DOLCE & GABBANA

origini

Domenico Dolce e Stefano Gabbana

Non esiste Dolce senza Gabbana e viceversa. Un destino scritto fin dalle prima pagine in gioventù, quando Stefano Gabbana e Domenico Dolce si incontrano, si innamorano e creano insieme uno dei più grandi imperi del Made in Italy.

Non senza difficoltà, a partire dalle porte chiuse in faccia degli inizi, fino ad arrivare alla condanna per evasione fiscale, dalla quale sono poi stati assolti in Cassazione, e ai processi morali per aver espresso le proprie opinioni in merito a adozioni e matrimoni gay.

Non sarà un caso se una delle più grandi clienti ed ammiratrici del brand è Madonna e se Monica Bellucci viene considerata l’incarnazione della donna Dolce & Gabbana.

STEFANO GABBANA, LO STILISTA DELLE PROVOCAZIONI

Stefano Gabbana

Stefano Gabbana nasce il 14 novembre 1962 a Milano, secondogenito di una famiglia di origini venete.

La mamma Piera fa la portinai e per integrare i guadagni stira e si adatta a piccoli lavori domestici presso famiglie benestanti. Il papà Lino lavora come operaio alla Rusconi di Sesto San Giovanni, anche lui svolge piccoli lavori extra per arrotondare.

Stefano è sempre stato molto fiero delle fatiche compiute dai genitori e fin da piccolo aiuta la madre nelle pulizie.

Dopo il diploma in grafica a Monza, il giovane talento parte alla ricerca di un impiego. Arriva il giorno in cui fa la telefonata che gli cambierà per sempre la vita, dall’altra parte della cornetta c’è Domenico Dolce.

L’INCONTRO CON DOMENICO DOLCE

Domenico Mario Assunto Dolce nasce a Polizzi Generosa, in provincia di Palermo, il 13 agosto 1958.

La sua passione per la moda inizia nell’azienda di abbigliamento del padre, e si struttura  studiando fashion design.

Il primo fatidico incontro tra i due avviene per telefono nel 1979. Domenico sta lavorando nello studio meneghino dello stilista bolognese Giorgio Correggiari.

Da qualche parte, all’interno dell’atelier squilla un apparecchio, è Stefano a chiamare in cerca di lavoro: “Buongiorno, posso parlare con Giorgio Correggiari?”. Dall’altra parte del filo una voce risponde: “Non c’è, le passo il suo assistente”, così i due giovani si parlano per la prima volta, e da subito nasce una simpatia, Stefano ha l’occasione di entrare in quel mondo che lo aveva sempre affascinato, così chiede un incontro a Domenico.

Gabbana viene assunto, la sua scrivania è di fronte a quella di Domenico che si barrica dietro montagne di libri per paura di essere copiato.

GLI ESORDI DI DOLCE & GABBANA

Stefano Gabbana e Domenico Dolce cominciano a collaborare ad una linea chiamata Do.nna Do.nna, fondata da Dolce qualche tempi prima per dare sfogo alla propria creatività, il nome gli viene suggerito da Correggiari.

La prima presentazione avviene al Burghy in via Vittorio Emanuele a Milano, gli inviti sono composti da una scatoletta di cartone con all’interno un hamburger di pane vero farcito con una carta bullonata e tessuti attaccati con la colla.

Peccato per il fattore tempo, non calcolato, che fa sì che le missive vengano consegnate ormai ammuffite. I soldi per pagare le modelle non ci sono, perciò gli abiti vengon fatti indossare a manichini seduti ai tavoli, così da confonderli con i clienti.

La seconda sfilata si svolge da un parrucchiere, a mezzanotte, gli abiti assumo colori cianotici, sono folli, in piena ispirazione warholiana.

ANNI DIFFICILI

In quegli anni i due avevano un minuscolo ufficio in Porta Vittoria, vicino al tribunale, fuori una targhetta di plexiglas con i loro cognomi.

Nessuno vuole produrre le loro linee, sono senza soldi e pieni di debiti, per due mesi e mezzo la coppia bussa a tutte le porte, ma gli vengono chiuse in faccia.

I due vivono stretti stretti in un monolocale in piazza Cinque Giornate, davanti alla Coin, dove il menù di casa non propone altro se non pasta, riso e latte.

LA SVOLTA DEL BRAND

A Firenze, avviene l’incontro con Modenese durante il Pitti. Milano Collezioni sceglie i due caparbi stilisti come nuove proposte.

Su consiglio di un commercialista, i due cominciano a fatturare congiuntamente per semplificare burocrazia e costi, nasce così Dolce & Gabbana.

LA PRIMA SFILATA DOLCE & GABBANA

La prima sfilata con la nuova etichetta sale in passerella nell’ottobre del 1985, il problema di come pagare le modelle sussiste, ma ai due non mancano idee rivoluzionarie, iniziano a reclutare amiche a cui chiedono di indossare i loro capi e i loro oggetti personali per sopperire alla mancanza di denaro da investire in accessori.

La collezione si chiama Real Women, in onore dell’aiuto ricevuto. La tenda per il palcoscenico è il lenzuolo del letto che Dolce porta da casa. Anche questa volta le vendite non vanno nella maniera sperare, sono costretti ad annullare l’ordine di tessuto destinato alla realizzazione della successiva collezione.

Quel Natale, scesi a Polizzi Generosa per trascorrere le vacanze insieme alla famiglia di Domenico, i due ricevono il regalo più significativo che potessero desiderare: un aiuto economico per proseguire nel loro grande sogno.

IL PRIMO NEGOZIO

Nel 1986 danno vita ad un’altra collezione e aprono il primo negozio, mentre l’anno successivo inseriscono una linea di maglie.

Nel 1989 la coppia di stilisti disegna una linea di costumi da mare e biancheria intima e sottoscrive un accordo con il gruppo Kashiyama in virtù del qual apre il primo negozio in Giappone. Nel ’90 esce la prima collezione uomo del marchio.

GLI ANNI NOVANTA FIRMATI DOLCE & GABBANA

Christy Turlington per Dolce & Gabbana spring/summer 1990, by Ellen von Unwerth per Vogue Italia, Marzo 1990

Nel frattempo la popolarità del duo cresce. La collezione donna SS 1990 si fa notare per i vestiti ricoperti di cristalli, mentre quella AW 1991 mostra medaglia in filigrana, ciondoli e corsetti decorati.

Proprio nel ’91 la collezione uomo vince il Woolmark Award come collezione più innovativa dell’anno.

Nasce il primo profumo per donna, Dolce & Gabbana Parfum. Inizia anche la collaborazione con la cantante Madonna, che si presenta al Festival di Cannes con un corsetto di gemme del brand. La cantante per il suo tour Girlie Show ordine più di 1500 costumi.

Sfilata 1992

Nel 1994 la casa di moda dà il nome “La Turlington” ad una giacchetta a doppio petto ispirata ala modella Christy Turlington. Nasce la linea D&G, la seconda linea destinata ai più giovani, ma non solo perché è tempo anche della Dolce & Gabbana Home Collection, che però verrà accantonata prima dell’inizio del nuovo millennio.

Dopo aver recitato nel 1995 nel film di Giuseppe Tornatore “L’uomo delle stelle”, Domenico e Stefano disegnano i costumi per il film “Romeo+Juliet”, il film di Baz Luhrmann, che rielabora in chiave postmoderna la famosissima tragedia di Shakespeare “Romeo e Giulietta”.

Nel ’96 e nel ’97 FHM nomina il duo designer dell’anno, e nel 1998 lancia anche una linea di eyewear, seguita un paio di anni più tardi da una linea di orologi e da una collezione di intimo maschile e femminile, distinta da quella di lingerie tradizionale del marchio.

Madonna nella campagna pubblicitaria AW 2010

IL NUOVO MILLENNIO

AW 2000

Nel 2001 Dolce & Gabbana propongono la linea per bambini D&G Junior e disegnano per Madonna i vestiti del Drowned World Tour. Nel 2003 la rivista GQ inserisce Dolce e Gabbana tra gli uomini dell’anno. Nel 2004 vengono nominati migliori designer internazionali dai lettori di Elle in occasione degli Elle Style Award. A partire dallo stesso anno inizia una collaborazione con il Milan, per disegnare le tenute da gioco indossate dai calciatori rossoneri, ma anche le divise ufficiali usate dai membri della quadra e dello staff tecnico e dirigenziale.

Sempre nel 2004 la relazione sentimentale fra i due stilisti termina, ma il proficuo e consolidato rapporto imprenditoriale prosegue.

Nel 2006 la coppia stringe un rapporto di partnership con il colosso della telefonia Motorola, per il telefono cellulare Motorola V3i Dolce & Gabbana, lanciato sul mercato con una linea di accessori leopardati, denominata Animalier, seguita nel 2007 da una collezione di valigie da viaggio per uomo in coccodrillo.

Sempre in quell’anno una campagna pubblicitaria del marchio diffusa in Francia e in Spagna, raffigurante una donna immobilizzata a terra da un uomo mentre altri assistono alla scena, scatena di polemiche e viene ritirata.

DAL 2009 AL 2012

Dopo aver dato vita al profumo per uomo The One for Men e al profumo per donna L’Eau The One, nel 2009 sperimentano una linea di cosmetici colorati, di cui è testimonial Scarlett Johansson.

Nello stesso periodo, firmano un contratto con Sony Ericsson per la realizzazione di una special edition della linea di telefoni Jalou con dettagli in oro 24 carati, l’etichetta Dolce & Gabbana sul dispositivo, mentre Giorgio Armani li accusa di aver copiato dei pantaloni matelassè. I due rispondono che hanno molto da imparare, ma non da lui.

Joe Snow per la campagna The One

Nel 2010 la coppia sottoscrive un accordo di tre anni con la squadra di calcio inglese del Chelsea, di proprietà del magnate russo Roman Abramovich, per disegnarne le tenute fuori campo e le divise di gioco, inclusi i vestiti per le donne dello staff.

Festeggiano i vent’anni del marchio a Milano, con una mostra pubblica allestita nel centro del capoluogo meneghino, prima di debuttare, l’anno seguente, con una linea di gioielli, che comprende ottanta pezzi tra collage, braccialetti e rosari ingioiellati.

AW 2012
SS12

Nel 2012 D&G viene fuga con la linea principale, per consolidare il marchio, visto che la seconda linea non faceva più i numeri di prima.

SS 2013
SS 2014

LA VICENDA FISCALE

Il 2009 è un anno ricco di guai, perché l’azienda viene accusata di evasione fiscale ai danni dello Stato Italiano per un imponibile di quasi 250 milioni di euro.

La vicenda fiscale continua e nel 2013 Domenico Dolce e Stefano Gabbana vengono condannati al pagamento di 343 milioni di euro per evasione fiscale e un anno e otto mesi di carcere. Nell’autunno del 2014 la Cassazione proscioglie la coppia di stilisti per non aver commesso il fatto.

I VOLTI DI DOLCE & GABBANA

Monica Bellucci e Bianca Balti per Dolce & Gabbana by Gianpaolo Sgura

Oltre a Madonna, fra i più celebri clienti e testimonial dell’azienda e del brand si annoverano negli anni Demi Moore, Nicole Kidman, Isabella Rossellini, Eva Riccobono, Susan Sarandon, Tina Turner, Gwyneth Paltrow, Liv Tyler, Jon Bon Jovi, Simon Le Bon, Monica Bellucci (che fu protagonista dello spot tv del primo profumo D&G, diretto da Giuseppe Tornatore), Kylie Minogue, Bianca Balti, Demi Moore, Angelina Jolie, Annie Lennox, Jennifer Lopez, Fabio Cannavaro, Gianluca Zambrotta, Andrea Pirlo, Gennaro Gattuso, Matthew McConaughey (protagonista dello spot tv per il profumo The One).

Scarlett Johansson e Matthew McConaughey, spot The One

LA SICILIA

Stefano Gabbana e Domenico Dolce con Bianca Balti

Si tratta di una regione piena di contrasti, sia sociali che geografici: le acque azzurre cristalline che contrastano con il verde lussureggiante delle coste, sia sabbiose che rocciose e quasi aree desertiche, sono fonte inesauribile di scoperte e ispirazione.

