AZZEDINE ALAïA – L’ULTIMO COUTURIER

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Le donne di Alaïa
  3. La cucina come ambiente creativo
  4. Il sarto delle donne
  5. Il primo atelier
  6. L’incontro con Carla Sozzani
  7. Le modelle del gigante della moda 
  8. Il rapporto con Naomi Campbell
  9. Lo scultore del corpo
  10. La libertà creativa
  11. Il grande ritorno in passerella
  12. Per sempre Azzedine Alaïa 
  13. Un’estetica d’avanguardia
  14. Le mostre
Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Il grande couturier Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi, da una famiglia di agricoltori. Parte per Parigi a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni e, per guadagnarsi da vivere, inizia a lavorare come baby sitter.

La sua infanzia a Tunisi scorre serena e lascia in lui un ricordo felice, nonostante la madre fosse sparita e il padre lavorasse molto nei campi. Erano i nonni a prendersi cura di lui: con il nonno andava spesso al cinema, con la nonna passava ore in cucina, a preparare banchetti per i numerosi ospiti. C’era poi la sorella gemella Hafida, una dolce ragazza che lavorava come sarta e che gli insegna a tenere in mano ago e filo. Anche la zia è stata una figura importante e di ispirazione per la creatività di Alaïa. Vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan.

LE DONNE DI Alaïa

Molteplici sono le figure femminili che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo pentolini d’acqua a bollire sul fuoco.

Dizionario della Moda - Carla Sozzani
Carla Sozzani a cena dal sarto

LA CUCINA COME AMBIENTE CREATIVO

La cucina, come già accennato, è un luogo importante per Alaïa. È qui che passa molto del suo tempo a cucinare con la nonna. Ed è proprio qui che comincia a comporre le sue prime creazioni, che prendono forme scultoree addosso alle clienti per cui cuce. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Un luogo aperto a tutti, pronto ad accogliere in qualsiasi momento, ospiti nuovi, come la nonna aveva insegnato ad Azzedine. Il suo segreto era amalgamare la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista: un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. 

Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Alaïa nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo e alle sue forme ed impara nozioni che si riveleranno preziose per il suo futuro. Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla, pieni di speranze, sogni e pochi soldi in tasca: qui affittano una chambre de donne, un piccolo monolocale a poco prezzo.  

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini e chi, come lui, viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa appena in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto con le sue gambe bellissime. Allora capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Dizionario della Moda - Atelier di Alaia
Atelier, 1983

IL PRIMO ATELIER

Nel 1965 apre il primo atelier, un ambiente di 140 metri quadri, in rue de Bellechasse, sulla Rive Gauche, dove posiziona macchine da cucire in ogni dove, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

L’atelier diventa meta di un pellegrinaggio cosmopolita sull’onda del passaparola più sofisticato: nel corso degli anni avvicina e conquista una clientela giovane e all’avanguardia con gli abiti fascianti di maglia nera, le giacche modellate dalle cerniere lampo, le cinture e i guanti in cuoio borchiato o traforato. Alaïa riceve su appuntamento decine e decine di donne sofisticate da tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascono osservando i corpi delle donne che si trova davanti.

Azzedine osserva, ama le donne, si interessa a loro fino a dimenticarsi di se stesso. Alla scelta dei suoi capi d’abbigliamento infatti, dedica apparentemente poco tempo: indossa quasi esclusivamente pantaloni e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana. Tutto rigorosamente nero. Non ama essere chiamato stilista, preferisce essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il designer tunisino procede per la sua strada con visite su appuntamento e capi fatti a mano su ordinazione.

Dizionario della Moda - Sozzani e Alaia
Azzedine Alaïa e Carla Sozzani

L’INCONTRO CON CARLA SOZZANI

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Per ringraziarla come merita, Azzedine Alaïa desidera confezionarle un abito. Da quell’incontro nascerà tra i due una intensa e devota amicizia, fatta di ammirazione e rispetto reciproci. Nel 1980, presenta la sua prima collezione. Nel 1982, una sfilata nel grande magazzino di lusso Bergdorf Goodman a New York gli apre le porte dell’America e del successo internazionale.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Dizionario della Moda - Alaia e Farida Khelfa
Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.
Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Da rue de Bellechasse, si trasferisce in rue du Parc Royal, dove conosce una serie di persone particolarmente interessanti, come Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaïa, 1977
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaïa

IL RAPPORTO CON NAOMI CAMPBELL

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito di aver scoperto il talento della Venere Nera. Lo stilista diventa il mentore e la guida della giovane modella, poco più che quindicenne. Si prende cura di lei, la porta a vivere con sé nel proprio appartamento, le insegna il mestiere, il portamento, l’eleganza attraverso film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Dizionario della Moda - Alaia e Linda Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista
Dizionario della Moda - Alaia e Beatrice Dalla
Béatrice Dalle e Azzedine Alaïa by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Dizionario della Moda - Alaia nel suo atelier
Il sarto nel suo atelier

Azzedine si conquista la nomina di “scultore del corpo” perché sceglie di completare i propri abiti addosso alle clienti affinché calzassero a puntino. Collabora inoltre con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Dizionario della Moda - Collezione FW 1991
Azzedine Alaïa, FW 1991
Azzedine Alaïa e i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort
Dizionario della moda - Alaia e la modella Evangelista
Linda Evangelista e Azzedine Alaïa, 1990

LA LIBERTÀ CREATIVA

Lungo tutta la sua carriera, Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda. Taglio, materia e fluidità. Queste sono le sue regole. L’amore per il suo lavoro lo teneva sveglio notti intere, in preda a momenti di forte creatività, in cui si faceva cullare da documentari su animali, che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi e delle collezioni cadenzate da appuntamenti precisi e ripetitivi nel tempo. Orgogliosamente fuori sistema, Azzedine dichiara: <<Sfilo quando sono pronto>>. E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Dizionario della Moda - Azzedine e Naomi
Azzedine e Naomi, 1996
Dizionario della Moda - Alaia e Naomi
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, ad Alaïa viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere il proprio atelier, che nel frattempo si è spostato nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy, in un antico ostello ristrutturato dall’amica architetto e designer Andrée Putman. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Dizionario della Moda - Modelle di Alaia
Le modelle di Azzedine Alaïa
Dizionario della Moda - Azzedine e Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili ma di grande rinascita. Se Alaïa inizialmente aveva rifiutato quel mondo e il suo jet set, rimanendo saldo nelle sue convinzioni; in seguito ne viene tagliato fuori, fino a sparire totalmente da giornali e tabloid. La sua depressione si aggrava con la morte dell’amata sorella Hafida. Siamo a metà degli anni ’90 e la maison, che ha rinunciato alle sfilate, ormai procede stancamente, senza grandi rivoluzioni, confezionando pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo una linea ready to wear. Provvidenziale l’intervento dell’amica Carla Sozzani che lo incoraggia finalmente a riprendere in mano la sua vita e la sua carriera.

Nel 2000 Azzedine Alaïa firma un contratto di partnership con il Gruppo Prada e nel 2002 ritorna sulle passerelle dell’Alta Moda francese. L’aver lavorato per Prada ha determinato un effetto rigenerativo per lo stilista che, nel luglio del 2007, riacquista la propria maison e il proprio marchio, nonostante la divisione calzature e accessori continuino ad essere di proprietà del gruppo italiano. 

Il grande sarto tunisino torna un’ultima volta nel luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza totale dalle passerelle. Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Dizionario della Moda - Naomi Campbell nell'ultima sfilata FW2017
Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaïa, FW 2017

Torna a sfilare con il suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé e dei loro corpi. Ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia trasformano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; leggings neri con miniabito in tinta diventano la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere. Sceglie tessuti che si adeguino alle forme, per sottolinearle e valorizzarle. Forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Dizionario della Moda - modelle di azzedine FW2017
Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAÏA

Dizionario della moda - Alaia e i suoi cani
Azzedine Alaïa e i suoi inseparabili amici a quattro zampe

Azzedine Alaïa, istintivo e fanatico della perfezione, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte.

