Tino Cosma

Tino Cosma. Azienda produttrice di cravatte. La fonda Vittorio Cosma in Veneto nel 1946. All’inizio è una bottega artigiana.

Azienda produttrice di cravatte. La fonda Vittorio Cosma in Veneto nel 1946. All’inizio è una bottega artigiana. Il figlio maggiore di Vittorio, Tino, riorganizza l’azienda nel ’68, firmando la sua prima collezione di cravatte e aprendo un ufficio commerciale a Milano. Negli anni ’70, l’azienda si sviluppa fortemente. È di questo periodo l’inaugurazione della fabbrica di Motta di Livenza, con 140 maestre cravattaie. L’83 è l’anno della costituzione della Tino Cosma Inc., con sede a New York e un negozio in Fifth Avenue.

2002. Oltre che nello show room di Milano in zona Magenta (via Alberto da Giussano) e in quello di New York, le cravatte Cosma sono vendute in Usa, Canada, Hong Kong, e nei punti vendita di Barcellona, Lisbona, Stoccolma, Grecia e Svizzera.

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Tessitura Serica Molinelli

Tessitura Serica Molinelli. Azienda di tessuti in seta per cravatte. Nasce nel 1934. La sede è a Como, lo stabilimento ad Appiano Gentile.

Azienda di tessuti in seta per cravatte. Nasce nel 1934. La sede è a Como, lo stabilimento ad Appiano Gentile. La gestione è familiare. Impiega 80 dipendenti, per una capacità produttiva di 130 mila metri mensili. È presente in tutti i mercati mondiali con una percentuale del 60 per cento in esportazione.

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Schostal

Schostal. Storico negozio di biancheria, a Roma. Aperto nel 1870 in via del Corso. Divenne noto per le calze, le cuffiette da notte, le cravatte, le camicie

Storico negozio di biancheria, a Roma. Fu aperto nel 1870, al 158 di via del Corso. In un primo tempo, l’insegna era “Alla città di Vienna, Schostal”. Divenne quasi subito noto per le calze, i copribusto, le cuffiette da notte, le cravatte, le camicie in shirting o in tela batista ricamata a mano. Oggi, punta soprattutto sulla biancheria maschile e in particolare sulla buona qualità di canottiere e calzini.

Schostal
Schostal

Schostal era il cognome di due sudditi dell’impero austroungarico, Leopold e Guglielmo, proprietari dell’omonima ditta di Vienna che era sbarcata a Roma, Napoli e Palermo. Ma il successo italiano fu merito del torinese Lazaro Bloch, che, insieme a tre dipendenti della casa madre, fondò una società e rilevò le filiali Schostal.

Il negozio romano non è molto cambiato da allora: ha gli stessi banchi di vendita e le vetrine incorniciate da listelli di ottone. Non è cambiata neppure la proprietà: la famiglia Bloch, arrivata alla terza generazione. Grande personalità fu Giorgio, il figlio del fondatore, che ha diretto il negozio prima e dopo la seconda guerra mondiale. Era un amico personale di Luigi Pirandello e del compositore Alfredo Casella. Gli è subentrato Roberto Bloch.

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Ricci, Stefano

Stefano Ricci (1949). Industriale e stilista fiorentino. È proprietario dell’omonima azienda di cravatte, solo in seta, nata nel 1972.

Stefano Ricci (1949). Industriale e stilista fiorentino. È proprietario dell’omonima azienda di cravatte, solo in seta, nata nel 1972 dall’industria tessile paterna. Disegna lui stesso i tessuti.

Ricci
Cravatte Ricci

Dal ’96 ha iniziato anche la produzione di camicie e capispalla e ha lanciato la cravatta più costosa del mondo (1500 dollari). L’ha venduta soprattutto in America, da Bijian, la boutique di Rodeo Drive a Los Angeles che riceve solo su appuntamento e annovera tra i suoi clienti molti presidenti degli Stati Uniti e, naturalmente, molti attori.

Organizza la partecipazione di Classico Italia a Pitti Uomo, nella splendida scenografia del cortile degli Uffizi a Firenze. Accanto alle creazioni della sua griffe, anche le 23 maison facenti parte del Consorzio Classico Italia presentano le proprie collezioni.

Durante lo stesso evento, Neiman Marcus e Lamborghini Automobili hanno tenuto a battesimo il frutto del grande progetto a cui, per il design, ha collaborato per molto tempo Ricci stesso: la Lamborghini Diablo.