Proprio per questo la Sicilia, terra natia di Domenico Dolce, è stata un’ispirazione e un riferimento per Dolce & Gabbana sin da quando i due stilisti hanno fatto il loro ingresso nel mondo della moda.

I RIFERIMENTI NELLE COLLEZIONI

Se si guarda indietro alle prime collezioni, quelle che hanno lanciato Dolce & Gabbana sulla scena, i riferimenti alla Sicilia sono chiari e disinvolti. La collezione AW 1987-88 si chiamava semplicemente “La Sicilia”, e gli abiti neri dalle linee pulite ispirati a quelli delle donne meridionali resero desiderabile il “look da vedova”, che venne poi catturato dalle lenti esperte di Ferdinando Scianna nell’immortale campagna pubblicitaria con Marpessa.

Marpessa per Dolce & Gabbana 1987

Con l’evoluzione di Dolce&Gabbana e con l’ispirazione continua che la Sicilia fornisce, i due Stilisti hanno iniziato a guardare agli elementi folcloristici dell’isola, come il carretto siciliano trainato dai cavalli, le ceramiche e addirittura il teatro dei Pupi.

Questi elementi decisamente unici della tradizione folkloristica hanno creato una direzione concettuale ironica e ampiamente apprezzata. La maestria artigiana che caratterizza questi elementi folcloristici della tradizione siciliana e gli artigiani che le tengono vive, sono importanti sia per il design che per il valore dell’ispirazione.

Per questo motivo i pompom fatti artigianalmente secondo tradizione, i cesti di vimini intrecciato come le tradizionali borse del caffè, le applicazioni a specchio, le passamanerie e molto altro, continuano a essere presenti nelle collezioni Dolce & Gabbana sia sugli accessori che sugli abiti.

LA PRIMA COLLEZIONE INTERAMENTE “SICILIANA”

Per la SS 2013, i due Stilisti hanno creato una collezione interamente ispirata alla Sicilia, un’immortale dichiarazione d’amore nei confronti dell’isola e del suo patrimonio culturale, in cui sono presenti stampe carretto, elementi decorativi del carretto e anche stampe raffiguranti altre tradizioni folcloristiche come i vasi Mori, il teatro dei Pupi e la maiolica.

AW 2013 campagna Dolce & Gabbana

Proprio come se si trattasse dell’eredità della propria famiglia, le tradizioni folcloristiche della Sicilia percorrono le collezioni, talvolta richiamate apertamente, altre volte nascoste come riferimenti segreti che verranno colti solo da chi li conosce già.

Nel corso degli anni, queste ispirazioni sono state trasposte nella moda, negli accessori per la casa e in molto altro. Questo prova che, quando alla base ci sono amore e rispetto, non c’è nulla che l’immaginazione di Dolce & Gabbana non possa creare.

Bianca Balti per Dolce & Gabbana

LO STILE DI DOLCE & GABBANA

Christy Turlington Dolce & Gabbana FW 1992

Non è facile circoscrivere in una definizione l’universo Dolce & Gabbana. Un mondo fatto di sensazioni, tradizioni, cultura, mediterraneità.

Domenico Dolce & Stefano Gabbana hanno fatto dei loro cognomi un marchio conosciuto in tutto il mondo, facilmente riconoscibile per il suo glamour e la sua grande versatilità.

Due stilisti che hanno saputo fare della loro italianità un vessillo. Hanno saputo interpretare e imporre al mondo il loro stile sensuale e unico. Si rivolgono ai giovani e  dai giovani traggono ispirazione.  Sono adorati dalle star di Hollywood, che ne hanno fatto i loro beniamini. Vestono tutte le rock star del momento, che li hanno eletti leader indiscussi.

Linda Evangelista AW 1991

LA DONNA DOLCE & GABBANA

La donna Dolce & Gabbana è una donna forte, che si piace e sa di piacere. Una donna cosmopolita, che ha girato il mondo ma non dimentica le sue radici.

Indossa guêpière estremamente sexy o reggiseni in vista sotto capi trasparenti, contrapponendoli a maschilissimi gessati con tanto di cravatta e camicia bianca o alla canottiera da uomo, ma portando sempre tacchi altissimi che le danno comunque un’andatura estremamente femminile e sexy.

Ama la maschilissima coppola portata dalla Sicilia e il rosario della prima comunione, che porta come collana. Può essere indifferentemente manager, moglie, mamma, amante, ma sempre e comunque donna sino in fondo. Cristiane e timorate di Dio di giorno, focose e sensuali di notte.

Dolce & Gabbana FW 2013
Dolce & Gabbana FW 2012

La loro donna è misteriosa e seducente. Vestagliette, corsetti, pizzo e sottovesti, la biancheria intima che si impone sopra il vestito. Una femminilità mediterranea dirompente che richiama Sofia Loren, in Ieri, Oggi e Domani, del 1963.

UN NUOVO MODELLO DI DONNA

Il successo è immediato per la diversità rispetto allo stile in voga di quegli anni.

Nella seconda metà degli anni Ottanta, il loro bustier, tra pizzi neri, raso e chiffon, si riserva un posto d’eccezione. In quest’ottica, gli scatti di Ferdinando Scianna con Marpessa Hennink del 1987 rappresentano l’anima più intima del concept stilistico di Dolce & Gabbana: la top model, con candide bluse o lunghe gonne total black, si lascia fotografare da uno scugnizzo siciliano nelle assolate vie isolane.

Il loro tailleur, rivisitato, diviene incisivo strumento di seduzione. Vedremo Isabella Rossellini vestita con un gessato Dolce & Gabbana, camicia bianca e cravatta. Elemento distintivo: la giacca doppiopetto.

Dolce & Gabbana FW 2014

La donna di Domenico Dolce e Stefano Gabbana è un universo di emozioni. In lei, mille faccettature, sospese tra modernità e tradizione si fondono alla sensualità femminile in un gioco accentuato, per contrasto, dall’uso di capi maschili. Il bianco e il nero insieme, eros e Crocefisso. Vestiti gessati che richiamano i gangster-movie anni 30.

Si rafforzano in questo periodo gli elementi chiave dello stile come il leopardato, dapprima sulle fodere e dal ’94 segno distintivo della griffe, e la corsetteria. I loro capi sono immortalati da Helmut Newton, Steven Meisel e Peter Lindbergh.

RIVISITAZIONI STORICHE

C’è un occhio di riguardo ai capi storici: guêpière sulla camicia bianca, con lacci e ganci a vista, tailleur gessato maschile e abito-bustier nero, e poi futuristici trench in pv/ trasparente, fascianti tubini argentati, tuxedo rivisitati. Frange, coppole e gilet, tubini patchwork di pelle su stivali in rettile, linguette e pellicce dall’interno maculato. Collezione dopo collezione i loro capi presentano sempre più di dettagli, materiali, lavorazioni preziose.

Judit Masco, Dolce & Gabbana 1992
Karen Mulder, Dolce & Gabbana 1991

Riferimenti continui all’italianità, donne che sembrano uscite dall’immaginario di Luchino Visconti ne “La terra trema o da Storia di una capinera di Zeffirelli.

Pizzo bianco come provenisse da un bulle di corredo, declinato in sangallo, valenciennes o crochet. Ricordiamo l’italian mambo ironico  delle fantasie di ortaggi, lavorazioni crochet per i tailleur, tubini e vaporose gonne o dritti midi.

Kate Moss e Valeria Mazza, 1998, Dolce & Gabbana

Ecco perché Domenico Dolce & Stefano Gabbana fanno notizia sempre: i loro abiti parlano per loro, il loro stile inconfondibile manda messaggi ben precisi in un linguaggio sempre uguale, ma paradossalmente sempre diverso, in continua evoluzione e in tutte le lingue del mondo.

L’UOMO DOLCE & GABBANA

Lo stesso vale per l’uomo. Rilassato, si veste per se stesso, un po’ edonista, molto attento ai particolari. Ama tutto quello che non lo schematizza, è libero, di successo.

Può andare in ufficio con un impeccabile gessato o indifferentemente con dei jeans stracciati e un blazer. È uno che detta le regole, non le subisce: di grande carisma, impone le sue tradizioni mettendo la coppola, il gilet e l’intramontabile canottiera bianca.

Ispirati in origine dall’eclettico negozio di articoli usati Bohemia, le stampe animalier molto colorare di Dolce & Gabbana sono state descritte come “alto hippy”.

LE CAMPAGNE PUBBLICITARIE

Monica Bellucci per Dolce & Gabbana

Tra i fotografi e i registi che hanno lavorato con Dolce & Gabbana per le campagne pubblicitarie si può annoverare Giampaolo Barbieri, Michel Comte, Fabrizio Ferri, Steven Klein,Steven Meisel, Mert + Marcus, Jean Baptiste Mondino,  Ferdinando Scianna, Giampaolo Sgura, Mario Sorrenti, Solve Sundsbo, Mario Testino,  Giuseppe Tornatore, e Mariano Vivanco. 

Dolce & Gabbana hanno vinto due Leadawards, il premio sulla pubblicità più importante in Germania, per le loro campagne.

FW 2012 adv by Gianpaolo Sgura

GLI SPOT ICONICI

Lo spot più iconico certamente è quello creato per il primo profumo da donna di Dolce & Gabbana, è stato in onda in Italia per diversi anni, da una creazione del regista Giuseppe Tornatore, arrangiato da Ennio Morricone e con protagonista l’attrice Monica Bellucci.

Lo spot surrealista di 30 secondi inizia con un uomo che sbatte un polpo contro i bordi di pietra di una pozza di marea. Si alza in piedi e guarda intorno a sé, dove ci sono diverse donne occupate nelle loro vite quotidiane. Una donna (la Bellucci) viene mostrata che indossa un vestito da bagno stile anni 50 dietro un lenzuolo bianco tenuto da due altre donne.

Dopo essersi cambiata, lancia il suo reggiseno sopra un cactus spinoso a forma di pera e cammina verso l’oceano. In seguito appare sdraiata sopra un letto ben fatto e l’uomo che la vede è in piedi fuori della sua finestra, che tiene il suo reggiseno sopra il proprio naso.

La pellicola termina con l’immagine delle bottiglie di profumo di Dolce & Gabbana contro uno sfondo nero.

Monica Bellucci, 1995 spot Dolce & Gabbana Perfume by Giuseppe Tornatore

Nel 2003 un altro spot surrealista sul funerale siciliano pubblicizza il profumo di the Dolce & Gabbana Sicily. Giuseppe Tornatore dirige anche questo adv avendo chiari lo stile Dolce & Gabbana, le ispirazioni e i punti di partenza su cui lavorano i due stilisti.

Monica Bellucci nello spot Dolce & Gabbana Sicily by Giuseppe Tornatore, 2003
Dolce & Gabbana Pour Femme & Pour Homme Laetitia Casta e Noah Mills by Mario Testino

GLI SPAZI

Dolce & Gabbana hanno aperto La sede di via San Damiano atelier nel settembre del 1995.

Nel 2002 hanno inaugurato l’edificio a sette piani con funzione di boutique e spazio aziendale Lo showroom di via Goldoni, spostandovi il loro precedente showroom principale situato in Piazza Umanitaria. Nel luglio 2006 Dolce & Gabbana aprirono uno spazio dimostrativo di 450 m² denominato Lo showroom di via Broggi a Milano.

Martini Bar Milano

La casa di moda acquistò anche il teatro Il Metropol a Milano, un cinema storico costruito negli anni 40. Fu ristrutturato e riaperto nel settembre 2005.

Nel 2006 Dolce & Gabbana aprirono IL GOLD, un edificio con café, bar, bistrot e aree ristorante.

MARTINI BAR

Nel 2003 apre un bar co-sponsorizzato che i due fondarono nel loro showroom milanese per uomo chiamato Martini Bar.

Un altro Martini Bar sorge nel 2006 a Shanghai. Nel 2009 Dolce & Gabbana avevano 93 boutique e 11 outlet aziendali ed effettuavano vendite in 80 paesi. Complessivamente possedevano 251 negozi mono-marchio.

LE MOSTRE

In aggiunta a sfilate sulla passerella e campagne pubblicitarie per le loro collezioni, Dolce & Gabbana utilizzano i loro spazi per ospitare mostre artistiche e fotografiche.

