Torrente

Torrente. Casa d’alta moda francese fondata da Rose Torrente-Mett nel 1968 a Parigi. È di origine russa, figlia di un sarto e sorella di Ted Lapidus.

Torrente. Casa d’alta moda francese fondata da Rose TorrenteMett nel 1968 a Parigi. Questa stilista, occhi verdi e zazzera rossa alla Shirley MacLane, ha la grinta e l’energia di una Madeleine Vionnet o di Coco Chanel.

Di origine russa, figlia di un sarto e sorella di Ted Lapidus (nasce come Rosette Lapidus nel 1936), lavora dal fratello nella seconda metà degli anni ’50.

Torrente
Rose Torrente-Mett

A soli 23 anni decide di decollare da sola: “Sono come un aereo a reazione, il motore è ormai al massimo, devo decollare”, confessa al fratello. Apre il suo atelier in Avenue Matignon all’angolo con rue du Faubourg Saint-Honoré. Eccelle nel taglio di tailleur e cappotti molto strutturati, semplici ed essenziali, e il suo stile è così nuovo da attirare e sedurre subito clienti sofisticate ed esigenti come Marlene Dietrich, Romy Schneider, Nathalie Wood, Marina Vlady, Raquel Welch, Paulette Goddard, Catherine Deneuve, Brigitte Bardot, Claudia Cardinale, Ursula Andress.

Non potendo usare il cognome di suo fratello né quello del marito Jean Mett che ha una fabbrica di confezioni, si inventa Torrente. Sceglie questo nome perché “evoca la musica e l’acqua”. Nel 1971 fa il suo ingresso ufficiale nella haute couture ed entra nella Chambre Syndicale de la Haute Couture.

Ben presto moltiplica i contratti di licenza in Francia e all’estero. Lancia una linea di prêt-à-porter, Miss Torrente (che all’inizio è confezionata dal marito fino a quando egli non entra nella maison come amministratore nel 1974). Nel 1971, lancia con Vestra la linea maschile Torrente Uomo. In seguito anche una linea di accessori, occhiali, foulard, pelletteria.

Insieme al fratello inizia un progetto che porterà avanti da sola, una Maison de la Mode, al 9 di rue du Faubourg Saint-Honoré. Nel 1988 si installa in Rond-Point des Champs Elysées, in un hotel particulier che ha ospitato un tempo Paul Poiret. Nel 1992 è nominata Chevalier de la Légion d’Honneur.

Alle linee di prêt-à-porter ha aggiunto i gioielli (soprattutto perle di Tahiti). Successivamente, nel 2002, Torrente Maison, una elegante linea di biancheria per la casa (letto e bagno). Inoltre, sempre nel 2002 vince il premio Marionnaud per il lancio del profumo L’Or de Torrente, un patchpourri di fiori, frutti e vegetali, racchiuso in un flacone a forma di uovo decorato da foglie in rilievo di opaline iridescente.

Inizia una politica di apertura di nuovi punti vendita. A Parigi la boutique di avenue Victor Hugo, più altre in vari punti della Francia. Nel gennaio 2003, lancia la prima collezione di scarpe per uomo e donna e, dopo qualche stagione di assenza, riprende la collezione uomo per la primavera 2003-2004. È direttore generale, presidente e direttore artistico della maison. Dal 1985 tiene conferenze alla scuola di alti studi commerciali ed è vicepresidente dell’Institut Franµais de la Mode.

Nel febbraio 2003, dopo 34 anni di creazione dedicati alla moda, decide di ritirarsi (per dedicarsi alla famiglia, dice il comunicato), esce di scena e cede la sua partecipazione nel Gruppo Torrente al Gruppo Chammas che, azionista dal 1985, dirige di fatto la Maison dal marzo 2002. Dal 2003, il designer e direttore artistico della maison Torrente è Julien Fournié, ex assistente di Jean-Paul Gaultier. Nel 2005, la fondatrice della casa di moda torna alla ribalta con la pubblicazione di un libro di memorie: Le Droit Fil: Souvenirs de Haute Couture, che racconta la sua vita dalla difficile infanzia ebraica ai successi personali.

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Rose Idée

Rose Idée. Società francese che produce e commercializza la griffe di gioielli Bijoux R. Woloch. Risale al 1939 il debutto a Parigi

Società francese che produce e commercializza la griffe di gioielli Bijoux R. Woloch. Risale al 1939 il debutto a Parigi del piccolo atelier di gioielli fantasia di Rose e Joseph Woloch: la moglie alla cassa, alla direzione commerciale, il marito al cesello, alla direzione artistica. Poco dopo, una spilla di Rose Idée, Chien, ottiene il premio Drags che era, allora, molto importante. Il braccialetto Rose che il gioielliere disegna per la moglie piace sia ai compratori di massa delle Galeries Lafayette sia a Coco Chanel. Nel ’42, la grande mademoiselle gli chiede un paio di orecchini che “assomiglino a un nido di piccione e lascino immaginare la paglia e l’uovo”. Nasce così un accessorio classico della maison Chanel: mediamente una vendita di oltre 4 mila esemplari l’anno.

Nel ’66, la società R. Woloch si ribattezza (Rose Idée), modernizza la fabbricazione e punta all’esportazione: una politica che la porta a crescere progressivamente, con un salto del 45 per cento delle vendite nell’82. In Europa ha una posizione di leadership con 600 mila pezzi venduti all’anno: il 90 per cento esportati.

