Saint Martin’s School of Art

Saint Martin’s School of Art o Central Saint Martin’s College of Arts. Scuola inglese. È considerata la “Sorbona della moda”.

Saint Martin’s School of Art o Central Saint Martin’s College of Arts. Scuola inglese. È considerata la “Sorbona della moda“, una fucina di talenti, la più prestigiosa scuola di moda e design del Regno Unito.

Fondata nel 1854, è tornata a far parlare di sé dalla metà degli anni ’90. Dalle sue aule un po’ decadenti affacciate su Charing Cross, nel cuore di Londra. Infatti, sono usciti i protagonisti della new wave britannica che dettano le regole dello stile. Mc Queen, anima di Givenchy, Galliano, rivoluzionatore di Dior, Ozbek, Berardi, Oldfield, Hamnett e Stella McCartney che è responsabile della collezione Chloé.

I corsi durano dai 3 ai 5 anni. Il costo per i cittadini della Comunità Europea è di 1600 sterline l’anno; per gli altri 6 mila. Alla scuola, si accede con un diploma di maturità e superando una selezione durissima basata su un colloquio e un esame del book di disegni e bozzetti del candidato. Una volta ammessi (150 ragazzi selezionati su una media di 700 richieste), gli studenti possono frequentare un ampio ventaglio di classi e indirizzi che comprendono moda femminile, maschile, taglio e tessuto.

La competizione tra gli allievi è forte e altamente stimolata. Alla fine di ogni anno, solo un gruppo di giovani creativi può accedere al saggio finale: una collezione personale che sfila davanti a un pubblico di osservatori, composto da buyer e stilisti invitati da tutto il mondo.

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Sitbon, Martine

Sitbon Martine (1951). Stilista francese. Si è affermata per lo stile maschile-femminile, fatto di rigore, di fluidità, di tagli perfetti.

Martine (1951). Stilista francese. La musica inglese degli anni ’60 e ’70 ha sempre fatto da perfetto sottofondo alle sfilate delle sue collezioni. Nata a Casablanca, è arrivata a Parigi a 10 anni. Si è affermata per lo stile maschile-femminile, fatto di rigore, di fluidità, di tagli perfetti. Diplomatasi allo Studio Berµot, sono state numerose le sue collaborazioni professionali per aziende americane, asiatiche, italiane e francesi di prêt-à-porter femminile: tra queste, la lunga intesa con la Maison Chloé per la quale ha disegnato 9 collezioni. La sua griffe, lanciata nel 1985, ha trovato validi supporti nella direzione artistica di Marc Ascoli e nelle immagini di fotografi di valore come Vallhonrat e Knight.

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Twinset

Twinset Milano, dall’intuizione di Simona Barbieri e Tiziano Sgarbi all’acquisizione da parte degli americani di The Carlyle Group.

 

Simona Barbieri, fondatrice di Twinset by Simona Barbieri

Twinset. Casa di moda fondata a Carpi negli anni Novanta da Simona Barbieri (stilista di origini modenesi di umile estrazione che ricopre anche il ruolo di direttore creativo) assieme al marito Tiziano Sgarbi: imprenditore emiliano, nato in una famiglia che gestisce una piccola azienda tessile a Carpi, laboratorio nel quale il giovane trascorre parte del suo tempo, anche dopo la morte della madre. Il marchio di prêt-à-porter, inizialmente chiamato Twin-set Simona Barbieri, si rivolge ad una donna romantica e cosmopolita, attenta alle tendenze e che ama distinguersi con un’immagine fresca e dinamica. Il nome Twin-Set indica la passione dei fondatori per la lavorazione a maglia. Il quid in più è dettato da un mix equilibrato tra artigianalità ed industria. Anche l’estetica è influenzata da differenti stili che mettono radici nel folk (attraverso l’uso di ricami e dettagli come frange e piume), nel romanticismo (con pizzo e tessuti nobili)  e nel glamour (lustrini e paillettes soprattutto per la sera). I trend sono tutti accomunati da una fonte ispiratrice principale: i viaggi.In questa ottica nascono anche le seconde linee Scee e Twee-Set Jeans. 