Dolce & Gabbana utilizzano i loro spazi anche per presentare libri e mostre fotografiche dei loro vestiti, come il lancio del loro libro David Gandy nel 2011.

Utilizzano anche altri spazi, come il Palazzo della Ragione in Milan, dove nel maggio 2009 organizzarono una mostra fotografica con oltre 100 immagini scelte dalla storia di Vogue USA nei suoi oltre 90 anni di storia. La mostra fu chiamata Extreme Beauty in Vogue.

Boutique Dolce & Gabbana, via Montenapoleone, Milano

Gli ultimi anni

Spesso, il nome di Dolce & Gabbana è stato associato ad accuse più o meno serie, e questo a causa di Stefano Gabbana, troppo attivo sui social e, in alcuni casi, senza peli sulla lingua.

Nel 2018, la griffe è sotto l’occhio del ciclone a causa di uno spot, andato in onda sulle reti cinesi, ritenuto sessista. La clip vede protagonista una modella dagli occhi a mandorla, che mangia un cannolo siciliano. “È troppo lungo, per te?”, cita lo spot pubblicitario. Questo trattamento non va giù ai cinesi tanto che lo bandiscono in men che non i dica. Se troppo lungo sarebbe stato il cannolo offerto alla modella, il legame tra la griffe italiana e il mercato cinese ha avuto le ore contate. Ynap, il colosso dell’e-commerce cinese ha difatti sospeso il marchio da tutte le piattaforme gestite. A questo hanno fatto seguito anche TMall di Alibaba, Secco, Xiaohongshu e JD.com.

La maison, comunque, porta avanti il suo progetto di moda itinerante e mentre dovrà rinunciare al mega evento di Shangai, a Como sfila una collezione d’Alta Moda che omaggia Alessandro Manzoni e la letteratura italiana (prima dell’Italia, Stefano e Domenico portano le loro collezioni girovaghe a New York e in Messico).

Da sempre legati alla cultura teatrale, nel 2020 firmano i costumi di scena per la prima Traviata di Zubin Mehta in scena al teatro alla Scala di Milano. Abiti voluminosi, incredibilmente faziosi e scenografici, capaci di interpretare il lusso estetico degli anni in cui è ambientata la celeberrima opera lirica di Giuseppe Verdi.

Sempre nel 2020 e dopo anni di assenza in calendario in seguito al noto scontro con l’ex presidente della Camera Nazionale della Moda Italiana, Boselli, il duo di stilisti rientrano ufficialmente negli appuntamenti della Milano Fashion Week.

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ANNA SUI

Indice

  1. Le origini e i primi anni di carriera
  2. Il successo e le sue linee 
  3. La clientela di star e collaborazioni
  4. Le esposizioni su Anna Sui
  5. Il corto e le apparizioni televisive

LE ORIGINI E I PRIMI ANNI DI CARRIERA

Anna Sui Gordon Stevenson e Steven Meisel

Anna Sui nasce a Detroit il 4 agosto 1952 da genitori cinesi. Già in tenera età capisce di voler diventare una stilista di moda, perciò si trasferisce a New York e si iscrive alla Parson The New School for Design. Inizia a ideare collezioni sportive e cura lo styling dei servizi fotografici di Steven Meisel. Sarà lui ad incoraggiarla a far sfilare i suoi capi in passerella alla New York Fashion Week del 1991: per lei sfilano gratuitamente le amiche Naomi Campbell, Linda Evangelista e Christy Turlington. È fortemente influenzata dalla scena punk newyorkese e si concentra su questo stile. Agli inizi degli anni ’90, le sue antenne, anticipando quasi tutti, captano dalla strada lo stile grunge.

Anna Sui e Steven Meisel

La prima boutique apre a Soho nel 1992 e si fa notare per i mobili d’antiquariato neri e i muri viola, dipinti da Anna stessa. La stilista vende jeans e profumi Anna Sui come Sui Dreams, Flight of Fancy e Romantica. Inoltre, lancia tendenze come lo stile floreale anni Quaranta e le stampe fumettistiche. Dal 1997 in poi si fa conoscere in tutto il mondo con la serie di profumi Dolly Girl.

Anna Sui Boutique

Sulla passerella delle sfilate ’99 a New York, ha presentato modelli in bianco e nero e patchwork e ponchos ispirati alle canzoni di Bob Dylan.

Linda Evangelista, Naomi Campbell e Christy Turlington

IL SUCCESSO E LE SUE LINEE

Backstage della sfilata SS 2014

Il New York Times arriva a nominarla nella lista delle maggiori icone della moda. Nel 2007 ha lanciato una linea di abbigliamento per adolescenti chiamata Dolly Girl by Anna Sui e nel 2009 una per bambine chiamata Anna Sui Mini. Alla creazione di abbigliamento, la stilista ha anche affiancato la produzione di scarpe e di profumi. Nel 2008 è stata una della maggiori sostenitrici della campagna Save the Garment Center, per preservare il distretto della moda di Manhattan. Ha due show-room, uno a New York e l’altro a Los Angeles.

LA CLIENTELA DI STAR E LE COLLABORAZIONI

Fra le clienti più famose di Anna Sui si possono citare Paris Hilton, Patricia Arquette, Mischa Barton, Christina Ricci, Cher, Naomi Campbell, Sofia Coppola – per cui ha disegnato i vestiti per il film Lost in Translation – Lindsay Lohan, Hilary Duff, Marija Šarapova, Nicole Richie, Liv Tyler, Courtney Love, e James Iha.

Ha inoltre disegnato i costumi presenti nell’anime giapponese Il conte di Monte Cristo, ed alcune linee di cellulari della Samsung nel 2005. Nel 2006 esce una sua versione della Barbie per la Mattel. Ha una vera e propria devozione per le proprie bambole: così prende piede l’estro di Anna Sui che fin da bambina veste e riveste le proprie bambole arrivando ad organizzare immaginari Premi Oscar tra le pareti colorate della propria stanza da quando era bambina.

LE ESPOSIZIONI SU ANNA SUI

Tributo ad Anna Sui

La stilista americana nel 2017 viene celebrata al Fashion and Textile Museum di Londra da “The World of Anna Sui”, una mostra che ne ripercorre la parabola dal debutto al successo, con più di 100 look e molto materiale della sua produzione.

Il Victoria and Albert Museum di Londra, per l’edizione Fashion in Motion, ospita una piccola sfilata della stilista. Le precedenti edizioni avevano visto protagonisti Alexander McQueen, Vivienne Tam, Christian Lacroix e Philip Treacy. Due abiti della stilista orientale, risalenti alla sua collezione primaverile del 1997, trovano posto nella mostra Men in skirts sempre al Victoria and Albert Museum. Nel 2019, a celebrarla è Museum of arts and design di New York con una retrospettiva che mette in mostra 75 abiti firmati da Sui. In esposizione, le collezioni che più hanno identificato lo stile androgino di Anna, partendo da alcuni pezzi d’esordio in passerella, nel 1991.

“The World of Anna Sui” al Fashion and Textile Museum di Londra

IL CORTO E LE APPARIZIONI TELEVISIVE

Realizza un cortometraggio durante una sua festa privata: il materiale diretto da Zoe Cassavettes con la collaborazione di Noah Bogen viene poi utilizzato come “sfondo” per la presentazione della successiva collezione invernale. Il film evoca lo spirito del periodo pop dei festini di Andy Warhol. Tra gli attori-ospiti, c’erano Vincent Gallo, James Iha, Maggie Rizer, Duncan Sheik, Carmen Cass, Rufus Wainright, Verushka, Marc Jacobs, Karen Elson e George Condo.

Appare  in America’s Next Top Model e Project Runway, talent show americani, ma anche in documentari come Diana Vreeland: The Eye Has to Travel e Make It in America: Empowering Global Fashion.

CHANEL

LE ORIGINI E GLI ESORDI DELLA BELLE ÉPOQUE

Gabrielle Chanel

Gabrielle Bonheur Chanel, nota anche come Coco Chanel, nasce a Saumur, in Francia, il 19 agosto 1883. Figlia di Henri-Albert Chanel e Jeanne DeVolle, il padre è un venditore ambulante, rimasto vedovo presto, decide di affidare le sue figlie all’orfanotrofio di Aubazine.

Raggiunto l’età massima per stare in orfanotrofio, Gabrielle inizia a lavorare come commessa nel negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre, a Mulins, dove approfondisce le nozioni di cucito apprese dalle suore che l’hanno cresciuta ed istruita.

Negli stessi anni, per arrotondare, inizia ad esibirsi come cantante presso alcuni caffè, sembra che il nome Coco deriva proprio dalla canzone Qui qu’a vu Coco?, che spesso cantava.

Appena maggiorenne conosce l’ufficiale di cavalleria Etienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, egli diventa il suo compagno e sarà anche il suo primo finanziatore.

Nel 1908 Chanel inizia a realizzare cappellini in paglia e nastri in raso, una novità rispetto ai sontuosi ed ingombranti copricapo  in voga in quegli anni. Apre il suoi primi negozi a Parigi, Deauville e Biarritz.

LA RIVOLUZIONE DI COCO

Chanel all’opera

Negli stessi anni conosce Boy Capel, un industriale inglese, l’amore della sua vita, con il quale apre la boutique al 31 di rue Cambon, nella Ville Lumière.

Coco inizia a lavorare sulla maglieria, sulle gonne e su qualche vestito. La moda all’epoca era sfarzosa, strati e strati di tessuto, ornamenti, corsetti, gonne ampie, sottogonne, drappeggi e decori.

Chanel comprende per prima la scomodità di questi abiti, non si riconosce nello stile rigido della Belle Èpoque, non è una semplice sarta, è una vera e propria creatrice di moda.

Spesso vestita da uomo e ispirata dal guardaroba maschile, la stilista decide di assecondare il corpo femminile, realizzando lunghe gonne dritte, cardigan e bluse morbide cinture in vita.

Chanel predilige il jersey, tessuto elastico e comodo, lo trasla nei sottabiti fino a veri e propri capi, inclusi vestiti semplici in colori altrettanto facili come il grigio e il blu scuro. È la fine dell’epoca di eccessi, è il tempo di Coco Chanel che regala la libertà alle donne.

Boy Capel e Coco

GLI ABITI E LA LIBERAZIONE FEMMINILE

Ad alimentare la sua idea di stile democratico è la Grande Guerra, durante la quale tutte le stravaganze del passato cedono spazio a sobrietà e rigore, sia per la mancanza di tessuti, impiegati in altri scopi primari, sia per la comodità stessa delle donne, che ormai partecipano alla vita quotidiana, prendendo il posto di lavoro degli uomini che erano al fronte.

La maglia lavorata a mano, e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più significative proposte da Chanel.

Ma erano troppo semplici, così decide di iniziare un lavoro sugli accessori, concentrandosi però anche lì su un’idea meno di lusso e più pratica, quella della bigiotteria: perle, catenelle dorate e unione di pietre vere con gemme false diventano ricorrenti nei look che propone.

I colori che utilizza maggiormente sono il blu scuro, il beige e il grigio. Verso la metà degli anni 20, Chanel presenta un capo rivoluzionario, la petite robe noir, il celebre tubino nero senza segni in vita, spesso arricchito da polsini e colletti bianchi o abbinati a cappellini e perle.

Fino a quel momento nessuna donna aveva mai osato vestirsi di nero, se non in momenti di lutto, e men che meno aveva osato indossare una gonna così corta al di fuori della camera da letto.

Chanel N°5

Marilyn Monroe nella pubblicità del profumo Chanel N°5

Chanel è la prima designer ad associare il suo nome ad un profumo, la prima inconsciamente a lavorare su un’idea di life style. Nel 1923 esce la fragranza più famosa di sempre, Chanel n°5.

Cinque perché Chanel sceglie la quinta proposta olfattiva fattale dall’azienda profumiera  di Ernest Beaux e Henri Robert, cui inizia a collaborare. Anche i design della bottiglia è rigida, semplice, squadrata, a differenza delle ampolle barocche dei profumi femminili del tempo.

L’intuito da prima business woman della moda di Chanel è anche in questo: percepire i cambiamenti nell’aria e seguirli, o all’occorrenza condizionarli.

