Demarchelier

Patrick Demarchelier è un fotografo francese. Fotografo per Elle, Marie Claire, Vogue, Glamour e altri giornali. Dal ’92 è stabilmente da Harper’s Bazaar.

Patrick Demarchelier (1943). Fotografo francese. Nasce in un piccolo paese nei dintorni di Parigi. Trascorre infanzia e adolescenza a Le Havre. A 17 anni armeggia sulla sua prima macchina fotografica. Ventenne, si stabilisce a Parigi dove diventa fotografo, prima lavorando come assistente di Hans Feurer, poi in proprio per Elle, Marie Claire e altri periodici. Nel 1975, prende casa a New York e trova subito un proprio spazio professionale collaborando a Vogue, Glamour, Mademoiselle, GQ e Rolling Stone. Demarchelier ha realizzato campagne per Revlon, Chanel e Calvin Klein. Dal ’92 lavora stabilmente per Harper’s Bazaar. Nel ’98 pubblica la monografia Forms.

photo by Demarchelier
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Erès

Erès brand creato alla metà degli anni ’60 da Irene Leroux. Apprezzato dalle star dello show business e della moda per ottima fattura, colori e tessuti.

Erès. Creato alla metà degli anni ’60 da Irene Leroux. Sta da allora al proscenio di un costante successo alimentato anche da testimonial spontanei, le star dello show-business e della moda. Queste infatti prediligono gli Erès per il taglio, l’ottima fattura, la tavolozza dei colori, la scelta dei tessuti (cotoni trattati di buona tenuta) e lo scarso spazio che la stilista concede all’effettismo creativo.

Eres
Campagna pubblicitaria

Nel ’97, Chanel ha comprato il 100 per cento dell’azienda, lasciando però piena autonomia alla fondatrice che nel ’98 ha lanciato una linea di biancheria intima in mussolina e taffettà.
L’approccio al mercato statunitense della maison di swimwear è supportato dall’apertura di due monomarca, a New York in Madison Avenue e a Palm Beach.
Nell’agosto del 2002 i costumi Erès sono protagonisti della quarta edizione di Vogue takes the Hampton’s Celebration, evento promozionale organizzato ad East Hampton da Vogue America.

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Dinner jacket

Dinner Jacket è l’abito da sera maschile, chiamato anche tuxedo dagli americani e smoking da italiani e francesi.

Dinner jacket è l’abito da sera maschile introdotto alla fine dell’800 da Griswold Lorillard a una festa nell’esclusivo Tuxedo Club, a Tuxedo Park nel New Jersey, e da allora chiamato dagli americani tuxedo. Per italiani e francesi è smoking, per gli inglesi dinner jacket. Giacca nera o blu scuro, mono o doppiopetto, ampi rever di seta, pantaloni con banda laterale di raso, gilet sostituito poi da una fascia in vita, camicia bianca e papillon nero. Nei ruggenti anni ’30, compare sulla Costa Azzurra la versione estiva con giacca bianca e, negli stessi anni, Marlene Dietrich lancia la moda dello smoking per donna, idea ripresa più volte nelle collezioni dei grandi sarti, fra cui Saint-Laurent e Chanel.

Dinner jacket

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Dufour

Dufour, Gilles. Dopo studi in filosofia, si iscrive all’École Supérieure des Arts Dècoratifs di Parigi. Si perfeziona alla Scuola di Arti Visive di New York

Dufour, Gilles. Dopo studi in filosofia, si iscrive all’École Supérieure des Arts Dècoratifs di Parigi. Si perfeziona alla Scuola di Arti Visive di New York. La sua carriera nell’ambiente della moda lo vede assistente di André Oliver e Pierre Cardin per l’haute couture.

Poi, collabora con Raymondo de Larrain, nipote del Marchese di Cuevas, per i costumi e i decori di una commedia. È nell’ambiente del cinema e del teatro che continua a lavorare, spesso anche insieme a Lagerfeld, di cui diventerà il più stretto assistente. Nel 1983, Dufour firma la sua prima collaborazione con la maison Chanel, di cui diventerà direttore artistico. Dal 1998, è lo stilista della maison Balmain.

Stephanie Seymour, Gilles Dufour, Cindy Crawford and Linda Evangelista
Stephanie Seymour, Gilles Dufour, Cindy Crawford and Linda Evangelista- 1996 backstage Chanel

Chemisier

Chemisier. Il termine compare negli anni ’50 a indicare un abito chiuso davanti da bottoni, con o senza colletto. Di linea essenziale, come la camicia.

