Manica

Manica. Si afferma che “la moda si riconosce specialmente dalle maniche”. Questa parte di indumento ha ricoperto un ruolo importante nell’abbigliamento.

Manica. Nel 1800, si asseriva che “la moda si riconosce specialmente dalle maniche”.

A metà del 1900, veniva ribadito che “la rivoluzione dell’abbigliamento nasce dalle maniche”. Lunga, corta, tre quarti, aderente, ampia, a raglan, a kimono, a campana, a palloncino, a sbuffo, arricciata.

manica
camicia con maniche a campana

Questa “parte di indumento maschile o femminile che ricopre il braccio”, la cui “attaccatura” è sempre stata croce e delizia dei sarti, ha indubbiamente ricoperto un ruolo importantissimo nell’abbigliamento. Ovvero, quella manica di tela che copriva l’avambraccio, indossata da impiegati che svolgevano mansioni modeste e che, così bene, sono stati descritti da Bersezio in Monsù Travet.

Le maniche nella moda maschile

La manica ha dato vita a detti quali “essere di manica larga, o stretta”, “rimboccarsi le maniche”, avere “l’asso nella manica”. Ebbe periodi di particolare gloria nei secoli passati anche nella moda maschile. Basti pensare all’opulenza, allo sfarzo, all’originalità delle maniche dei vari Enrico e Luigi (re, e imperatori) per rendersene conto.

Ma, con la caduta dell’impero napoleonico, l’abito maschile si fa più semplice. Segue la moda inglese più sobria ed elegante e adotta, poi, la giacca di taglio diritto.

In effetti, ben poche sono state nel XX secolo le “rivoluzioni” e le varianti nelle maniche di cappotti e giacche (per lo più, a giro o a raglan). Fatta eccezione per alcune camicie da sera, a polsini semplici o doppi o anche di pizzo o plissettati nel gioco dei grandi ritorni.

Maniche nella moda femminile

Di tessuto, di pelliccia, guarnite con pizzi, ricami, pietre e perle. Nella moda femminile le maniche ebbero periodi di particolare gloria nei secoli in cui furono alla Amadis, alla veneziana, alla Luigi XIII, alla monacale, alla sacerdotale, alla marinara, alla turca, alla beduina, alla persiana, alla giardiniera, alla pastorella (la “petite bergère”), alla Sévigné, alla Du Barry. Oppure arricciate o a palloncino, come si può vedere nei ritratti di dame e donzelle all’incoronazione di Napoleone o dell’imperatrice Eugenia con le sue damigelle, nelle donne di Boldini.

manica
maniche a palloncino

Sono da ricordare perché, nel XX secolo e all’inizio del XXI, vuoi per sera, vuoi per le più svariate occasioni, si ritrovano in alcune collezioni, soprattutto della haute couture.

Fine anni ’40

Sul finire degli anni ’40, ad esempio, erano lunghe, aderenti, con doppio polso alto e rovesciato o, sopra al gomito, “a fazzoletto” per Christian Dior. A campana fino al gomito, sovrapposte a maniche lunghe bordate di pelliccia per Balmain. Con alti polsi di pizzo per Fath. Rotonde e “cadenti” con doppio polsino, per Rochas. Con drappeggio che dalle spalle raggiunge i polsini ricamati con pietre per Grés. Amplissime, a sbuffo, con arricciature al polso per la Schiaparelli. Immense, a mantellina, tagliate in un solo pezzo col corpetto per il grande Balenciaga.

Successivamente si sono viste maniche con l’attaccatura che scende fino alla cintura, a tre quarti con incrostazioni di pizzo o velluto, con bottoncini che salgono fino al gomito, con polsini a triple balze di pizzo arricciato o ricamati a punto inglese. Maniche, che si fanno via via più essenziali, quando non sono del tutto assenti, o sostituite dalle spalline, anche se non sempre le braccia scoperte sono eburnee.

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Lutens, Serge

Lutens, Serge (1942). Visagista e fotografo francese. È considerato uno dei più geniali artisti del make-up, celebre per le sue creazioni oniriche.