UN’ESTETICA D’AVANGUARDIA

Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look riscuotono enorme successo su donne che apprezzano un’eleganza rigorosa e pungente: abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzano il corpo ma che non perdono mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale: Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti hanno dato spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Dizionario della moda - Patitz e Spierings FW 1988-89
Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

LE MOSTRE

Nel 1997, il museo olandese di Groningen, progettato da Alessandro Mendini, gli dedica una grande personale, con opere di Andy Warhol, Picasso, Schnabel, Basquiat, César accostate agli abiti. 

Nel 2000 il Guggenheim di New York gli dedica una mostra fotografica.

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo stesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Dizionario della Moda - Mostra Alaia The Couturier
Mostra “Azzedine Alaïa, The Couturier”

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo Naomi Campbell e Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati dall’opera di Azzedine Alaïa.

Dizionario della Moda - SS 1986
Azzedine Alaïa con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli.

Il ritorno a londra

Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Givenchy secondo mcqueen

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998

Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen

Alexander McQueen FW 1998-99

Elementi caratteristici

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997

Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999

Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001

Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

TeatralitÀ ed eccentricitÀ

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

Plato’s Atlantis collection, SS 2010

Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen

Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

mcqueen oggi

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

GILES DEACON

Indice

  1. Le origini e gli inizi nella moda 
  2. Giles
  3. Le collaborazioni

LE ORIGINI E GLI INIZI NELLA MODA

Giles Deacon nasce a Darlington, nella contea di Durham, è figlio di un venditore agricolo e di una casalinga, ma ha da sempre la passione per la moda e per l’estetica.

Frequenta la Scuola di Brnard Castle, da ragazzino il sogno è quello di diventare un biologo marino ma, dopo non aver superato un esame di chimica, si iscrive all’Harrogate College of Arts, dove completa un corso base d’arte. Continua gli studi alla Central St Martins di Londra, dove era nella stessa classe di Alexander McQueen e Luella Bartley. Si laurea nel 1992 e subito dopo inizia una collaborazione con il brand Doran Deacon, con l’amico Fi Doran. Contribuisce alle pagine illustrare di Dazed & Confused.

Si trasferisce a Parigi e viene assunto dallo stilista Jean-Charles de Castelbajac, due anni dopo torna a Londra per lavorare con High Streer. Incontra e conosce per caso il proprietario della Maison italiana Bottega Veneta, che resta colpito dalla cura artigianale dello stilista e lo assume come Capo Designer. Giles lancia la sua prima collezione per l’azienda veneta nel 2000.

Nel 2001 viene licenziato, quando il gruppo Gucci compra la società, e al suo posto subentra il designer tedesco Tomas Maier. Ma Tom Ford, direttore creativo del marchio fiorentino Gucci, lo assume come suo assistente per la linea donna. Lo stilista inglese lascia il fianco di Tom Ford dopo essersi ammalato.

GILES

Giles Deacon FW 2004

Nel 2003, dopo essersi rimesso in forze, crea la sua prima etichetta “Giles“. Nel 2004 partecipa alla London Fashion Week e la collezione riceve riconoscimenti internazionali fin da subito, tra cui la nomina “Best New Designer” ai British Fashion Awards. Nella sua passerella erano presenti tra le modelle Karen Elson, Lily Cole, Eva Herzigova e Linda Evangelista. La collezione Giles viene acquistata da oltre trenta negozi al dettaglio tra cui Barneys, Harvey Nichols e Selfridges.

Linda Evangelista per Giles Deacon, FW 2004

Lily Cole per Giles Deacon, FW 2004

Eva Herzigova per Giles Deacon, FW 2004

Oggi il giovane ragazzo di Darlington è il fondatore e il direttore creativo di Giles Deacon Group e della Couture Fashion House. Nel 2016 esce la prima collezione di Haute Couture della sua etichetta.

FW 2012

Il designer è noto per sfidare le idee tradizionali dell’abbigliamento femminile e spesso utilizza stampe selvagge e riferimenti alla cultura pop. Il suo stile è umoristico, oscuro e sexy, per donne che vogliono essere notate. Irresistibilmente glamour con qualche nota bizzarra, un perfetto mix che può essere indossato da qualsiasi donna, di qualsiasi età.

FW 2012 Giles Deacon

Karen Elson e ’The Giant Crocodile’, Giles Deacon

Irina Shayk per Giles Deacon, 2016

LE COLLABORAZIONI

Nel 2006 vince il premo Fashion Designer dell’anno e nel 2009 riceve il Gran Premio francese ANDAM Fashion Award. Vanta tra la sua clientela le affezionate Thandie Newton, la principessa Beatrice e Scarlett Johansson. Diverse attrici come Cate Blanchett, Gwendoline Christie, Sarah Jessica Parker e Kerry Whashington hanno indossato i suoi abiti in occasioni di eventi sul red carpet.

Cate Blanchett sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Gwendoline Christie per Giles Deacon

Sarah Jessica Parker sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Nel 2010 diventa direttore creativo della casa di moda francese Ungaro, al posto di Estrella Archs. Da giugno 2011 Deacon prende parte al programma di Channel 4 “New Look Style the Nation”, dopo aver partecipato come giudice a Britain’s Next Top Mondel . Dal 2012 collabora con il designer, la stylist e gli editor di Birmingham Katie Grand. Nel 2013 presenta la prima mostra di moda alla William Morris Gallery di Londra.

Pippa Middleton nel suo abito da sposa firmato Giles Deacon

Nel 2017 realizza l’abito da sposa di Pippa Middleton, sorella di Catherine, Duchessa di Cambridge. Ha collaborato con aziende come Converse e Evoke, con la quale ha creato la sua prima collezione di gioielli.  Per due stagioni lavora con Mulberry, introducendo una capsule di accessori Mulberry for Giles.

Viene nominato per la progettazione della classica etichetta sartoriale britannica Daks. L’attrice Drew Barrymore interpreta le sue campagne pubblicitarie. Collabora per la sua quarta collezione con la modella inglese Agyness Deyn.  Nel 2015 disegna la collezione donna per Debenhams. Mentre la sua collezione intitolata Giles Deacon for Edition viene disegnata da Daisy Lowe.

Daisy Lowe per Giles Edition

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale. Qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case.

Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni. Libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui. Qui trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settore degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata. Nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato dall’amministratore delegato Marco Bizzarri e viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio si dimostra proprio in questa occasione. Il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele

FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

IL MONDO DI GUCCI SECONDO MICHELE

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

S-S 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand.

Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

F-W 2018 Gucci by Alessandro Michele

JEAN PAUL GAULTIER

LE ORIGINI E LA PASSIONE PER LA MODA

Jean Paul Gaultier by Pierre et Gilles, 1990

Jean Paul Gualtier nasce il 24 aprile 1952 a Arcueil, Val-de-Marne, in Francia. È figlio unico, timido e piuttosto solitario, abituato a stare con gli adulti, con poca popolarità a scuola e poco studioso. Si perde nelle lezioni a disegnare, un episodio segna la crescita personale e nel mondo della moda. Mentre disegnava delle ballerine tutte piume e paillette delle Folies Bergère, viene sorpreso dall’insegnante che lo punisce attaccandogli il disegno sulla schiena e l’obbliga a fare il giro della classe in segno di derisione, ma il castigo ha un risvolto inaspettato, i compagni rimangono colpiti dalla sua bravura e cominciano a chiedergli dei bozzetti per loro. L’esperienza diventa il passaporto che gli apre le frontiere della comunicazione, riusciva a trasmettere alla gente le sue idee.

IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA

Il giovane enfant terrible e la nonna materna, sua fonte di ispirazione e prima sostenitrice

La nonna materna è una figura fondamentale per il designer, proprietaria di un salone di bellezza, dove Jean Paul passa le sue giornate. Ogni sua iniziativa creativa è sostenuta dall’ultima, che gli lascia piena libertà di espressione, anche quando smonta le tende per confezionare un velo da sposa dopo le nozze di Fabiola del Belgio, o quando buca le tovaglie per ricavarne delle gonne. Ma egli riceve anche l’appoggio dei genitori che comprendono ed accettano la sua diversità e sensibilità. Sono proprio la nonna e la mamma ad essere le prime indossatrici del talentoso giovane, che a soli 13 anni comincia a creare vestiti per loro traendo ispirazione dagli armadi femminili di casa. I corsetti diventano da subito la sua ossessione.