Chemisier. Il termine compare negli anni ’50 a indicare un abito chiuso davanti da bottoni, con o senza colletto. Di linea essenziale, proprio come quella di una camicia maschile. Già all’inizio del ‘900, la linea a camicia era stata adottata da Worth e da Poiret, successivamente seguiti da molti stilisti fra cui Chanel, Paquin, Lanvin.

Cardigan

Cardigan. Giacca a maglia di lana, senza colletto e abbottonata sul davanti. Capo d’abbigliamento non certo eroico ma particolarmente informale

Cardigan. Giacca a maglia di lana, senza colletto e abbottonata sul davanti. Capo d’abbigliamento non certo eroico ma particolarmente informale. Lega origine e denominazione alla battaglia di Balaklava” del 1854: in particolare al suo (forse) primo estimatore, il generale britannico J.Th. Brudenel, conte di Cardigan, che comandò la celeberrima Carica dei Seicento. Di gran moda, sotto forma di twin set (meglio se di Chanel) tra collegiali e patronesse durante gli anni ’70, torna sulla scena a ogni ciclico riemergere di look ispirati alla Nouvelle Vague.

Charles-Roux Edmonde

Charles-Roux Edmonde (1920-2016). Giornalista e scrittrice francese. Premio Goncourt 1966 per il romanzo Oublier Palerme. Grande amica di Chanel.

Charles-Roux Edmonde (1920-2016). Giornalista e scrittrice francese. Premio Goncourt 1966 per il romanzo Oublier Palerme. Grande amica di Chanel, ha pubblicato vari libri su di lei, fra cui L’irrégulière (Mon itinéraire Chanel) nel ’74 e Le temps Chanel nel ’79. Nell’immediato dopoguerra (’47-49), inizia come giornalista a Elle e per sedici anni, dal ’50 al ’66, è redattore capo dell’edizione francese di Vogue. Membro dell’Accademia Goncourt, ha ricevuto varie onorificenze fra cui la Croce di Guerra per le sue attività svolte durante la seconda guerra mondiale e il Gran Premio letterario di Provenza nel ’77. Figlia di un celebre diplomatico francese (fu ambasciatore di Francia in Vaticano negli anni ’30) Charles-Roux ha sposato Gastone Deferre, per innumerevoli anni sindaco socialista di Marsiglia.

Charles-Roux Edmonde è morta il 20 Gennaio 2016.

Chic

Chic. Il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito) e che i francesi hanno cominciato a usarla scrivendola chique.

Chic. Non è ben chiara l’origine della parola francese. Il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito). Inoltre scrive che i francesi, a partire dai primi anni del secolo scorso, hanno cominciato a usarla (scrivendola chique), per identificare la disinvoltura, il savoir faire e infine l’eleganza. Il Larousse dei primi del ‘900 indica un’altra ipotesi, tutta francese. Risalirebbe, addirittura ai tempi di Luigi XIII (siamo agli inizi del ‘600) quando a Corte, per definire un uomo molto abile nel destreggiarsi con la legge, si usava chic, come diminutivo dalla parola chicane che anticamente aveva il significato di cavillo, arzigogolo, passaggio a zigzag (prima di diventare, ai giorni nostri, una esse di curve per rallentare la velocità della Formula 1).

Chic nel tempo

Nel tempo, chic ha mutato significato. È con quello d’eleganza che la parola, insieme a tante altre legate al mondo della moda, è approdata in Italia. Deve essere stato con la Belle Époque, o forse anche prima, che le signore imbevute di cultura francese, indispensabile per fare di una ragazza una signorina della buona società, l’hanno cominciata a usare. La usavano per definire uno stile e un gusto inconfondibile. Le donne che appartenevano a quel mondo possedevano degli indumenti che non potevano chiamare altro che in francese. Dalla fascinosa guêpière, dal peignoir indossato per farsi pettinare dalla cameriera alla vaporosa liseuse, una giacchetta di seta bordata di pizzi, dello stesso colore della camicia da notte, di chiffon o addirittura tutta di struzzo come un piumino da cipria.