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Verdura, Fulco

Un siciliano amato da Coco Chanel. Fulco Verdura (il Duca) è stato a lungo tempo il gioielliere di Mademoiselle. Nel ’39 fondò la sua azienda a New York

Verdura (Duca di) Fulco (1898-1978). Gioielliere italiano. Fu il prediletto da Chanel. Palermitano, nel 1927, desideroso di intraprendere la carriera di stilista di abiti e gioielli, si stabilì a Parigi per trasferirsi poi, una decina di anni più tardi, a New York. Qui lavorò come designer per il gioielliere Flato che gli affidò la responsabilità della filiale californiana.

Nel ’39 fondò la sua azienda a New York, in Fifth Avenue. Suoi i bracciali di stile neo bizantino indossati in molte occasioni da madame Chanel: il suo stile bizzarro e surreale la incantava per la freschezza delle invenzioni e gli insoliti accostamenti cromatici. Amava mescolare le pietre preziose a quelle semi preziose, oro e platino, natura e storia, finzione e realtà.

Celebri i suoi torchon in perle e le creazioni giocate sul tema delle conchiglie. Oggi la produzione — curata dalla designer Maria Kelleher Williams, fedele interprete dello stile Verdura — continua sotto la direzione di Ward Landrigan, che rilevò l’azienda nel 1984. Gli show room sono al 745 di Fifth Avenue a New York.

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Wrap around

I Wrap around sono un modello di occhiali da sole avvolgenti usati da Coco Chanel. Anche Karl Lagerfeld era solito indossarli

Wrap around. Usati da Coco Chanel, sono occhiali con stanghette curve e larghe, molto aderenti alla testa. Divenuti di moda come occhiali da sole sportivi alla fine degli anni ’90.

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Iribe, Paul

Iribe, Paul. Pseudonimo di Paul Iribarnegaray (1883-1935). Illustratore francese. Viene considerato, per la sua audacia formale e l’originalità…

Iribe, Paul. Pseudonimo di Paul Iribarnegaray (1883-1935). Illustratore francese. Viene considerato, per la sua audacia formale e l’originalità iconografica, un precursore dell’Art Déco. Nel 1908, ha realizzato un catalogo per Poiret intitolato Les Robes de Paul Poiret racontées par Paul Iribe. Nel ’13, crea il marchio per Lanvin. Le sue illustrazioni sono state pubblicate dall’edizione francese di Vogue e da Fémina. Ha disegnato pagine pubblicitarie per Paquin, Callot e Bianchini-Férier. Dopo una felice esperienza di costumista e decoratore a Hollywood (fra gli altri, il film I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille nel 1923) dal ’20 al ’26, ritorna in Francia e collabora con Chanel come creatore di gioielli. Iribe avrebbe dovuto sposare Coco Chanel ma il matrimonio non avvenne a causa della sua improvvisa morte per arresto cardiaco.

Paul Iribe illustrazione

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Antonio Lopez

Hardy, Pierre

CHANEL

Madame Coco, rivoluzionaria del guardaroba femminile passa il testimone a Karl Lagerfeld, perfetto incarnatore dello stile Chanel.

LE ORIGINI E GLI ESORDI DELLA BELLE ÉPOQUE

Gabrielle Chanel

Gabrielle Bonheur Chanel, nota anche come Coco Chanel, nasce a Saumur, in Francia, il 19 agosto 1883. Figlia di Henri-Albert Chanel e Jeanne DeVolle, il padre è un venditore ambulante, rimasto vedovo presto, decide di affidare le sue figlie all’orfanotrofio di Aubazine.

Raggiunto l’età massima per stare in orfanotrofio, Gabrielle inizia a lavorare come commessa nel negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre, a Mulins, dove approfondisce le nozioni di cucito apprese dalle suore che l’hanno cresciuta ed istruita.

Negli stessi anni, per arrotondare, inizia ad esibirsi come cantante presso alcuni caffè, sembra che il nome Coco deriva proprio dalla canzone Qui qu’a vu Coco?, che spesso cantava.

Appena maggiorenne conosce l’ufficiale di cavalleria Etienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, egli diventa il suo compagno e sarà anche il suo primo finanziatore.

Nel 1908 Chanel inizia a realizzare cappellini in paglia e nastri in raso, una novità rispetto ai sontuosi ed ingombranti copricapo  in voga in quegli anni. Apre il suoi primi negozi a Parigi, Deauville e Biarritz.

LA RIVOLUZIONE DI COCO

Chanel all’opera

Negli stessi anni conosce Boy Capel, un industriale inglese, l’amore della sua vita, con il quale apre la boutique al 31 di rue Cambon, nella Ville Lumière.

Coco inizia a lavorare sulla maglieria, sulle gonne e su qualche vestito. La moda all’epoca era sfarzosa, strati e strati di tessuto, ornamenti, corsetti, gonne ampie, sottogonne, drappeggi e decori.

Chanel comprende per prima la scomodità di questi abiti, non si riconosce nello stile rigido della Belle Èpoque, non è una semplice sarta, è una vera e propria creatrice di moda.

Spesso vestita da uomo e ispirata dal guardaroba maschile, la stilista decide di assecondare il corpo femminile, realizzando lunghe gonne dritte, cardigan e bluse morbide cinture in vita.