Nel 2012 The Carlyle Group acquisisce il 72% di Light Force (gruppo che fa a capo Twin-set) e del fondo italiano di private equity DGPACapital. Questa operazione è stata valutata e attuata per consentire al marchio di crescere anche all’estero. Per permettere ciò, i fondatori hanno disposto l’intervento di un partner finanziario in grado di supportare questo nuovo obiettivo.  Al timone della società, che chiude il 2011 con un fatturato di 103 milioni di euro, restano Barbieri e Sgarbi. L’acquisizione continua nel 2015 quando il gruppo statunitense compra il 90% dell’azienda. Nello stesso anno, l’azienda nomina Alessandro Varisco (ex Roberta di Camerino, Gianfranco Ferré e Moschino) nuovo AD del gruppo. Varisco è l’artefice della rinascita di Moschino, dopo la grave crisi che aveva colpito la griffe nel 2008.

ADV 2019

Nel 2016 la griffe italiana lancia la collezione MyTwin Twinset, linea che si indirizza ad un target più giovane che offre un mood casual e sporty-chic. 

Nel 2017 il marchio passa definitivamente nelle mani di The Carlyle Group e diventa semplicemente Twinset mentre la linea principale opta per la denominazione Twinset Milano come strategia per puntare al mercato estero.  In una nota ufficiale, Simona Barbieri comunica di voler svestire i panni di designer e l’intenzione di intraprendere nuovi percorsi lavorativi. Nell’ottica del cambiamento, i nuovi proprietari nominano un nuovo duo di creativi: Lara Davies* e Bill Shapiro**.

Wild style per Twinset Milano

Dopo aver chiuso il 2015 con debiti di 115,2 milioni di euro, Il 2016  si conclude con ricavi in segno positivo del 2,5% a 243,4 milioni di euro e un rosso ridotto da 10,4  a 3,4 milioni. Numeri destinati a crescere nel 2017, quando il fatturato registrato è pari a 245 milioni di euro. 

Nel luglio del 2017, Barbieri e Sgarbi rilevano, dalla famiglia Rusconi, 10 Corso Como. L’operazione è costata 30 milioni di euro. L’edificio si estende su una superficie di tremila metri quadri e comprende: Galleria Sozzani, un piccolo hotel con tre suites, un bookshop e un ristorante. L’intento dei due imprenditori è rimodernare la formula esistente mantenendo, però, una rapporto con Carla Sozzani (fondatrice di 10 Corso Como) per la galleria e il negozio di abbigliamento. 

Nel 2019 Twinset Milano lancia una nuova sfida: Pleasedontbuy signed by Twinset. Pleasedontbuy è un servizio di noleggio riservato agli abiti da cerimonia. Questa opzione consente, a chi non può permetterselo, di poter indossare capi di alta artigianalità. Pleasedontbuy signed by Twinset si rivolge soprattutto alla Generazione Z che rappresenta solo il 5% del fatturato, come specifica l’AD Alessandro Varisco.

Nel 2020 l’imprenditrice italiana torna alla ribalta della moda con l’acquisizione del marchio californiano Sundek. L’operazione è stata resa possibile grazie ad una trattativa serrata tra la Mo.da Gioielli holding (di proprietà di Barbieri e Sgarbi che, attraverso  la controllata Abraham Industries, detiene i brand Liviana ContiSemicoutureCircus Hotel ed Erika Cavallini ) e il Fondo Dgpa Capital, che ha permesso di acquistare il 100% del capitale di Kickoff spa (che produce il beachwear Sundek), con sede a Campi Bisenzio (Firenze). 

 

*La Davies, con oltre 15 anni di esperienza alle spalle, lavora come stilista per Philosophy, Alberta Ferretti e Chloé.

** Shapiro ha lavorato nel menswear di Moschino

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McCartney, Stella

Stella McCartney: la stilista eco-friendly, figlia del famoso Paul, ha raggiunto il massimo successo grazie ad una carriera folgorante.