Il corredo di una sposa comme-il-faut (in altre parole di buona famiglia), che ci si augurava avesse una taille invidiabile, prevedeva una serie di abiti da indossare nelle diverse ore del giorno. Oltre ai vestiti lunghi da sera, c’erano quelli habillé, che col tempo e l’avanzata dell’inglese, sono diventati gli abiti da cocktail. La cultura francese (quindi, anche lo chic) ha dominato la buona borghesia italiana fino alla seconda guerra mondiale. I maldestri tentativi del fascismo che cercava d’imporre ridicole traduzioni come la “ragazziera” al posto della garµonniere, non erano tenuti in nessun conto. È andata oltre, perché negli anni ’50 era ancora la Francia a dettare legge in fatto di moda.

I brand

Le signore adoravano Balenciaga, Balmain, Chanel e Dior, maestri indiscussi di chic parigino, e in testa alla sera spesso indossavano le aigrette: lunghe piume sottili che seguivano la curva del viso. A prolungare l’uso dello chic oltre il confine estremo del ’68, ha contribuito non poco la rubrica di costume, tenuta da Camilla Cederna, su L’Espresso. Ora, il povero chic alberga ancora su qualche insegna di periferia, mentre, al contrario, furoreggia la griffe, nell’orrenda traduzione nostrana di “griffato”.

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Costumista cinematografico

Costumista cinematografico. Il rapporto tra cinema e moda si è sviluppato secondo due grandi direttrici, ma con cronologie differenti.

Costumista cinematografico. Il rapporto tra cinema e moda si è sviluppato secondo due grandi direttrici, ma con cronologie differenti. Dapprima sono i costumisti cinematografici a influenzare la moda, secondo un movimento che va dal film alla vita reale; in seguito tocca invece agli stilisti entrare nello schermo: indirettamente (il cinema adotta le loro creazioni) o direttamente (assumendo il ruolo di costumisti). Se fino dalle origini della settima arte, la nascita di una star è correlata con un abbigliamento, un dettaglio, un’acconciatura (Theda Bara, e le sue tenute esotiche), la figura professionale del costumista si afferma solo intorno agli anni ’20 e soltanto dal ’48 esiste un Oscar per i costumi.

Dieci anni dopo ogni studio cinematografico degno di nome ha un dipartimento dei costumi, il cui responsabile svolge un ruolo cruciale nella riuscita. Il primo è Howard Greer (Paramount Pictures), che impiega 200 sarti professionisti. In seguito — per limitarsi ad alcuni nomi — lavorano per la Paramount Pictures Edith Head e Travis Banton; Charles LeMaire è alla Fox, Milo Anderson alla Warner Bros, Jean-Louis Berthault alla Columbia, Walter Plunkett alla Mgm. Rispetto al creatore di moda, il costumista deve tenere conto di molti fattori specifici, perché il costume cinematografico è insieme — come scrive Roland Barthes nel Sistema della moda — una umanità (valorizza la verosimiglianza del personaggio) e un argomento (evidenzia i valori e i simboli che il personaggio rappresenta).

Il costumista cinematografico

Oltreché conoscere bene la storia del costume e della moda, quindi, al costumista cinematografico compete comunicare attraverso l’abito lo stato sociale e la psicologia del personaggio. Inoltre deve anche conoscere i codici della fotografia e del cinema, lavorare in stretta collaborazione con tutta l’équipe. (non disegnerà una vestaglia lilla per una camera da letto dello stesso colore). Il contatto più evidente tra moda e cinema passa per l’attore che indossa un certo abbigliamento, sprigionando un potere evocativo che produce desideri di emulazione nel pubblico. Star come Joan Crawford, Marlene Dietrich, Lauren Bacall hanno fatto moda nella golden age di Hollywood.

Negli anni ’30 Adrian, costumista di Rodolfo Valentino e Greta Garbo, cedette ai grandi magazzini Macy’s il modello di un abito da sera indossato dalla Crawford in Ritorno. Immesso sul mercato contemporaneamente all’uscita del film, vendette oltre mezzo milione di capi in una settimana. Lo stile dell’abbigliamento contribuì in maniera decisiva al mito di Audrey Hepburn.