GLI INIZI

I corsetti di Gaultier esposti al Gran Palais di Parigi

Non frequenta nessuna scuola di moda, un autodidatta appassionato che disegna bozzetti e riutilizza tessuti casalinghi. Ma Gualtier ha un sogno: diventare un grande stilista. Così invia i suoi saboti ai principali atelier parigini. Il giorno del suo diciottesimo compleanno arriva la proposta lavorativa come assistente da Pierre Cardin, è il 1970. Viene chiamato anche a collaborare con Jean Patou e Jaques Esterel, fin quando non lancia la sua prima collezione nel 1974.

Jeal Paul Gaultier e Pierre Cardin alla sfilata SS 2018 in onore del suo mentore storico

L’ETICHETTA JEAN PAUL GAULTIER

Nel 1976 fonda la sua etichetta, presenta a Parigi una sfilata originale e coraggiosa, molto più vicina ad una rappresentazione artistica che ad una semplice sfilata. Riceve sostegno e appoggio dal suo compagno di vita e d’affari Francis Menuge, che muore di Aids nel 1990.

LO STILE

Gualtier diventa un vero e proprio rivoluzionario di stile. Introduce le gonne, specialmente i kilt, nel guardaroba maschile, ma non solo, il make up diventa un accessorio anche per l’uomo. Ispiratosi alla grande Vivienne Westwood egli è ritenuto il suo più diretto seguace. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

I CAPI ICONICI

RTW SS 1994 Kate Moss per Jean Paul Gaultier

RTW SS 1994 Jean Paul Gaultier

Ricordiamo l’iconica T-shirt da marinaio Breton stripe, alla reinterpretazione provocatoria del corsetto, come quello con i seni conici disegnato per Madonna durante il suo Blond Ambition Tour (ma il primo a indossarlo fu il suo orsetto d’infanzia Nanà), entrato letteralmente nella storia del costume e oggetto di svariate mostre in giro per il mondo.

Cover book Jean Paul Gaultier, Breton Stripes

L’ENFANT TERRIBLE

Party al club Copacabana a New York nei primi anni 90.

Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Jean-Paul Gaultier è riuscito a sconvolgere le regole scegliendo per le proprie passerelle modelli non convenzionali come anziani, donne oversize, persone ricoperte di piercing e tatuaggi, nani o transgender.

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 dal titolo emblematico L’uomo-oggetto, gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo, come la scollatura profonda sulla schiena, trasposti dal vestiario di una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”. Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85, dove dimostra il suo impegno nell’abbattimento delle barriere di genere, presentando la collezione unisex Un guardaroba per due. La collezione esplora l’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

LE MUSE

Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

Non è un caso se tra le muse dello stilista si contano Teri Toye, il primo modello transessuale degli anni 80, la cantante lesbica Beth Ditto, di cui ha disegnato anche l’abito da sposa, e la drag queen Conchita Wurst.

LA RIVOLUZIONE GAULTIER

Jean Paul Gaultier e Madonna, 1990, Parigi

Negli anni 90 Jean-Paul Gaultier produce molti costumi per i tour di Madonna, tra cui il Blond Ambition Tour e il Confessions Tour, come anche il body nero indossato nel video di Vogue. Altre cantanti che hanno voluto il suo estro all’opera durante i tour sono Kylie Minogue, Lady Gaga e la francese Mylène Farmer. Ha inoltre disegnato molti capi indossati da Marilyn Manson, inclusi quelli del periodo di promozione dell’album The Golden Age of Grotesque. Nel 2013 lo stilista ha dedicato la sfilata primavera estate a David Bowie, riproducendo in passerella pettinature e tutine ipercolorate alla Ziggy Stardust. Gaultier ha poi collaborato in svariate occasioni con il mondo del cinema disegnando capi per diversi film, inclusi Il quinto elemento di Luc Besson, Kika-Un corpo in prestito di Pedro Almodóvar e La città perduta di Jean-Pierre Jeunet. Realizza un suo programma televisivo Eurntrash per la TV Britannica.

TRA PASSATO E PRESENTE

Gaultier e Madonna by Herb Ritts

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, ancora una volta, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco.

LE FRAGRANZE

Jean Paul Gaultier, Paris, 1994 by Jean-Marie Périer

Dal 1993 la maison francese Gaultier lancia una linea di fragranze, primi in testa i leggendari profumi-busto Classique e Le mâle, quest’ultimo il più venduto in Europa. A seguire l’essenza femminile Fragile e quella unisex Gaultier², ma portano la firma dello stilista anche Fleur du Male e Ma Dame. La schiera olfattiva è prodotta dal colosso spagnolo Puig, oggi possessore della maggioranza delle azioni dell’azienda di moda. Si può dire che i profumi di Gaultier, oltre che essere molto venduti, si sono impressi nell’immaginario grazie a quelle bottiglie scultura che ritraggono il busto maschile e femminile, racchiusi in lattine da conserva.

IL NAMING

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années ‘40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35% della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire. Disegna per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.

RTW SS 1995

L’ESTRO DI JEAN PAUL GAULTIER

Les Hussardes collection FW 2002

Nel 2002 Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

L’IMPERO AUSTRO-UNGARICO COME ISPIRAZIONE

abito da sposta Gultier dlla sfilata FW 2002

Nello stesso anno chiude le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité, al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

IL RICHIAMO ALLA SCULTURA

Jessica Stam per Jean Paul Gautier SS 2007

Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. Collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente.

UN NUOVO PERCORSO

Nel 2003 diviene il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno/inverno 2004-2005, subentrando a Martin Margiela. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe.

L’ENFANT ÈTERNEL

SS 2012

Nel 2014 Jean-Paul Gualtier dice stop al prêt-à-porter dopo quasi 40 anni di carriera.

Organizza una festa colorata al Gran Rex parigino, il cinema dove Jean-Paul andava da bambino, durante la quale le protagoniste sono state le Miss più strampalate, da Miss Lucha Libre per gli appassionati di wrestling a Miss Senior fino a Miss Marinière, la marinaretta che è stata per tutta la carriera un suo portafortuna e feticcio.

E arrivano i progetti speciali, come il one man show che si tiene a ottobre durante la Fashion Freak Show di Parigi e, naturalmente, l’appuntamento con la haute couture dove lo stilista di sente libero di reinventare le noiose leggi di marketing. Altre grandi star come Nicole Kidman, Cate Blanchett, Fergie, Sonam Kapoor, Coco Rocha, Dita von Teese e Camila Belle richiedono negli anni creazioni del grande designer.

Nel 2013 Rihanna partecipa agli American Music Awards con un capo esclusivo firmato Gaultier. Kim Kardashian ne vuole subito uno per lei per la passerella dei Grammys nel 2015. Nel 2016 ha realizzato oltre 500 costumi per lo spettacolo di rivista THE ONE Grand Show al Friedrichstadt-Palast di Berlino.

Ha vestito Katy Perry all’after party di Vanity Fair nel 2017. Nello stesso anno Solamge Knowles indossa al Glamour Women of the Year Awards a New York un abito della collezione A/I 2017 dell’haute couture. La collezione P/E 2018 è un tributo proprio al suo iniziatore Pierre Cardin.

SS 2018

Tra poco lo stilista spegnerà 66 candeline: forse non potrà più essere considerato l’enfant terrible della moda, ma sicuramente ne rimarrà l’enfant éternel.

la svolta eco-friendly

Nonostante non ci sia un comunicato stampa che lo attesti, alcune dichiarazioni dello stilista fanno pensare che nei prossimi progetti ci sarà una maggiore attenzione all sostenibilità. In particolare sembra che Gaultier abbia espresso la necessità di allontanarsi dall’utlizzo delle pelliccie animali, notizia ovviamente fortemente apprezzata da animalisti e sostenitori della moda eco-friendly.

DELPOZO

Delpozo nasce a Madrid nel ’74 dalla mente creativa di Jesús del Pozo. Il brand, ora parte del Grupo Perfumes y Diseño, è portavoce dell’artigianalità e della tradizione artistica nel mondo della moda. 