GLI ANNI 30 E LE AMICIZIE IMPORTANTI

160 Boulevard Malesherbes Chanel

Introdotta dall’amica Misia Sert, Chanel fa la conoscenza di Stravinsky, col quale ha una relazione. Fa amicizia con Picasso e molti esponenti dell’élite parigina, arrivando a disegnare costumi per i balletti di Sergei Diaghilev e per alcune pellicole di Jean Cocteau.

Alla sua fama internazionale contribuisce anche la sua storia con Hugh Grosvenor, Duca di Westminster, con cui rimane legata diversi anni.

Nel 1927 le sue creazioni approdano a Londra, con l’apertura del primo negozio a Mayfair. Anche Hollywood inizia a commissionarle degli abiti e si fa strada un altro dei suoi capi iconici, il tailleur, per il quale sceglie stoffe morbide come il tweed, il gabardine e la vigogna.

Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale impone un’improvvisa chiusura della maison. Chanel bene persino accusata di una presunta collaborazione con i nazisti, così è corretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto solo il negozio di profumi.

IL RITORNO DI COCO

Nel 1954 Chanel ha ormai 71 anni, ma il suo interesse e la sua voglia di lavorare non l’arrestano. Se negli anni ’30 il suo stile aveva duellato con le collezioni fantasiose ed esuberanti di Elsa Schiaparelli, negli anni ’50 deve fare i conti con il New Look di Christian Dior, che reintroduce il corsetto, della guêpière e il prevalere di silhouette a corolla, rinascono le donne fiore.

Chanel è indignata e inviperita, ritiene Dior un addobbatore di poltrone e il nemico delle donne.

Nel 1955 lancia un altro classico intramontabile, la borsetta 2.55, in pelle trapuntata con una tracolla, una catenella di metallo, intrecciata in cuoio.

Nel 1957 muore Dior, Coco riceve a Dallas il Neiman Marcus Award, l’Oscar della moda, che consacra i suoi tailleur come capolavori sartoriali. A bilanciare l’estrema pulizia delle linee dei suoi completi sono i bottoni a testa di leone, segno zodiacale della designer, a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, dal 1959 simbolo ufficiale della casa di moda.

IL MITO PROSEGUE

Chanel oggi è riconosciuta come un mito, il suo nome è di per sé sinonimo di stile, è l’origine di un modo di vestire le donne che ha cambiato la moda, ed è quella che oggi conosciamo.

La griffe Chanel è un impero da quasi cinque miliardi di euro di fatturato. Il quartier generale della maison si trova all’angolo di rue Cambon e rue Saint-Honoré a Parigi.

Uno dei luoghi cult della capitale francese. Dalle umili origini ad una vera propria icona, Chanel ha rivoluzionato la moda, guidata della ricerca di una femminilità autentica e comoda.

Forme lineari e funzionali, l’eleganza, il lusso povero, qualità e innovazione. Introduce i pantaloni, disegnati e pensati su un corpo femminile, il piccolo vestito nero, la suit jacket da donna, i suoi profumi, l’abbinare bigiotteria all’alta moda, Chanel era una visionaria e la sua intelligenza e brillantezza ha regalato alle donne il guardaroba che conosciamo, e questo lo dobbiamo a lei.

L’ARRIVO DI KARL LAGERFELD

Karl Lagerfeld

Gabrielle Chanel muore il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hotel Ritz di Parigi. La gestione della casa di moda passa ai suoi assistenti Gaston Berthelot e Ramon Esparza, l’atelier a Jean Cazaubon e Yvonne Dudel.

Nel 1983 arriva alle redini della maison Karl Lagerfeld, l’anno successivo lo stilista diventa direttore creativo di tutte le linee del marchio, comprese la collezione Crociera e gli accessori.

Lagerfeld incarna perfettamente l’idea di stile di Chanel, dando un tocco personale, ma seguendo le linee conduttrici che ha imposto la designer. Tweed, patchwork, bouclé, pantaloni larhji, gonne al ginocchio, giacche lunghe o molto corte, cappotti da sera in velluto con la collaretti bianca, codici posti da Chanel che trovano con Lagerfeld una traduzione moderna di stagione in stagione.

Il brand oggi è uno dei più riconoscibili al mondo, il colosso è in mano attualmente ad Alain e Gerard Wertheimer, nipoti di Pierre Wertheimer, socio in affari di Coco in persona.

La distribuzione conta più di 200 boutique internazionali, mentre la comunicazione punta su testimonial come Catherine Deneuve, Nicole Kidman, Kristen Stewart, Audrey Tatou, Cara Delevigne e Kaia Gerber.

Anche Marilyn Monroe si fece fotografare con il profumo N°5, tale immagine rimane una delle più celebri della storia del marketing. Altra figura importante è stata Jackie Kennedy, che persino il giorno dell’assassinio di JFK era vestita Chanel.

I FILM SU COCO

Coco Avant Chanel

Diversi sono i film realizzati sulla vita di Chanel: Chanel Solitaire del 1981, Coco Avant Chanel e Coco Chanel & Igor Stravinsky, del 2009, sono alcuni di questi, non si contano le pubblicazioni cartacee dedicate ad una delle donne più influenti del XX secolo e al suo contributo alla storia del costume.

Molteplici sono le sue celebri frasi, basate soprattutto sul concetto che il lusso non è ricchezza, ma assenza di volgarità. Ironica nei confronti degli uomini o dei suoi rivali.

Il buon gusto nel vestire era qualcosa di innato per lei, la sensibilità dell’eleganza e l’attenzione per il genere femminile sono le qualità che l’hanno distinta nella storia.

LE COLLEZIONI DI KARL LAGERFELD

Fin dalla sua prima collezione per Chanel nel 1983, Lagerfeld ha sedotto i media e dettato le tendenze della moda in tutto il mondo.

Le sfilate di Chanel sono sempre le più attese della Paris Fashion Week, ma negli ultimi anni la suspense è cresciuta ulteriormente proprio grazie alla scelta del set, curato in ogni minimo dettaglio e capace di raccontare la propria storia in un tutt’uno con le creazioni che sfilano.

SS 2012 Karl Lagerfeld

2012

Per collezione SS 2012 la sfilata è presentata in una replica del corridoio di un aeroplano, con gli spettatori seduti su poltrone, il tema è ricorrente visto che già nel 2008 aveva presentato la Chanel Cruise Collection nell’hangar dell’aeroporto di Santa Monica, con le modelle che scendevano da un vero  aereo con il logo di Chanel.

La collezione SS 2016 è stata presentata nel Gran Palais di Parigi, allestito come se fosse un aeroporto.

SS 2016

Ultimamente l’ambientazione delle sfilate di Chanel è sempre molto teatrale: per la presentazione delle collezioni d’Alta Moda la sfilata era ambientata in un grande casinò, dove varie ospiti “giocavano” ai tavoli parlando tra loro , c’erano Julianne Moore, Kristen Stewart, Rita Ora, Vanessa Paradis e sua figlia, mentre le modelle sfilavano intorno.

Haute couture AW 2015-16

La casa di moda  allestisce un finto supermercato di Chanel, per la presentazione della collezione AW 2014: le modelle sfilavano in corsie affiancate da scaffali pieni di bottiglie, scatole di tè e biscotti Chanel, afferrano prodotti per leggerne le etichette, impegnate a spingere capelli e a scegliere la frutta, cestelli alla mano e via con la spesa logata Chanel. Tra i volti noti la cantante Rihanna e la top model Cara Delevigne, testimonial della griffe.

Karl Lagerfeld e Cara Delevigne AW 2014-2015

2016

Ritorna il tema gastronomico e per presentare la sua collezione AW 2015-2016 il designer ricrea una brasserie francese in legno, dove modelle dal passo elegante sfilano e prendono un caffè davanti al pubblico della Fashion Week parigina.

La location, quella del Grand Palais, viene rinominata per l’occasione Brasserie Gabrielle, tributo a Madame Coco, ovviamente. Divanetti in bordeaux, tovaglie bianche, servizio essenziale: la sfilata ha ricreato un bistrot di quelli che potreste ritrovare in St.Germain des Prés con tanto di bancone, camerieri e baristi.

Gli abiti come spesso accade durante le sfilate di Chanel vengono, invece, lasciati in disparte, per lasciare spazio allo spettacolo firmato Lagerfeld.

Brasserie Gabrielle AW 2015-16

Altro scenario da ricordare è quello della cupola di vetro del Grand Palais, il marchio della doppia C, ha ricreato lo scenario surreale di un paesaggio lunare sovrastato da un razzo bianco e nero realizzato in scala 1.1. L’effetto futuristico di Chanel si legge nel glitter perlato che regna sovrano su tessuti, applicazioni e accessori.

I due colori classici, bianco e nero, dominano nella collezione ed hanno effetto stellare per il gioco combinato a fili luminosi, piume, perline, tulle e paillettes.

Le pettinature rimandano all’effetto anni 70 di una Barbarella reinterpretata in chiave futuristica esattamente come il DNA del marchio capitanato da Karl Lagerfeld che rimane sempre iconico, legato all’estro di Gabrielle Chanel, ma in continua, sorprendente e unica evoluzione.

AW 2017-18 Chanel Blasts Off

Dopo aver pianificato, strutturato e realizzato il suo piano strategico di conquista dell’universo, Chanel è pronta a viaggiare nello spazio più profondo del Deep Space.

Chanel SS18-19

2018

Per la SS 2018, ovviamente al Grand Palais, ha fatto sorgere una giungla dall’apparenza iper-realistica, con tanto di cascate e passerella sul fiume, l’ispirazione è il Verdon, nell’Alta Provenza.

In passato ha anche, ovviamente, lavorato di fantasia: dall’ambientazione candida, surreale e marina della SS 2012 al giardino tropicale animato dell’Haute Couture Primavera-Estate 2015.

Sfilata Chanel SS 2012-2013
Haute couture SS 2015-2016

Anche per la sfilata AW 2018 il punto di partenza è la natura,  nel Grand Palais di Parigi, come da tradizione, allestito come fosse un bosco: grandi cartonati con foto di tronchi d’albero ai lati, una fila di vecchie querce al centro e foglie gialle mescolate a muschio a terra, a profumare l’aria con sei mesi d’anticipo.

Gli abiti sono più bon-ton del solito pur presentando le classiche linee di Chanel, fatte di tailleur in tweed con giacca e gonna fino al ginocchio accompagnate da perle, mentre i colori autunnali si mimetizzavano alle foglie e agli alberi intorno.

L’iconico bouclé di Chanel viene reinterpretato in colori invernali come nero, marrone, verde cupo, illuminati da accessori fucsia. I cappotti sono over. I blazer e le gonne lunghe.

Sfilano piumini corti e lunghi trapuntati e in lurex. Tra le tante modelle ha sfilato anche Kaia Gerber, la figlia 16enne di Cindy Crawford, mentre in prima fila c’erano l’attrice Lily Allen, Vanessa Paradis e Carla Bruni.

AW 2018-2019 Chanel

CHANEL OGGI

La Chanel di oggi è una vera rivoluzione, che ha trasformato l’idea creativa di una donna che ha segnato lo stile del nostro tempo, in una proiezione mentale in cui, il concetto di lusso, ha assunto una sua particolare dimensione.

Chanel  è un simbolo, un’icona che conserva in sé lo spirito di libertà creativa

Karl Lagerfeld resta e rappresenta il miglior interprete di quello spirito, e la sua capacità di realizzare un’ennesima collezione pregna di stili, dove passato e futuro si mescolano in una unicità irripetibile, si afferma la grandezza di questo grande direttore della moda e del lifestyle.

Lagerfeld più che stilista è un grande sceneggiatore della vita estetica delle donne perché riesce a comunicare, con loro, senza parlare, utilizzando solo le sue creazioni, che, più della forza di una canzone, riescono ad arrivare al cuore delle donne fino a generarne felicità ed emozioni.

Più di un qualsiasi regista Hollywoodiano, ha saputo preservare, innovando intorno al nome Chanel, una storia che nei prossimi 100 anni continuerà a vivere di luce propria.

Gabrielle Chanel e Karl Lagerfeld, le due forze creative della maison francese
 

VIRGINIE VIARD DIRETTORE CREATIVO

Nel febbraio 2019 Karl Lagerfeld si spegne ad 85 anni, lasciando un profondo vuoto nel mondo della moda. L’assenza dello stilista all’ultima sfilata Haure Couture di Chanel aveva già fatto pensare che qualcosa non andasse nella salute del kaiser. 