Nati in origine come costumi da film, alcuni abiti dettarono la moda di intere stagioni. Il vestito di chiffon bianco di Marilyn in Quando la moglie è in vacanza, quello di Elizabeth Taylor nella Gatta sul tetto che scotta, il babydoll indossato da Carroll Baker nel film omonimo.Dal cinema partono le grandi ondate di moda-revival. Dalle creazioni di Walter Plunkett per Vivien Leigh e Olivia de Havilland in Via col vento ai costumi di Piero Tosi che Ingrid Thulin porta nella Caduta degli dei, alle gonne midi di tweed in stile anni ’30 disegnate da Theadora Van Runkle e indossate da Faye Dunaway in Gangster Story.

L’abbigliamento e il costumista cinematografico

Anche le fogge dell’abbigliamento maschile dialogano con lo schermo. Basterà ricordare l’ecumenica diffusione degli impermeabili alla Humphrey Bogart o dei giubbotti di pelle come quello che Marlon Brando indossava nel Selvaggio. Tra la moda e lo star-system esistono molte analogie, sono entrambe costruzioni artificiali, basate sull’estetizzazione e sulla messa in scena del corpo. Così il cinema è un formidabile palcoscenico per lanciare e diffondere moda.

Scrive Maria Pezzi: “È indubitabile l’influenza dello schermo sul costume e sulla moda. Quando uscì il film The Desert Song nel 1923, protagonisti Pola Negri e Rodolfo Valentino, l’amore sotto le tende del deserto, la passione per gli sceicchi, la moda dei barracani si scatenarono specialmente in Inghilterra, facendo fiorire le compagnie di viaggio specializzate per i paesi africani; e quando l’eccentrica Lady Mendl arrivò in Egitto fu deliziata di trovare che le piramidi erano “beige”, il suo colore preferito.

Di questo dominio psicologico del cinema, la moda si allarmò. Soprattutto quando vide le ragazze di buona famiglia rifiutare i costumi da bagno eleganti delle boutique sportive che i grandi sarti avevano appena inaugurato, e optare per lo scandaloso maillot di lana aderente che Carole Lombard aveva portato alla gloria. E, peggio ancora, quando vide le fidanzate dei quartieri alti rifiutare gli abiti di Lanvin, la regina delle spose, e mandare al cinema la loro sartina perché copiasse l’abito di Janet Gaynor in Seventh Heaven, col fichu a tre volant, la gonna a balze che si apriva sul dietro con un ventaglio di pizzo”.

Recentemente

Ai pochi nomi già citati di grandi costumisti hollywoodiani, sono da aggiungere quelli degli europei: dal francese Antoine Mago (Amanti perduti, Casco d’oro) ai costumisti italiani (Vittorio Nino Novarese, Milena Canonero, Piero Gherardi, Danilo Donati, Gabriella Pescucci, Giulia Maffai), apprezzati in tutto il mondo, alcuni plurilaureati agli Oscar. Diverso il discorso sulla diretta collaborazione al cinema degli stilisti. Piero Tosi ha sentenziato che i due mondi sono completamente diversi, quindi: “Chi nasce costumista non potrà mai essere stilista e viceversa. Non ho mai visto un grande creatore di moda fare bei costumi”. Il fallimento a Hollywood di alcuni celebri couturier, come Chanel, sembra dargli ragione. È difficile negare che, dalla fine degli anni ’60, gli stilisti abbiano influenzato lo schermo, che ha adottato i loro modelli, ottenendo un “effetto realtà”. (vedi la diffusione sociale degli abiti firmati, col relativo valore di status).

In tempi più recenti, alcune griffe hanno vestito personaggi cinematografici o interi film. Tra gli altri troviamo Armani (American gigolo, Gli intoccabili) e Gaultier (gli attori di Peter Greenaway, Il quinto elemento). Martin Scorsese e Wim Wenders hanno girato promo-costuming, rispettivamente, su Armani e Yamamoto. Parecchi film rappresentano il mondo della moda e i suoi retro-scena. Dalle Amiche e Blow-up di Michelangelo Antonioni a Prêt-à-porter di Robert Altman, che ha fatto recitare 75 tra stilisti e top model.

CHANEL

LE ORIGINI E GLI ESORDI DELLA BELLE ÉPOQUE

Gabrielle Chanel

Gabrielle Bonheur Chanel, nota anche come Coco Chanel, nasce a Saumur, in Francia, il 19 agosto 1883. Figlia di Henri-Albert Chanel e Jeanne DeVolle, il padre è un venditore ambulante, rimasto vedovo presto, decide di affidare le sue figlie all’orfanotrofio di Aubazine.