Serge Lutens (Lille, Francia 14 marzo 1942). La sua infanzia non è delle più semplici. Sin dalle prime settimane di vita, infatti, viene abbandonato dalla madre ed è costretto a dividersi tra due famiglie. Nel 1956, a 14 anni, inizia a lavorare nel salone di bellezza della sua città. Non ne è entusiasta. Ma due anni dopo, a 16 anni, inizia a fondare le basi del suo futuro. All’età di 18 anni presta servizio militare per l’esercito francese durante la guerra in Algeria. Questo avvenimento segna una tappa importantissima per la sua carriera. Cessata la guerra si trasferisce a Parigi. Nella Ville Lumière, assieme all’amica Madeleine Levy, inizia a dare vita al suo primo amore: la fotografia. Alcuni scatti sono inviati alla redazione di Vogue France.  Tre giorni dopo lavora per il numero di Natale. A lui si affidano anche Harper’s BazaarJardin de Modes ed Elle.  Visagista, fotografo e profumiere francese, è considerato uno dei più geniali artisti del make-up, celebre per le sue creazioni oniriche, concettuali e raffinatissime, quanto per l’audacia innovativa dei colori usati. Il suo è un maquillage d’avanguardia.

Campagna Christian Dior 1978

Serge Lutens da Dior

Nel ’67 è nominato direttore artistico della Christian Dior Beauté. In questa occasione, l’influente Diana Vreeland, caporedattrice di Vogue America, lo esalta come un vero rivoluzionario del trucco. Inizia a scattare le sue prime foto in studio. Nel 1974 realizza Les Stars: un cortometraggio che racconta il mondo effimero e affascinate che si cela dietro al suo lavoro. Nel 1980 – anno in cui lascia Dior – diventa responsabile dell’immagine e delle collezioni trucco Shiseido, per cui realizza anche le campagne pubblicitarie. Un paio di anni più avanti crea un profumo”Nombre Noir”che entrerà nella leggenda.

Serge Lutens per Shiseido. 1980

È un viaggio in Marocco (Marrakech, per l’esattezza) a dargli un guizzo di genio. Nel ’92, infatti, Lutens avvia l’attività di profumiere, creando le fragranze “Féminité du bois” e “Le Salons du Palais Royal”, che lo consacrano talento olfattivo. Nel 2000, così, sente l’esigenza di fondare un proprio marchio -Parfums Beauté Serge Lutens- vincendo innumerevoli riconoscimenti nel campo della cosmesi e delle fragranze, come i FIFI (awards della Fragrance Fondation).

Il governo francese nel 2007 lo investe con il titolo di “commandeur dell’Ordre des Arts et des Lettres”. Sette anni dopo crea la Fondazione Serge Lutens: un polo museale di 3000 metri quadri, situato nel cuore della Medina (Marocco), che racconta la vita dell’artista, dalla sua infanzia alla sua fiorente attività di fotografo, make-up artist e profumiere.

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Le Drezen, Christian

Le Drezen Christian (1968). Stilista francese. Autodidatta, inizia come assistente di Kenzo per poi passare all’ufficio stile donna Christian Dior.

Le Drezen Christian (1968). Stilista francese. Autodidatta, inizia come assistente di Kenzo per poi passare all’ufficio stile donna Christian Dior. La sua prima collezione donna è stata presentata nel 1998. Si è dedicato anche alla creazione di costumi teatrali e di bijoux artigianali.

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Horst, Paul

Costumista cinematografico

Jones, Kim

Kim Jones, il designer cosmopolita che ha fatto del punk la sua prima ispirazione. Dall’amicizia con Alexander McQueen al successo con LV e Dior.

Kim Jones. Hammersmith (11 settembre 1973). Stilista inglese. Cresciuto in una famiglia girovaga (il padre è un idrogeologo e gira il mondo per lavoro), Kim sviluppa la sua creatività attraverso i luoghi che ha vissuto (Caraibi, Ecuador e Africa). Uno stile cosmopolita che lo porta al successo nel giro di pochi anni. Nella sua Londra ci arriva da studente del corso in grafica e fotografia dells Camberwell School of Art. Successivamente, spinto dalla passione per la moda, si iscrive alla Central Saint Martins dove si laurea in menswear.