La maison francese nomina Virginie Viard nuovo direttore creativo. La stilista conosceva Lagerfeld dal 1987 e con lui collaborava da anni fino a diventarne il braccio destro.

JEAN PAUL GAULTIER

LE ORIGINI E LA PASSIONE PER LA MODA

Jean Paul Gaultier by Pierre et Gilles, 1990

Jean Paul Gualtier nasce il 24 aprile 1952 a Arcueil, Val-de-Marne, in Francia. È figlio unico, timido e piuttosto solitario, abituato a stare con gli adulti, con poca popolarità a scuola e poco studioso. Si perde nelle lezioni a disegnare, un episodio segna la crescita personale e nel mondo della moda. Mentre disegnava delle ballerine tutte piume e paillette delle Folies Bergère, viene sorpreso dall’insegnante che lo punisce attaccandogli il disegno sulla schiena e l’obbliga a fare il giro della classe in segno di derisione, ma il castigo ha un risvolto inaspettato, i compagni rimangono colpiti dalla sua bravura e cominciano a chiedergli dei bozzetti per loro. L’esperienza diventa il passaporto che gli apre le frontiere della comunicazione, riusciva a trasmettere alla gente le sue idee.

IL RAPPORTO CON LA FAMIGLIA

Il giovane enfant terrible e la nonna materna, sua fonte di ispirazione e prima sostenitrice

La nonna materna è una figura fondamentale per il designer, proprietaria di un salone di bellezza, dove Jean Paul passa le sue giornate. Ogni sua iniziativa creativa è sostenuta dall’ultima, che gli lascia piena libertà di espressione, anche quando smonta le tende per confezionare un velo da sposa dopo le nozze di Fabiola del Belgio, o quando buca le tovaglie per ricavarne delle gonne. Ma egli riceve anche l’appoggio dei genitori che comprendono ed accettano la sua diversità e sensibilità. Sono proprio la nonna e la mamma ad essere le prime indossatrici del talentoso giovane, che a soli 13 anni comincia a creare vestiti per loro traendo ispirazione dagli armadi femminili di casa. I corsetti diventano da subito la sua ossessione.

GLI INIZI

I corsetti di Gaultier esposti al Gran Palais di Parigi

Non frequenta nessuna scuola di moda, un autodidatta appassionato che disegna bozzetti e riutilizza tessuti casalinghi. Ma Gualtier ha un sogno: diventare un grande stilista. Così invia i suoi saboti ai principali atelier parigini. Il giorno del suo diciottesimo compleanno arriva la proposta lavorativa come assistente da Pierre Cardin, è il 1970. Viene chiamato anche a collaborare con Jean Patou e Jaques Esterel, fin quando non lancia la sua prima collezione nel 1974.

Jeal Paul Gaultier e Pierre Cardin alla sfilata SS 2018 in onore del suo mentore storico

L’ETICHETTA JEAN PAUL GAULTIER

Nel 1976 fonda la sua etichetta, presenta a Parigi una sfilata originale e coraggiosa, molto più vicina ad una rappresentazione artistica che ad una semplice sfilata. Riceve sostegno e appoggio dal suo compagno di vita e d’affari Francis Menuge, che muore di Aids nel 1990.

LO STILE

Gaultier diventa un vero e proprio rivoluzionario di stile. Introduce le gonne, specialmente i kilt, nel guardaroba maschile, ma non solo, il make up diventa un accessorio anche per l’uomo. Ispiratosi alla grande Vivienne Westwood egli è ritenuto il suo più diretto seguace. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Stili dissimili

Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento. all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite.

Attento gestore del proprio successo attraverso un ampio ventaglio di partecipazione ai media — dal cinema (con costumi di scena), alla televisione (con il suo programma Eurotrash per la TV britannica) — continua a stupire, a coinvolgere nelle consuete eppure sempre imprevedibili sfide alle regole del vestire da recuperare e insieme stravolgere.

Altre caratteristiche di Gaultier

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco, che incanterà Madonna (chiede allo stilista i costumi di scena della sua tournée mondiale, nel ’90, e diverrà da allora il capo feticcio del creatore).

Anche il flacone del suo primo profumo avrà la forma d’un busto serrato dal corsetto, sebbene sia racchiuso non in una scatola, ma – omaggio alla nuova collezione Hightech (’93) – in una lattina da conserva.

I nomi delle sue collezioni

Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Nel ’98 ha varato una linea junior. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35 per cento della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire.

I CAPI ICONICI

RTW SS 1994 Kate Moss per Jean Paul Gaultier

RTW SS 1994 Jean Paul Gaultier

Ricordiamo l’iconica T-shirt da marinaio Breton stripe, alla reinterpretazione provocatoria del corsetto, come quello con i seni conici disegnato per Madonna durante il suo Blond Ambition Tour (ma il primo a indossarlo fu il suo orsetto d’infanzia Nanà), entrato letteralmente nella storia del costume e oggetto di svariate mostre in giro per il mondo.

Cover book Jean Paul Gaultier, Breton Stripes

L’ENFANT TERRIBLE

Party al club Copacabana a New York nei primi anni 90.

Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

Jean-Paul Gaultier è riuscito a sconvolgere le regole scegliendo per le proprie passerelle modelli non convenzionali come anziani, donne oversize, persone ricoperte di piercing e tatuaggi, nani o transgender.

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 dal titolo emblematico L’uomo-oggetto, gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo, come la scollatura profonda sulla schiena, trasposti dal vestiario di una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in “princesse”. Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85, dove dimostra il suo impegno nell’abbattimento delle barriere di genere, presentando la collezione unisex Un guardaroba per due. La collezione esplora l’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer.

LE MUSE

Beth Ditto e Jean Paul Gaultier

Non è un caso se tra le muse dello stilista si contano Teri Toye, il primo modello transessuale degli anni 80, la cantante lesbica Beth Ditto, di cui ha disegnato anche l’abito da sposa, e la drag queen Conchita Wurst. Disegna per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.

LA RIVOLUZIONE GAULTIER

Jean Paul Gaultier e Madonna, 1990, Parigi

Negli anni 90 Jean-Paul Gaultier produce molti costumi per i tour di Madonna, tra cui il Blond Ambition Tour e il Confessions Tour, come anche il body nero indossato nel video di Vogue. Altre cantanti che hanno voluto il suo estro all’opera durante i tour sono Kylie Minogue, Lady Gaga e la francese Mylène Farmer. Ha inoltre disegnato molti capi indossati da Marilyn Manson, inclusi quelli del periodo di promozione dell’album The Golden Age of Grotesque. Nel 2013 lo stilista ha dedicato la sfilata primavera estate a David Bowie, riproducendo in passerella pettinature e tutine iper colorate alla Ziggy Stardust. Gaultier ha poi collaborato in svariate occasioni con il mondo del cinema disegnando capi per diversi film, inclusi Il quinto elemento di Luc Besson, Kika-Un corpo in prestito di Pedro Almodóvar e La città perduta di Jean-Pierre Jeunet. Realizza un suo programma televisivo Eurntrash per la TV Britannica.

TRA PASSATO E PRESENTE

Gaultier e Madonna by Herb Ritts

Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, ancora una volta, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco.

LE FRAGRANZE

Jean Paul Gaultier, Paris, 1994 by Jean-Marie Périer

Dal 1993 la maison francese Gaultier lancia una linea di fragranze, primi in testa i leggendari profumi-busto Classique e Le mâle, quest’ultimo il più venduto in Europa. A seguire l’essenza femminile Fragile e quella unisex Gaultier², ma portano la firma dello stilista anche Fleur du Male e Ma Dame. La schiera olfattiva è prodotta dal colosso spagnolo Puig, oggi possessore della maggioranza delle azioni dell’azienda di moda. Si può dire che i profumi di Gaultier, oltre che essere molto venduti, si sono impressi nell’immaginario grazie a quelle bottiglie scultura che ritraggono il busto maschile e femminile, racchiusi in lattine da conserva.

RTW SS 1995

L’ESTRO DI JEAN PAUL GAULTIER

Les Hussardes collection FW 2002

Nel 2002 Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo.

L’IMPERO AUSTRO-UNGARICO COME ISPIRAZIONE

abito da sposta Gultier dlla sfilata FW 2002

Nello stesso anno chiude le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité, al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.

IL RICHIAMO ALLA SCULTURA

Jessica Stam per Jean Paul Gautier SS 2007

Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i “buchi” di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. Collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente.

UN NUOVO PERCORSO

Nel 2003 il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno-inverno 2004-2005. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe (di cui Hermès ha una partecipazione del 35 per cento). Ha preso il posto di Martin Margiela, che ha lavorato per Hermès dal 1997, e che da oggi si dedicherà solo alla sua griffe, controllata da Renzo Rosso, patron di Diesel.
Nel giugno del 2003 in aiuto a Jean Paul Gaultier, impegnato nella nuova direzione artistica di Hermès, è arrivato Boli Barret, giovane emergente dallo stile metropolitano, cui verrà affidata una linea di sciarpe in seta.

L’ENFANT ÈTERNEL

SS 2012

Nel 2014 Jean-Paul Gualtier dice stop al prêt-à-porter dopo quasi 40 anni di carriera.

Organizza una festa colorata al Gran Rex parigino, il cinema dove Jean-Paul andava da bambino, durante la quale le protagoniste sono state le Miss più strampalate, da Miss Lucha Libre per gli appassionati di wrestling a Miss Senior fino a Miss Marinière, la marinaretta che è stata per tutta la carriera un suo portafortuna e feticcio.

E arrivano i progetti speciali, come il one man show che si tiene a ottobre durante la Fashion Freak Show di Parigi e, naturalmente, l’appuntamento con la haute couture dove lo stilista di sente libero di reinventare le noiose leggi di marketing. Altre grandi star come Nicole Kidman, Cate Blanchett, Fergie, Sonam Kapoor, Coco Rocha, Dita von Teese e Camila Belle richiedono negli anni creazioni del grande designer.

Nel 2013 Rihanna partecipa agli American Music Awards con un capo esclusivo firmato Gaultier. Kim Kardashian ne vuole subito uno per lei per la passerella dei Grammys nel 2015. Nel 2016 ha realizzato oltre 500 costumi per lo spettacolo di rivista THE ONE Grand Show al Friedrichstadt-Palast di Berlino.

Ha vestito Katy Perry all’after party di Vanity Fair nel 2017. Nello stesso anno Solamge Knowles indossa al Glamour Women of the Year Awards a New York un abito della collezione A/I 2017 dell’haute couture. La collezione P/E 2018 è un tributo proprio al suo iniziatore Pierre Cardin.

SS 2018

la svolta eco-friendly

Nonostante non ci sia un comunicato stampa che lo attesti, alcune dichiarazioni dello stilista fanno pensare che nei prossimi progetti ci sarà una maggiore attenzione all sostenibilità. In particolare sembra che Gaultier abbia espresso la necessità di allontanarsi dall’utilizzo delle pellicce animali, notizia ovviamente fortemente apprezzata da animalisti e sostenitori della moda eco-friendly.

L’addio alla moda di Jean Paul Gaultier

Il 23 gennaio del 2020, Gaultier comunica la sua decisione di abbandonare le scene. L’addio alla moda non è espresso attraverso un freddo comunicato stampa ma con reso noto attraverso un mega evento dove sfilano, in passerella, tutti i pezzi iconici della griffe. Sulla passerella allestita al Théâtre du Châtelet, sfilano le sue muse: Dita Von Teese, Amanda Lear e Boy George insieme alle sorelle Hadid e Joan Small. A salutare l’enfant terrible della moda, anche Laetitia Casta, che fu scoperta proprio da lui a soli 15 anni

Barocco

Barocco. Lavora a Roma. È noto per la ricercatezza dei tessuti broccati e laminati, per i disegni maculati a tigre e leopardo impiegati per abiti, cappotti e giubbotti. Ha sempre esaltato una donna sensuale, ironica e non conformista.

