranza uomo/donna. La campagna pubblicitaria presenta ancora una volta dei ritratti di di Kate Moss, scattati da Mario Sorrenti per la pubblicità Obsession 1990.

Calvin Klein, Obsessed
Calvin Klein, Obsessed

SIMONS LASCIA CALVIN KLEIN

Lo stile visionario di Simons, per quanto molto apprezzato dalla critica non porta a Calvin Klein i guadagni sperati. Il risultato è quindi una revisione delle strategie da parte del brand, con la scelta di un approccio maggiormente commerciale. Queste decisioni sono incompatibili con l’attitudine artistica di Simons che quindi, a meno di due anni dalla sua prima sfilata e a soli otto mesi dalla scadenza naturale del suo contratto, lascia definitivamente Calvin Klein a marzo 2019.

Un anno dopo, nel novembre 2020, Jessica Lomax viene nominata nuovo global head of design ed executive vice-president di Calvin Klein. Jessica ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto. Negli anni passati, infatti, ha lavorato nel team creativo di Puma, accanto ad Hussein Chalayan e ha ricoperto il ruolo di senior creative director di Nike. La Lomax guiderà la design strategy globale di Calvin Klein e fornirà direzione creativa in tutte le aree del business, incluse le licenze. 

Campi

Fondata nel ’22 da Enrico Campi che rileva la tessitura della Verga e Campi, di cui era socio. Morto Enrico la successione viene affidata al genero.

Fondata nel 1922 da Enrico Campi che rileva la tessitura di Appiano Gentile (Co) appartenente alla Verga e Campi, di cui era socio. Morto Enrico (1941), la successione viene affidata prima al genero Luigi Guggiari e, nel 1948, al figlio Giovanni. Attorno alla metà degli anni ’50, si assiste ad una progressiva affermazione del marchio, con la massiccia diffusione di tessuti jacquard per cravatte sul mercato internazionale. In quel periodo, Giovanni concentra sotto il proprio controllo quote provenienti dagli eredi di soci e familiari. Dopo la sua morte nel ’92, la Campi confluisce progressivamente nel gruppo Ratti fino al completo assorbimento datato 1998. Fra i clienti dell’azienda Armani, Dolce & Gabbana, Ferré, Valentino per l’Italia, Calvin Klein, Donna Karan, Ralph Lauren e Saint-Laurent all’estero.

Browne

Browne Thom. Definito nell’ambiente “uomo marketing di se stesso”, la sua ascesa è costellata di successi, a partire dal suo esordio con Giorgio Armani.

Browne Thom. Definito nell’ambiente “uomo marketing di se stesso”, la sua ascesa è costellata di successi. A partire dal suo esordio presso il sales floor di Giorgio Armani, a cui segue una collaborazione con la catena di negozi Club Monaco, fino al 2005, anno in cui apre uno store a Down Town, New York, all’interno del quale effettua elaborazioni sartoriali su misura. Nel 2006 riceve un riconoscimento molto importante, il CFDA (Council of Fashion Designer of America), che afferma la sua capacità creativa.

Il 2007 è l’anno in cui Browne si consacra al grande pubblico anche oltre Oceano. Infatti grazie alla collaborazione stilistica con uno dei brand storici negli Stati Uniti “The brooks brothers”. Le sfilate del designer rappresentano delle vere e proprie performance artistiche: ironia, rigore, creatività e sartorialità sono alcuni tra gli elementi presenti, per evidenziare lo spirito di un “flaneur” contemporaneo omologo del più famoso “dandy” inglese. Abiti di ispirazione collegiale infarciti di dettagli sartoriali, dalle linee asciutte, dai colori molto sobri e dall’aspetto fitness chic sono caratteristici del brand.

Backhaus Maria Vittoria

Backhaus Maria Vittoria (1942). Fotografa italiana. Lavora a Milano. È considerata di primissimo piano nello still life: accessori, gioielli e oggettistica.