Chanel predilige il jersey, tessuto elastico e comodo, lo trasla nei sottabiti fino a veri e propri capi, inclusi vestiti semplici in colori altrettanto facili come il grigio e il blu scuro. È la fine dell’epoca di eccessi, è il tempo di Coco Chanel che regala la libertà alle donne.

Boy Capel e Coco

GLI ABITI E LA LIBERAZIONE FEMMINILE

Ad alimentare la sua idea di stile democratico è la Grande Guerra, durante la quale tutte le stravaganze del passato cedono spazio a sobrietà e rigore, sia per la mancanza di tessuti, impiegati in altri scopi primari, sia per la comodità stessa delle donne, che ormai partecipano alla vita quotidiana, prendendo il posto di lavoro degli uomini che erano al fronte.

La maglia lavorata a mano, e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più significative proposte da Chanel.

Ma erano troppo semplici, così decide di iniziare un lavoro sugli accessori, concentrandosi però anche lì su un’idea meno di lusso e più pratica, quella della bigiotteria: perle, catenelle dorate e unione di pietre vere con gemme false diventano ricorrenti nei look che propone.

I colori che utilizza maggiormente sono il blu scuro, il beige e il grigio. Verso la metà degli anni 20, Chanel presenta un capo rivoluzionario, la petite robe noir, il celebre tubino nero senza segni in vita, spesso arricchito da polsini e colletti bianchi o abbinati a cappellini e perle.

Fino a quel momento nessuna donna aveva mai osato vestirsi di nero, se non in momenti di lutto, e men che meno aveva osato indossare una gonna così corta al di fuori della camera da letto.

Chanel N°5

Marilyn Monroe nella pubblicità del profumo Chanel N°5

Chanel è la prima designer ad associare il suo nome ad un profumo, la prima inconsciamente a lavorare su un’idea di life style. Nel 1923 esce la fragranza più famosa di sempre, Chanel n°5.

Cinque perché Chanel sceglie la quinta proposta olfattiva fattale dall’azienda profumiera  di Ernest Beaux e Henri Robert, cui inizia a collaborare. Anche i design della bottiglia è rigida, semplice, squadrata, a differenza delle ampolle barocche dei profumi femminili del tempo.

L’intuito da prima business woman della moda di Chanel è anche in questo: percepire i cambiamenti nell’aria e seguirli, o all’occorrenza condizionarli.

GLI ANNI 30 E LE AMICIZIE IMPORTANTI

160 Boulevard Malesherbes Chanel

Introdotta dall’amica Misia Sert, Chanel fa la conoscenza di Stravinsky, col quale ha una relazione. Fa amicizia con Picasso e molti esponenti dell’élite parigina, arrivando a disegnare costumi per i balletti di Sergei Diaghilev e per alcune pellicole di Jean Cocteau.

Alla sua fama internazionale contribuisce anche la sua storia con Hugh Grosvenor, Duca di Westminster, con cui rimane legata diversi anni.

Nel 1927 le sue creazioni approdano a Londra, con l’apertura del primo negozio a Mayfair. Anche Hollywood inizia a commissionarle degli abiti e si fa strada un altro dei suoi capi iconici, il tailleur, per il quale sceglie stoffe morbide come il tweed, il gabardine e la vigogna.

Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale impone un’improvvisa chiusura della maison. Chanel bene persino accusata di una presunta collaborazione con i nazisti, così è corretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto solo il negozio di profumi.

IL RITORNO DI COCO

Nel 1954 Chanel ha ormai 71 anni, ma il suo interesse e la sua voglia di lavorare non l’arrestano. Se negli anni ’30 il suo stile aveva duellato con le collezioni fantasiose ed esuberanti di Elsa Schiaparelli, negli anni ’50 deve fare i conti con il New Look di Christian Dior, che reintroduce il corsetto, della guêpière e il prevalere di silhouette a corolla, rinascono le donne fiore.

Chanel è indignata e inviperita, ritiene Dior un addobbatore di poltrone e il nemico delle donne.

Nel 1955 lancia un altro classico intramontabile, la borsetta 2.55, in pelle trapuntata con una tracolla, una catenella di metallo, intrecciata in cuoio.

Nel 1957 muore Dior, Coco riceve a Dallas il Neiman Marcus Award, l’Oscar della moda, che consacra i suoi tailleur come capolavori sartoriali. A bilanciare l’estrema pulizia delle linee dei suoi completi sono i bottoni a testa di leone, segno zodiacale della designer, a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, dal 1959 simbolo ufficiale della casa di moda.

IL MITO PROSEGUE

Chanel oggi è riconosciuta come un mito, il suo nome è di per sé sinonimo di stile, è l’origine di un modo di vestire le donne che ha cambiato la moda, ed è quella che oggi conosciamo.

La griffe Chanel è un impero da quasi cinque miliardi di euro di fatturato. Il quartier generale della maison si trova all’angolo di rue Cambon e rue Saint-Honoré a Parigi.

Uno dei luoghi cult della capitale francese. Dalle umili origini ad una vera propria icona, Chanel ha rivoluzionato la moda, guidata della ricerca di una femminilità autentica e comoda.

Forme lineari e funzionali, l’eleganza, il lusso povero, qualità e innovazione. Introduce i pantaloni, disegnati e pensati su un corpo femminile, il piccolo vestito nero, la suit jacket da donna, i suoi profumi, l’abbinare bigiotteria all’alta moda, Chanel era una visionaria e la sua intelligenza e brillantezza ha regalato alle donne il guardaroba che conosciamo, e questo lo dobbiamo a lei.