Barocco a Ischia

Giovanissimo a Ischia durante le vacanze estive, andò a lavorare da Filippo, una boutique del porto dove acquistavano abiti Silvana Pampanini, Gianna Maria Canale e Anna Magnani, a cui, ricorda lui stesso, consigliò di portare una sottoveste nera che diventò in seguito il simbolo del “mediterraneo” appeal dell’attrice. Sull’isola conobbe Patrick de Barentzen e Monsieur Gilles che avevano un famoso atelier a Roma in via San Sebastianello.

A Parigi

I due lo convinsero a trasferirsi nella capitale. Nel ’68, de Barentzen si trasferì a Parigi e Barocco entrò in società con Gilles. Si insediarono in via Ludovisi, ma poco tempo dopo Rocco decise di aprire un proprio atelier. Il successo venne presto. Arrivarono clienti da riflettori come Claudia Cardinale, Stefania Sandrelli, Ursula Andress, Sandra Milo, Liza Minnelli e Laura Antonelli. Negli anni ’70, le sue collezioni si distinsero per i disegni optical e i pantaloni a zampa di elefante.

Viaggi in Oriente

I viaggi in Oriente furono una grande fonte di ispirazione soprattutto per la ricerca dei materiali e in particolare per i broccati e le sete. Negli anni ’80, lo stilista, pur continuando a dedicarsi all’alta moda, si è impegnato anche nel prêt-à-porter e nella diversificazione: nascono così le seconde linee, come la Fashion e RB, gli abiti maschili, le taglie forti, i costumi da bagno, le camicie, svariati articoli di pelletteria, i foulard, i guanti, gli ombrelli e i profumi.

Nel 2008 Rocco Barocco è stato nominato presidente onorario dell’Associazione Amici della Scuola di Ballo, diventando così il costumista di tutti gli spettacoli dei giovanissimi della Scala e prendendo il ruolo ricoperto da Anna Molinari.

Grazie a una partnership col Marchese Coccapani, Rocco Barocco potenzia le collezioni per uomo e bambino, a partire dalle linee primavera-estate 2008, con i capi presentati a Pitti Immagine Uomo. Intanto la maison sbarca in Medio Oriente con un monomarca a Dubai, che si aggiunge agli altri sei già presenti nel mondo. Ultimamente Rocco Barocco ha aggiunto alla sua offerta già molto ricca una linea di orologi e gioielli.

L’obiettivo è quello di definire uno stile curando i dettagli, attraverso piccoli gioielli che completino l’abbigliamento, sia esso sportivo o glamour. Le linee pulite e fluide con particolari preziosi incontrano la tecnologia e la precisione creando moltissime combinazioni differenti: più di 170 modelli tra i quali è possibile trovare orologi a catena con ciondoli (Collezione Hanging), braccialetti di acciaio geometrici (Surprise), intarsi con molti colori e stile hippy (Flowers and Star Pag), pendenti a forma di peperoncino, ecc.

AZZEDINE ALAïA – L’ULTIMO COUTURIER

Indice:

  1. Le origini e il grande sogno
  2. Le donne di Alaïa
  3. La cucina come ambiente creativo
  4. Il sarto delle donne
  5. Il primo atelier
  6. L’incontro con Carla Sozzani
  7. Le modelle del gigante della moda 
  8. Il rapporto con Naomi Campbell
  9. Lo scultore del corpo
  10. La libertà creativa
  11. Il grande ritorno in passerella
  12. Per sempre Azzedine Alaïa 
  13. Un’estetica d’avanguardia
  14. Le mostre
Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Il grande couturier Azzedine Alaïa

LE ORIGINI E IL GRANDE SOGNO

Azzedine Alaïa nasce il 26 Febbraio 1940 a Tunisi, da una famiglia di agricoltori. Parte per Parigi a soli 17 anni con pochi soldi e tanti sogni e, per guadagnarsi da vivere, inizia a lavorare come baby sitter.

La sua infanzia a Tunisi scorre serena e lascia in lui un ricordo felice, nonostante la madre fosse sparita e il padre lavorasse molto nei campi. Erano i nonni a prendersi cura di lui: con il nonno andava spesso al cinema, con la nonna passava ore in cucina, a preparare banchetti per i numerosi ospiti. C’era poi la sorella gemella Hafida, una dolce ragazza che lavorava come sarta e che gli insegna a tenere in mano ago e filo. Anche la zia è stata una figura importante e di ispirazione per la creatività di Alaïa. Vestiva alla francese con una redingote rossa dai revers d’astrakan.

LE DONNE DI Alaïa

Molteplici sono le figure femminili che hanno segnato la vita del grande designer. La rigorosa eleganza delle suore di Notre Dame de Sion a cui dona il primo disegno. Le modelle di Dior e Balmain che scopre sulle pagine delle riviste di moda nello studio di madame Pineau, levatrice del quartiere dove il giovane si guadagna qualche soldo mettendo pentolini d’acqua a bollire sul fuoco.

Dizionario della Moda - Carla Sozzani
Carla Sozzani a cena dal sarto

LA CUCINA COME AMBIENTE CREATIVO

La cucina, come già accennato, è un luogo importante per Alaïa. È qui che passa molto del suo tempo a cucinare con la nonna. Ed è proprio qui che comincia a comporre le sue prime creazioni, che prendono forme scultoree addosso alle clienti per cui cuce. La sua cucina, con un piano d’acciaio e due grandi tavoli perfettamente illuminati, è stata per anni un crocevia dove cibarsi di buona cultura e idee, dove piatti culinari e capi stratosferici prendevano vita. Un luogo aperto a tutti, pronto ad accogliere in qualsiasi momento, ospiti nuovi, come la nonna aveva insegnato ad Azzedine. Il suo segreto era amalgamare la sarta e il giornalista, la nobildonna e l’artista: un modo per tenere insieme tutti i suoi affetti. 

Dizionario della Moda - Azzedine Alaia
Alaïa nella sua cucina

È proprio la nonna, di nascosto dal padre, a spingere il ragazzo pieno di talento ad iscriversi all’Accademia di Belle Arti. Così Azzedine studia scultura, inizia ad interessarsi al corpo e alle sue forme ed impara nozioni che si riveleranno preziose per il suo futuro. Conosce Leila Menchari, che per trent’anni disegnerà le vetrine di Hermès. Assieme sognano Parigi e decidono di raggiungerla, pieni di speranze, sogni e pochi soldi in tasca: qui affittano una chambre de donne, un piccolo monolocale a poco prezzo.  

IL SARTO DELLE DONNE

Azzedine inizia a lavorare per Dior, ma l’esperienza dura appena cinque giorni. La Francia è in guerra contro gli indipendentisti algerini e chi, come lui, viene da Maghreb non è affatto ben visto. Fa appena in tempo ad incrociare Marlene Dietrich, che scende dalla sua auto con le sue gambe bellissime. Allora capisce che l’unica cosa che desidera realmente nella vita è vestire le donne. Conosce la marchesa di Mazan e la contessa di Blégiers, per le quali inizia a fare il baby sitter, appunto. Ma quando i bambini dormono, lui cuce gli abiti che le nobildonne indossano a cene e teatri. Inizia la sua fama, così come la sua storia d’amore con il pittore tedesco Christoph von Weyhe, che gli resterà al fianco fino all’ultimo giorno.

Dizionario della Moda - Atelier di Alaia
Atelier, 1983

IL PRIMO ATELIER

Nel 1965 apre il primo atelier, un ambiente di 140 metri quadri, in rue de Bellechasse, sulla Rive Gauche, dove posiziona macchine da cucire in ogni dove, persino in cucina e in bagno. Inizia a scomporre e ricomporre abiti di Madame Vionnet e Balenciaga.

L’atelier diventa meta di un pellegrinaggio cosmopolita sull’onda del passaparola più sofisticato: nel corso degli anni avvicina e conquista una clientela giovane e all’avanguardia con gli abiti fascianti di maglia nera, le giacche modellate dalle cerniere lampo, le cinture e i guanti in cuoio borchiato o traforato. Alaïa riceve su appuntamento decine e decine di donne sofisticate da tutta Parigi, così come la Dietrich, la Garbo e Arletty, che diventa una delle sue amiche più fedeli. I suoi capi nascono osservando i corpi delle donne che si trova davanti.

Azzedine osserva, ama le donne, si interessa a loro fino a dimenticarsi di se stesso. Alla scelta dei suoi capi d’abbigliamento infatti, dedica apparentemente poco tempo: indossa quasi esclusivamente pantaloni e dolcevita o camicia, preferibilmente con il collo alla coreana. Tutto rigorosamente nero. Non ama essere chiamato stilista, preferisce essere definito un sarto. Mentre Saint Laurent, Pierre Cardin e Guy Laroche fondavano i propri marchi, il designer tunisino procede per la sua strada con visite su appuntamento e capi fatti a mano su ordinazione.

Dizionario della Moda - Sozzani e Alaia
Azzedine Alaïa e Carla Sozzani

L’INCONTRO CON CARLA SOZZANI

Solo nel 1981 Thierry Mugler riesce a convincerlo a fare il salto. Il suo atelier è così piccolo che Azzedine deve far sfilare le modelle per strada. Conosce nel frattempo Carla Sozzani, direttrice di Vogue Italia, la “soeur italienne”, che molto influenzerà la sua vita personale e lavorativa. Nel 1979 Carla fa uscire su Vogue un pezzo speciale sul sarto e vola direttamente da lui a Parigi. Per ringraziarla come merita, Azzedine Alaïa desidera confezionarle un abito. Da quell’incontro nascerà tra i due una intensa e devota amicizia, fatta di ammirazione e rispetto reciproci. Nel 1980, presenta la sua prima collezione. Nel 1982, una sfilata nel grande magazzino di lusso Bergdorf Goodman a New York gli apre le porte dell’America e del successo internazionale.

LE MODELLE DEL GIGANTE DELLA MODA

Dizionario della Moda - Alaia e Farida Khelfa
Azzedine Alaïa con Farida Khelfa, 1986.

 

Azzedine Alaïa e Farida Khelfa, 1984 by Jean-Paul Goude

Da rue de Bellechasse, si trasferisce in rue du Parc Royal, dove conosce una serie di persone particolarmente interessanti, come Farida Khelfa, sua prima modella, collaboratrice e musa. Jean Paul Goude diventa il suo fotografo di fiducia e gli presenta l’ex fidanzata Grace Jones. Sarà proprio lei, nel 1985, ad accompagnare Alaïa all’Opéra Garnier a ritirare due Oscar della moda.

Grace Jones e Azzedine Alaïa, 1977

 

Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell

 

Dizionario della Moda - Alaia e Naomi Campbell
Naomi Campbell nel backstage della sfilata di Azzadine Alaïa

IL RAPPORTO CON NAOMI CAMPBELL

Nel 1987 Naomi Campbell sfila per Alaïa, suo il merito di aver scoperto il talento della Venere Nera. Lo stilista diventa il mentore e la guida della giovane modella, poco più che quindicenne. Si prende cura di lei, la porta a vivere con sé nel proprio appartamento, le insegna il mestiere, il portamento, l’eleganza attraverso film come Donne di Geirge Cukor e filmati di Josephine Baker. Naomi appare nell’ultima collezione Haute Couture 2017-2018, bellissima in un abito lungo nero con un cappotto bianco dai motivi black. Ma Naomi non è l’unico talento che trova, a lui va il merito di aver lanciato modelle del calibro di Linda Evangelista e Inès de la Frassange.

Dizionario della Moda - Alaia e Linda Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista

 

Dizionario della Moda - Alaia e Beatrice Dalla
Béatrice Dalle e Azzedine Alaïa by Jean Paul Goude

LO SCULTORE DEL CORPO

Dizionario della Moda - Alaia nel suo atelier
Il sarto nel suo atelier

Azzedine si conquista la nomina di “scultore del corpo” perché sceglie di completare i propri abiti addosso alle clienti affinché calzassero a puntino. Collabora inoltre con alcuni marchi low cost come Les 3 Suisse, La Redoute, Tati, per cui realizza l’iconica linea a quadretti, venduta a pochi franchi all’epoca e oggi in vendita per migliaia di euro nei negozi Vintage.