Raggiunto l’età massima per stare in orfanotrofio, Gabrielle inizia a lavorare come commessa nel negozio di biancheria e maglieria Maison Grampayre, a Mulins, dove approfondisce le nozioni di cucito apprese dalle suore che l’hanno cresciuta ed istruita.

Negli stessi anni, per arrotondare, inizia ad esibirsi come cantante presso alcuni caffè, sembra che il nome Coco deriva proprio dalla canzone Qui qu’a vu Coco?, che spesso cantava.

Appena maggiorenne conosce l’ufficiale di cavalleria Etienne de Balsan, figlio di imprenditori tessili, egli diventa il suo compagno e sarà anche il suo primo finanziatore.

Nel 1908 Chanel inizia a realizzare cappellini in paglia e nastri in raso, una novità rispetto ai sontuosi ed ingombranti copricapo  in voga in quegli anni. Apre il suoi primi negozi a Parigi, Deauville e Biarritz.

LA RIVOLUZIONE DI COCO

Chanel all’opera

Negli stessi anni conosce Boy Capel, un industriale inglese, l’amore della sua vita, con il quale apre la boutique al 31 di rue Cambon, nella Ville Lumière.

Coco inizia a lavorare sulla maglieria, sulle gonne e su qualche vestito. La moda all’epoca era sfarzosa, strati e strati di tessuto, ornamenti, corsetti, gonne ampie, sottogonne, drappeggi e decori.

Chanel comprende per prima la scomodità di questi abiti, non si riconosce nello stile rigido della Belle Èpoque, non è una semplice sarta, è una vera e propria creatrice di moda.

Spesso vestita da uomo e ispirata dal guardaroba maschile, la stilista decide di assecondare il corpo femminile, realizzando lunghe gonne dritte, cardigan e bluse morbide cinture in vita.

Chanel predilige il jersey, tessuto elastico e comodo, lo trasla nei sottabiti fino a veri e propri capi, inclusi vestiti semplici in colori altrettanto facili come il grigio e il blu scuro. È la fine dell’epoca di eccessi, è il tempo di Coco Chanel che regala la libertà alle donne.

Boy Capel e Coco

GLI ABITI E LA LIBERAZIONE FEMMINILE

Ad alimentare la sua idea di stile democratico è la Grande Guerra, durante la quale tutte le stravaganze del passato cedono spazio a sobrietà e rigore, sia per la mancanza di tessuti, impiegati in altri scopi primari, sia per la comodità stessa delle donne, che ormai partecipano alla vita quotidiana, prendendo il posto di lavoro degli uomini che erano al fronte.

La maglia lavorata a mano, e poi confezionata industrialmente, rimane una delle novità più significative proposte da Chanel.

Ma erano troppo semplici, così decide di iniziare un lavoro sugli accessori, concentrandosi però anche lì su un’idea meno di lusso e più pratica, quella della bigiotteria: perle, catenelle dorate e unione di pietre vere con gemme false diventano ricorrenti nei look che propone.

I colori che utilizza maggiormente sono il blu scuro, il beige e il grigio. Verso la metà degli anni 20, Chanel presenta un capo rivoluzionario, la petite robe noir, il celebre tubino nero senza segni in vita, spesso arricchito da polsini e colletti bianchi o abbinati a cappellini e perle.

Fino a quel momento nessuna donna aveva mai osato vestirsi di nero, se non in momenti di lutto, e men che meno aveva osato indossare una gonna così corta al di fuori della camera da letto.

Chanel N°5

Marilyn Monroe nella pubblicità del profumo Chanel N°5

Chanel è la prima designer ad associare il suo nome ad un profumo, la prima inconsciamente a lavorare su un’idea di life style. Nel 1923 esce la fragranza più famosa di sempre, Chanel n°5.

Cinque perché Chanel sceglie la quinta proposta olfattiva fattale dall’azienda profumiera  di Ernest Beaux e Henri Robert, cui inizia a collaborare. Anche i design della bottiglia è rigida, semplice, squadrata, a differenza delle ampolle barocche dei profumi femminili del tempo.

L’intuito da prima business woman della moda di Chanel è anche in questo: percepire i cambiamenti nell’aria e seguirli, o all’occorrenza condizionarli.