Backhaus Maria Vittoria (1942). Fotografa italiana. Lavora a Milano. È considerata di primissimo piano nello still life: accessori, gioielli, oggettistica, cucina. Ha studiato scenografia all’Accademia di Brera e ha cominciato il mestiere come reporter (per il settimanale Tempo) nella seconda metà degli anni ’60. Successivamente Maria Vittoria ha fotografato la moda, collaborando soprattutto a Vogue Italia e diventando grande amica di Walter Albini. È per il mensile Casa Vogue, sotto la direzione di Isa Tutino Vercelloni, che ha iniziato lo still life, dimostrando subito talento, sicurezza di gusto e perizia di luci. Usa grandi formati.

Durante la sua carriera, tra i tanti, ha lavorato per Giorgio Armani, Braccialini, CartierCasadei, Della Valle, Dolce & Gabbana, Gianfranco Ferré Salvatore Ferragamo, La Rinascente, Moncler, Prada, Sambonet, Tod’s, Trussardi, Versace e Zegna.

È nipote di Arnaldo Mussolini e figlia di Vito, ultimo direttore del Popolo d’Italia. Ha sposato Giorgio Backhaus, traduttore di Max Horkheimer e di Theodor Adorno, filosofi della Scuola di Francoforte.

Albino D’Amato

Albino D’Amato. Dopo aver conseguito la laurea in architettura a Roma, si trasferisce a Parigi diplomandosi a L’Ecole de la Chambre Sindacale de la Couture.

Albino D’Amato. Nasce a Roma nel 1974. Dapprima studia architettura nella capitale e nello stesso tempo frequenta l’Accademia di Costume e di Moda. Poi, in seguito alla laurea in architettura, si trasferisce a Torino per seguire i corsi di design industriale. Si trasferisce a Parigi dove si diploma presso L’Ecole de la Chambre Sindacale de la Couture. Collabora con importanti griffe della moda francese e italiana come: Emmanuel Ungaro, Lolita Lempicka, Guy Laroche, e in Italia lavora per Giorgio Armani, Emilio Pucci, Versace e Dolce & Gabbana. Nel 2004, Albino D’Amato firma la sua prima collezione donna, che sfila a Milano Moda Donna. L’anno successivo, nel 2005 vince il concorso “Who’s on next” sponsorizzato da Vogue Italia e dalla Camera Nazionale della Moda Italiana.

Albino d'amato

Nel 2007, Albino diviene direttore artistico di Victor Victoria. Le sue creazioni incarnano una donna femminile e raffinata, un’eleganza sartoriale che reinterpreta le forme del corpo della donna attraverso il gioco dei volumi.

Duca di Windsor

Duca di Windsor (1894-1972). Il romantico duca , per pochi mesi Edoardo VIII re d’Inghilterra, è stato l’uomo più elegante del XX secolo.

Duca di Windsor (1894-1972). Il romantico duca , per pochi mesi Edoardo VIII re d’Inghilterra, è stato l’uomo più elegante del XX secolo. D’altra parte furono i Celti, antichi abitatori della Britannia, a inventare le “bracae”, le braghe, insomma i calzoni. Invece, i Romani ancora portavano le modeste “subligatulae”, sorta di mutande pochissimo eleganti e oltretutto inefficaci per difendersi dal freddo.

Questo fatto la dice lunga sulle attitudini degli uomini della terra d’Albione quando si tratta di dettare legge in fatto di moda al  mondo. Forte di un tale retroterra, inglese e anglofila è stata la moda maschile più classica e sicura di sé.

In Inghilterra hanno avuto origine anche i principali movimenti e “anti mode” che periodicamente hanno sconvolto le leggi dell’eleganza. Un corto circuito che faceva scintille già ai tempi della Reggenza, quando la splendida high life della società londinese aveva generato un personaggio come George “Beau” Brummel. Balzac lo definiva “un uomo eccezionale, principe e patriarca della moda”.

Possedendo il carisma necessario per inventare le regole della moda, originalità, spirito d’indipendenza, misura, Brummel -pur non essendo aristocratico- riuscì a brillare in una società che attribuiva alla moda la pratica stessa dell’aristocrazia.