L’ARRIVO DI KARL LAGERFELD

Karl Lagerfeld

Gabrielle Chanel muore il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hotel Ritz di Parigi. La gestione della casa di moda passa ai suoi assistenti Gaston Berthelot e Ramon Esparza, l’atelier a Jean Cazaubon e Yvonne Dudel.

Nel 1983 arriva alle redini della maison Karl Lagerfeld, l’anno successivo lo stilista diventa direttore creativo di tutte le linee del marchio, comprese la collezione Crociera e gli accessori.

Lagerfeld incarna perfettamente l’idea di stile di Chanel, dando un tocco personale, ma seguendo le linee conduttrici che ha imposto la designer. Tweed, patchwork, bouclé, pantaloni larhji, gonne al ginocchio, giacche lunghe o molto corte, cappotti da sera in velluto con la collaretti bianca, codici posti da Chanel che trovano con Lagerfeld una traduzione moderna di stagione in stagione.

Il brand oggi è uno dei più riconoscibili al mondo, il colosso è in mano attualmente ad Alain e Gerard Wertheimer, nipoti di Pierre Wertheimer, socio in affari di Coco in persona.

La distribuzione conta più di 200 boutique internazionali, mentre la comunicazione punta su testimonial come Catherine Deneuve, Nicole Kidman, Kristen Stewart, Audrey Tatou, Cara Delevigne e Kaia Gerber.

Anche Marilyn Monroe si fece fotografare con il profumo N°5, tale immagine rimane una delle più celebri della storia del marketing. Altra figura importante è stata Jackie Kennedy, che persino il giorno dell’assassinio di JFK era vestita Chanel.

I FILM SU COCO

Coco Avant Chanel

Diversi sono i film realizzati sulla vita di Chanel: Chanel Solitaire del 1981, Coco Avant Chanel e Coco Chanel & Igor Stravinsky, del 2009, sono alcuni di questi, non si contano le pubblicazioni cartacee dedicate ad una delle donne più influenti del XX secolo e al suo contributo alla storia del costume.

Molteplici sono le sue celebri frasi, basate soprattutto sul concetto che il lusso non è ricchezza, ma assenza di volgarità. Ironica nei confronti degli uomini o dei suoi rivali.

Il buon gusto nel vestire era qualcosa di innato per lei, la sensibilità dell’eleganza e l’attenzione per il genere femminile sono le qualità che l’hanno distinta nella storia.

LE COLLEZIONI DI KARL LAGERFELD

Fin dalla sua prima collezione per Chanel nel 1983, Lagerfeld ha sedotto i media e dettato le tendenze della moda in tutto il mondo.

Le sfilate di Chanel sono sempre le più attese della Paris Fashion Week, ma negli ultimi anni la suspense è cresciuta ulteriormente proprio grazie alla scelta del set, curato in ogni minimo dettaglio e capace di raccontare la propria storia in un tutt’uno con le creazioni che sfilano.

SS 2012 Karl Lagerfeld

2012

Per collezione SS 2012 la sfilata è presentata in una replica del corridoio di un aeroplano, con gli spettatori seduti su poltrone, il tema è ricorrente visto che già nel 2008 aveva presentato la Chanel Cruise Collection nell’hangar dell’aeroporto di Santa Monica, con le modelle che scendevano da un vero  aereo con il logo di Chanel.

La collezione SS 2016 è stata presentata nel Gran Palais di Parigi, allestito come se fosse un aeroporto.

SS 2016

Ultimamente l’ambientazione delle sfilate di Chanel è sempre molto teatrale: per la presentazione delle collezioni d’Alta Moda la sfilata era ambientata in un grande casinò, dove varie ospiti “giocavano” ai tavoli parlando tra loro , c’erano Julianne Moore, Kristen Stewart, Rita Ora, Vanessa Paradis e sua figlia, mentre le modelle sfilavano intorno.

Haute couture AW 2015-16

La casa di moda  allestisce un finto supermercato di Chanel, per la presentazione della collezione AW 2014: le modelle sfilavano in corsie affiancate da scaffali pieni di bottiglie, scatole di tè e biscotti Chanel, afferrano prodotti per leggerne le etichette, impegnate a spingere capelli e a scegliere la frutta, cestelli alla mano e via con la spesa logata Chanel. Tra i volti noti la cantante Rihanna e la top model Cara Delevigne, testimonial della griffe.

Karl Lagerfeld e Cara Delevigne AW 2014-2015

2016

Ritorna il tema gastronomico e per presentare la sua collezione AW 2015-2016 il designer ricrea una brasserie francese in legno, dove modelle dal passo elegante sfilano e prendono un caffè davanti al pubblico della Fashion Week parigina.

La location, quella del Grand Palais, viene rinominata per l’occasione Brasserie Gabrielle, tributo a Madame Coco, ovviamente. Divanetti in bordeaux, tovaglie bianche, servizio essenziale: la sfilata ha ricreato un bistrot di quelli che potreste ritrovare in St.Germain des Prés con tanto di bancone, camerieri e baristi.

Gli abiti come spesso accade durante le sfilate di Chanel vengono, invece, lasciati in disparte, per lasciare spazio allo spettacolo firmato Lagerfeld.