Dopo il divorzio dei genitori si trasferisce a Brington con la sorella. Qui inizia a collaborare con il magazine i-D ed entra in contatto con designer della new generation come Judy Blame, Christopher Nemeth e Rachel Auburn. La loro estetica, forte e progressista, sarà da ispirazione per il giovane Kim che inizia a progettare il suo futuro.  Sono gli anni del punk, della musica house e acid, tutte influenze che determinano lo stile di Jones. L’ascesa nella moda è canonica. Il suo estro, infatti, trova sfogo nell’ultima sfilata da studente presso il rinomato college londinese dove sfila con una serie di capi “ordinari”, agli antipodi con l’eccentricità esposta dai suoi colleghi universitari. Egli stesso lavora su ogni singolo capo e realizza, peraltro, anche i tessuti. Il clamore suscitato dalla collezione giunge sino a John Galliano che acquista buona parte della collezione. In breve tempo lavora per marchi come Gimme 5 e Michael Kopelman, suo primo mentore.

Kim Jones: da Louis Vuitton a Dior

Il debutto di Kim Jones in Dior Homme

 

Ad ispirare Kim è anche Alexander McQueen, che conosce ai tempi del college. Entrambi notano un’affinità elettiva. Le diverse passioni che gli accomunano (tra queste anche l’amore per gli animali) faranno da collante alla loro amicizia. Lo stilista londinese, però, deve a Lulu Kennedy, fondatrice del sito per giovani talenti Fashion East, il lancio della sua carriera. Ed è proprio sulla piattaforma che inaugura la collezione maschile del marchio MAN. Il designer impiega diverso tempo a collaborare, come freelance, con diversi marchi (con Umbro e Alfred Dunhill, ad esempio) prima di approdare in Louis Vuitton nel 2011. Tra i maggiori successi con la maison che fa a capo del gruppo LVMH, la capsule disegnata in collaborazione con Supreme. Sotto la sua direzione la griffe quadruplica il fatturato. Nel 2018, però, decide di lasciare l’azienda e dopo un periodo di riflessione, nel 2019 firma un contratto con Dior per la divisione uomo, succedendo a Kris Van Assche. Per la Maison francese, torna alle origini della storia, mettendo in ombra l’operato dei suoi predecessori Van Assche ed Hedi Slimane. Con lui ritornano alla ribalta le linee semplice e strutturate e anche l’iconica Saddle Bag per l’uomo. L’anno successivo, il 9 settembre 2020, Maison Fendi annuncia la firma del contratto dello stilista britannico, che prende il posto di Karl Lagerfeld, morto nel 2019, alla direzione creativa della linea donna dell’etichetta romana. 

 

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Giudicelli, Tan

Tan Giudicelli. Nato in Indocina, ha riassunto in sé i gusti dell’Occidente e dell’Oriente, sintetizzandoli nel suo lavoro.

Tan Giudicelli. Nato in Indocina, da padre corso e madre vietnamita, ha colto e riassunto in sé i gusti dell’Occidente e dell’Oriente, sintetizzandoli nel suo lavoro. Il suo primo vestito l’ha disegnato quand’era ancora a scuola, in Vietnam, mentre sognava Parigi, dove arrivò nel 1956 e trovò lavoro da Christian Dior. Successivamente, affiancò il designer Jules Francois Crahay nella maison e, in seguito, Jacques Heim. È nel ’72 che, dopo essere stato a lungo lo stilista di Mic Mac, presenta una collezione firmata di forte sapore orientale. Dal punto di vista manageriale il suo percorso è stato parecchio accidentato. Lo stilista si è sempre rifugiato nel lavoro per conto terzi, disegnando, per esempio, qualche collezione Hermès insieme a Claude Brouet. Negli ultimi anni, Giudicelli ha proposto un suo nuovo profumo per Le Club des Créateurs de Beauté di Parigi.

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GIANFRANCO FERRÉ

Gianfranco Ferré, stilista di Legnano (MI), nato il 15 agosto 1944. Dopo la maturità scientifica, si iscrive alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano, dove si laurea nel 1969.

ORIGINI

Gianfranco Ferré nasce a Legnano (MI), il 15 agosto 1944.

Dopo la maturità scientifica, si iscrive alla facoltà di Architettura al Politecnico di Milano. Qui si laurea nel 1969, discutendo una tesi sulla “Metodologia dell’approccio alla composizione”, relatore l’architetto Franco Albini.

Gianfranco Ferré
Gianfranco Ferré

IL DEBUTTO

Il casuale debutto nel mondo della moda avviene già in questo periodo. Ferré disegna, infatti, bijoux ed accessori che regala ad amiche e compagne di università.