Dizionario della Moda - Collezione FW 1991
Azzedine Alaïa, FW 1991

 

Azzedine Alaïa e i suoi due Yorkshire terriers, Patapouf e Wabo, con la modella Frederique per le strade di Parigi 1986, by Arthur Elgort

 

Dizionario della moda - Alaia e la modella Evangelista
Linda Evangelista e Azzedine Alaïa, 1990

LA LIBERTÀ CREATIVA

Lungo tutta la sua carriera, Azzedine Alaïa rimane fedele alla sua idea di moda. Taglio, materia e fluidità. Queste sono le sue regole. L’amore per il suo lavoro lo teneva sveglio notti intere, in preda a momenti di forte creatività, in cui si faceva cullare da documentari su animali, che tanto amava. Ma il sistema della moda è rigido e pretenzioso, sono gli anni dei grandi marchi e delle collezioni cadenzate da appuntamenti precisi e ripetitivi nel tempo. Orgogliosamente fuori sistema, Azzedine dichiara: <<Sfilo quando sono pronto>>. E così, spesso, le sue collezioni escono due mesi dopo le altre, senza farsi coinvolgere dai trand del momento, senza preoccuparsi di cosa va di moda e cosa no, senza guardare il lavoro dei colleghi.

Dizionario della Moda - Azzedine e Naomi
Azzedine e Naomi, 1996

 

Dizionario della Moda - Alaia e Naomi
Azzedine Alaïa e Naomi Campbell, 1987 by Arthur Elgort

Quando Gianfranco Ferrè esce da Dior, ad Alaïa viene proposto il ruolo di direttore creativo, ma rifiuta perché ciò significherebbe chiudere il proprio atelier, che nel frattempo si è spostato nel Marais, tra rue de la Verrerie e rue de Moussy, in un antico ostello ristrutturato dall’amica architetto e designer Andrée Putman. Lo stesso farà dopo la defenestrazione di John Galliano nel 2011.

Dizionario della Moda - Modelle di Alaia
Le modelle di Azzedine Alaïa

 

Dizionario della Moda - Azzedine e Evangelista
Azzedine Alaïa e Linda Evangelista, 1991, by Arthur Elgort

IL GRANDE RITORNO IN PASSERELLA

Piccolo di statura, grande nella moda

Tra una proposta e l’altra scorrono 15 anni difficili ma di grande rinascita. Se Alaïa inizialmente aveva rifiutato quel mondo e il suo jet set, rimanendo saldo nelle sue convinzioni; in seguito ne viene tagliato fuori, fino a sparire totalmente da giornali e tabloid. La sua depressione si aggrava con la morte dell’amata sorella Hafida. Siamo a metà degli anni ’90 e la maison, che ha rinunciato alle sfilate, ormai procede stancamente, senza grandi rivoluzioni, confezionando pezzi su richiesta per una clientela ristretta e producendo una linea ready to wear. Provvidenziale l’intervento dell’amica Carla Sozzani che lo incoraggia finalmente a riprendere in mano la sua vita e la sua carriera.

Nel 2000 Azzedine Alaïa firma un contratto di partnership con il Gruppo Prada e nel 2002 ritorna sulle passerelle dell’Alta Moda francese. L’aver lavorato per Prada ha determinato un effetto rigenerativo per lo stilista che, nel luglio del 2007, riacquista la propria maison e il proprio marchio, nonostante la divisione calzature e accessori continuino ad essere di proprietà del gruppo italiano. 

Il grande sarto tunisino torna un’ultima volta nel luglio 2017 con la sua collezione di alta moda, dopo sei anni di assenza totale dalle passerelle. Naomi Campbell apre e chiude la sfilata.

Dizionario della Moda - Naomi Campbell nell'ultima sfilata FW2017
Naomi Campbell sfila nell’ultima sfilata del gran ritorno di Azzedine Alaïa, FW 2017

Torna a sfilare con il suo gusto di sempre, l’uomo che ha spronato centinaia di donne ad essere fiere di sé e dei loro corpi. Ripropone i modelli fascianti che gli hanno fruttato l’appellativo di “King of Cling”: tubini di maglia trasformano gli agili corpi delle modelle in serpenti sinuosi; leggings neri con miniabito in tinta diventano la sua firma, offrendo anche la base per i suoi cappotti “curvy” e le giacche avvitate di coccodrillo. I suoi abiti sono studiati per allungare le gambe, sottolineare la vita e il seno, alzare il sedere. Sceglie tessuti che si adeguino alle forme, per sottolinearle e valorizzarle. Forme che sembravano bilanciare la forte spinta verso valori nuovi con pratiche di approccio all’oggetto-moda che promettono distinzione, la perfezione di armoniche asimmetrie, minimalismi carichi di energia.

Dizionario della Moda - modelle di azzedine FW2017
Le modelle di Azzedine Alaia, tra cui Naomi Campbell, FW 2017

PER SEMPRE AZZEDINE ALAÏA

Dizionario della moda - Alaia e i suoi cani
Azzedine Alaïa e i suoi inseparabili amici a quattro zampe

Azzedine Alaïa, istintivo e fanatico della perfezione, instancabilmente creativo, piccolo di statura ma enorme di animo, muore a Parigi all’età di 77 anni, il 17 Novembre 2017.

Non si è mai piegato alle logiche commerciali e ai ritmi frenetici dettati dalla moda, un uomo discreto, sensibile ed estremamente creativo, timido, amante e amato dalle donne, molti piangono ancora la sua morte.

UN’ESTETICA D’AVANGUARDIA

Il culmine del suo successo è sicuramente negli anni ’80, i suoi look riscuotono enorme successo su donne che apprezzano un’eleganza rigorosa e pungente: abiti certo seducenti ma dalle note emozionali molto diverse dal glamour tipico del periodo. Abiti che valorizzano il corpo ma che non perdono mai il contatto con un’estetica d’avanguardia votata alla sperimentazione, senza confondersi con la ricerca dei brutalismi estetici dei due distruttori dello stile occidentale: Kawakubo e Yamamoto. I suoi abiti hanno dato spesso l’impressione di una energica struttura che a conti fatti aveva la leggerezza che sapeva magicamente usare Issey Miyake nelle sue celebratissime architetture di tessuto.

Dizionario della moda - Patitz e Spierings FW 1988-89
Tatjana Patitz e Linda Spierings per Azzedine Alaïa FW 1988-89 by Peter Lindbergh

LE MOSTRE

Nel 1997, il museo olandese di Groningen, progettato da Alessandro Mendini, gli dedica una grande personale, con opere di Andy Warhol, Picasso, Schnabel, Basquiat, César accostate agli abiti. 

Nel 2000 il Guggenheim di New York gli dedica una mostra fotografica.

Una mostra a lui dedicata a Londra subito dopo la sua morte ne celebra l’immenso talento. Mostra curata da Mark Wilson insieme allo stesso designer, prima di lasciarci, intitolata “Azzedine Alaïa: The Couturier”. L’esposizione ripercorre la vita e il lavoro di un uomo geniale e fuori dal coro, con 60 modelli iconici.

Dizionario della Moda - Mostra Alaia The Couturier
Mostra “Azzedine Alaïa, The Couturier”

Il percorso dello stilista tunisino e la forza senza tempo delle sue idee sono rappresentati nelle stanze del Design Museum di Londra e raccolte in più sezioni:  Wrapped Forms, Exploring Volume, Black Silhouette, Renaissance perspective, Timelessness,  Spanish accent e Other places other cultures.

Tra gli ospiti all’inaugurazione troviamo Naomi Campbell e Carla Sozzani, Suzy Menkes, Christoph von Weyhe, Manolo Blahnik, Philip Treacy, Anya Hindmarch, Farida Khelfa, Marc Newson, Charlotte Stockdale, Zandra Rhodes e Stephen Jones, che in un modo o nell’altro hanno segnato e sono stati segnati dall’opera di Azzedine Alaïa.

Dizionario della Moda - SS 1986
Azzedine Alaïa con le sue modelle alla sfilata SS 1986

Palazzo Clerici di Milano gli dedicherà una mostra dal 21 al 25 settembre, curata da Olivier Sillard, con opere del periodo compreso tra il 1980 al 2017.

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli.

Il ritorno a londra

Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Givenchy secondo mcqueen

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998

Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen

Alexander McQueen FW 1998-99

Elementi caratteristici

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997

Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999

Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001

Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

TeatralitÀ ed eccentricitÀ

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

Plato’s Atlantis collection, SS 2010

Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen

Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

mcqueen oggi

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy

GILES DEACON

Indice

  1. Le origini e gli inizi nella moda 
  2. Giles
  3. Le collaborazioni

LE ORIGINI E GLI INIZI NELLA MODA

Giles Deacon nasce a Darlington, nella contea di Durham, è figlio di un venditore agricolo e di una casalinga, ma ha da sempre la passione per la moda e per l’estetica.

Frequenta la Scuola di Brnard Castle, da ragazzino il sogno è quello di diventare un biologo marino ma, dopo non aver superato un esame di chimica, si iscrive all’Harrogate College of Arts, dove completa un corso base d’arte. Continua gli studi alla Central St Martins di Londra, dove era nella stessa classe di Alexander McQueen e Luella Bartley. Si laurea nel 1992 e subito dopo inizia una collaborazione con il brand Doran Deacon, con l’amico Fi Doran. Contribuisce alle pagine illustrare di Dazed & Confused.

Si trasferisce a Parigi e viene assunto dallo stilista Jean-Charles de Castelbajac, due anni dopo torna a Londra per lavorare con High Streer. Incontra e conosce per caso il proprietario della Maison italiana Bottega Veneta, che resta colpito dalla cura artigianale dello stilista e lo assume come Capo Designer. Giles lancia la sua prima collezione per l’azienda veneta nel 2000.

Nel 2001 viene licenziato, quando il gruppo Gucci compra la società, e al suo posto subentra il designer tedesco Tomas Maier. Ma Tom Ford, direttore creativo del marchio fiorentino Gucci, lo assume come suo assistente per la linea donna. Lo stilista inglese lascia il fianco di Tom Ford dopo essersi ammalato.

GILES

Giles Deacon FW 2004

Nel 2003, dopo essersi rimesso in forze, crea la sua prima etichetta “Giles“. Nel 2004 partecipa alla London Fashion Week e la collezione riceve riconoscimenti internazionali fin da subito, tra cui la nomina “Best New Designer” ai British Fashion Awards. Nella sua passerella erano presenti tra le modelle Karen Elson, Lily Cole, Eva Herzigova e Linda Evangelista. La collezione Giles viene acquistata da oltre trenta negozi al dettaglio tra cui Barneys, Harvey Nichols e Selfridges.

Linda Evangelista per Giles Deacon, FW 2004

Lily Cole per Giles Deacon, FW 2004

Eva Herzigova per Giles Deacon, FW 2004

Oggi il giovane ragazzo di Darlington è il fondatore e il direttore creativo di Giles Deacon Group e della Couture Fashion House. Nel 2016 esce la prima collezione di Haute Couture della sua etichetta.

FW 2012

Il designer è noto per sfidare le idee tradizionali dell’abbigliamento femminile e spesso utilizza stampe selvagge e riferimenti alla cultura pop. Il suo stile è umoristico, oscuro e sexy, per donne che vogliono essere notate. Irresistibilmente glamour con qualche nota bizzarra, un perfetto mix che può essere indossato da qualsiasi donna, di qualsiasi età.

FW 2012 Giles Deacon

Karen Elson e ’The Giant Crocodile’, Giles Deacon

Irina Shayk per Giles Deacon, 2016

LE COLLABORAZIONI

Nel 2006 vince il premo Fashion Designer dell’anno e nel 2009 riceve il Gran Premio francese ANDAM Fashion Award. Vanta tra la sua clientela le affezionate Thandie Newton, la principessa Beatrice e Scarlett Johansson. Diverse attrici come Cate Blanchett, Gwendoline Christie, Sarah Jessica Parker e Kerry Whashington hanno indossato i suoi abiti in occasioni di eventi sul red carpet.

Cate Blanchett sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Gwendoline Christie per Giles Deacon

Sarah Jessica Parker sul red carpet con un abito firmato Giles Deacon

Nel 2010 diventa direttore creativo della casa di moda francese Ungaro, al posto di Estrella Archs. Da giugno 2011 Deacon prende parte al programma di Channel 4 “New Look Style the Nation”, dopo aver partecipato come giudice a Britain’s Next Top Mondel . Dal 2012 collabora con il designer, la stylist e gli editor di Birmingham Katie Grand. Nel 2013 presenta la prima mostra di moda alla William Morris Gallery di Londra.