Stella McCartney (1971). Stilista inglese. Figlia di Paul (Beatles) e Linda McCartney.” Da sempre interessata alla moda, ha la prima esperienza di lavoro nell’atelier di Lacroix a Parigi all’età di 15 anni. Finite le scuole superiori, lavora per un breve periodo da Betty Jackson e, poi, per Vogue Inghilterra. Segue il corso di laurea alla Saint Martin’s durante il quale fa uno stage presso il sarto di Savile Row, Edward Sexton. Si fa notare nella sfilata di fine corso (1995), invitando le amiche (top model del calibro di Naomi Campbell) ad andare in passerella. I paparazzi, già presenti per i celebri genitori, impazziscono. Inaugura subito il suo atelier nella zona trendy di Notting Hill Gate.

Stella con il padre Paul McCartney

Il debutto in Chloé

Nel ’96 viene selezionata dall’amministratore delegato della Chloé, Mounir Moufarrige, per sostituire Lagerfeld alla direzione stilistica della maison francese. Lagerfeld, indignato, avrebbe commentato: “Chloé voleva un grande nome e l’ha avuto. Dalla musica, non dalla moda”. La mossa, per buone o cattive ragioni che fossero, ebbe l’effetto desiderato: rilanciando la griffe contemporaneamente alle altre maison parigine che avevano assunto giovanissimi stilisti inglesi, rinsanguerà di novità e di freschezza le collezioni. Lo stile McCartney per Chloé si rifà al passato con dolci merletti e ricami, ma in un contesto decisamente sexy da Pretty Baby anni ’70 e con gli occhi bene aperti sugli anni ’90.

Il lancio dell’eponimo marchio

Dopo aver fondato nell’aprile 2001 la propria azienda ed essere entrata alla stessa data nel Gruppo Gucci, Stella ha deciso di aprire il suo primo negozio, investendo circa un milione e mezzo di euro per una chiesa sconsacrata nella East London, vicino a Portobello Road. Adidas ha affidato a Stella McCartney il restyling di alcuni modelli storici. La stilista ha firmato le Adidas Monza, disegnate per i piloti di Formula 1, e le Boxe Champ Speed. I due modelli, realizzati in azzurro, rosa, giallo, arancio e beige, accanto alle tre strisce tipiche di Adidas, portano il marchio Snm dei prodotti firmati Stella McCartney.

La stilista, prossima a sposarsi con l’editore di Wallpaper Alasdhair Willis, ha appena venduto la casa di Notting Hill per un milione e mezzo di sterline e andrà a vivere nel più elegante quartiere di Belgravia. Inaugurazione del nuovo store a New York, in Bruton Street, quattro piani in un edificio edoardiano interamente ristrutturato, che prima ospitava una galleria d’arte. Entra nel progetto Absolut Vodka con il suo Absolut Stella che integra le collezioni Absolut Fashion (Versace, Gucci, Gaultier). Riceve la laurea ad honorem dall’università di Dundee in Scozia. Durante la cerimonia, tenutasi all’Estorick Gallery di Londra, è stata premiata assieme a Seamus Heaney, Nobel per la letteratura. A Parigi non è presente papà Paul ma Stella dedica a lui e ai fratelli la sua sfilata, che inizia con una versione remixata della canzone di Mary Poppins.

Stella McCartney. Look collezione primavera/estate 2020

È una collezione facile e leggera per colori e tessuti. Bluse fatte di fettucce, gonne svolazzanti e pantaloni aderenti e affusolati. Unica eccentricità, tante grandi zip usate come decoro e i capi rovesciati che si usano al contrario. Niente di ricco per la sera, ma semplici abiti di jersey con qualche applicazione di baguette di cristallo.

Re-invention tour: gli abiti per Madonna

Nel 2004 la stilista disegna gli abiti per il Re-invention Tour di Madonna, quelli per il tour estivo di Annie Lennox e i costumi di Gwyneth Paltrow e Jude Law per il film Sky Captain and the World of Tomorrow. Nel novembre 2005 la collaborazione con H&M porta un successo enorme, tanto che la collezione della McCartney è sold out in tempo record. Nel 2007 crea una nuova linea di prodotti per la pelle, organica al 100% e lancia la prima linea di lingerie. Nel 2008 la McCartney sigla una collaborazione con Adidas. La collezione è stata accolta con il favore della clientela tanto che la partnership è destinata a durare negli anni. Si allarga, poi, la proposta dell’eponimo brand che, nel 2010 si estende anche alla linea kids, vestendo bambini e bambine da 0 a 12 anni.