Indice

  1. Le origini
  2. Lo stile Delpozo
  3. La produzione
  4. Direttore creativo: Josep Font
  5. London fashion week 2018

Le origini

 Delpozo Le origini spagnole
Le origini spagnole

Delpozo nasce nel 1974 a Madrid, dalle sapienti mani dello stilista spagnolo Jesús del Pozo. Dopo quaranta anni di successi, di seguito alla morte del fondatore avvenuta nel 2011, il brand è stato acquisito dal Grupo Perfumes y Diseño. Il brand si fa portavoce dell’artigianalità e della tradizione artistica nel mondo della moda.

Lo stile Delpozo

Essere una voce fuori dal coro ha reso Delpozo un marchio dall’immagine immediatamente riconoscibile. La delicatezza e lo charme della famosa casa di moda spagnola fa fatto innamorare la first lady americana Melania Trump che, in diverse occasioni (come la visita ufficiale a Seul), ha indossato capi Delpozo.

Le tecniche di couture dell’azienda, consolidate nel tempo, hanno un’incredibile sensibilità moderna. La casa del prêt-à-couture si veste di elementi contrastanti: tradizionalità e modernità, elementi architettonici, ma anche organici. Delpozo ha sempre un approccio creativo al volume, al colore e alla silhouette; tecniche artigianali e ricami complessi sono presenti in tutte le collezioni.

Delpozo Le silhouette architettoniche
Le silhouette architettoniche

Nel 2018 la filosofia della Maison è “less is more“, a riecheggiare l’architettonicità del suo stile. Delpozo si destreggia tra equilibrio nelle proporzioni ed eleganza mai sfacciata, creando pezzi senza tempo.

La produzione

Le collezioni Delpozo sono realizzate in Spagna, in piccoli atelier. I pezzi sono così intricati e dettagliati che hanno bisogno di essere fatti da atelier che conoscono l’arte della lavorazione artigianale. Tuttavia, le scarpe sono prodotte in Italia.

Delpozo Materiali e colori
Materiali e colori

I tessuti di Delpozo sono sempre naturali: organza, popeline, tulle di seta, doppio crepe di lana, con qualche abbinamento con tessuti più moderni come PVC e crinoline. Le collezioni, tutte molto colorate, si riempiono di sfumature.

Il ricamo fatto a mano è magistralmente creato con i materiali più raffinati e d’avanguardia, utilizzando tecniche sia della Haute Couture che dell’Ecole Lesage di Parigi. La sapiente lavorazione artigianale e gli intricati dettagli applicati sono coerenti con la filosofia prêt-à-couture di Delpozo.

Direttore creativo: Josep Font

Josep Font è stato nominato Direttore Creativo di Delpozo nel 2012. Formatosi come architetto, ha iniziato la sua carriera presentando collezioni a Barcellona, Madrid, Tokyo e Parigi. Ha mostrato le sue collezioni couture a Parigi come membro ospite della Chambre Syndicale de la Haute Couture.

Delpozo Josep Font, direttore creativo
Josep Font, direttore creativo

A poco più di cinque anni dalla sua nomina, Josep ha ottenuto un forte successo: è riuscito a rilanciare il marchio con focus internazionale. Ispirato dal couturier Pedro Rodriguez,lo stilista originario di Santa Perpetua de Mogoda, pone l’attenzione nel craftsmanship, pur mantenendo un twist moderno. Vista la sua formazione, le creazioni dello stilista si ispirano ad architettura organica (nelle sagome o nei dettagli floreali ), arte e natura. Questi tre elementi ritornano sempre nelle collezioni, stagione dopo stagione. L’arte in forma di danza come il balletto, pure.

London fashion week 2018

Dopo cinque anni di successi durante la settimana della moda di New York, Delpozo debutta a Londra con una sfilata che descrive l’autenticità del marchio.

Delpozo Debutto londinese
Debutto londinese

Lo stilista Josep Font focalizza l’attenzione sulla delicatezza dei colori pastello che addolciscono una silhouette minimalista. Il rosa celebra top over con maxi fiocco o, più semplicemente, long dress da sera con dettagli luminescenti sulle spalle.

La collezione autunno/inverno 2018-19 gioca sulle stampe come la mantella in pied-de-poule, i pullover a pois o le stampe floreali. I look, inoltre, sono accomunati da una corolla stilizzata in vita che enfatizza le volumetrie contenute degli abiti in seta e tulle e dei completi sartoriali dal taglio asimmetrico. La collezione esprime il glamour di una maison che punta sul luxury ma con discrezione, elogiando il purismo delle linee e la qualità dei capi.

GAETANO POLLICE

Gaetano Pollice,cresciuto a Guglionesi, è un giovane stilista che, con le sue borse,si fa portavoce della tradizione molisana e dell’artigianato made in Italy.

Indice

  1. Le origini
  2. Lo stile di Gaetano Pollice
  3. Showcase 2018

Le origini

Lo stilista Gaetano Pollice è cresciuto a Guglionesi, paese dell’entroterra molisano. Ha vissuto e studiato a Milano e a Bologna, arrivando (anche per motivi lavorativi) sino in Cina, Giappone, Russia, Corea, India e Stati Uniti.

Gaetano Pollice Pollice Big Stars Burgundy
Pollice Big Stars Burgundy

Nonostante i numerosi viaggi, Gaetano, molto legato alle tradizioni nostrane, è sempre tornato in Italia. E proprio l’Italia, o per meglio dire il Molise, con la sua cultura e i suoi sapori, è protagonista delle borse dello stilista. Pollice, dunque, si fa portavoce della tradizione molisana attraverso borse che marcano il savoir-faire degli artigiani che hanno accompagnato, attivamente, al successo il marchio nato nel 2015. Su questo team pieno di risorse lo stilista dice:

“Io mi sento il capitano di una barca che va a largo e chi la porta avanti è folle come me. Quella follia necessaria per rischiare e per gioire quando finalmente si avvista la terraferma. Questa barca è chiamata Made in Molise e gli artigiani molisani e la mia famiglia tutta sono saliti a bordo consci di iniziare un viaggio infinito. Un’avventura che ogni giorno mi riconoscono come una salvezza, perché un artigiano oggi se non può sperimentare si annoia. Ma da noi non c’è nemmeno un attimo di tempo per annoiarsi; ci sporchiamo le mani quotidianamente e con le mani realizziamo questi gioielli che dal 2015 ormai fanno sognare.

Lo stile di Gaetano Pollice

Dell’attaccamento di Gaetano alla sua terra ne è prova La Tombolo bag, una pregiata borsa da donna il cui decoro, appunto, è ottenuto con l’antica tecnica di ricamo che risale al ‘500. In Molise, infatti, ci sono ancora donne che realizzano questi preziosi ricami, che intrecciano fili color avorio con l’aiuto dei fuselli. Ad Isernia è stato fondato un piccolo museo che conserva tutte le vecchie tele ricamate a Tombolo.

Gaetano Pollice Tombolo bag clutch
Tombolo bag clutch

Tutti i pezzi delle collezioni sono creati e realizzati in Italia, precisamente a Campobasso, nel laboratorio Made in Molise. E non solo per quanto riguarda la produzione pellettiera: tutti i professionisti (grafici, fotografi, illustratori) sono nati e vivono in Molise, il che rafforza incredibilmente l’immagine del brand. Gaetano afferma convinto:

“Il profumo del Molise deve venir fuori tutto quando apri una mia borsa […] Artigianalità. Creatività. Manualità. Tradizione. Passione. Gioia. Con queste parole voglio sintetizzare il mio brand.”

Showcase 2018

Gaetano Pollice è tra i talenti selezionati da Showcase, nuovo progetto di AltaRoma e Agenzia Ice a favore degli emergenti della moda e del design Made In Italy. Per l’occasione lo stilista presenta “What it is, is Beautiful“, nuovissima collezione di borse Made in Molise.

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“La nuova collezione questa volta parla di mare, di salsedine, del mare molisano che tanto amo e con il quale sono cresciuto. L’acqua è vita e l’acqua dà vita. In questi anni ho fatto mia una citazione, “what it is, is beautiful “,appunto. Qualunque cosa noi facciamo, chiunque noi siamo e qualsiasi cosa desideriamo realizzare, tutto sarà comunque bellissimo.” Gaetano Pollice

Meduse e stelle marine sono le protagoniste della collezione. La palette colori ruota tutt’intorno al burgundy, il colore principe: viola inchiostro, nude, light blu, gold e silver, rosso.