Le sue vicende, i suoi gesti, i suoi commenti hanno dato per sempre spessore e dignità alla ricerca della raffinatezza e dell’eleganza, Ciò giustificava frivolezza e vanità, innescando una relazione di affinità elettiva tra moda e cultura. Non a caso, Brummel e altri celeberrimi dandy furono grandi poeti e artisti come Byron, Wilde, Beardsley, Bearbohm.

Con questi precedenti (e nonostante le invenzioni di Gabriele D’Annunzio e di Giorgio Armani), era praticamente impossibile che l’uomo più elegante del secolo non fosse un inglese.

Il re dell’eleganza

Il duca di Windsor, dunque: ma in che consisteva la sua eleganza? Ebbene,  l’eleganza è un dono. Allo stesso modo che uno è bello, oppure intelligente, oppure affascinante. Quindi non ci sono ricette, l’eleganza è una sorta di grazia, di intima sicurezza che ti fa star bene con ciò che hai addosso. E il duca di Windsor, questa grazia, questa sicurezza, le aveva al massimo grado.

Le sue “invenzioni” più celebri? La dinner jacket (in Italia e in Francia chiamata smoking) in tessuto detto “midnight blue” dal tono blu scurissimo, che sotto la luce artificiale diventa più nero del nero, indossata per la prima volta nel 1920.

Il nodo della cravatta alla Windsor (in Italia più noto come “scappino”), perfettamente triangolare, grosso, che negli anni ’50 ebbe un tale successo e fu portato talmente male che il duca lo ripudiò.  Il collo della camicia alla Windsor, al quale il duca fu invece fedele per tutta la vita, con punte corte allargate, ancora oggi usatissimo in Italia e soprattutto a Milano.

Il duca di Windsor fu il primo a calzare abitualmente scarpe marroni e a lanciarle in differenti tonalità. Fino a quel momento (siamo intorno agli anni ’20) il gentiluomo non possedeva infatti che noiosissime scarpe nere. Sorprendente fu sempre l’uso spiazzante, inatteso e creativo dei colori. Fu il duca a lanciare, molto prima che li usassero i preppy americani, smaglianti pantaloni rosa e pastello. Quanto ai preppy, invece, è stato il classico bagno di sangue. Come dire che per l’eleganza di uno solo è necessario, spesso, il sacrificio di molti.

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Lady D

LE ALLEGRE COMARI DI WINDSOR

ARMANI, GIORGIO

Giorgio Armani. Stilista italiano. Nasce a Piacenza l’11 luglio 1934. Dopo aver interrotto gli studi in medicina, entra nel mondo della moda nel 1957 come vetrinista e in seguito come buyer nel reparto uomo per i grandi magazzini La Rinascente

Giorgio Armani inizia il suo cammino nel prêt-à-porter a quarant’anni ma il suo lungo apprendistato forgia un’interessante verve creativa, atemporale, femminile e preziosa. Gorgeous George – così fu definito da un cronista del The New York Times – è l’antesignano del casual look che vede sua massima espressione nella giacca. 

Giorgio Armani
Giorgio Armani all’Armani Silos, Milano.

Il debutto in Nino Cerruti

Nel 1966, Nino Cerruti nota le sue doti creative assumendolo come stilista per ridisegnare la collezione Hitman.

L’esperienza maturata accanto al grande stilista italiano permette a Giorgio di concentrarsi sui segreti della sartoria.

Il designer dimostra un’attitudine sopra ogni aspettativa per la confezione facendo emergere un lato del suo carattere puntiglioso e perfezionista.

Conoscendo il tessuto, dunque, carpisce la sua potenzialità creativa. In sette anni da Cerruti, impara ad abbinare i tessuti, seziona il capo liberandolo da inutile strutture e, soprattutto, comprende come realizzare capi da produrre su larga scala.

Nel 1973, con il socio Sergio Galeotti, apre un ufficio di consulenza in Corso Venezia a Milano. In quegli anni Armani si occupa di svariate consulenze per le griffe Gibò, HiltonBagutta, Sicons, Allegri e Montedoro.