Brasserie Gabrielle AW 2015-16

Altro scenario da ricordare è quello della cupola di vetro del Grand Palais, il marchio della doppia C, ha ricreato lo scenario surreale di un paesaggio lunare sovrastato da un razzo bianco e nero realizzato in scala 1.1. L’effetto futuristico di Chanel si legge nel glitter perlato che regna sovrano su tessuti, applicazioni e accessori.

I due colori classici, bianco e nero, dominano nella collezione ed hanno effetto stellare per il gioco combinato a fili luminosi, piume, perline, tulle e paillettes.

Le pettinature rimandano all’effetto anni 70 di una Barbarella reinterpretata in chiave futuristica esattamente come il DNA del marchio capitanato da Karl Lagerfeld che rimane sempre iconico, legato all’estro di Gabrielle Chanel, ma in continua, sorprendente e unica evoluzione.

AW 2017-18 Chanel Blasts Off

Dopo aver pianificato, strutturato e realizzato il suo piano strategico di conquista dell’universo, Chanel è pronta a viaggiare nello spazio più profondo del Deep Space.

Chanel SS18-19

2018

Per la SS 2018, ovviamente al Grand Palais, ha fatto sorgere una giungla dall’apparenza iper-realistica, con tanto di cascate e passerella sul fiume, l’ispirazione è il Verdon, nell’Alta Provenza.

In passato ha anche, ovviamente, lavorato di fantasia: dall’ambientazione candida, surreale e marina della SS 2012 al giardino tropicale animato dell’Haute Couture Primavera-Estate 2015.

Sfilata Chanel SS 2012-2013

 

Haute couture SS 2015-2016

Anche per la sfilata AW 2018 il punto di partenza è la natura,  nel Grand Palais di Parigi, come da tradizione, allestito come fosse un bosco: grandi cartonati con foto di tronchi d’albero ai lati, una fila di vecchie querce al centro e foglie gialle mescolate a muschio a terra, a profumare l’aria con sei mesi d’anticipo.

Gli abiti sono più bon-ton del solito pur presentando le classiche linee di Chanel, fatte di tailleur in tweed con giacca e gonna fino al ginocchio accompagnate da perle, mentre i colori autunnali si mimetizzavano alle foglie e agli alberi intorno.

L’iconico bouclé di Chanel viene reinterpretato in colori invernali come nero, marrone, verde cupo, illuminati da accessori fucsia. I cappotti sono over. I blazer e le gonne lunghe.

Sfilano piumini corti e lunghi trapuntati e in lurex. Tra le tante modelle ha sfilato anche Kaia Gerber, la figlia 16enne di Cindy Crawford, mentre in prima fila c’erano l’attrice Lily Allen, Vanessa Paradis e Carla Bruni.

AW 2018-2019 Chanel

CHANEL OGGI

La Chanel di oggi è una vera rivoluzione, che ha trasformato l’idea creativa di una donna che ha segnato lo stile del nostro tempo, in una proiezione mentale in cui, il concetto di lusso, ha assunto una sua particolare dimensione.

Chanel  è un simbolo, un’icona che conserva in sé lo spirito di libertà creativa

Karl Lagerfeld resta e rappresenta il miglior interprete di quello spirito, e la sua capacità di realizzare un’ennesima collezione pregna di stili, dove passato e futuro si mescolano in una unicità irripetibile, si afferma la grandezza di questo grande direttore della moda e del lifestyle.

Lagerfeld più che stilista è un grande sceneggiatore della vita estetica delle donne perché riesce a comunicare, con loro, senza parlare, utilizzando solo le sue creazioni, che, più della forza di una canzone, riescono ad arrivare al cuore delle donne fino a generarne felicità ed emozioni.

Più di un qualsiasi regista Hollywoodiano, ha saputo preservare, innovando intorno al nome Chanel, una storia che nei prossimi 100 anni continuerà a vivere di luce propria.

Gabrielle Chanel e Karl Lagerfeld, le due forze creative della maison francese
 

VIRGINIE VIARD DIRETTORE CREATIVO

Nel febbraio 2019 Karl Lagerfeld si spegne ad 85 anni, lasciando un profondo vuoto nel mondo della moda. L’assenza dello stilista all’ultima sfilata Haure Couture di Chanel aveva già fatto pensare che qualcosa non andasse nella salute del kaiser. 

La maison francese nomina Virginie Viard nuovo direttore creativo. La stilista conosceva Lagerfeld dal 1987 e con lui collaborava da anni fino a diventarne il braccio destro.

Viard

Viard e Karl Lagerfeld al termine della presentazione spring/summer 2019

Viard Virginie. (1962) Stilista francese. Figlia di medici (il padre è un primario di chirurgia), Viard ha tre sorelle e due fratelli. La passione per la moda la eredita dal nonno che di mestiere è un artigiano della seta. Ha un figlio (Robinson), nato dalla relazione con il musicista e attore Jean Marc Fyot. Si forma studiando presso le Cours Georges di Lione, specializzandosi in costume teatrale e cinematografico. Dopo un breve periodo a Londra, torna a Lione dove inizia a lavorare come commessa presso una boutique della città. Intraprendente e coraggiosa, è a Parigi che trova la sua strada diventando l’assistente costumista di Dominique Borg, costumista e attrice francese. La sua carriera è in continua ascesa. Tra i suoi lavori più importanti, i costumi per Trois Couleurs: blu del 1993 che vede protagonista la splendida Juliette Binoche di cui fa seguito, l’anno successivo, Trois Couleurs: blanc.