Le sue creazioni vengono notate da Rosy Biffi, vero talent scout e titolare di una boutique d’avanguardia che ne parla ad Ileana Pareto Spinola e Anne Sophie Benazzo. Conquistate dalla genialità di questi oggetti realizzati ancora in modo artigianale, li ospitano nella loro show room e li propongono ai buyers.

Capitati quasi per caso sotto gli occhi di alcune redattrici di moda (Anna Piaggi ed Anna Riva, le prime) sono fotografati dalle riviste di settore. Nel 1971,uno di questi accessori è sulla copertina del mensile “Arianna”, e poi nelle pagine di “Grazia”, di “Linea Italiana” e via dicendo.

Un debutto che è già un successo, supportato da una citazione di Camilla Cederna, che ne parla nella rubrica “Il lato debole” che teneva allora sul settimanale “L’Espresso”.

L’INDIA

Nel 1973 Gianfranco Ferré intraprende il primo dei suoi numerosi viaggi in India, dove trascorre lunghi periodi di lavoro sino al 1977. Per conto di un’azienda genovese di abbigliamento, la “San Giorgio Impermeabili”, di proprietà della famiglia Borelli, disegna e fa produrre in loco la collezione “Ketch”. E’ l’occasione per visitare ogni parte del Paese, studiandone l’artigianato e le potenzialità produttive, anche su incarico del Governo indiano.

Ferré viene letteralmente sedotto dall’India, dove si consolida la sua formazione e prende avvio il suo percorso creativo. L’India è per lo stilista una lezione fondamentale di vita, fatta di emozioni e sensazioni legate ai colori, ai profumi, alle forme, che Ferré trasferirà nelle sue collezioni, attraverso il suo particolare modo di ricordare.

LE PRIME COLLEZIONI

Nello stesso periodo, nelle sue soste in Italia, mantiene una serie di rapporti di collaborazione occupandosi di accessori con nomi già affermati, come Walter Albini e Christiane Bailly e rapporti di consulenza stilistica con aziende di maglieria e costumi da bagno, che sfilano per la prima volta nell’ambito di “MareModa Capri” e gli fanno meritare il premio che inaugura la serie dei riconoscimenti ottenuti nella sua carriera.

Dal 1974, le prime collezioni di prêt à porter e le prime sfilate: “Courlande” e “Baila”, quest’ultima affidatagli da Franco Mattioli, un imprenditore bolognese che, nel 1978, sarebbe diventato suo socio.

UNA BRILLANTE CARRIERA

Al maggio del 1978 risale infatti la fondazione della società “Gianfranco Ferré”, con sede a Milano in Via San Damiano prima, ed in Via della Spiga, poi. Nell’ottobre dello stesso anno, la prima, emozionante sfilata di prêt à porter femminile, si svolge all’Hotel “Principe di Savoia” di Milano.

Nel 1982 Ferrè crea una gamma articolata di accessori e di prodotti realizzati su licenza in collaborazione con numerose aziende leader nei rispettivi settori merceologici. A questo progetto si aggiunge poi, nel 1986, l’esperienza dell’Alta Moda, con sfilate a Roma, per sei stagioni.

Gianfranco Ferré, 1982
Gianfranco Ferré, 1982

Nel 1983 partecipa alla elaborazione del piano didattico della nascente “Domus Academy”, Scuola post-universitaria di Design, Design management e Fashion Design. Qui, fino al 1989, dirige il corso “Design dell’abito”: analisi delle problematiche di progettazione dell’abito e delle connessioni con i mutamenti della moda e analisi dell’iter progettuale.

Nel maggio del 1989 inizia la straordinaria avventura nel nome di Christian Dior. Gianfranco Ferré è nominato Direttore Artistico della Maison  per le linee femminili di Haute Couture, Prêt à Porter e Fourrure. L’incarico presso Dior viene riconfermato nel 1993 sino al 1996.

Gianfranco Ferre Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese
Dior Haute Couture primavera/estate 1996, sfilata francese

Nell’autunno del 1998 la ricorrenza dei vent’anni di attività della griffe comprende un insieme di eventi determinanti per il futuro della Società. Essi culminano con l’inaugurazione a Milano della nuova sede negli spazi completamente rinnovati dell’ex Palazzo Gondrand di Via Pontaccio, su progetto iniziale di Marco Zanuso, completato poi da Franco Raggi.

GLI ULTIMI ANNI

Nel 2002 la Società Gianfranco Ferré viene acquisita dalla IT Holding di Tonino Perna e Gianfranco Ferré ne diventa il Direttore Artistico.