Nel 1975 viene fondata la Giorgio Armani S.p.A che vede il suo esordio con il lancio dell’omonima collezione maschile seguita, dalla linea donna. L’astuto Armani instaura rapporti di collaborazione creativa con aziende che, fino a quel momento, si occupano di produzione in serie riuscendo a costruire una fitta rete di contatti che giovano sia alla sua immagine sia ai suoi partner. Di maggior rilievo è la collaborazione con il Gruppo Finanziario Tessile della Famiglia Rivetti che si rivela fruttuosa per entrambe le società e che promuove anche i giovani talenti.

L’astuto Armani instaura rapporti di collaborazione creativa con aziende che, fino a quel momento, si occupano di produzione in serie riuscendo a costruire una fitta rete di contatti che giovano sia alla sua immagine sia ai suoi partner. Di maggior rilievo è la collaborazione con il Gruppo Finanziario Tessile della Famiglia Rivetti che si rivela fruttuosa per entrambi le società e che promuove anche i giovani talenti.

Lo stile Giorgio Armani 

Lo stile Armani si basa, concettualmente, su di un unico capo: il classico completo uomo che segna sia il guardaroba maschile sia il look femminile.

Esso rappresenta un modo sobrio di vestire. E negli anni ottanta la business woman adotta questo capo come uniforme da lavoro.

Volevo fare ordine, abolire diverse cose, pensando alla donna intelligente e autonoma, vestita di abiti austeri. Amo la moda che non si vede“, commenta. 

Il tipo di uomo e di donna a cui Armani pensa di disegnare le proprie linee sono rappresentati sullo schermo da Richard Gere e Lauren Hutton nel film American Gigolò del 1980. Realizzerà costumi anche per il teatro, vestendo i protagonisti del melodramma Elettra di Strauss alla Scala di Milano con la regia di Luca Ronconi e la scenografia di Gae Aulenti.

 La giacca Armani

La giacca Armani arriva in un contesto storico ben definito. Nel secondo dopoguerra, infatti, le nuove generazioni entrano a piede teso nel mondo del lavoro chiedendo maggiore autorità.

Giorgio Armani risponde a tale richiesta proponendo in passerella un indumento formale, classico e totalmente rinnovato. Lo stilista pone attenzione all’aspetto estetico eliminando la struttura interna, ossia le fodere, le imbottiture e i rinforzi. Elimina persino la sagomatura. Questa evoluzione abolisce quasi totalmente la figura del sarto a favore della industria di confezione.

La sua è certamente una giacca del tutto nuova che annulla le differenze tra foggia maschile e linea femminile. 

Nel contempo, realizza la sua tonalità: il greige, una cromia composta dalla mescola dei colori grigio e sabbia.

Il lancio di Emporio Armani

Lo stilista piacentino guarda anche con lungimiranza alle nuove generazioni di consumatori. Studia il mercato e le tendenze. Scopre che gli Xennials chiedono, in modo pressante, che la moda si preoccupi delle loro esigenze in fatto di stile.

L’aquilotto, il logo disegnato appositamente per la linea giovane Emporio Armani fondata nel 1981, diventa emblema di una nuova società.

Ideologicamente, la collezione young si basa su due capi emblematici: il giubbotto in pelle dal taglio informale e i jeans.

Il marchio si estende successivamente con le linee Emporio Armani Underwear ed Emporio Armani accessori e un’intera linea di profumi nasce grazie alla partnership con L’Oréal.

Nello stesso anno, inoltre, in seguito alle polemiche sulla sua ultima collezione ispirata ai costumi giapponesi, deciderà di non sfilare per una stagione. Questa protesta gli varrà una copertina di Time nel 1982, con il conseguente ritorno di immagine e la moltiplicazione del fatturato.

La morte di Sergio Galeotti e il nuovo business 

Dopo la morte di Sergio Galeotti, Giorgio Armani assume il controllo dell’azienda anche nella sua parte finanziaria e continua l’espansione di tutti i mercati del mondo. Crea, per primo, un progetto di mass market solo per il mercato americano chiamato A/X Armani Exchange.

Negli anni Novanta nasce la collezione di cosmetici, il progetto di interior design Armani Casa e i conseguenti Armani Hotel. Nel 2005 lancia la prima collezione Haute Couture Armani Privé.