SIMONE ROCHA

Simone Rocha, astro nascente della moda internazionale, figlia del più noto designer cino-portoghese John Rocha. Nata a Dublino nel 1986, il suo estro creativo è un mix di innumerevoli ispirazioni.

Indice

  1. Le origini
  2. I primi passi nel mondo della moda
  3. Premi e riconoscimenti
  4. Lo stile di Simone

Le origini di Simone Rocha

Simone Rocha nata a Dublino nel 1986, è figlia di John Rocha, stilista irlandese di origine cino-portoghese, eletto Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico per il suo contributo nell’industria della moda del suo Paese.

Simone muove i primi passi nel mondo della moda proprio nell’atelier del padre, contrario, inizialmente, alla scelta della figlia di seguire le sue orme. All’età di undici anni Simone inizia a prendere confidenza con i segreti della sartoria; a quattordici diventa assistente e a soli diciassette anni lavora già a stretto contatto con i genitori.

Simone Rocha Simone e John Rocha
Simone e John Rocha

È lo stesso John, dopo le insistenze della figlia, a invitarla a studiare nel prestigioso Central Saint Martin College of Art and Design di Londra, dove insegnava Louise Wilson.

I primi passi nel mondo della moda

Nel 2012, a soli due anni dal conseguimento della laurea, Simone Rocha debutta con la sua prima collezione durante la London Fashion Week.

Simone Rocha Look della prima collezione Simone Rocha Fall 2012
Look della prima collezione Simone Rocha Fall 2012

Nel 2014 firma un accordo con l’etichetta statunitense J Brand, per la quale disegna quattordici capi in jeans dall’allure romantica, accomunati da dettagli in ruches.

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Premi e riconoscimenti

Nel 2013 è stata premiata ai British Fashion Awards come Talento Emergente nel ready-to-wear e nel 2014 riceve il “The New Establishment Award”, premio indetto dal British Fashion Council.

Simone Rocha Collezione primavera/estate 2018
Collezione primavera/estate 2018

Più recentemente, durante i Fashion Awards del 2016, riceve il British Womenswear Designer Award e l’Harper Bazaar Designer of Year Award 2016.

Lo stile di Simone Rocha

Il suo marchio di moda entra nelle boutique più influenti del mondo: 10 Corso Como a Milano, Dower Street Market, Colette a Parigi, Ikram a Chicago, Browns, Seoul e Shangai. Nel febbraio del 2017 inaugura il suo primo store a New York, nel popolare quartiere di Soho. È stata la stessa stilista ad arredare gli interni del negozio introducendo, nei suoi spazi, opere di Robert Rauschenberg, Louise Bourgeoise e Ren Ri.

Simone Rocha Collezione SS18
Collezione SS18

Le basi del suo stile accarezzano il romanticismo femminile di epoca vittoriana forgiato da pizzi e perle. La sua creatività è stimolata dai couturier del passato come Christian Dior o più attuali come Rei Kawakubo – fondatrice di Comme des Garçons – e lo stesso John Rocha, da lei definito “la sua eredità”.

Nelle sue visioni creative aleggiano anche i paesaggi irlandesi tradotti, in seguito, in trame ricamate su tessuti che rievocano racconti di un’epoca passata. Proprio come la collezione autunno/inverno 2016-17 presentata alla Lancaster House di Londra che ha visto il trionfo di ricami su capi destrutturati.

Simone Rocha Benedetta Barzini sfila con un capo della collezione fall 2017
Benedetta Barzini sfila con un capo della collezione fall 2017

Simone adora giocare con il classicismo riadattandolo in chiave moderna; i volumi adottati riverberano negli anni a cavallo della fine dell’800 e gli inizi del ‘900, esasperandoli con goffrature e ruches strategiche. L’estetismo della designer irlandese esplora anche il mondo della sartoria con capi doppiati, con cuciture interne ed esterne, per esagerare i volumi over dei suoi abiti.

Simone Rocha Collezione spring/summer 2017
Collezione spring/summer 2017

La collezione primavera/estate 2018, strutturata con una generosa silhouette impalpabile, racconta una femminilità multiforme, sensuale, garbata ma verosimilmente sensuale. La collezione, nel settembre del 2017, è stata esposta al Middle Temple di Londra.

LACOSTE

Azienda francese di abbigliamento fondata nel ’33 dalla tennista Rene Lacoste e da André Gillier. Famosa per il logo a coccodrillo, sempre presente sulla polo.

Indice

  1. Le origini: Rene Lacoste
  2. Nasce la Polo
  3. La moda sportiva
    1. Il guardaroba preppy
  4. Direttore creativo: Christophe Lemaire
  5. 75° anniversario
  6. Direttore creativo: Felip Oliveria Baptista
  7. Lacoste è rilevata da Maus Freres
  8. Il logo all’80° anniversario
  9. Situazione attuale

Le origini: Rene Lacoste

Lacoste Il fondatore Rene Lacoste
Il fondatore Rene Lacoste

L’azienda nacque con René Lacoste (1904-1996), tennista che, durante le partite, indossava un piccolo coccodrillo ricamato sulla tasca della giacca e per questo vinse il soprannome de “il coccodrillo”. Non si seppe mai il perché del coccodrillo, forse per il suo essere agguerrito o forse per una scommessa con il capitano il cui premio era una valigia in pelle di alligatore. In ogni caso, Lacoste ha fatto del suo soprannome una vera e propria leggenda.

Nasce la Polo

Nel ’26 Lacoste, votato alla comodità e praticità, adottò la maglietta a maniche corte per giocare. Da allora, il suo stile divenne quella che conosciamo come eleganza funzionale. Nel ’33 René Lacoste si ritirò dal tennis, fondò La Société Chemise Lacoste con André Gillier. Da questo momento disegnò e decise di produrre un maglione a maniche corte con bottoni in cotone piqué bianco, con un piccolo coccodrillo verde ricamato sul lato sinistro del petto. Il capo ebbe subito grande successo nell’ambito dell’abbigliamento sportivo, soprattutto per tennis e golf, grazie al disegno asimmetrico con schiena più lunga rispetto al fronte, che permetteva all’indumento di rimanere ben rimboccato all’interno dei pantaloni anche durante movimenti ampi.

Lacoste Polo bianca con logo a coccodrillo
Polo bianca con logo a coccodrillo

Nel ’41 Lacoste fu nominato presidente della Fédération Française de Tennis; nello stesso periodo la linea d’abbigliamento si vestiva di colori vivaci, si espandeva verso la creazione di scarpe da ginnastica e abbigliamento bambino.

Nel ’63, Bernard Lacoste rilevò la gestione dell’azienda dal padre René: sotto la sua direzione l’azienda crebbe incredibilmente. Basti pensare che se nel ’63 le maglie Lacoste erano prodotte in soli 4 colori, nel ’67 erano diventati 21, per uomo, donna e bambino. Nel ’63 si stimò la vendita di circa 300.000 capi.

La moda sportiva

Il successo e la fama arrivarono negli anni ’60, quando la moda sportiva divenne molto popolare. Il marchio raggiunse l’apice della popolarità negli Stati Uniti durante la fine degli anni ’70 e divenne elemento distintivo del guardaroba preppy negli anni ’80 (già menzionato nel Manuale preppy di Lisa Birnbach del 1980).

Lacoste Campagna pubblicitaria 1976
Campagna pubblicitaria 1976

Creatività e innovazione sono sempre state parole chiave per Lacoste. Nel ’70 Ruben Torres divenne fashion designer dell’azienda: raggiunse molti obiettivi in questo periodo, tra cui la creazione della memorabile campagna pubblicitaria “Crocodiles”, l’inaugurazione della prima boutique di Avenue Victor Hugo a Parigi e il lancio della collezione di profumi tanto leggeri e gioiosi quanto lo era l’immagine del brand.

Nell’86 Guy Paulin divenne il nuovo fashion designer. Il mondo stava cambiando rapidamente: nel ’96 venne inaugurato il sito web Lacoste sotto la direzione di Gilles Rosies come fashion designer (in carica dal ’94). L’azienda aveva iniziato a introdurre altri prodotti: shorts, profumi, occhiali da sole e non, scarpe da tennis, scarpe da passeggio, scarpe da camminata, orologi e articoli in pelle.