GLI ANNI 30 E LE AMICIZIE IMPORTANTI

160 Boulevard Malesherbes Chanel

Introdotta dall’amica Misia Sert, Chanel fa la conoscenza di Stravinsky, col quale ha una relazione. Fa amicizia con Picasso e molti esponenti dell’élite parigina, arrivando a disegnare costumi per i balletti di Sergei Diaghilev e per alcune pellicole di Jean Cocteau.

Alla sua fama internazionale contribuisce anche la sua storia con Hugh Grosvenor, Duca di Westminster, con cui rimane legata diversi anni.

Nel 1927 le sue creazioni approdano a Londra, con l’apertura del primo negozio a Mayfair. Anche Hollywood inizia a commissionarle degli abiti e si fa strada un altro dei suoi capi iconici, il tailleur, per il quale sceglie stoffe morbide come il tweed, il gabardine e la vigogna.

Lo scoppio della Seconda Guerra mondiale impone un’improvvisa chiusura della maison. Chanel bene persino accusata di una presunta collaborazione con i nazisti, così è corretta a chiudere la sede di rue de Cambon, lasciando aperto solo il negozio di profumi.

IL RITORNO DI COCO

Nel 1954 Chanel ha ormai 71 anni, ma il suo interesse e la sua voglia di lavorare non l’arrestano. Se negli anni ’30 il suo stile aveva duellato con le collezioni fantasiose ed esuberanti di Elsa Schiaparelli, negli anni ’50 deve fare i conti con il New Look di Christian Dior, che reintroduce il corsetto, della guêpière e il prevalere di silhouette a corolla, rinascono le donne fiore.

Chanel è indignata e inviperita, ritiene Dior un addobbatore di poltrone e il nemico delle donne.

Nel 1955 lancia un altro classico intramontabile, la borsetta 2.55, in pelle trapuntata con una tracolla, una catenella di metallo, intrecciata in cuoio.

Nel 1957 muore Dior, Coco riceve a Dallas il Neiman Marcus Award, l’Oscar della moda, che consacra i suoi tailleur come capolavori sartoriali. A bilanciare l’estrema pulizia delle linee dei suoi completi sono i bottoni a testa di leone, segno zodiacale della designer, a camelia, il suo fiore preferito, o con la doppia C, dal 1959 simbolo ufficiale della casa di moda.

IL MITO PROSEGUE

Chanel oggi è riconosciuta come un mito, il suo nome è di per sé sinonimo di stile, è l’origine di un modo di vestire le donne che ha cambiato la moda, ed è quella che oggi conosciamo.

La griffe Chanel è un impero da quasi cinque miliardi di euro di fatturato. Il quartier generale della maison si trova all’angolo di rue Cambon e rue Saint-Honoré a Parigi.

Uno dei luoghi cult della capitale francese. Dalle umili origini ad una vera propria icona, Chanel ha rivoluzionato la moda, guidata della ricerca di una femminilità autentica e comoda.

Forme lineari e funzionali, l’eleganza, il lusso povero, qualità e innovazione. Introduce i pantaloni, disegnati e pensati su un corpo femminile, il piccolo vestito nero, la suit jacket da donna, i suoi profumi, l’abbinare bigiotteria all’alta moda, Chanel era una visionaria e la sua intelligenza e brillantezza ha regalato alle donne il guardaroba che conosciamo, e questo lo dobbiamo a lei.

L’ARRIVO DI KARL LAGERFELD

Karl Lagerfeld

Gabrielle Chanel muore il 10 gennaio 1971 in una camera dell’Hotel Ritz di Parigi. La gestione della casa di moda passa ai suoi assistenti Gaston Berthelot e Ramon Esparza, l’atelier a Jean Cazaubon e Yvonne Dudel.

Nel 1983 arriva alle redini della maison Karl Lagerfeld, l’anno successivo lo stilista diventa direttore creativo di tutte le linee del marchio, comprese la collezione Crociera e gli accessori.

Lagerfeld incarna perfettamente l’idea di stile di Chanel, dando un tocco personale, ma seguendo le linee conduttrici che ha imposto la designer. Tweed, patchwork, bouclé, pantaloni larhji, gonne al ginocchio, giacche lunghe o molto corte, cappotti da sera in velluto con la collaretti bianca, codici posti da Chanel che trovano con Lagerfeld una traduzione moderna di stagione in stagione.