Il nuovo millennio si apre con l’acquisizione degli spazi della fabbrica della ex Nestlé in via Bergognone – nel cuore di zona Tortona, nuovo punto nevralgico del fashion design italiano – e il conseguente ampliamento della sede milanese del Gruppo Armani. Nel complesso è presente il nuovo teatro delle sfilate progettato dall’architetto di fama mondiale Tadao Ando. Realizzato in stile minimalista lo spazio accoglie anche presentazioni che ruotano tutte attorno al mondo della griffe.

Armani e nuove frontiere di business

Successivamente vengono aperti anche il celebre ristorante di cucina Giapponese Nobu, in collaborazione con lo chef stellato Noboyuki Matsuhisha, al pianoterra dell’edificio Armani di via Manzoni, divenuto punto di riferimento di una clientela internazionale in cerca di un elevato standard di experience; verrà inaugurato anche il club Armani Privé, protagonista della night life milanese.

Si svilupperanno anche forti business nel settore alberghiero con l’apertura, nel 2010, del grattacielo più alto del mondo, a Dubai. Con questa manovra Armani intende veicolare un concetto di lifestyle completo e vivibile all’interno di una struttura ricettiva in grado di offrire la visione e lo stile della Maison a trecentosessanta gradi.

Gli investimenti sul progetto del settore alberghiero continuano nel 2011 con l’apertura di una seconda struttura, questa volta a Milano. Un hotel elegante e sofisticato, completo di SPA, palestra e business center.

Giorgio Armani
Il Nobu, ristorante giapponese firmato Giorgio Armani.

Armani e la comunicazione

Nel corso degli anni Armani porrà particolare attenzione alla comunicazione pubblicitaria scegliendo come testimonial celebrità appartenenti al mondo del cinema e della musica. Tra le tante personalità chiamate a pubblicizzare i prodotti della sua casa ci sono molti sportivi tra cui il calciatore David Beckham, il tennista Rafael Nadal, i calcatori Cristiano Ronaldo e Ricardo Kakà, il nuotatore medaglia d’oro Filippo Magnini, il pilota di formula 1 Charles Leclerc.

I suoi abiti saranno tra i più scelti e fotografati sui tappeti rossi di tutte le più importanti cerimonie mediatiche; in occasione della cerimonia dei Golden Globe del 2011 la griffe risulterà quella che vestirà più invitati di chiunque altro a conferma del fatto che Giorgio Armani è oggi considerato padrone incontrastato dello stile e dell’eleganza.

Sempre dello stilista italiano anche gli abiti da sposa indossati da Katie Holmes (e del suo consorte Tom Cruise) e da Danielle Spencer, moglie del gladiatore Russel Crowe. Anche la bella Megan Fox sceglie un wedding dress firmato Armani. Anche Charlène di Monaco, sceglie un abito da sposa Giorgio Armani Privé, realizzato appositamente per lei dallo stilista.

Giorgio Armani e la beneficenza

Tramite la sua azienda, Re Giorgio sviluppa e promuove anche importanti iniziative benefiche. Nel 2006 lancia Emporio Armani RED, marchio nato in collaborazione con l’associazione Product Red, fondata da Bono Vox, che produce occhiali, orologi, t-shirt in cui parte dei ricavati è devoluta al Global Fund per sconfiggere l’AIDS in Africa.

Dal 2010, anno in cui le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto all’acqua e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti dell’umanità, viene avviato il progetto Acqua for Life, con lo scopo di installare punti di accesso all’acqua potabile in comunità che ne sono prive. Nei suoi primi dieci anni di attività e grazie alla collaborazione con diversi partner internazionali, Acqua for Life è riuscito a raggiungere più di 200.000 persone in tre continenti.

Giorgio Armani e i riconoscimenti

In oltre quarant’anni di attività riceve numerosi riconoscimenti. la Repubblica italiana lo ricopre di onorificenze nominandolo Commendatore nel 1985, Grand’Ufficiale nel 1986 e Gran Cavaliere nell’87.