Su richiesta del governo italiano, Ricci crea le cravatte per i partecipanti alla Conferenza Internazionale di Firenze, summit fra le 8 nazioni più industrializzate del pianeta. Lo stilista disegna e produce solo otto esemplari, uno per ogni rappresentante. I rappresentanti sono i seguenti: Bill Clinton, F. Enrique Cardoso, Tony Blair, Massimo D’Alema, Lionel Jospin e Gerhard Schröder.

Ricci

“Solo Una”: la preziosissima cravatta creata dallo stilista del valore di 10 mila dollari (la più costosa mai realizzata). Viene esposta nella vetrina di 18 metri di Brandimarte, argenteria di Firenze. Il marchio possiede una boutique a Montecarlo, a Beverly Hills su Rodeo Drive. Inoltre ha anche tre negozi in Cina a Shanghai, Dalian e Chengdu. Infine, il marchio di camicie, cravatte e capispalla maschili apre un flagship store a Pechino, all’interno del St. Regis Hotel.

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Sarli, Fausto

Fausto Sarli. Stilista italiano. È considerato un caposcuola dell’alta moda romana. Ha soprattutto usato i metodi artigianali tipici della sartorialità.

Fausto Sarli (1927). Stilista italiano. Lo considerano un caposcuola dell’alta moda romana. Ha soprattutto usato i metodi artigianali tipici della sartorialità. Il suo stile creativo e portabile si caratterizza per la cura del taglio e  un’ottima padronanza dei tessuti. Inoltre ha anche estrema attenzione per ricami e intarsi.

Sarli

Ha iniziato la carriera come disegnatore, vincendo molti concorsi come figurinista. Nel 1957, una giuria, formata da Schuberth, Capucci, Marucelli, Veneziani e Simonetta, lo ha premiato come giovane talento. Ciò gli ha permesso successivamente di sfilare a Palazzo Pitti.

Dopodiché, nel ’61, ha cominciato a lavorare in televisione. Disegna i costumi per Mina nella trasmissione Giardini d’Inverno. Negli anni ’70 è partito alla conquista del mercato giapponese. In seguito, ha varato inoltre una linea di prêt-à-porter. Da vita a modelli curati nei particolari, studiati nei tagli e nelle linee. Tuttavia, nello stesso tempo sono anche portabili, disinvolti e accessibili di prezzo.

Sarli
Sarli 2003

Nell’89 ha inaugurato l’atelier romano in via Gregoriana. Gli anni ’90 sono stati per lo stilista tutti all’insegna della diversificazione. Infatti, lancia il profumo Sarli e una linea maschile di cravatte, gilet e accessori.

Anche se non firmati sono suoi gli abiti di scena indossati da Lucia Bosè nel film del suo debutto, Cronaca di un amore di Michelangelo Antonioni.

Era il 1950. Sarli aveva 23 anni. La Fondazione Giorgio Cini di Venezia gli affida il restauro degli abiti di Eleonora Duse. Il sindaco di Roma, Rutelli, gli consegna in Campidoglio una targa a testimonianza di oltre 40 anni di attività. Inoltre, sempre per i suoi 40 anni nel mondo dell’alta moda, gli consegnano il premio “Città di Milano”.

Rievoca i suoi quarant’anni di lavoro con una mostra al Museo Barracco parallela alle sfilate romane dell’alta moda. Inoltre, debutta la linea “Sarli Sposa prêt-à-porter”. Al Castel dell’Ovo di Napoli mostra Fausto Sarli: 50 anni di stile italiano. Il suo mezzo secolo di creatività viene festeggiato a Roma. Sfila in piazza del Campidoglio illuminata da Storaro, e riceve il premio Marco Aurelio.

Sarli
Il geometrismo e i volumi della Maison Sarli

In contemporanea, la mostra di Castel dell’Ovo viene ospitata al Museo del Vittoriano. Nella collezione autunno-inverno 2003-2004, Sarli abbina vero abbigliamento a vero stile. Non cade mai nella volgarità e nell’ostentazione pur presentando gonne corte e trasparenze. Allo stesso tempo alternate a gonne larghissime e svolazzanti e ad abiti ricoperti di ricami o piccoli fiori. Chiude la sfilata un abito da sposa grigio polvere per la cui realizzazione sono occorse 350 ore.

In giugno, a Napoli, a palazzo Modragone (nei Quartieri Spagnoli) inaugurano il Museo della Moda. Questo espone stabilmente 50 preziosi abiti donati da Sarli alla sua città natale.