Nuovi riconoscimenti per Stella arriva nel 2012 quando ai British Fashion Awards viene premiata con il “designer brand” e “designer of the year”. Ciò prova come la sua influenza nella moda stia diventando sempre più affermata. A conferma, il debutto nel segmento uomo nel 2016.

Situazione attuale

Continua, inoltre, l’impegno per la sostenibilità. Il marchio Stella McCartney, infatti, nel 2017 registra solo il +2% di impatto ambientale. Nel 2018, dopo 17 anni di sodalizio, la stilista divorzia dal gruppo del lusso Kering. La designer, acquisendo da Pinault il 50% di azioni, assume il 100% del controllo della sue etichetta. Il 20 maggio dello stesso anno, la stilista disegna l’abito da sera indossato dall’ex duchessa del Sussex, Meghan Markle, per la festa di matrimonio. Un long dress bianco, dalla silhouette minimale.

L’anno successivo, nel 2019, la stilista si allea con il gruppo LVMH al fine di “accelerare lo sviluppo worldwide della casa di moda Stella McCartney in termini di business e strategia, rimanendo fedele al consolidato impegno verso il lusso sostenibile e etico“.

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Massei, Enrica

Enrica Massei ’47. Stilista italiana,dei suoi studi artistici ha conservato il gusto e la ricerca di un felice,inusuale cromatismo e fedeltà alla geometria.

Enrica Massei (1947). Stilista italiana. Dei suoi studi artistici ha conservato il gusto e la ricerca di un felice, inusuale cromatismo, costanti anche in periodo di nero dominante e la fedeltà alla spoglia geometria, soprattutto di Malevich.

Dei suoi primi anni di apprendistato a Parigi, assistente di Lagerfeld da Chloé, l’audacia inventiva dell’alta moda, che medierà nelle sue collezioni. Un prêt-à-porter (1978) ricco per scelta di tessuti particolari e materiali inediti, plastiche madreperlacee, resinati stropicciati e per novità del taglio all’interno di forme lineari.  Infine per perizia tecnica negli intarsi di colore timbrico o neutro sia in senso decorativo che strutturale.

Massei Enrica arriva al prêt-à-porter, trasferendosi a Milano, dopo un periodo di lavoro a Torino nella sartoria di famiglia, la Sanlorenzo, con due collezioni di alta moda in passerella a Roma, ma anche di collaborazione con grandi aziende, come la Hettemarks e la Vestebene.

Esperienze di cui si giova la sua moda pronta, tesa a vestire una donna attiva che sceglie l’abito funzionale per la sua comodità, ma vuole sentirsi in sintonia con la razionale grazia del design, personalizzata dall’inedito accento del colore.

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Larizzi, Sidonie

Larizzi Sidonie (1942). Stilista francese di calzature femminili. È celebre per i tacchi alti e l’impronta divistica delle sue creazioni.

Larizzi Sidonie (1942). Stilista francese di calzature femminili. È celebre per i tacchi alti e l’impronta divistica delle sue creazioni.

Collabora con i nomi più prestigiosi della moda: Ungaro, Patou, Chloé, Chantal Thomass, Balmain, Oscar De La Renta, Lacroix.

Dopo esperienze diverse, in campo artistico e commerciale, nel 1978 lancia la linea che porta il suo nome e contemporaneamente apre la prima boutique in rue de Marignan a Parigi.

Passa con disinvoltura dai materiali classici (coccodrillo, lucertola, struzzo) a quelli più insoliti (sughero, paglia, garza, legno), dando vita ogni volta a creazioni personalissime.