La svolta professionale giunge nel 1987 quando la giovane Viard entra nelle grazie di Karl Lagerfeld attraverso la raccomandazione di una persona vicina al Principe Ranieri di Monaco. Tra i due nasce un’affinità inattesa che li vede assieme in Chloé e ancora in Chanel, dove collaborano sino alla morte del Kaiser. Viard è stata definita il braccio destro di Lagerfeld in qualità di studio director della maison francese. A lei, il compito di supervisionare le collezioni disegnate dallo stilista tedesco, di contattare i fornitori: di realizzare, insomma, le creazioni di Lagerfeld.

Chanel Couture 2021 by Virginie Viard. Collezione presentata sui social per effetto Covid-19

Virginie Viard. Le redini in Chanel

Con la morte dello stilista, avvenuta il 19 febbraio del 2019, Virginie viene incaricata di prendere in mano le redini della griffe. A delegarla è Alain Werthmeier (Ceo Chanel) che la esorta a “continuare il lavoro creativo per le collezioni, affinché l’eredità di Gabrielle Bonheur e di Karl Lagerfeld possa continuare a vivere“. Schiva e riservata, la stilista francese non ama raccontare la sua vita privata. Nemmeno dopo aver raggiunto la popolarità in maison Chanel. Il suo profilo Instagram è stato aperto esclusivamente per omaggiare il suo mentore (Karl). Anti social per eccellenza, ama parlare di sé attraverso le sue collezioni, progetti che si rivolgono alle nuove generazioni di donne cresciute nel culto di Chanel. Viard è anche una donna curiosa che si lascia stimolare da ciò che la circonda, dai libri e dalla musica, sua seconda passione dopo la moda. 

Il suo stile è un mix tra punk e contemporaneità. Nelle sue collezioni, infatti, non mancano borchie cuspidate, neri totali e cristalli. La silhouette rimane, però, fedele alla griffe dalla doppia C: l’iconica giacca in tweed non perde il suo appeal ma, al contrario, rimarca la sua totale essenza come capo rivoluzionario, nato come atto di rivoluzione e libertà.

 

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Bottone

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”.Una seconda…

Bottone: l’etimologia più probabile richiama qualcosa di particolarmente gentile: gemma di pianta, bocciolo, dal francese arcaico “bouton”. Una seconda ipotesi rimanda, invece, al germanico “botan”, ricordando che nel quarto secolo i Germani usavano dischetti metallici per allacciare le vesti.

La storia del bottone

Per raccontare la storia del bottone non occorre, in ogni modo, risalire alla notte dei tempi; Anche se l’archeologia segnala ritrovamenti di bottoni preistorici, l’antichità classica non li conosceva. A trattenere il drappeggio di pepli, chitoni, tuniche, stole e toghe erano deputati cinture, spilloni, fermagli e fibule. Neppure le “lunulae”, piccole spille a forma di luna che, a scopo decorativo, venivano appuntate o cucite su vesti e anche su calzature come i calcei, erano veri e propri bottoni.

Bisogna compiere il giro di boa dell’anno Mille ed arrivare al XII-XIII secolo per trovare il progenitore del moderno “dischetto” (e non solo dischetto) che, introdotto in un occhiello, unisce le parti di un indumento. Forse furono i Crociati, tornati in patria, a diffondere le fogge turche, con allacciature dal mento alla vita e dal gomito alle nocche.

Francia

Certo è che l’impiego dei bottoni partì dalla Francia. All’epoca di San Luigi, i “boutonniers” erano già organizzati in corporazioni, e che la verticale, slanciata, aderente silhouette gotica ne fu la prima responsabile. Insieme con questa moda, giunsero, nel 1200 anche in Italia; utilizzati in modo molto parsimonioso per calzare gli abiti, che – stranamente – venivano ancora indossati dalla scollatura, erano indispensabili per infilare le maniche, eleganti e strettissime. Dipinti e miniature documentano le esagerazioni, puramente esornative, di interminabili file di questi pomelli o “ma spilli” (così erano chiamati) che correvano dal polso fin sulla spalla e continuarono a essere nei secoli successivi: sempre più ricchi, fatti d’oro, d’argento, di perle, ambra e corallo, tanto da essere colpiti dalle leggi suntuarie, che limitavano gli eccessi del lusso; sempre più vari (ce n’erano anche a forma di minuscole pere, detti peroli); sempre più numerosi, sia per la donna sia per l’uomo.

Il bottone nel 1400 e Rinascimento

Nel 1400, sulle maniche, di solito staccate e provviste di spacchi e di lacci, se ne contavano addirittura da 20 a 50. Un canto siciliano dell’epoca testimonia come l’autore non trovasse migliore paragone per rivolgersi all’amata: “D’oru, d’argentu vu’ siti nu buttuni, / buttuni di ‘na manica infatata”. Esistevano anche bottoni più poveri, di osso, legno, corno, ottone, e verso il tardo XVI secolo, quelli di rame, ottone, ferro, peltro e stagno presero a guarnire le uniformi militari.

bottone
bottoni in rame

Il Rinascimento li volle sempre più sfarzosi, incrostati di pietre preziose ed eseguiti su ordinazione. I fabbricanti godettero della protezione dei regnanti e scoprirono, via via, nuove tecniche per renderli straordinari. Nella regione di Limoges nacquero quelli smaltati. I primi esemplari furono destinati a Francesco I di Francia, un “maniaco” dei bottoni, visto che su un solo abito ne aveva – d’oro – addirittura 13.600. Non gli era da meno Luigi XIV, il Re Sole, che per 6 bottoni pagò una cifra strabiliante pure per un monarca.