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Ravasi, Guido

Guido Ravasi. Industriale serico e designer. La produzione, verte principalmente sulla fabbricazione di tessuti in seta per cravatte, fazzoletti e sciarpe

Guido (1877-1946). Industriale serico e designer. Dopo un periodo di apprendistato in Austria, Germania, Cecoslovacchia, Svizzera e Francia avvia un’impresa individuale con tessitura localizzata a San Mamette (Como). Rivitalizza l’azienda di famiglia e svecchiandola nello stile dei prodotti. Detiene meno del 50 per cento del capitale sociale della ditta, affiancato dalla banca ambrosiana Bellinzaghi e da un gruppo di industriali milanesi. Si occupa personalmente del disegno dei tessuti. La produzione, di Ravasi che ha luogo in gran parte nella tessitura di Oltrona e nei due opifici di Binago e Como, verte principalmente sulla fabbricazione di tessuti in seta per cravatte, stoffe “artistiche”, fazzoletti e sciarpe.

Negli anni ’20, proprio la produzione “d’arte”, commercializzata in una specie di museo-bottega comasco dalla Sar (Società Anonima Ravasi), riscuote unanimi consensi in occasione di esposizioni nazionali e internazionali. Il settore dedicato alle cravatte si avvale di una rete dettagliatissima per la diffusione in tutta Europa, Medio Oriente, Giappone, Africa, America e Australia. Dal 1923 fino agli inizi degli anni ’30, Ravasi partecipa al Consiglio artistico dell’Esposizione Internazionale delle Arti che al tempo si svolgeva a Monza. Nel 1972, dopo la morte del fondatore, diversi passaggi di mano e cambi di ragione sociale, la ditta passa sotto il controllo definitivo della Ratti. Lo stesso anno le Seterie Ravasi giungono al capolinea.

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Ratti

Ratti. Industria italiana della seta di Como. È famoso per l’alto contenuto moda dei tessuti, le rarefatte nobilitazioni, le molte destinazioni d’uso

Industria italiana della seta. Ha sede a Como. È famosa nel mondo per l’alto contenuto moda dei tessuti, le rarefatte nobilitazioni, le molte destinazioni d’uso: abbigliamento, arredo, cravatte, accessori. Antonio Ratti dà vita alla società nel 1945. Creatività e tecnologia, avanguardia, ciclo continuo dalla progettazione alla produzione sono i suoi atout. Ogni anno 5 mila nuovi disegni vanno ad arricchire i 150 mila già archiviati, consultabili on line e rapidamente rielaborabili con il sistema Cad progettato in collaborazione con l’Enea.

Una biblioteca di 5 mila volumi di arti visive, in continuo aggiornamento e informatizzata, fa da propellente all’ufficio stilistico. La Società è quotata in Borsa dall’89. Fattura poco meno di 400 miliardi di lire l’anno, ha 1100 dipendenti. Persegue una politica di investimenti e acquisizioni finalizzata allo sviluppo dell’impresa.

La struttura dell’azienda

È articolata in società manifatturiere, di distribuzione, finanziarie, per un totale di 17 diverse fasce di prodotto nei settori: tecnologico, grandi firme, arredamento, foulard e scialli, cravatte, abbigliamento donna. Vende in 34 paesi del mondo. Ha diramazioni a Parigi, New York, Singapore, Hong Kong e stabilimenti in Italia e in Francia. Nell’85, nasce la Fondazione Ratti per sostenere attività, ricerche, studi artistici, culturali, tecnologici sia per la produzione tessile, sia per la salvaguardia di beni culturali e artistici, sia per la realizzazione di iniziative, di eventi, di mostre.

È dotata di una importante collezione di tessuti antichi. Nel ’99 la Fondazione ha organizzato a Como la mostra Seicento anni di seta e colore: una storia delle tecniche di tintura del tessuto. Antonio Ratti, nel ’96, ha donato al Metropolitan Museum di New York un laboratorio per il restauro dei reperti tessili. L’anno si chiude con un fatturato di 140,3 milioni di euro e una perdita netta di 3,8 milioni.

Concentrato da mezzo secolo nella stampa su seta, che occupa ancora il 50 per cento dei materiali trattati, il Gruppo inizia a raccogliere i frutti della diversificazione cominciata nel 1998 con la produzione di tessuti misti e poliestere, inizia a dare i suoi frutti. Una nuova produzione per il mare e la lingerie viene offerta attraverso la divisione Setamarina.