Nel marzo 2007 Gianfranco Ferré è nominato Presidente dell’Accademia di Belle Arti di Brera.

Il 17 giugno 2007, Gianfranco Ferré muore a seguito di un’emorragia cerebrale.

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Krizia

SALVATORE FERRAGAMO

Cornaggia, Daniela

Cornaggia, creatore di bijoux. L’originalità e l’armonia delle sue creazioni le permettono di lavorare con le maison di moda più famose.

Cornaggia. Daniele Cornaggia, dopo aver studiato scenografia, apre un atelier di alta moda. Poi si unisce al socio Bruno Muheim e inaugura la produzione di bijoux. Le creazioni si avvalgono di pietre, pelli e cristalli . L’originalità e l’armonia dei suoi bijoux le garantiscono contratti con Christian Dior, Givenchy, Yves Saint-Laurent.

Cornaggia
Cornaggia bijoux

È autore di una collana per Jackie Kennedy andata poi all’asta per Sotheby’s e di tutti i gioielli che hanno fatto da corredo alla mostra itinerante organizzata nei musei Guggenheim in onore di Giorgio Armani. Realizza anche una linea di borse, ornate con le stesse tecniche e gli stessi materiali semipreziosi che sono ormai marchio di fabbrica.

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Scott Ken

Ken Scott
Ken Scott

Scott Ken (1919-1991). Inventore di un mondo fatto di fiori spettacolari, di intrecci vegetali, di animal print e di frutti esotici, George Kenneth Scott, in arte Ken Scott, è sicuramente portavoce di una moda semplice ed essenziale nelle forme ma estremamente raffinata nelle stampe e nei colori. Americano dell’Indiana, nasce a Forth Wayne da padre fotografo. Una forte passione per la pittura lo porta, diciottenne, a iscriversi prima alla Parsons School of Design di New York e subito dopo alla selettiva Moses Soyer. Frequenta presto atelier come quello di William Hayter dove incontra artisti noti come Matta e Chagall, destinati a rimanere gli amici di sempre. È il momento in cui ha occasione di conoscere anche Peggy Guggenheim, la nota collezionista d’arte che nel 1944 organizzerà per lui una personale di pittura. Nel ’46 si stabilisce definitivamente in Europa, approdando in Francia. Agli inizi conduce una vita bohémien tra Parigi ed Eze, località sulla Costa Azzurra dove affitta una casa che per tutta la vita sarà il suo rifugio. Sempre in Francia esordisce nel textile design assieme a Joe Martin, altro disegnatore venuto d’oltre oceano, con la realizzazione di pattern floreali per i più noti produttori tessili francesi. È suo il bozzetto conosciuto come Rose à longue tige stampato da Abraham e scelto da Christian Dior per la sua collezione d’alta moda primavera-estate del ’54. Un vero successo che lo spinge a tentare nuovi obiettivi e a proporsi su altri mercati. Dopo aver viaggiato per tutta Italia, nel ’55 approda a Milano e apre uno studio in via Sant’Andrea: qui fonda con Vittorio Fiorazzo il marchio Falconetto, azienda specializzata nel tessile stampato per arredamento. La produzione di tessuti firmati dall’artista rivoluziona subito il gusto dell’epoca che concepiva, sia per l’interior design sia per la moda, stoffe che non si discostassero troppo dalle classiche tinte unite con sfumature smorzate. Oltre la particolarità dei disegni floreali stilizzati quello che stupisce di più sarà l’uso di colori accesi e solari, assieme all’imprevedibilità dei loro accostamenti. Presto le sue fantasie vengono adottate da molti nomi dell’italian look come Veneziani, Biki, De Barentzen e da alcune griffe del prêt-à-porter di lusso della Milano anni ’50. Esplode così il fenomeno Ken Scott. È anche il primo a stampare motivi floreali su lana per abbigliamento. Dalle collezioni di tessuti a quelle di foulard e di sciarpe, il passo nel mondo dell’abbigliamento è breve. Dal ’62, infatti, inizia a firmare linee di abiti e accessori con il suo nome. Via Verri, via del Gesù, via Bagutta, il laboratorio in via Cadolini fino allo show room di via Corridoni, aperto su di una grande terrazza fiorita, sono le tappe significative delle sedi milanesi e della sua evoluzione creativa. Dalie, ortensie, convolvoli