Di secolo in secolo

Di secolo in secolo, assecondarono i capricci della moda, moltiplicandosi sugli indumenti maschili, come le pretine seicentesche, chiuse dal collo all’orlo, o le marsine e le redingote settecentesche. Rispettarono, in genere, le esigenze delle produzioni nazionali, ricoprendosi di seta in Francia (per proteggere l’industria di Parigi e Lione) e limitandosi al metallo in Inghilterra. Qui, a cavallo del XVI-XVII secolo, fu loro vietato il tessuto. Proprio oltre Manica, sempre tra il ‘600 e il ‘700, sorsero le prime manifatture a carattere industriale, e Birmingham divenne in breve tempo un centro di fama mondiale.

Europa e America

La loro “corsa” era ormai inarrestabile, in Europa e in America. Non ci sarebbero più stati evento, voga, personaggio, espressione della vita pubblica o privata che non fossero capaci di rispecchiare, né materiale o forma che non riuscissero ad assoggettare alla propria volontà; Dalle pastorellerie care a Maria Antonietta ai rebus, con la mania di motti e indovinelli, dalla squisita porcellana al giaietto vedovale (antenato del jais) della Regina Vittoria, dalla celluloide alla “modernissima” plastica, dai soggetti giapponesi dell’Art Nouveau alle linee nette e squadrate degli anni ’20 e ’30, una sorpresa dietro l’altra. Sugli abiti di Elsa Schiaparelli ne “danzavano” di forme così strane che in una biografia della famosa couturière si legge: “Il re bottone regna incontrastato da Schiaparelli, ma nessuno assomiglia a ciò cui un bottone dovrebbe assomigliare”.

Coco Chanel e il bottone

E mademoiselle Coco Chanel, accostando metalli e perle e pietre colorate, inventò addirittura uno stile. Il bottone Chanel è rimasto inconfondibile nel mondo e nel tempo.

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bottone Chanel vintage

Neppure il secondo conflitto mondiale fermò il cammino dei bottoni e ci fu chi, pur di produrne, seppe ricavarli dai parabrezza dei bombardieri in disarmo. La seconda metà del ‘900 ha visto alti e bassi, ma nel suo declinare ha riscoperto tutta la loro natura di gioiello. Da gioielli li trattano, infatti, degni eredi di Coco Chanel, gli stilisti.

Gianfranco Ferré e Jean Paul Gaultier

Così non sorprende che, proprio come nell’800, cinque o più bottoni, uno dissimile dall’altro e con una pietra di diverso colore, ornino, per esempio, una delle scenografiche camicie bianche di Gianfranco Ferré. Né ci stupisce che nella sua collezione di haute couture della primavera-estate 2003 Jean Paul Gaultier renda un vero omaggio ai bottoni, che scorrono lungo tutto il modello, lo costellano o, assemblati come conchiglie, lo rivestono totalmente.

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Jean Paul Gaultier nel 2003

Un magico gioco di illusionista degno del suo talento, ma anche della natura di queste “gemme” utili e decorative.

Catroux, Betty

Betty Catroux, la musa di Yves Sain Laurent, nasce il 1° gennaio 1945 a Rio de Janiero. “Pensavo a lei quando ho immaginato il completo pantalone. Tutti i codici maschili che ho applicato sulla donna” dice di lei lo stilista

Indice

  1. Betty Saint
  2. Il padre
  3. Un’adolescenza difficile
  4. Gli esordi
  5. Yves Saint Laurent
  6. La donna di Yves Saint Laurent
  7. Altre figure nella vita di Betty
  8. Più di una musa
  9. Gli ultimi anni

Betty Saint

Betty Saint, meglio conosciuta come Betty Catroux, nasce il 1° gennaio 1945 a Rio de Janiero dalla relazione tra la socialite francese Carmen Saint ed Elim O’Shaugnessy, diplomatico americano. Betty Catroux trascorse i primi quattro anni della sua vita in Brasile.

Il padre

La madre, archiviato un matrimonio lampo con un uomo del posto, decide di fare le valigie e di trasferirsi definitivamente a Parigi. Fino all’età di dodici anni Betty visse nell’incertezza di chi fosse realmente il padre. Si mise, così, a studiare i tratti somatici delle persone che frequentava la madre fino a scoprire che l’uomo che aveva creduto essere un amico della madre, era sangue del suo sangue.

Un’adolescenza difficile

Un’educazione borghese, con regole e imposizioni, ha tormentato l’adolescenza di Betty Catroux che trovò, nelle droghe, un sovvertivo per evadere da una routine che le stava stretta. Betty odia la moda. Per lei è solo un modo facile per far soldi; per rinnegare qualsiasi beneficio da borghese e vestire i panni della libertina colta. È così, che all’età di diciassette anni, inizia la sua carriera nel mondo della moda.

Gli esordi

La prima ad affidarsi alla sua immagine androgina fu proprio Coco Chanel, antesignana di una moda borghese che strizzava l’occhio al guardaroba maschile. Nel 1967 appare per la prima volta con alcuni scatti sulla rivista di moda Vogue.