La produzione

Complessivamente Ratti produce 5,6 milioni di metri di tessuto l’anno. Il consiglio di amministrazione conferisce pieni poteri a Donatella Ratti, presidente del Gruppo e nuovo amministratore delegato. Peggiorano i risultati economici. Il bilancio ha evidenziato un fatturato consolidato di 131,5 milioni di euro, in diminuzione del 6,5 per cento rispetto al 2000 e una perdita di 10,4 milioni di euro. Il calo riflette la situazione di difficoltà che ha caratterizzato il settore del tessile-abbigliamento e in particolare il business della seta. La capogruppo Ratti S.p.A. ha conseguito un giro d’affari pari a 93 milioni e un risultato netto negativo di 8,8 milioni.

Continua la ristrutturazione del Gruppo, il cui obiettivo è tornare alla redditività attraverso una maggiore flessibilità che permetta di competere in un mercato sempre più turbolento.

Gli anni 2000

2002, febbraio. Muore Antonio Ratti, fondatore ed ex presidente del Gruppo. 2002, aprile. Donatella Ratti esclude qualsiasi ipotesi di fusione con altre imprese del distretto per superare le difficoltà in cui versa il gruppo. Secondo lei, le prospettive migliori sono nei tessuti per l’abbigliamento femminile che rappresentano il 60 per cento del fatturato, rispetto al 45 del 1997. Gli accessori rappresentano il 14,4 per cento del giro d’affari, comparto all’interno del quale cresce il peso dei foulard e diminuisce quello delle cravatte.

2002. Ancora un anno duro per il gruppo comasco. Il fatturato, pari a 118 milioni, cala del 10,2 per cento. Tale diminuzione ha riguardato tutti i mercati ma soprattutto quelli esteri, dove Ratti realizza il 64 per cento del giro d’affari complessivo. Il mercato nazionale, 36 per cento, è diminuito del 7,2. Il risultato economico è negativo per 3,8 milioni di euro, in miglioramento rispetto ai 10,4 milioni del 2001. Tuttavia, la ristrutturazione avviata offre segnali incoraggianti. Il cash flow è infatti positivo per 3,7 milioni di euro e ha permesso di affrontare nuovi investimenti materiali e di ridurre l’indebitamento finanziario netto a 15,7 milioni.

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Pozzi

Pozzi. Negozio milanese di moda maschile. Celeberrimo fra le due guerre sino a tutti gli anni ’50, era di fronte a una leggendaria maison close.

Pozzi. Negozio milanese di moda maschile. Celeberrimo fra le due guerre sino a tutti gli anni ’50, era di fronte a una leggendaria maison close. Claudio Tridenti è stato commesso da Bellini. Successivamente rileva “Pozzi”, negozio di abbigliamento maschile classico.

Sono gli anni ’20. Per primo in Italia, importa i modelli Burberry, le cravatte Regimental, le scarpe Church. È conosciuto come un mago della vendita, fornitore della Casa Reale e della migliore borghesia milanese. Lo ricordano per aver fatto stampare 500 foulard in seta nera con riprodotto un discorso del Duce, in edizione numerata. Andarono tutti venduti. Aveva inventato un portafoglio-calendario in tessuto regimental. Sul finire degli anni ’70, il negozio ha chiuso.

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Personality

Personality. Fabbrica artigianale di cravatte, fondata nel 1977. Ha sede a Milano. La confezione, tradizionalmente effettuata a mano, personalizzabile

Fabbrica artigianale di cravatte, fondata nel 1977. Ha sede a Milano. La confezione, tradizionalmente effettuata a mano, è personalizzata su richiesta del cliente. Inoltre, il 50 per cento della produzione è esportato in Europa, Giappone, Usa. L’amministratore è Giuseppe Ruggirenti.

personality cravatte
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Marinella

Marinella. Negozio e marchio napoletano di cravatte, abbigliamento e “articoli inglesi. Ha aperto a Milano il suo secondo atelier nel 1914.

Negozio e marchio napoletano di cravatte, abbigliamento e “articoli inglesi”. L’insegna diceva: “Marinella E. Marinella-Shirtmaker and Outfitter”. Aperto da Eugenio Marinella il 26 giugno del 1914, al n. 287 della Riviera di Chiaia, è ancora oggi della famiglia. Ereditato dal figlio Gino, che lo guida fino alla metà degli anni ’90, il negozio conserva a lungo la fisionomia di un laboratorio artigianale e tuttavia assai esclusivo per la vendita di capi inglesi e per la creazione di cravatte, camicie, foulard d’ispirazione e tessuti rigorosamente anglosassoni.

