Pescucci, Gabriella

Gabriella Pescucci. È la costumista italiana più richiesta dal cinema internazionale.Vincitrice del premio Oscar ’94 per L’età dell’innocenza di Scorses.

Gabriella Pescucci (1943). Costumista italiana. Gabriella Pescucci è, con Milena Canonero e Franca Squarciapino, la costumista italiana più richiesta dal cinema internazionale. Autrice di 2 mila costumi per Le avventure del Barone di Munchausen di Gilliam. Vincitrice del premio Oscar ’94 per L’età dell’innocenza di Scorsese.

Pescucci
1994: Gabriella Pescucci ritira l’Oscar dalle mani di Sharon Stone per i costumi del film L’età dell’innocenza di Martin Scorsese.

Studi all’Accademia di Belle Arti di Firenze, apprendistato alla sartoria Tirelli (“Sono cresciuta tra gli abiti di Morte a Venezia“, dice di se stessa), di cui è oggi anche socia. Assistente di Piero Tosi e Pierluigi Pizzi, nel corso della carriera, ha legato il proprio nome a film d’autore e kolossal di grande successo. Dai felliniani Prova d’orchestra e La città delle donne al cinema di Scola (Passione d’amore, Il mondo nuovo, Che ora è), da C’era una volta in America di Leone a grosse produzioni come Il nome della rosa o La lettera scarlatta.

Pescucci
Uno degli abiti più famosi di Gabriella Pescucci: quello di C’era una volta in America film del 1984 di Sergio Leone.

Il suo eclettismo le permette di attraversare con disinvoltura epoche diverse. Veste Maria e San Giuseppe in Per amore, solo per amore o disegnando i costumi settecenteschi della Notte e il momento. Alterna all’attività cinematografica quella teatrale. Nel ’72, ad esempio, ha lavorato a una Norma scaligera con la regia di Bolognini. Successivamente, nel ’92, lavora alla Traviata firmata, per la regia, da Liliana Cavani.

In occasione del Palio straordinario del Giubileo, il comune di Siena le affida il rifacimento dei 360 costumi per i figuranti e per le 17 contrade che prendono parte al corteo storico. La costumista prende spunto dai bozzetti ispirati al periodo storico tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500, già utilizzati come modello da Olla, Manichelli e Pollai per la versione precedente, del 1981.

Presso il Museo del Tessuto di Prato, in mostra il mantello di pelliccia di talpa color fango indossato da Michelle Pfeiffer ne L’età dell’innocenza. Il film con cui la costumista ha vinto l’Oscar ’93. La rassegna è dedicata al lavoro della Sartoria Teatrale Tirelli per il cinema. Nel 2006 vince il Nastro d’Argento per i costumi de La fabbrica di cioccolato, film di Tim Burton interpretato da Johnny Depp. Nel 2009 alcune delle sue creazioni sono esposte nella mostra “L’atelier degli Oscar” a Gorizia, dedicata ai costumi della sartoria Tirelli per il grande cinema.

Pescucci
Tirelli costumi – Pescucci

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Accademia di Costume e di Moda

Poiret, Paul

Paul Poiret (1879-1944). Primo creatore di moda in senso moderno, Poiret “le Magnifique” nasce a Parigi da un commerciante di stoffe.

Paul Poiret (1879-1944). Primo creatore di moda in senso moderno, Poiret “le Magnifique” nasce a Parigi da un commerciante di stoffe. Destinato a continuare l’attività di famiglia, presto mostra di preferire la sartoria e così, dopo esperienze in vari atelier come quello di Cheruit, nel 1898 circa, approda da Jacques Doucet, sarto, mecenate ed estimatore d’arte che gli comunicherà la sensibilità e il gusto per il collezionismo.

L’esperienza, acquisita in un’atmosfera elegante e raffinata dove Sarah Bernhardt e Gabrielle Rejane erano habitué, forma una personalità moderna e originale. Tra il 1900 e il 1901 lo troviamo presso la Maison Worth dove i suoi prototipi di tailleur sportivi e un mantello a forma di kimono orientale, Confucius, troppo innovativo, non incontrano l’approvazione di Jean Philippe Worth.

Poiret
Mantle, 1913

La prima attività indipendente di Poiret all’insegna dell’esaltazione della silhouette femminile

Costretto a lasciare la celebre sartoria per divergenze di vedute, nel 1903 Poiret avvia la prima attività indipendente al 5 di rue Auber. Subito si distingue per azzardate scelte commerciali, aprendo ampie vetrine sulla strada dove espone i suoi modelli, contrariamente a quanto usava nel mondo dell’haute couture. Dal 1906 al 1908 si installa in una sede più ampia di rue Pasquier 37, seguito da una altolocata clientela strappata alla concorrenza più tradizionalista.