Betty Catroux
Betty e François Catroux in uno scatto di Horst

Nel 1968, Betty Saint sposa l’arredatore francese François Catroux, nipote del generale Georges Catroux. Il giorno delle sue nozze, sfoggiò un look insolito composto da una pelliccia bianca e nera, shorts e gli immancabili stivali. La coppia ha due figli: Maxime, editore di libri, e Daphné, sposata con il conte Charles-Antoine Morand, il 15 giugno del 2002.

Betty Catroux
Betty e François nel giorno del loro matrimonio.

Yves Saint Laurent

Ma è al Regine’s che la sua vita cambia di colpo. I bagordi di una vita agiata sono condivisi con l’altra metà della sua anima. Una sera, tra fiumi di alcool e droga, due sguardi s’incrociano e diventano un’unica visione per il resto della vita.

“Yves era biondo platino, in total look in pelle nera. Ci assomigliavamo. Era così timido che dovette mandare qualcuno al mio tavolo. Poi mi chiese se avessi voluto sfilare per lui. Io dissi di no. Avevo fatto delle foto di moda all’epoca ma non era per me. Era solo un guadagno facile per andare a bere e fare casino.

Lui incarnava il perfetto bohemien lei, una borghese scandalosa. Entrambi erano la perfetta congiunzione di un universo che progrediva attraverso la lotta e la rivoluzione. Lei era una swimming girl lui, il genio dannato della moda.

Betty Catroux
Betty Catroux con Yves Saint Laurent e Lou Lou De La Falaise

“La prima volta che vidi Betty era al New Jimmy’s, la discoteca del Régine. Credo fosse il 1967. Indossava una gonna di plastica di Prisunic. Quel che impressionò fu il suo stile, l’androginia, il corpo, il viso, i capelli…Yves Saint Laurent

Tra scorribande alcoliche e “polvere bianca” la bella amazzone diviene la musa di Yves Saint Laurent.

La donna di Yves Saint Laurent

Il suo aspetto disinvolto, il suo corpo snello e le gambe chilometriche fecero di Betty un’icona di stile. Per il suo caro Yves non posò mai ma divenne la sua più stretta collaboratrice. Lei era l’incarnazione perfetta donna Yves Saint Laurent: forte, audace, disinvolta.

“Non mi vesto da donna. Non mi interessa affatto la moda” Betty Catroux 

Fin dagli anni ’50 è stata destinata a incarnare, con il suo corpo magro e nervoso, i capelli lunghi e diritti, le gambe chilometriche e le labbra sottili, la Donna Moderna: sicura di sé, a suo agio in pantaloni, magari rubati al suo lui o a un’altra lei. Per questo motivo Betty Catroux può essere definita l’antesignana della moda gender poiché per anni ha indossato pantaloni a sigaretta, t-shirt e blazer nero, oltre che il celebre abito smoking creato dal suo amico.

Altre figure nella vita di Betty

Nell’orbita del forte legame con Yves ruotarono altre figure fondamentali per la loro carriera. Yves Saint Laurent era un genio sempre in cerca d’ispirazioni. La sua fonte erano le donne. Per questo motivo Loulou de la Falaise e Catherine Deneuve entrarono nella stretta cerchia di contatti lavorativi dello stilista. Come anche Paloma Picasso, la donna del Sud, e Zizi Jeanmaire, la “commedienne” intellettuale.

Betty Catroux
Il trio Lulu de la Falaise, Yves e Betty.

“Saint Laurent disegna per donne che hanno una doppia vita. I vestiti del giorno aiutano la donna a stare in mezzo agli estranei, le permettono di andare dappertutto senza attirare un’attenzione non desiderata: grazie alla loro naturalezza un po’ mascolina, le conferiscono una certa forza, la equipaggiano per incontri che potrebbero dar luogo a conflitti. Però la sera, quando la donna può scegliere con chi stare, Yves la rende seduttrice”, dichiarò la Deneuve

Betty Catroux
Yves, Loulou e Betty erano inseparabili

Più di una musa

“Pensavo a lei quando ho immaginato il completo pantalone. Tutti i codici maschili che ho applicato sulla donna. Se Paloma Picasso e Loulou de la Falaise ispirano la mia fantasia, Betty ispira il mio fisico rigoroso” Yves Saint Laurent

Gli ultimi anni

Tom Ford, per il suo debutto in Yves Saint Laurent, dedicò la sua prima collezione all’amazzone e musa ispiratrice del fondatore della maison. Le stesse orme furono calcate da Stefano Pilati.

La nostalgia dei tempi che furono, accompagnata dalla brama di ricompattare l’immagine forte e allusiva di Yves Saint Laurent, hanno spinto Anthony Vaccarello a digitare il numero di Betty. È stato come rispolverare dei ricordi custoditi gelosamente per far rivivere le emozioni più importanti della propria vita. Ma questa volta, Yves non c’è.

Betty Catroux
Betty Catroux posa per YSL.

A settantatre anni, Betty Catroux posa per la prima volta per Yves Saint Laurent per la campagna pubblicitaria autunno/inverno 2018-19. La bella modella posa davanti all’obbiettivo con un chiodo in pelle e blazer laminato. Indossa gli occhiali da sole, rigorosamente neri, come quelli che hanno nascosto i suoi occhi da più di cinquant’anni.