La ditta, diretta oggi dal figlio di Gino, Maurizio, s’è specializzata da una ventina d’anni nella vendita di cravatte (ne produce circa centoventi al giorno) già confezionate, su misura e sette pieghe, la cui consistenza deriva, appunto, dalle numerose pieghe della stoffa, anziché dalla tesina. Circa 4 miliardi di fatturato all’anno nel 1998, l’azienda occupa (tra il negozio e i due laboratori) 25 persone e fattura circa 4 miliardi l’anno.

La storia della boutique

La storia di Marinella inizia un mese prima dello scoppio della prima guerra mondiale e si intreccia con quella della società elegante napoletana. È la giornalista scrittrice Matilde Serao a celebrarne l’inaugurazione dalle colonne del quotidiano napoletano Il Giorno nella sua celebre rubrica Mosconi. La bottega di articoli inglesi – venti metri quadrati al piano terra del quattrocentesco palazzo Satriano – è arredata da don Eugenio seguendo il gusto anglofilo dei signori napoletani.

La Villa Reale (oggi Comunale), sulla quale il negozio s’affaccia è ancora – nei primi decenni del secolo – la meta dei cavalieri e delle amazzoni dell’aristocrazia napoletana. Alle signore, racconta la Serao nella cronaca dell’inaugurazione, Marinella offre viole; ai signori colonia inglese Floris. I profumi Floris e Penhaligon’s, i cappelli Look, gli impermeabili Aquascutum, e preziosi tessuti del Kent sono i prodotti che Eugenio Marinella, primo in Italia, importa per una clientela raffinata che annovererà, insieme agli Agnelli, esponenti di Casa Savoia e i discendenti dei Borbone di Napoli.

Da allora, nel negozio, tutto è rimasto apparentemente immutato: gli stucchi della volta a crociera dalla quale pende un antico lampadario d’ottone a quattro fili, il tavolinetto per la cassa e il bancone di vendita in mogano e cristallo. Perfino la vecchia poltrona in pelle, voluta da don Eugenio per far accomodare i suoi prestigiosi clienti, è ancora lì: tra il tavolinetto e la porta a vetri dell’ingresso.

Pure i sistemi di lavorazione a mano, così come le procedure seguite per l’importazione dei tessuti dalla contea del Kent e per la vendita dei prodotti Marinella, sono rimasti gli stessi. È ancora il titolare dell’azienda a realizzare le fantasie delle cravatte e a recarsi in Inghilterra per scegliere i tessuti: i cosiddetti “square”, seta di un metro per 20 centimetri dalla quale si ricavano da 4 a 8 cravatte.

Gli anni ’70

Dalla fine degli anni ’70, invece, è stata abbandonata la produzione di camicie su misura, per puntare decisamente sulla cravatta, la cui larghezza, a detta dei Marinella, dovrebbe essere sempre compresa tra gli 8 centimetri e mezzo e, nel punto più largo, i 9 e mezzo. Per il colore (che deve “staccare” dall’abito e dalla camicia) e le stoffe (jacquard per le regimental, seta leggera per gli stampati e lana per l’abbigliamento invernale) la regola è seguire la tradizione. Mai, in ogni caso, delegare ad altri la scelta della propria cravatta e mai, assolutamente mai, esibire un coordinato cravatta fazzoletto nel taschino.

L’apertura della sede di Milano

Marinella ha scelto Milano per il suo secondo atelier, dopo quello di Napoli aperto nel 1914. Come per la sede napoletana in palazzo Satriano, anche per quella milanese è stato scelto un edificio storico: un ex convento settecentesco in via Santa Maria alla Porta 5. È la prima volta che viene inaugurata una sede “distaccata” della bottega-salotto di Napoli. Accanto alle cravatte, profumeria, maglieria e pelletteria per uomo e per donna, gli orologi e gli occhiali da sole. Tutti fatti a mano e a tiratura limitata (in titanio e acetato puro), realizzati da Optical City.

Nel 2002 il fatturato di Marinella è stato di 8,3 milioni di euro. Marinella e Valextra, due firme storiche, si sono uniti per produrre una linea di cravatte Marinella per Valextra in twill di seta jacquard in vari colori, in tinta unita o con disegno tessuto.

2003, maggio. Il quotidiano Wall Street Journal esce con una lunga intervista in prima pagina dedicata a Maurizio Marinella (1955), ultimo erede della dinastia. Il titolo è: The Ultimate Necktie (La cravatta definitiva).

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