Pippa Middleton nel suo abito da sposa firmato Giles Deacon

Nel 2017 realizza l’abito da sposa di Pippa Middleton, sorella di Catherine, Duchessa di Cambridge. Ha collaborato con aziende come Converse e Evoke, con la quale ha creato la sua prima collezione di gioielli.  Per due stagioni lavora con Mulberry, introducendo una capsule di accessori Mulberry for Giles.

Viene nominato per la progettazione della classica etichetta sartoriale britannica Daks. L’attrice Drew Barrymore interpreta le sue campagne pubblicitarie. Collabora per la sua quarta collezione con la modella inglese Agyness Deyn.  Nel 2015 disegna la collezione donna per Debenhams. Mentre la sua collezione intitolata Giles Deacon for Edition viene disegnata da Daisy Lowe.

Daisy Lowe per Giles Edition

ALESSANDRO MICHELE

Indice:

  1. Le origini e il sogno
  2. Il sogno diventa realtà
  3. Gucci di Alessandro Michele
  4. Lo stile di Alessandro Michele

LE ORIGINI E IL SOGNO

Alessandro Michele per VOGUE

Roma, novembre 1972, nasce Alessandro Michele. Il padre è tecnico dell’Alitalia. Indirizzato fin da subito dalla madre nel mondo del cinema, dello spettacolo, del bello in ogni sua sfaccettatura, si iscrive all’Accademia di Costume e Moda della capitale. Qui i suoi talenti iniziano a prendere forma, il suo sogno è diventare scenografo, la moda è solo di sfondo.

Per necessità economiche accetta diversi lavori ben distanti dalle sue passioni, come il giornalaio, il manovale e il muratore, fin quando non gli viene data l’occasione di collaborare con un grande marchio come Les Copains. Entrare nel settore del fashion risveglia in lui desideri ed ossessioni, come quella per gli accessori. Inizia la sua ricerca di gusto e di stile che raccoglie in diversi book che invia a diverse case.

Fendi negli anni ’90 capisce subito il genio di Alessandro e lo decreta Senior agli accessori, evolvendo la sua formazione stilistica e culturale anche grazie al lavoro di Karl Lagerfeld, suo mentore. Kaiser Karl gli insegna che la creatività è per definizione instabile e che può raggiungere la sua massima espressione solo quando è lasciata libera. Per Alessandro sarà una regola da allora in poi.  Ma il creativo ha sempre fame d’ispirazioni. Libri, musica, cinema, materiali e tessuti, così impara che la creatività è anche studio e ricerca continua, ma anche un caos che non lo abbandonerà mai.

IL SOGNO DIVENTA REALTÀ

Nel 2002 Tom Ford posa gli occhi su di lui e lo chiama a Londra per collaborare con lui. Qui trova una realtà ben diversa da quella di Fendi. Tom Ford, designer in quegli anni di Gucci, applica un lavoro di ricercatezza e perfezione legati ad uno standard di bellezza molto americano. La Gucci di Ford rappresenta l’ordine clinico e maniacale della bellezza, lo stilista texano è talmente convincente che Alessandro non riesce a dirgli di no.  Anche da Gucci il ruolo di Alessandro rimane legato al settore degli accessori.

Da questo momento in poi lo stilista non lascerà più il marchio fiorentino e avrà la fortuna di lavorare prima con Alessandra Facchinetti ed in seguito diventare Associate creative director al fianco di Frida Giannini. Nel 2013 Gucci acquista Richard Ginori, brand di Firenze leader nella porcellana pregiata. Nel 2014 Alessandro Michele ne diventa il creative director, mostrando la sua versatilità creativa. Nel 2015 viene convocato dall’amministratore delegato Marco Bizzarri e viene decretato nuovo creative director di Gucci, a solo una settimana dalla sfilata maschile A|I 2015-2016.

Il genio si dimostra proprio in questa occasione. Il suo debutto bene ritenuto dalla stampa di settore come l’evento più d’impatto delle sfilate di Milano dell’anno. Egli ribalta le regole del marchio fiorentino e pone le basi per la sua nuova filosofia aziendale, lo chic clinico che lo precedeva viene sostituti da una visione più colta, antropologica e contemporanea. Nello stesso anno viene nominato International Fashion Designer of the Year.

GUCCI DI ALESSANDRO MICHELE

Gucci torna ad essere di nuovo oggetto di desiderio, con una moda imperfetta, ma ricca di contaminazioni date dalle passioni-ossessioni dello stilista, il collezionismo, il cinema, l’opera, la musica, la letteratura, i luoghi dimenticati, in un mondo sospeso tra una visione passata e una decisamente futurista.

Backstage Cruise Collection 2016 Gucci by Alessandro Michele

FW 2017 Gucci by Alessandro Michele

IL MONDO DI GUCCI SECONDO MICHELE

Il suo immaginario è caotico ma potente, ha voglia di giocare con i vestiti e con gli accessori, di prendere il vintage e di renderlo odierno, nuovo, vuole colpire, stupire, rendere i suoi capi familiari ma anche nuovi, simbologie e richiami storici letti e realizzati in chiave moderna. La sua visione di bellezza non è di certo intesa in maniera classica, ma è una bellezza inusuale, soggettiva, che mischia passato-presente-futuro, è costante ricercatezza di colori, di fantasie, di dettagli, di contaminazioni dell’epoche da lui preferite, di qualità dei materiali, di continuo richiamo al genderless che rimane padrone delle sue collezioni.

S-S 2016 Gucci by Alessandro Michele

Espressione artistica ma con finalità commerciali che funzionano, a tal punto che il marchio vende il 21,1% in più nel 2016, rispetto all’anno precedente, anno in cui il designer ha preso in mano le redini del brand.

Nel 2017 ha archiviato l’anno fiscale con 6,2 miliardi di euro, con un ulteriore crescita del 45%. E già si parla della terza coppia d’oro nella storia della griffe: dopo Tom Ford e Domenico De Sole, Frida Giannini e Patrizio di Marco, ora è l’era dominata da Alessandro Michele e Marco Bizzarri. La ciliegina sulla torta? L’inaugurazione del Gucci Garden all’interno dello storico Palazzo della Mercanzia di Firenze e ideato in prima persona dal direttore creativo. Alessandro Michele ha trasformato Gucci in qualcosa di unico e ogni sfilata è una nuova sorpresa.

Il ristorante all’interno di Gucci Garden

Punto di forza della sua rivoluzione in Gucci è anche l’impulso nuovo dato allo street wear e al rilancio social del brand stesso.

Molti personaggi del mondo dello spettacolo hanno collaborato con il marchio come per esempio Harry Styles, Jared Leto, Lana del Rey e Achille Lauro che ha vestito il brand per il Festival di Sanremo del 2018.

LO STILE DI ALESSANDRO MICHELE

FW 2018 Cyborg Gucci by Alessandro Michele

Alessandro Michele si può definire un perfetto mix di barocco e punk, rinascimentale e caotico, vintage e modernità. Per lui epoche e momenti non si escludono ma si sommano, in un annullamento ideale del tempo. Una forma mentis in cui non è forse facile entrare, ma su cui è perfettamente allineato Giovanni Attili, docente di urbanistica alla Sapienza di Roma e storico compagno del designer, che lo accompagna e sostiene mentalmente in ogni processo creativo, come in quello che ha portato alla realizzazione della sfilata co-ed A/W 2018 e ambientata in una sorta di camera operatoria per cyborg.

F-W 2018 Gucci by Alessandro Michele

DELPOZO

Delpozo nasce a Madrid nel ’74 dalla mente creativa di Jesús del Pozo. Il brand, ora parte del Grupo Perfumes y Diseño, è portavoce dell’artigianalità e della tradizione artistica nel mondo della moda. 

Indice

  1. Le origini
  2. Lo stile Delpozo
  3. La produzione
  4. Direttore creativo: Josep Font
  5. London fashion week 2018

Le origini

 Delpozo Le origini spagnole
Le origini spagnole

Delpozo nasce nel 1974 a Madrid, dalle sapienti mani dello stilista spagnolo Jesús del Pozo. Dopo quaranta anni di successi, di seguito alla morte del fondatore avvenuta nel 2011, il brand è stato acquisito dal Grupo Perfumes y Diseño. Il brand si fa portavoce dell’artigianalità e della tradizione artistica nel mondo della moda.

Lo stile Delpozo

Essere una voce fuori dal coro ha reso Delpozo un marchio dall’immagine immediatamente riconoscibile. La delicatezza e lo charme della famosa casa di moda spagnola fa fatto innamorare la first lady americana Melania Trump che, in diverse occasioni (come la visita ufficiale a Seul), ha indossato capi Delpozo.

Le tecniche di couture dell’azienda, consolidate nel tempo, hanno un’incredibile sensibilità moderna. La casa del prêt-à-couture si veste di elementi contrastanti: tradizionalità e modernità, elementi architettonici, ma anche organici. Delpozo ha sempre un approccio creativo al volume, al colore e alla silhouette; tecniche artigianali e ricami complessi sono presenti in tutte le collezioni.

Delpozo Le silhouette architettoniche
Le silhouette architettoniche

Nel 2018 la filosofia della Maison è “less is more“, a riecheggiare l’architettonicità del suo stile. Delpozo si destreggia tra equilibrio nelle proporzioni ed eleganza mai sfacciata, creando pezzi senza tempo.

La produzione

Le collezioni Delpozo sono realizzate in Spagna, in piccoli atelier. I pezzi sono così intricati e dettagliati che hanno bisogno di essere fatti da atelier che conoscono l’arte della lavorazione artigianale. Tuttavia, le scarpe sono prodotte in Italia.

Delpozo Materiali e colori
Materiali e colori

I tessuti di Delpozo sono sempre naturali: organza, popeline, tulle di seta, doppio crepe di lana, con qualche abbinamento con tessuti più moderni come PVC e crinoline. Le collezioni, tutte molto colorate, si riempiono di sfumature.

Il ricamo fatto a mano è magistralmente creato con i materiali più raffinati e d’avanguardia, utilizzando tecniche sia della Haute Couture che dell’Ecole Lesage di Parigi. La sapiente lavorazione artigianale e gli intricati dettagli applicati sono coerenti con la filosofia prêt-à-couture di Delpozo.

Direttore creativo: Josep Font

Josep Font è stato nominato Direttore Creativo di Delpozo nel 2012. Formatosi come architetto, ha iniziato la sua carriera presentando collezioni a Barcellona, Madrid, Tokyo e Parigi. Ha mostrato le sue collezioni couture a Parigi come membro ospite della Chambre Syndicale de la Haute Couture.

Delpozo Josep Font, direttore creativo
Josep Font, direttore creativo

A poco più di cinque anni dalla sua nomina, Josep ha ottenuto un forte successo: è riuscito a rilanciare il marchio con focus internazionale. Ispirato dal couturier Pedro Rodriguez,lo stilista originario di Santa Perpetua de Mogoda, pone l’attenzione nel craftsmanship, pur mantenendo un twist moderno. Vista la sua formazione, le creazioni dello stilista si ispirano ad architettura organica (nelle sagome o nei dettagli floreali ), arte e natura. Questi tre elementi ritornano sempre nelle collezioni, stagione dopo stagione. L’arte in forma di danza come il balletto, pure.

London fashion week 2018

Dopo cinque anni di successi durante la settimana della moda di New York, Delpozo debutta a Londra con una sfilata che descrive l’autenticità del marchio.

Delpozo Debutto londinese
Debutto londinese

Lo stilista Josep Font focalizza l’attenzione sulla delicatezza dei colori pastello che addolciscono una silhouette minimalista. Il rosa celebra top over con maxi fiocco o, più semplicemente, long dress da sera con dettagli luminescenti sulle spalle.

La collezione autunno/inverno 2018-19 gioca sulle stampe come la mantella in pied-de-poule, i pullover a pois o le stampe floreali. I look, inoltre, sono accomunati da una corolla stilizzata in vita che enfatizza le volumetrie contenute degli abiti in seta e tulle e dei completi sartoriali dal taglio asimmetrico. La collezione esprime il glamour di una maison che punta sul luxury ma con discrezione, elogiando il purismo delle linee e la qualità dei capi.