Schierandosi subito sul fronte della semplificazione della silhouette femminile, combattendo il busto e ogni anacronistica costrizione, propone una nuova linea sensuale e sciolta, ispirata al periodo neoclassico e al Direttorio. Nel 1909 stabilisce la propria abitazione e la sartoria in un lussuosissimo palazzo circondato da un grande parco in avenue d’Antin, dando vita a défilé, ricevimenti e feste (la celebre La Mille et Deuxième Nuit, del 1911, apoteosi dell’orientalismo), che lo renderanno celebre in tutto il mondo.

L’arrivo della popolarità

Conquistata una solida popolarità, dimostra di essere un antesignano anche nel pubblicare a scopo pubblicitario i primi album di bozzetti curati dai più noti illustratori del tempo.

Nascono così le raccolte Les Robes de Paul Poiret raccontées par Paul Iribe (1908) e Les Choses de Paul Poiret vuès par Georges Lepape (1911). Allo stesso tempo, organizza tournée europee con sfilate di mannequin al fine di far conoscere ovunque le sue collezioni. Influenzato dalla ricchezza decorativa e dai colori dei Ballets Russes, messi in scena a Parigi da Diaghilev.

Una moda che abbraccia l’oriente, la femminilità e che la cosmetica

Poiret, tra il ’10 e l’11, lancia una moda di chiara eco orientale con turbanti, pantaloni alla turca e tuniche velate da harem, che diverranno distintive del suo stile.

Molto scalpore provocano la sua jupe-culotte, primo tentativo di pantalone femminile da casa, e la sua jupe-entravée. Dopo un viaggio a Vienna presso la Wiener WerkstÌtte, fonda a Parigi l’Atelier Martine, dedicato all’interior design, dove egli stesso, con la collaborazione di celebri artisti come Raoul Dufy, progetta tessuti d’arredamento, tappezzerie, mobili e oggetti per la casa dagli straordinari “patterns” decorativi.

La sua lungimiranza imprenditoriale si manifesta nell’11 anche attraverso la volontà di cimentarsi nel campo dei profumi e della cosmetica con la sua linea Rosine, caratterizzata da essenze raffinatissime e da rare bottiglie in argento o cristallo disegnate anche da Lalique.

Poiret

Nel ’13, mentre Erté entra nell’équipe dell’atelier, Poiret sbarca negli Stati Uniti dove sigla accordi e licenze per commercializzare con la sua etichetta modelli e accessori su vasta scala, comprese borse, guanti e calze.

I primi ostacoli

Ormai riconosciuto anche oltreoceano come King of Fashion, nel ’17, poco prima di essere richiamato alle armi, apre una succursale a New York e crea la Poiret Incorporated per la diffusione di un prêt-à-porter ante litteram. La sua attività riprende nel 1919, ma ormai la parentesi tragica della guerra ha cambiato il mondo. Alcune speculazioni sbagliate lo portano a esporsi troppo finanziariamente. Lo dissanguano l’inaugurazione di un dancing coperto, l’Oasis, che vuole trasformare il suo giardino di avenue d’Antin in un ritrovo mondano, e la sua esagerata magnanimità nell’organizzare sfarzose feste in costume.

Nonostante i suoi modelli non incontrino più i consensi d’anteguerra, perché ancora legate a un’atmosfera troppo lussuosa e lontana, decide di aprire nuove filiali a La Baule nel ’19, a Cannes nel ’21, a Deauville e a Biarritz nel ’24.

Incalzato dalla garµonne di Chanel e dalla moda-sport di Patou, Poiret durante gli anni ’20 episodicamente si rifugia nella costumistica teatrale e cinematografica più consone alla sua esuberanza creativa. Sono significativi gli abiti per L’inhumaine di Marcel L’Herbier del ’24.

Ben presto, è costretto ad abbandonare la sua storica dimora per una sistemazione più modesta al n. 1 del Rond Point des Champs Elyseés, dove rimarrà sino al ’29. L’atelier è in amministrazione controllata. Poiret tenta comunque un’ultima dispendiosa impresa per l’Expo del 1925.