Il guardaroba preppy

Lacoste Campagna pubblicitaria Crocodiles
Campagna pubblicitaria Crocodiles

Lacoste, nota per il logo-coccodrillo, ha molti altri elementi chiave nel suo dizionario: strisce, blocchi di colore, piping, maglioni a costine, punch (il materiale per manico per racchetta da tennis), il monocromatico e il pattern a rete (della racchetta). Lo stile è adatto alle persone con un guardaroba preppy, amanti del tennis o del golf.

Direttore creativo: Christophe Lemaire

Nel 2000 Christophe Lemaire, “studente” di Christian Lacroix, divenne direttore creativo di Lacoste: ebbe l’arduo compito di portare il brand verso la modernità, senza dimenticarsi delle fondanti radici sportive. Prese il posto di Gilles Rosier, che aveva allargato le linee produttive. Ma fu con l’arrivo di Christophe Lemaire che Lacoste approdò a New York City (2003).

Lacoste Christophe Lemaire
Christophe Lemaire

Venne firmato un accordo con Samsonite per la produzione e la distribuzione di articoli in pelle. La diversificazione era trasversale rispetto alle altre tre aree di business: activewear, che rappresenta il 20%, abbigliamento sportivo al 60% e abbigliamento Club. Nel 2001 il fatturato consolidato è stato di € 850 milioni, + 8% rispetto al 2000: il 75% era rappresentato dall’abbigliamento.

Nel maggio del 2002 gli occhiali Lacoste puntarono al mercato brasiliano. Il gruppo L’Amy, che produce e distribuisce gli occhiali da coccodrillo, firmò un accordo di licenza di distribuzione e produzione con Technol Group, produttore di occhiali sudamericano. Quell’anno furono venduti 600.000 articoli in pelle, per il valore di 10 milioni di euro.

l’arrivo sulla fifth avenue e i continui successi

Nel gennaio 2003 la società aprì un negozio sulla Fifth Avenue, a New York. A fine 2003 il marchio era distribuito in 120 paesi, contava 718 boutique a marchio proprio (433 in Europa, 156 in Asia e 129 in America), la maggior parte delle quali in franchising. Il 65% di Lacoste era nelle mani della seconda generazione della famiglia; il restante 35% in quelle della società francese Devanlay, che produceva e distribuiva anche abbigliamento. Nei 10 anni precedenti, il tasso di crescita annuale rimase costante intorno all’8-12%, trasformando il brand in uno stile di vita. La shirt, tuttavia, rimaneva l’articolo più venduto, ancora prodotta come in origine, utilizzando 38,63 miglia di cotone egiziano o peruviano e  bottoni madreperla. Il mercato italiano era al terzo posto per importanza, con circa 70 milioni di euro di fatturato.

Lacoste Sneaker 1963
Sneaker 1963

Lacoste rilanciò la sua “scarpa da tennis 1963” con colori e motivi nuovi e contemporanei: questo stile venne definito “RENÉ”, in omaggio all’inventore. Nel 2006, venne creata la fondazione René Lacoste: l’obiettivo era quello di sostenere e finanziare progetti dedicati ai bambini, incentrati sull’idea di trasmettere i buoni valori attraverso lo sport.

75° anniversario

Lacoste 75° anniversario, il futuro del tennis
75° anniversario, il futuro del tennis

Nel 2008 Lacoste celebrò il suo 75° anniversario: per festeggiare i tre quarti di secolo di attività, Lacoste pensò ad una campagna il cui tema era il tennis nell’anno 2083 (alias in 75 anni). Venne trasmesso, su di un televisore 3d, il video di un tennista “spaziale” che, con nuove mosse e tecniche, giocava il suo game in un campo tutto del futuro. Un altro video, invece, vide il campione di tennis Andy Roddick descrivere il suo punto di vista sullo sport, esplorandone la storia passata, presente e possibile futura. Altri video trattavano lo stretto rapporto tra il brand e il tennis, vagliando i cambiamenti e le possibilità future che Lacoste, forza trainante dello sportswear, aveva e avrebbe garantito a tale sport.

Direttore creativo: Felipe Oliveira Baptista

Nel 2010 lo stilista portoghese Felipe Oliveira Baptista diventò il nuovo fashion designer di Lacoste, offrendo la sua reinterpretazione dei valori del marchio.Lo stesso anno, per promuovere un’innovazione costante e all’avanguardia, Lacoste creò un laboratorio insieme al fashion designer Christophe Pillet.

Nel 2011 Lacoste inaugurò nuovi negozi monomarca a Parigi e ad Amburgo, su progetto dello stesso Pillet. 53 erano i milioni di prodotti venduti nei 1.165 negozi e negli oltre 2.000 reparti di 114 paesi: l’azienda dichiarò ufficialmente che, ogni secondo, venivano venduti due “coccodrilli”.

Lacoste è rilevata da Maus Freres

A novembre 2012 Lacoste venne definitivamente rilevata dal gruppo svizzero Maus Frères. Nello stesso periodo il brand aprì una boutique a Parigi interamente dedicata alla donna. Altre furono le inaugurazioni: il primo negozio a Shibuya (Tokyo), seguito da quello di Miami e da un nuovo flagship store a Knightsbridge (Londra). Una nuova strategia di pubblicizzazione sui social garantì a Lacoste molta più visibilità: 10 milioni diventarono i follower del profilo Facebook del brand.

Il logo all’80° anniversario

Lacoste Logo per gli 80 anni di Lacoste
Logo per gli 80 anni di Lacoste

Nel 2013, in occasione dell’80°anniversario di Lacoste, l’azienda non solo presentò una nuova collezione esclusiva di articoli di lusso, ma decise anche di disegnare un nuovo logo celebrativo. La collezione, realizzata in collaborazione con Maison Francaises, ricopriva una gamma molto ampia: da articoli di pelletteria, ai gioielli, a prodotti gastronomici da forno. Lacoste stava producendo di tutto, dai borsoni agli eclairs: l’intero set venne messo in mostra a Colette, famoso concept store di Parigi, a partire dal 10 giugno.

Nel 2014 Lacoste divenne partner ufficiale della squadra olimpica e paraolimpica francese.

Nel 2016 Lacoste aprì un nuovo flagship store nel World Trade Center di New York, subito seguito da uno a Parigi.

Situazione attuale

A febbraio 2017, per l’85° anniversario di Lacoste, il brand ha annunciato che, invece che alla settimana della moda di New York, presenterà la collezione primavera/estate 2018 alla settimana della moda di Parigi. Il tennista Novak Djokovic è stato nominato ambasciatore del marchio: questa carica si basa su di un contratto quinquennale, secondo il quale il campione apparirà in molte, se non tutte, campagne pubblicitarie.

Lacoste Campagna pubblicitaria 2017
Campagna pubblicitaria 2017

Oggi il brand, in continua evoluzione, è sempre fresco e dinamico, proprio come l’aveva concepito il suo ideatore e fondatore. In un mondo in cui il “casual Friday” è diventato più un “casual everyday”, Lacoste spopola con il suo stile rilassato ma elegante. Anche le collaborazioni per il brand sono sempre pianificate e fonte di rinnovo, come l’ultima con Supreme, che ha dimostrato come Lacoste sia sempre in grado di stare al passo con i cambiamenti repentini della nostra epoca.

CHANEL

LE ORIGINI E GLI ESORDI DELLA BELLE ÉPOQUE

Gabrielle Chanel

Gabrielle Bonheur Chanel, nota anche come Coco Chanel, nasce a Saumur, in Francia, il 19 agosto 1883. Figlia di Henri-Albert Chanel e Jeanne DeVolle, il padre è un venditore ambulante, rimasto vedovo presto, decide di affidare le sue figlie all’orfanotrofio di Aubazine.

Raggiunto l’età massima per stare in orfanotrofio, Gabrielle inizia a lavorare come commessa nel negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre, a Mulins, dove approfondisce le nozioni di cucito apprese dalle suore che l’hanno cresciuta ed istruita.

Negli stessi anni, per arrotondare, inizia ad esibirsi come cantante presso alcuni caffè, sembra che il nome Coco deriva proprio dalla canzone Qui qu’a vu Coco?, che spesso cantava.