Il brand oggi è uno dei più riconoscibili al mondo, il colosso è in mano attualmente ad Alain e Gerard Wertheimer, nipoti di Pierre Wertheimer, socio in affari di Coco in persona.

La distribuzione conta più di 200 boutique internazionali, mentre la comunicazione punta su testimonial come Catherine Deneuve, Nicole Kidman, Kristen Stewart, Audrey Tatou, Cara Delevigne e Kaia Gerber.

Anche Marilyn Monroe si fece fotografare con il profumo N°5, tale immagine rimane una delle più celebri della storia del marketing. Altra figura importante è stata Jackie Kennedy, che persino il giorno dell’assassinio di JFK era vestita Chanel.

I FILM SU COCO

Coco Avant Chanel

Diversi sono i film realizzati sulla vita di Chanel: Chanel Solitaire del 1981, Coco Avant Chanel e Coco Chanel & Igor Stravinsky, del 2009, sono alcuni di questi, non si contano le pubblicazioni cartacee dedicate ad una delle donne più influenti del XX secolo e al suo contributo alla storia del costume.

Molteplici sono le sue celebri frasi, basate soprattutto sul concetto che il lusso non è ricchezza, ma assenza di volgarità. Ironica nei confronti degli uomini o dei suoi rivali.

Il buon gusto nel vestire era qualcosa di innato per lei, la sensibilità dell’eleganza e l’attenzione per il genere femminile sono le qualità che l’hanno distinta nella storia.

LE COLLEZIONI DI KARL LAGERFELD

Fin dalla sua prima collezione per Chanel nel 1983, Lagerfeld ha sedotto i media e dettato le tendenze della moda in tutto il mondo.

Le sfilate di Chanel sono sempre le più attese della Paris Fashion Week, ma negli ultimi anni la suspense è cresciuta ulteriormente proprio grazie alla scelta del set, curato in ogni minimo dettaglio e capace di raccontare la propria storia in un tutt’uno con le creazioni che sfilano.

SS 2012 Karl Lagerfeld

2012

Per collezione SS 2012 la sfilata è presentata in una replica del corridoio di un aeroplano, con gli spettatori seduti su poltrone, il tema è ricorrente visto che già nel 2008 aveva presentato la Chanel Cruise Collection nell’hangar dell’aeroporto di Santa Monica, con le modelle che scendevano da un vero  aereo con il logo di Chanel.

La collezione SS 2016 è stata presentata nel Gran Palais di Parigi, allestito come se fosse un aeroporto.

SS 2016

Ultimamente l’ambientazione delle sfilate di Chanel è sempre molto teatrale: per la presentazione delle collezioni d’Alta Moda la sfilata era ambientata in un grande casinò, dove varie ospiti “giocavano” ai tavoli parlando tra loro , c’erano Julianne Moore, Kristen Stewart, Rita Ora, Vanessa Paradis e sua figlia, mentre le modelle sfilavano intorno.

Haute couture AW 2015-16

La casa di moda  allestisce un finto supermercato di Chanel, per la presentazione della collezione AW 2014: le modelle sfilavano in corsie affiancate da scaffali pieni di bottiglie, scatole di tè e biscotti Chanel, afferrano prodotti per leggerne le etichette, impegnate a spingere capelli e a scegliere la frutta, cestelli alla mano e via con la spesa logata Chanel. Tra i volti noti la cantante Rihanna e la top model Cara Delevigne, testimonial della griffe.

Karl Lagerfeld e Cara Delevigne AW 2014-2015

2016

Ritorna il tema gastronomico e per presentare la sua collezione AW 2015-2016 il designer ricrea una brasserie francese in legno, dove modelle dal passo elegante sfilano e prendono un caffè davanti al pubblico della Fashion Week parigina.

La location, quella del Grand Palais, viene rinominata per l’occasione Brasserie Gabrielle, tributo a Madame Coco, ovviamente. Divanetti in bordeaux, tovaglie bianche, servizio essenziale: la sfilata ha ricreato un bistrot di quelli che potreste ritrovare in St.Germain des Prés con tanto di bancone, camerieri e baristi.

Gli abiti come spesso accade durante le sfilate di Chanel vengono, invece, lasciati in disparte, per lasciare spazio allo spettacolo firmato Lagerfeld.