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Zubeldia

Zubeldia, dalla moda ai gioielli. Dopo aver lavorato per Chloé e Lanvin e fondato la sua eponima griffe di moda, si cimenta nella gioielleria

Zubeldia Hélène. Stilista. Si è formata in Francia allo Studio Berµot; ha lavorato per Chloé, per le collezioni donna di Renoma, per il tramontato periodico Jill come responsabile della moda, per la maison Lanvin e per Vanessa Bruno. Nel 1996 ha debuttato con una propria linea, mentre, parallelamente, disegnava per le boutique Joseph. Il suo stile punta a una forte femminilità, è il contrario del minimalismo. È maniaca della tecnica sartoriale, del lavoro ben eseguito nei dettagli.

Zubeldia, successivamente si cimenta nella creazione di gioielli. I suoi monili sono stati indossati dalle celebreties di tutto il mondo. Tra loro, Lady Gaga e Sarah Jessica Parker.

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Chloé affida la direzione creativa a Gabriela Hearst

Hearst, Gabriela

Gabriela Hearst, fashion designer di origini uruguaiane, in breve tempo conquista le donne per la sua raffinata interpretazione dello stile wild.

Hearst Gabriela. Fashion designer uruguaiana, classe 1973.  Cresciuta nel ranch di famiglia, la Hearst dopo aver frequentato la British School di Montevideo si trasferisce a New York per studiare arti dello spettacolo alla Neighborhood Playhouse School of Theatre.

Inizia la sua carriera con 700 dollari in tasca. Candela, il marchio da lei lanciato, inizialmente produce una serie di t-shirt serigrafate. Nel 2006, ottenuto successo, la Hearst amplia la collezione con capi ready-to-wear e calzature. Nel 2012 si unisce ai CFDA divenendone membro effettivo.

Nel 2015 lancia la sua eponima griffe che ottiene un ottimo successo tanto da essere paragonata al marchio di lusso Hermès per un’estetica raffinata, colta, a tratti avventuriera. Perno centrale delle collezioni sono i tessuti e, in particolar modo la lana merinos, proveniente dal ranch di famiglia. Nel 2019 una piccola parte della quota del marchio viene acquistata dal gruppo francese del lusso LVMH.

Gabriela Hearst collezione primavera/estate 2020

Gabriela Hearst. L’impegno ambientalista e la direzione creativa di Chloé

Al pregio delle stoffe utilizzate, Gabriela affianca anche materiali innovativi come il tessuto anti-radiazione per proteggere dalle radiazioni emesse dai cellulari. La sua attività da stilista abbraccia anche il tema della sostenibilità. Nel 2017, ad esempio, la sua presentazione parigina avviene senza alcuna componente in plastica, con materiali riutilizzati e tessuti deadstock. Al termine della sfilata, sostiene: “Come faremo a fare affari tra 10 anni, dove c’è carenza d’acqua, dove c’è meno accesso alle risorse naturali, mancanza di biodiversità?

Tra i riconoscimenti ricevuti, l’International Woolmark Prize 2017 e nel  2018 il Pratt Institute Fashion Visionary Award. Nel 2017 e nel 2018, inoltre, è stata nominata rispettivamente ai CFDA Emerging Talent Award e ai CFDA Womenswear Designer of the Year Award.

Nel 2020, a poche ore dall’addio di Ramsay-Levi da Chloé, la stessa griffe francese annuncia la nomina di Gabriela Heart alla direzione creativa.

 

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Chloé

Casa francese d’alta moda pronta, creata da Jacques, Lenoir e Gabrielle Aghion nel 1952, e rivelatasi da allora e soprattutto nei tardi anni ’60-’70 come una palestra e un vivaio per alcuni fra i più celebri nomi dello stilismo.

Chloé è una casa francese d’alta moda pronta, creata da Jacques, Lenoir e Gabrielle Aghion nel 1952, e rivelatasi da allora e soprattutto nei tardi anni ’60-’70 come una palestra e un vivaio per alcuni fra i più celebri nomi dello stilismo.