Acquistati tre battelli ancorati sulla Senna, li trasforma in piattaforme galleggianti del lusso: le chiama Amore, un salone consacrato alla sua linea di profumi. Delizia, un ristorante completamente arredato con stoffe e oggetti dell’Atelier Martine. Orgia una galleria per sfilate decorato da 14 grandi pannelli di Dufy. Si espone per un milione e mezzo di franchi. Per coprire i debiti, a novembre dello stesso anno, deve mettere all’asta la sua importante collezione privata di opere d’arte.

Il tuffo nell’oblio

Nel ’26 la casa di moda è in liquidazione e Poiret esce dall’impresa da lui stesso creata, cedendo anche il nome. Completamente rovinato, causa anche la crisi economica del ’29, l’anno successivo scrive una toccante biografia intitolata En habillant l’epoque. Nel ’32, aiutato da un contributo della Chambre Syndicale de la Couture, ritenta una piccola attività nel quartiere dell’Étoile. La battezza Passy 10-17, dal numero telefonico della sartoria. Confortato dalla possibilità di potersi riappropriare del marchio, instaura occasionali collaborazioni con i magazzini Liberty di Londra e, nel ’33, con Printemps di Parigi per cui organizza un défilé speciale in occasione dell’apertura del Pont d’Argent. Ma presto sprofonda nell’oblio. Poiret muore in miseria nel 1944, poco prima che l’amico Jean Cocteau riesca a portare a termine una mostra retrospettiva di suoi dipinti.

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Picasso, Picasso

Paloma Picasso. Nata da Pablo Picasso e Franµoise Gilot,inizia la sua attività come costumista teatrale, ma dimostra subito una inclinazione per i gioielli.

Paloma  Picasso (1949). Nata da Pablo Picasso e Franµoise Gilot, inizia la sua attività come costumista teatrale, ma dimostra subito una spiccata inclinazione per i gioielli. Inventa collane usando gli strass dei bikini di scena delle Folies Bergères e, quando presenta le sue prime creazioni a Yves Saint-Laurent, riceve immediatamente l’incarico di disegnare una collezione di monili per la sua successiva sfilata. Nel 1972-73 disegna per il marchio greco Zolotas. Nell’80 inizia la sua collaborazione con Tiffany. Crea numerosi pezzi unici fra cui scatole intarsiate di pietre preziose, spille a insetto e collane con incastonati alcuni fra i più grandi e preziosi esemplari di pietre colorate. Nel Museo di Storia Naturale The Field di Chicago è esposto un suo bracciale in lunaria da 408,63 carati. Oltre ai gioielli, firma un profumo, un rossetto nelle tonalità del rosso battezzato Paloma, foulard, una linea di borse e di accessori.

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Liso, Susanna

Liso Susanna (1955). Stilista e costumista italiana, appartenente al Consorzio sarti di Roma. Comincia la sua carriera come costumista teatrale.

Susanna Liso(1955). Stilista e costumista italiana, appartenente al Consorzio sarti di Roma. Si diploma in arti applicate (specificatamente, tessuti) nel 1973. Quindi studia Storia dell’arte all’università e comincia la sua carriera di costumista teatrale collaborando con varie compagnie e con vari scenografi. Nel ’77 crea le Tartarughe realizzando e commercializzando collezioni di tessuto e maglieria. Nell’89, apre un secondo punto vendita dedicato a una linea completa di accessori. Nel 2000 rinnova la sua immagine in uno spazio più ampio, cui aggiunge un’ulteriore sede sempre nel centro di Roma, nel 2003. Ha presentato le sue linee al Pitti Trend di Firenze, al Contemporary di Milano e ad AltaRoma-AltaModa, pur continuando la sua attività di costumista teatrale per spettacoli di danza e video d’arte. Susanna Liso è sposata con l’artista Claudio Adami che cura la grafica delle pubblicazioni realizzate per le sue collezioni presentate come “vernici”.

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Fielden, David

Fielden David. Dopo vent’anni di passerelle britanniche, approda a Milano per la collezione di prêt-à-porter autunno-inverno 1999-2000.

Fielden David. Dopo vent’anni di passerelle britanniche, approda a Milano per la collezione di prêt-à-porter autunno-inverno 1999-2000. Ha studiato al Birmingham College of Art. Ex ballerino e coreografo nel Ballet Rambert, costumista teatrale, debutta nella moda vendendo abiti usati a King’s Road. Nel ’77, apre un suo spazio e lancia una propria griffe, molto giocata sulla teatralità. Tra le sue clienti, Julia Roberts ed Elizabeth Hurley.

Fielden
David Fielden 2015

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