Brasserie Gabrielle AW 2015-16

Altro scenario da ricordare è quello della cupola di vetro del Grand Palais, il marchio della doppia C, ha ricreato lo scenario surreale di un paesaggio lunare sovrastato da un razzo bianco e nero realizzato in scala 1.1. L’effetto futuristico di Chanel si legge nel glitter perlato che regna sovrano su tessuti, applicazioni e accessori.

I due colori classici, bianco e nero, dominano nella collezione ed hanno effetto stellare per il gioco combinato a fili luminosi, piume, perline, tulle e paillettes.

Le pettinature rimandano all’effetto anni 70 di una Barbarella reinterpretata in chiave futuristica esattamente come il DNA del marchio capitanato da Karl Lagerfeld che rimane sempre iconico, legato all’estro di Gabrielle Chanel, ma in continua, sorprendente e unica evoluzione.

AW 2017-18 Chanel Blasts Off

Dopo aver pianificato, strutturato e realizzato il suo piano strategico di conquista dell’universo, Chanel è pronta a viaggiare nello spazio più profondo del Deep Space.

Chanel SS18-19

2018

Per la SS 2018, ovviamente al Grand Palais, ha fatto sorgere una giungla dall’apparenza iper-realistica, con tanto di cascate e passerella sul fiume, l’ispirazione è il Verdon, nell’Alta Provenza.

In passato ha anche, ovviamente, lavorato di fantasia: dall’ambientazione candida, surreale e marina della SS 2012 al giardino tropicale animato dell’Haute Couture Primavera-Estate 2015.

Sfilata Chanel SS 2012-2013
Haute couture SS 2015-2016

Anche per la sfilata AW 2018 il punto di partenza è la natura,  nel Grand Palais di Parigi, come da tradizione, allestito come fosse un bosco: grandi cartonati con foto di tronchi d’albero ai lati, una fila di vecchie querce al centro e foglie gialle mescolate a muschio a terra, a profumare l’aria con sei mesi d’anticipo.

Gli abiti sono più bon-ton del solito pur presentando le classiche linee di Chanel, fatte di tailleur in tweed con giacca e gonna fino al ginocchio accompagnate da perle, mentre i colori autunnali si mimetizzavano alle foglie e agli alberi intorno.

L’iconico bouclé di Chanel viene reinterpretato in colori invernali come nero, marrone, verde cupo, illuminati da accessori fucsia. I cappotti sono over. I blazer e le gonne lunghe.

Sfilano piumini corti e lunghi trapuntati e in lurex. Tra le tante modelle ha sfilato anche Kaia Gerber, la figlia 16enne di Cindy Crawford, mentre in prima fila c’erano l’attrice Lily Allen, Vanessa Paradis e Carla Bruni.

AW 2018-2019 Chanel

CHANEL OGGI

La Chanel di oggi è una vera rivoluzione, che ha trasformato l’idea creativa di una donna che ha segnato lo stile del nostro tempo, in una proiezione mentale in cui, il concetto di lusso, ha assunto una sua particolare dimensione.

Chanel  è un simbolo, un’icona che conserva in sé lo spirito di libertà creativa

Karl Lagerfeld resta e rappresenta il miglior interprete di quello spirito, e la sua capacità di realizzare un’ennesima collezione pregna di stili, dove passato e futuro si mescolano in una unicità irripetibile, si afferma la grandezza di questo grande direttore della moda e del lifestyle.

Lagerfeld più che stilista è un grande sceneggiatore della vita estetica delle donne perché riesce a comunicare, con loro, senza parlare, utilizzando solo le sue creazioni, che, più della forza di una canzone, riescono ad arrivare al cuore delle donne fino a generarne felicità ed emozioni.

Più di un qualsiasi regista Hollywoodiano, ha saputo preservare, innovando intorno al nome Chanel, una storia che nei prossimi 100 anni continuerà a vivere di luce propria.

Gabrielle Chanel e Karl Lagerfeld, le due forze creative della maison francese
 

VIRGINIE VIARD DIRETTORE CREATIVO

Nel febbraio 2019 Karl Lagerfeld si spegne ad 85 anni, lasciando un profondo vuoto nel mondo della moda. L’assenza dello stilista all’ultima sfilata Haure Couture di Chanel aveva già fatto pensare che qualcosa non andasse nella salute del kaiser. 

La maison francese nomina Virginie Viard nuovo direttore creativo. La stilista conosceva Lagerfeld dal 1987 e con lui collaborava da anni fino a diventarne il braccio destro.