Appena maggiorenne conosce l’ufficiale di cavalleria Etienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, egli diventa il suo compagno e sarà anche il suo primo finanziatore.

Nel 1908 Chanel inizia a realizzare cappellini in paglia e nastri in raso, una novità rispetto ai sontuosi ed ingombranti copricapo  in voga in quegli anni. Apre il suoi primi negozi a Parigi, Deauville e Biarritz.

LA RIVOLUZIONE DI COCO

Chanel all’opera

Negli stessi anni conosce Boy Capel, un industriale inglese, l’amore della sua vita, con il quale apre la boutique al 31 di rue Cambon, nella Ville Lumière.

Coco inizia a lavorare sulla maglieria, sulle gonne e su qualche vestito. La moda all’epoca era sfarzosa, strati e strati di tessuto, ornamenti, corsetti, gonne ampie, sottogonne, drappeggi e decori.

Chanel comprende per prima la scomodità di questi abiti, non si riconosce nello stile rigido della Belle Èpoque, non è una semplice sarta, è una vera e propria creatrice di moda.

Spesso vestita da uomo e ispirata dal guardaroba maschile, la stilista decide di assecondare il corpo femminile, realizzando lunghe gonne dritte, cardigan e bluse morbide cinture in vita.

Chanel predilige il jersey, tessuto elastico e comodo, lo trasla nei sottabiti fino a veri e propri capi, inclusi vestiti semplici in colori altrettanto facili come il grigio e il blu scuro. È la fine dell’epoca di eccessi, è il tempo di Coco Chanel che regala la libertà alle donne.

Boy Capel e Coco

GLI ABITI E LA LIBERAZIONE FEMMINILE

Ad alimentare la sua idea di stile democratico è la Grande Guerra, durante la quale tutte le stravaganze del passato cedono spazio a sobrietà e rigore, sia per la mancanza di tessuti, impiegati in altri scopi primari, sia per la comodità stessa delle donne, che ormai partecipano alla vita quotidiana, prendendo il posto di lavoro degli uomini che erano al fronte.

La maglia lavorata a mano, e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più significative proposte da Chanel.

Ma erano troppo semplici, così decide di iniziare un lavoro sugli accessori, concentrandosi però anche lì su un’idea meno di lusso e più pratica, quella della bigiotteria: perle, catenelle dorate e unione di pietre vere con gemme false diventano ricorrenti nei look che propone.

I colori che utilizza maggiormente sono il blu scuro, il beige e il grigio. Verso la metà degli anni 20, Chanel presenta un capo rivoluzionario, la petite robe noir, il celebre tubino nero senza segni in vita, spesso arricchito da polsini e colletti bianchi o abbinati a cappellini e perle.

Fino a quel momento nessuna donna aveva mai osato vestirsi di nero, se non in momenti di lutto, e men che meno aveva osato indossare una gonna così corta al di fuori della camera da letto.

Chanel N°5

Marilyn Monroe nella pubblicità del profumo Chanel N°5

Chanel è la prima designer ad associare il suo nome ad un profumo, la prima inconsciamente a lavorare su un’idea di life style. Nel 1923 esce la fragranza più famosa di sempre, Chanel n°5.

Cinque perché Chanel sceglie la quinta proposta olfattiva fattale dall’azienda profumiera  di Ernest Beaux e Henri Robert, cui inizia a collaborare. Anche i design della bottiglia è rigida, semplice, squadrata, a differenza delle ampolle barocche dei profumi femminili del tempo.

L’intuito da prima business woman della moda di Chanel è anche in questo: percepire i cambiamenti nell’aria e seguirli, o all’occorrenza condizionarli.

GLI ANNI 30 E LE AMICIZIE IMPORTANTI

160 Boulevard Malesherbes Chanel

Introdotta dall’amica Misia Sert, Chanel fa la conoscenza di Stravinsky, col quale ha una relazione. Fa amicizia con Picasso e molti esponenti dell’élite parigina, arrivando a disegnare costumi per i balletti di Sergei Diaghilev e per alcune pellicole di Jean Cocteau.

Alla sua fama internazionale contribuisce anche la sua storia con Hugh Grosvenor, Duca di Westminster, con cui rimane legata diversi anni.

Nel 1927 le sue creazioni approdano a Londra, con l’apertura del primo negozio a Mayfair. Anche Hollywood inizia a commissionarle degli abiti e si fa strada un altro dei suoi capi iconici, il tailleur, per il quale sceglie stoffe morbide come il tweed, il gabardine e la vigogna.

Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale impone un’improvvisa chiusura della maison. Chanel bene persino accusata di una presunta collaborazione con i nazisti, così è corretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto solo il negozio di profumi.

IL RITORNO DI COCO

Nel 1954 Chanel ha ormai 71 anni, ma il suo interesse e la sua voglia di lavorare non l’arrestano. Se negli anni ’30 il suo stile aveva duellato con le collezioni fantasiose ed esuberanti di Elsa Schiaparelli, negli anni ’50 deve fare i conti con il New Look di Christian Dior, che reintroduce il corsetto, della guêpière e il prevalere di silhouette a corolla, rinascono le donne fiore.

Chanel è indignata e inviperita, ritiene Dior un addobbatore di poltrone e il nemico delle donne.

Nel 1955 lancia un altro classico intramontabile, la borsetta 2.55, in pelle trapuntata con una tracolla, una catenella di metallo, intrecciata in cuoio.

Nel 1957 muore Dior, Coco riceve a Dallas il Neiman Marcus Award, l’Oscar della moda, che consacra i suoi tailleur come capolavori sartoriali. A bilanciare l’estrema pulizia delle linee dei suoi completi sono i bottoni a testa di leone, segno zodiacale della designer, a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, dal 1959 simbolo ufficiale della casa di moda.

IL MITO PROSEGUE

Chanel oggi è riconosciuta come un mito, il suo nome è di per sé sinonimo di stile, è l’origine di un modo di vestire le donne che ha cambiato la moda, ed è quella che oggi conosciamo.

La griffe Chanel è un impero da quasi cinque miliardi di euro di fatturato. Il quartier generale della maison si trova all’angolo di rue Cambon e rue Saint-Honoré a Parigi.

Uno dei luoghi cult della capitale francese. Dalle umili origini ad una vera propria icona, Chanel ha rivoluzionato la moda, guidata della ricerca di una femminilità autentica e comoda.

Forme lineari e funzionali, l’eleganza, il lusso povero, qualità e innovazione. Introduce i pantaloni, disegnati e pensati su un corpo femminile, il piccolo vestito nero, la suit jacket da donna, i suoi profumi, l’abbinare bigiotteria all’alta moda, Chanel era una visionaria e la sua intelligenza e brillantezza ha regalato alle donne il guardaroba che conosciamo, e questo lo dobbiamo a lei.

L’ARRIVO DI KARL LAGERFELD

Karl Lagerfeld

Gabrielle Chanel muore il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hotel Ritz di Parigi. La gestione della casa di moda passa ai suoi assistenti Gaston Berthelot e Ramon Esparza, l’atelier a Jean Cazaubon e Yvonne Dudel.

Nel 1983 arriva alle redini della maison Karl Lagerfeld, l’anno successivo lo stilista diventa direttore creativo di tutte le linee del marchio, comprese la collezione Crociera e gli accessori.

Lagerfeld incarna perfettamente l’idea di stile di Chanel, dando un tocco personale, ma seguendo le linee conduttrici che ha imposto la designer. Tweed, patchwork, bouclé, pantaloni larhji, gonne al ginocchio, giacche lunghe o molto corte, cappotti da sera in velluto con la collaretti bianca, codici posti da Chanel che trovano con Lagerfeld una traduzione moderna di stagione in stagione.

Il brand oggi è uno dei più riconoscibili al mondo, il colosso è in mano attualmente ad Alain e Gerard Wertheimer, nipoti di Pierre Wertheimer, socio in affari di Coco in persona.

La distribuzione conta più di 200 boutique internazionali, mentre la comunicazione punta su testimonial come Catherine Deneuve, Nicole Kidman, Kristen Stewart, Audrey Tatou, Cara Delevigne e Kaia Gerber.