I due fondatori hanno saputo rispondere alla nuova richiesta di un prêt-à-porter che non facesse rimpiangere l’alta moda. Chloé si è evoluta, attraverso l’apporto di stilisti diversi, ora isolati, ora in équipe, da Gérard Pipart a Graziella Fontana, da Christiane Bailly a Carlos Rodriguez.

Fino all’incontro decisivo con Lagerfeld, che diventa l’unico creatore (’66-83). Il suo stile era audace, ironico e talora esasperato. Aveva una particolare  cura dell’accessorio nella creazione in proprio di bottoni, bijoux, cappelli. Le sfilate avevano un tono inedito che ha determinato il successo internazionale di Chloé e del suo gusto giovane ma sofisticato, di aggressiva femminilità.

Nell’ultimo scorcio degli anni ’90, è Stella McCartney, la figlia del Beatles Paul, la stilista della griffe.
Dal 1985 Chloé entra a far parte del gruppo Richmond. Dopo Stella McCartney si alternano altri giovani stilista alla guida della direzione artistica della maison: Phoebe Philo dal 2001, Paulo Melim dal 2006 e Hannah MacGibbon nel 2008.

Nel 2011, nel team creativo di Chloé arriva Clare Waight Keller che, in sei anni di carriera ha dato una nuova chiave di lettura al marchio, rendendolo sicuramente più bohème e audace. Nel 2017, però, la stilista inglese lascia il posto alla giovane fashion designer francese Natacha Ramsay-Levi che continua il filone di chi l’ha preceduta. Il sodalizio con la griffe francese, però, dura solo tre anni. Nel 2020, infatti, la Ramsay-Levi lascia il suo incarico per “perseguire obiettivi personali”. Al suo posto, dopo pochi giorni dalla sua uscita, arriva Gabriela Hearst. Riccado Bellini, chief executive officer Chloé, ha commentato: “Gabriela è una donna che guarda avanti e la sua guida creativa sarà una forza posivita nell’allargare ed evolvere ulteriormente la visione originaria del nostro fondatore di una femminilità potente.”

Chloè oggi

Nel corso degli anni la produzione Chloé si è allargata al campo degli accessori e dei profumi. Distribuito in tutto il mondo, possiede prestigiose vetrine monomarca nelle strade più esclusive delle città mete dello shopping di lusso come Parigi, Londra, Milano, New York sino a Shanghai e Dubai.

Chloe ai20
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Piaggi

Anna Piaggi e Karl Lagerfeld

Piaggi Anna (1931 – 2012). Personaggio emblematico del mondo della moda, con il gusto della provocazione colta e irriverente. Anche collezionista di “pezzi” di abbigliamento (trappole estetiche), ma anche di libri, di oggetti, di musica, di “cose”, che liberamente interpreta con una precisa finalità: estetizzare il “momento contemporaneo”.

Pezzi, oggetti (a volte anche parole) ricercati, scavati in peregrinazioni in tutto il mondo, con un raro talento e un occhio sensibile al famoso “quid”. In questo esercizio costante, ha avuto due eccellenti maestri. Il primo è il marito (sposato a New York nel 1962) Alfa Castaldi, fotografo, personaggio di vasta ed eclettica cultura. Il secondo è l’inglese Vern Lambert eccentrico collezionista di abiti antichi.

Sempre seguendo un suo personale fantasioso filone di sottile humor, una particolare logica-illogica, un del tutto personale “egotrip”, gli abiti da collezione-non collezione di Anna Piaggi sono via via usciti da armadi e minuziose catalogazioni, per trasformarsi nel vissuto quotidiano.

Abiti da indossare su un astratto ideale palcoscenico, in una fantasiosa interpretazione. Questa deve avere, come punto di riferimento, la moda e come finalità una provocazione moderna. Abbinamenti, contaminazioni, accostamenti che coinvolgono anche il linguaggio diverso e creativo. Un esempio sono le sue famose presentazioni per le collezioni Missoni.

Anna Piaggi

Anna Piaggi per Mondadori

Sul filo assolutamente originale di una vocazione coltivata per professione, di una rara sensibilità, di una inventiva, capace di interpretare stili, mode, epoche, musica, oggetti, Anna Piaggi si muove in un mix dissacratore ostentato con suprema intelligente indifferenza e padronanza assoluta dell’effetto.