Tra i molti premi spiccano per importanza il titolo di “Stilista internazionale dell’anno” conferitogli dal Council of Fashion Designer of America (CFDA) nel 1983.

E ancora, i tre “Occhio d’Oro” per la migliore collezione e il “Lifetime Achievement Award”, consegnatogli al National Italian American Foundation”.

Nel 2008 lo stilista riceve la Légion d’Honneur e nel 2014, presso gli spazi Ex Ansaldo di Milano, riceve il Compasso d’Oro alla Carriera “per aver rivoluzionato il mondo del prêt-à-porter con la creazione di prodotti di più diffuso consumo e semplice utilizzo che hanno influenzato il processo dell’intera filiera e contribuito alla diffusione dell’immagine del made in Italy, nel mondo”.

Situazione attuale 

Anche per Armani, il 2020 diventa una sfida a causa della pandemia da Covid-19. Lo stilista piacentino è in prima fila per combattere un sistema moda che obbliga il disuso della stagionalità, mettendo in crisi l’intera macchina organizzativa. Giorgio ritorna a ribadire l’importanza a perseguire la legge della qualità, sfavorita da una massiccia produzione; si scaglia, inoltre, contro i saldi, rei di svalutare il prodotto. 

Dopo diversi anni a Parigi, il designer porta la sua Haute Couture a Milano e decide di sfilare, nel settembre 2020, a porte chiuse ma con un evento nazionale, mandato in onda in TV. 

Il 1° luglio dello stesso anno, una nota fatta diramare dall’azienda informa la nomina di Federico Marchetti in qualità di consigliere indipendente non esecutivo. 

 

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Bandana

Bandana. Fazzoletto di cotone a fiori naif su fondo di colore forte rosso, giallo, blu, violetto, realizzato con un arcaico metodo di tintura hindy…

Bandana. Fazzoletto di cotone a fiori naif su fondo di colore forte rosso, giallo, blu, violetto, realizzato con un arcaico metodo di tintura hindy, “tie-dyeing”. Molto usato dai cowboy del West americano, portato ripiegato a triangolo per proteggere il naso dalla polvere o legato sul capo, annodato sulla nuca.

bandana
Bandana Cowboy

Negli anni ’60 i figli dei fiori ne fecero un tocco caratteristico del loro abbigliamento; La portano sempre e dovunque annodato sul capo il fotografo cult americano Bruce Weber, il mitico Kurt Cobain dei Nirvana e il vincitore del Giro d’Italia e del Tour 1998 Marco Pantani. La bandana si vede molto anche nelle isole mediterranee, e in particolare a Pantelleria, riportato in voga da Giorgio Armani e dai suoi ospiti.

Tortu

Tortu, Christian (1954). Scenografo, decoratore, designer. In origine e in primo luogo, un fiorista che ha rivoluzionato la professione, modellandola in base alla propria creatività. Nato negli anni ’50 in Francia, nel Maine-et-Loire, da una famiglia di fiorai da generazioni, all’età di 22 anni lascia Saumor per lavorare in varie province, prima di giungere nel 1977 a Parigi. Nella capitale, apre diversi negozi, ultimo dei quali al 6 di Carrefour de l’Odeon, che in breve diventa una specie di “islet of nature” nel cuore della città. Negli anni ’80, dà nome a un marchio che dalle composizioni floreali trae spunto per candele profumate in cera naturale, incensi, saponi, linee di piatti e tazze decorate rigorosamente con motivi naturali. Il motto, tutt’oggi valido, è “XXth century will be vegetal, or not be”. Dopo l’apertura newyorkese sulla Quinta Avenue, Tortu intraprende l’attività di scenografo per l’allestimento di mostre nei musei, per le sfilate dei maggiori stilisti (Valentino, Dior, Chanel), per il Festival di Cannes. Il suo staff è composto da 13 persone, ha aperto boutique a New York, Tokyo e nel Quartiere Latino di Parigi. Giorgio Armani si è rivolto a lui per creare il corner floreale del negozio milanese di via Manzoni. Nel 2002 ha aperto una boutique di fiori, fragranze e accessori a Giacarta.