Anche Marilyn Monroe si fece fotografare con il profumo N°5, tale immagine rimane una delle più celebri della storia del marketing. Altra figura importante è stata Jackie Kennedy, che persino il giorno dell’assassinio di JFK era vestita Chanel.

I FILM SU COCO

Coco Avant Chanel

Diversi sono i film realizzati sulla vita di Chanel: Chanel Solitaire del 1981, Coco Avant Chanel e Coco Chanel & Igor Stravinsky, del 2009, sono alcuni di questi, non si contano le pubblicazioni cartacee dedicate ad una delle donne più influenti del XX secolo e al suo contributo alla storia del costume.

Molteplici sono le sue celebri frasi, basate soprattutto sul concetto che il lusso non è ricchezza, ma assenza di volgarità. Ironica nei confronti degli uomini o dei suoi rivali.

Il buon gusto nel vestire era qualcosa di innato per lei, la sensibilità dell’eleganza e l’attenzione per il genere femminile sono le qualità che l’hanno distinta nella storia.

LE COLLEZIONI DI KARL LAGERFELD

Fin dalla sua prima collezione per Chanel nel 1983, Lagerfeld ha sedotto i media e dettato le tendenze della moda in tutto il mondo.

Le sfilate di Chanel sono sempre le più attese della Paris Fashion Week, ma negli ultimi anni la suspense è cresciuta ulteriormente proprio grazie alla scelta del set, curato in ogni minimo dettaglio e capace di raccontare la propria storia in un tutt’uno con le creazioni che sfilano.

SS 2012 Karl Lagerfeld

2012

Per collezione SS 2012 la sfilata è presentata in una replica del corridoio di un aeroplano, con gli spettatori seduti su poltrone, il tema è ricorrente visto che già nel 2008 aveva presentato la Chanel Cruise Collection nell’hangar dell’aeroporto di Santa Monica, con le modelle che scendevano da un vero  aereo con il logo di Chanel.

La collezione SS 2016 è stata presentata nel Gran Palais di Parigi, allestito come se fosse un aeroporto.

SS 2016

Ultimamente l’ambientazione delle sfilate di Chanel è sempre molto teatrale: per la presentazione delle collezioni d’Alta Moda la sfilata era ambientata in un grande casinò, dove varie ospiti “giocavano” ai tavoli parlando tra loro , c’erano Julianne Moore, Kristen Stewart, Rita Ora, Vanessa Paradis e sua figlia, mentre le modelle sfilavano intorno.

Haute couture AW 2015-16

La casa di moda  allestisce un finto supermercato di Chanel, per la presentazione della collezione AW 2014: le modelle sfilavano in corsie affiancate da scaffali pieni di bottiglie, scatole di tè e biscotti Chanel, afferrano prodotti per leggerne le etichette, impegnate a spingere capelli e a scegliere la frutta, cestelli alla mano e via con la spesa logata Chanel. Tra i volti noti la cantante Rihanna e la top model Cara Delevigne, testimonial della griffe.

Karl Lagerfeld e Cara Delevigne AW 2014-2015

2016

Ritorna il tema gastronomico e per presentare la sua collezione AW 2015-2016 il designer ricrea una brasserie francese in legno, dove modelle dal passo elegante sfilano e prendono un caffè davanti al pubblico della Fashion Week parigina.

La location, quella del Grand Palais, viene rinominata per l’occasione Brasserie Gabrielle, tributo a Madame Coco, ovviamente. Divanetti in bordeaux, tovaglie bianche, servizio essenziale: la sfilata ha ricreato un bistrot di quelli che potreste ritrovare in St.Germain des Prés con tanto di bancone, camerieri e baristi.

Gli abiti come spesso accade durante le sfilate di Chanel vengono, invece, lasciati in disparte, per lasciare spazio allo spettacolo firmato Lagerfeld.

Brasserie Gabrielle AW 2015-16

Altro scenario da ricordare è quello della cupola di vetro del Grand Palais, il marchio della doppia C, ha ricreato lo scenario surreale di un paesaggio lunare sovrastato da un razzo bianco e nero realizzato in scala 1.1. L’effetto futuristico di Chanel si legge nel glitter perlato che regna sovrano su tessuti, applicazioni e accessori.

I due colori classici, bianco e nero, dominano nella collezione ed hanno effetto stellare per il gioco combinato a fili luminosi, piume, perline, tulle e paillettes.

Le pettinature rimandano all’effetto anni 70 di una Barbarella reinterpretata in chiave futuristica esattamente come il DNA del marchio capitanato da Karl Lagerfeld che rimane sempre iconico, legato all’estro di Gabrielle Chanel, ma in continua, sorprendente e unica evoluzione.

AW 2017-18 Chanel Blasts Off

Dopo aver pianificato, strutturato e realizzato il suo piano strategico di conquista dell’universo, Chanel è pronta a viaggiare nello spazio più profondo del Deep Space.

Chanel SS18-19

2018

Per la SS 2018, ovviamente al Grand Palais, ha fatto sorgere una giungla dall’apparenza iper-realistica, con tanto di cascate e passerella sul fiume, l’ispirazione è il Verdon, nell’Alta Provenza.

In passato ha anche, ovviamente, lavorato di fantasia: dall’ambientazione candida, surreale e marina della SS 2012 al giardino tropicale animato dell’Haute Couture Primavera-Estate 2015.

Sfilata Chanel SS 2012-2013
Haute couture SS 2015-2016

Anche per la sfilata AW 2018 il punto di partenza è la natura,  nel Grand Palais di Parigi, come da tradizione, allestito come fosse un bosco: grandi cartonati con foto di tronchi d’albero ai lati, una fila di vecchie querce al centro e foglie gialle mescolate a muschio a terra, a profumare l’aria con sei mesi d’anticipo.

Gli abiti sono più bon-ton del solito pur presentando le classiche linee di Chanel, fatte di tailleur in tweed con giacca e gonna fino al ginocchio accompagnate da perle, mentre i colori autunnali si mimetizzavano alle foglie e agli alberi intorno.

L’iconico bouclé di Chanel viene reinterpretato in colori invernali come nero, marrone, verde cupo, illuminati da accessori fucsia. I cappotti sono over. I blazer e le gonne lunghe.

Sfilano piumini corti e lunghi trapuntati e in lurex. Tra le tante modelle ha sfilato anche Kaia Gerber, la figlia 16enne di Cindy Crawford, mentre in prima fila c’erano l’attrice Lily Allen, Vanessa Paradis e Carla Bruni.

AW 2018-2019 Chanel

CHANEL OGGI

La Chanel di oggi è una vera rivoluzione, che ha trasformato l’idea creativa di una donna che ha segnato lo stile del nostro tempo, in una proiezione mentale in cui, il concetto di lusso, ha assunto una sua particolare dimensione.

Chanel  è un simbolo, un’icona che conserva in sé lo spirito di libertà creativa

Karl Lagerfeld resta e rappresenta il miglior interprete di quello spirito, e la sua capacità di realizzare un’ennesima collezione pregna di stili, dove passato e futuro si mescolano in una unicità irripetibile, si afferma la grandezza di questo grande direttore della moda e del lifestyle.

Lagerfeld più che stilista è un grande sceneggiatore della vita estetica delle donne perché riesce a comunicare, con loro, senza parlare, utilizzando solo le sue creazioni, che, più della forza di una canzone, riescono ad arrivare al cuore delle donne fino a generarne felicità ed emozioni.

Più di un qualsiasi regista Hollywoodiano, ha saputo preservare, innovando intorno al nome Chanel, una storia che nei prossimi 100 anni continuerà a vivere di luce propria.

Gabrielle Chanel e Karl Lagerfeld, le due forze creative della maison francese

VIRGINIE VIARD DIRETTORE CREATIVO

Nel febbraio 2019 Karl Lagerfeld si spegne ad 85 anni, lasciando un profondo vuoto nel mondo della moda. L’assenza dello stilista all’ultima sfilata Haure Couture di Chanel aveva già fatto pensare che qualcosa non andasse nella salute del kaiser. 

La maison francese nomina Virginie Viard nuovo direttore creativo. La stilista conosceva Lagerfeld dal 1987 e con lui collaborava da anni fino a diventarne il braccio destro.