in shantung di seta, twill, crêpe e taffettà caratterizzano le sue prime sfilate: ma saranno le fibre sintetiche innovative, quali il jersey Ban Lon e il jersey Qiana Dupont, ingualcibili e assai pratiche che lo renderanno celebre come lo stilista della modernità e del colore. Anche le ovattate atmosfere anni ’60 della Sala Bianca di Palazzo Pitti saranno rivoluzionate dalla sua presenza di cowboy colorato attorniato da modelle con vestiti-fiore elastici e indeformabili dalle tonalità più azzardate. Promotore di passerelle spettacolo nei luoghi più insoliti, dal tendone di un circo sull’Appia Antica alle movimentate strade cittadine, provoca scalpore facendo danzare le sue indossatrici a tempo di musica beat. Per le sue performance disegnava meticolosamente anche tutti gli accessori. Dalle scarpe al cappello, dalle borse ai bijoux fino agli occhiali, per dar vita a quel concetto di total look di cui rimane uno degli antesignani. Negli anni ’70, propone, con grande seguito di pubblico, deliziosi chemisier di maglia fantasia in cotone, lana o sintetico con bottoni siglati dalle sue iniziali oppure abiti da sera-sottoveste e beach-jamas con pantaloni a vita bassa dalla chiara eco gitana. Invano, in quegli anni, si cerca di imitare il rigoglio allegro delle sue fioriture e della sua tavolozza. Lo stile Ken Scott rimane inimitabile anche grazie all’utilizzo di una tecnica di stampa a dodici colori, molto più complessa rispetto a quella usata comunemente dagli imprenditori tessili e dagli stampatori dell’epoca, che prevedeva un massimo di sei passaggi di colore. Anche i suoi inviti, le brochure, i press release, i manifesti e le foto pubblicitarie documentano la fantasia sfrenata di questo artista, assieme ai luoghi e ai temi delle sue presentazioni. Nel ’68, nei panni di un domatore, fa muovere le sue modelle come felini, avvolte in cappe, tute, maxi abiti zebrati e leopardati, mentre nel ’72, al Piper, mostra la celebre collezione Findus che inaugura nella moda italiana il filone dell’arte figurativa pop. Angurie, zucchine, uova fritte, piselli, cosce di pollo, asparagi e fragole trionfano, giganteggiando su abiti da giorno e da sera realizzati nei materiali più eclettici, tra cui spicca il nuovo Bandura, un crespo di nylon nuovissimo prodotto dalla Bancroft. Sono gli anni in cui inaugura sempre a Milano, in via Corridoni, il suo ristorante Eat and Drink e in cui i richiami a certo surrealismo, filtrato attraverso il ricordo di Schiaparelli, si mostrano più evidenti con collane di pasta, fantasie tessili riproducenti salami o salsicce e bottoni in porcellana a forma di piatto ricolmo di spaghetti. Attraverso le collezioni Amanti (’67), Circo (’68), Gipsy Caravan (’69), Sport (’69), la prima sfilata dedicata alla moda maschile (’70), per giungere alla Unisex (’70) e alla Kimonomania (’71-72), conquistando nel ’68 anche un Oscar della Moda, Ken Scott attraversa la storia del costume internazionale con il piglio di un enfant terrible, determinato a trasformare le donne in giardini assolati e la moda in un coloratissimo gioco. Lo stilista muore nel ’91 ma con lui non cessa l’attività creativa grazie alla Fondazione omonima da lui stesso istituita nell’89 proprietaria dell’archivio, dei vari marchi e dello Studio Ken Scott.

Bustier

Bustier: corpetto sostenuto da leggere stecche laterali con coppe a mezzaluna che esaltano il seno. Compare alla fine dell’800 come indumento intimo…

Bustier: corpetto sostenuto da leggere stecche laterali con coppe a mezzaluna che esaltano il seno. Compare alla fine dell’800 come indumento intimo: famoso quello di Rossella O’Hara all’inizio di Via col vento.

bustier
Rossella O’Hara in “Via col vento”

Abolito negli anni ’20 da Poiret. Torna di moda dopo la guerra col New Look di Christian Dior. Oggi è usato come indumento esterno: a spalle nude, senza spalline, spesso sostenuto lateralmente da stecche di balena è un must estivo. Negli anni ’80 in tessuti estrosi e luccicanti, anche stretch, diventa un importante capo da sera.