È milanese, di educazione e formazione classica, inizia come traduttrice per la casa editrice Mondadori. Diventa giornalista di moda negli anni ’60, quando viene chiamata sempre dalla Mondadori come fashion-editor per l’esordiente mensile Arianna. A questo imprimerà il segno forte e innovativo di un gusto moderno, nuovo e dove lavora in tandem con il marito Alfa Castaldi, che diventerà uno dei più noti e intelligenti fotografi italiani; con lei collaborerà come redattrice Anna Riva.

Negli anni ’70, Anna sarà “editor at large” per la Condé Nast. Introdurrà con i suoi servizi speciali grandi fotografi come Chris von Wangenheim, Giampaolo Barbieri e naturalmente Castaldi.

Dall’81 all’84 studia il progetto e dirige Vanity (Condé Nast). Un esperimento di ricerca di un nuovo linguaggio con il grande artista americano Antonio Lopez. Si tratta però di introduzioni di argomenti troppo sofisticati che vengono travolti da un frenetico consumismo.

Nell’88 inizia su Vogue Italia la sua rubrica (divenuta cult), “D.P. Doppie Pagine di Anna Piaggi”. Tuttora prosegue e che, dopo dieci anni, ha dato vita al libro Fashion Algebra (Leonardo Arte, ’99). Quest’ultimo incredibilmente ricco di personaggi, spunti, rimandi, citazioni con un linguaggio reinventato, dalla sonorità personalissima ma sempre estremamente informato, documentato, costantemente “avant-garde”.

Ha un peso internazionale, questa giornalista-esteta, questa scrittrice , questa ricercatrice di fatti (misfatti), cose e casi, personaggi emergenti, famosi, sconosciuti. Sia nell’approccio agli argomenti, sia nella brillante scrittura, sia negli accostamenti che spaziano sui più diversi temi della cultura moderna e del costume attuale, raggiunge un raro vertice di stimoli visuali, azionando misteriose molle di provocazione culturale.

È stata per diversi anni (’93-97) opinionista di moda e società su Panorama. Ha collaborato ai vari Vogue internazionali. Dall’87 all’89 cura una rubrica di moda e costume per L’Espresso Più.

Il costume di Anna Piaggi

Karl Lagerfeld

Il celebre stilista Karl Lagerfeld (Chloé, Chanel, Fendi) l’ha scelta a sua musa e le ha dedicato, negli anni ’80, un fantasioso libro Anna-chronique (Longanesi, ’86) di cui Anna Piaggi è l’assoluta eroina-interprete, raccontata con i disegni di Lagerfeld attraverso eventi straordinari e situazioni oniriche: la ricerca è di Vern Lambert, il testo della stessa Anna Piaggi. Il libro è stato pubblicato anche da Thames & Hudson con il titolo A Fashion Journal. Nel 2006, il Victoria&Albert Museum inaugura Fashion-ology: protagonista è lo stile visionario di Anna Piaggi, che diventa la prima e unica giornalista a cui il celebre museo londinese abbia dedicato una mostra.

La morte

All’età di 81 anni, il 7 agosto del 2012 si spegne, a Milano, Anna Piaggi. La giornalista lascia la vita terrena a causa di un improvviso attacco di cuore. A ritrovare il suo corpo, nell’abitazione in via Cappuccio (quartiere Sant’Abrogio), è la polizia allarmata dalla sua collaboratrice, insospettita del mancato ritrovamento delle chiavi di casa, come da accordi presi in precedenza. Una volta raggiunto il salone di casa, ai poliziotti non resta che constatarne il decesso visto il corpo esamine sul pavimento. A distanza di quattro anni dal suo decesso è stato pubblicato un documentario in suo onore: Anna Piaggi, una rivoluzionaria della moda, curato da Alina Marazzi. Ne danno omaggio i più grandi nomi del panorama nazionale e internazionale come Rosita Missoni, Manolo Blahnik, Stephen Jones e Jean Charles de Castelbajac.

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