Bellotti

Bellotti, Fabio (1938). Imprenditore tessile italiano. Impara il mestiere a bottega dallo zio che produceva foulard e che era diventato suo tutore alla…

Bellotti, Fabio (1938). Imprenditore tessile italiano. Impara il mestiere a bottega dallo zio che produceva foulard e che era diventato suo tutore alla morte del padre architetto. Terminati gli studi, lavora per Falconetto, Ken Scott e Mantero. Alla fine degli anni ’70 inizia la sua personale avventura nel mondo del tessuto creando la Rainbow che riscuote successo con stilisti come Lancetti, Valentino, Krizia, Albini, Armani, Lagerfeld, Chanel, Lacroix, Donna Karan e Calvin Klein. Durante gli anni ’70 e ’80, frequenta, con la moglie Daniela Morera, la ribalta new yorkese, Andy Wharol, i club underground e il giro che ruota attorno alla discoteca simbolo Studio 54 e ai suoi proprietari.

bellotti
Daniela Morera e Fabio Bellotti ad un evento di Andy Warhol nel 2017

La mondanità, gli artisti come Haring e Schnabel e i suoi viaggi da Bali al Vietnam, dall’India alla Birmania, divengono la fonte di ispirazione continua per la sua creatività. Sul finire del decennio ’90 ha ceduto l’azienda.

Bailly

Bailly, Christiane (1932-2000). È considerata fra le pioniere del prêt-à- porter. Lionese, entra nella moda come mannequin: prima…

Bailly, Christiane (1932-2000). È considerata fra le pioniere del prêt-à- porter. Lionese, entra nella moda come mannequin: prima, nel 1957, stabile, “fissa” da Balenciaga; poi, volante anche per Dior e Chanel. Quando decide di buttarsi nell’avventura dello stilismo, opta per una moda molto spoglia e funzionale. L’inizio, nel ’59, è simile a quello di molte firme dell’epoca: cartella di disegni sottobraccio e anticamere dagli “arrivati”. Un bozzetto venduto a Marie Chasseng la fa approdare alle pagine del Women’s Wear Daily. Ha successo di critica, ma non commerciale e ben presto finisce la sua alleanza con Emmanuelle Khanh che si avvaleva anche dell’apporto di Rabanne, loro assistente. È fra le prime stiliste a creare una collezione completa di maglieria. La giornalista americana Hebe Dorsey la invita a sfilare a New York in una collettiva di nuovi talenti. Era il ’66. I suoi abiti fanno scalpore. Ma non riesce a mettersi in proprio. La Bailly lavora per terzi: 4 anni per i Missoni, 6 per Aujard. Ritenta con una sua griffe dall’81 all’83. Ripiega sulle collaborazioni pur prestigiose: Cerruti, Rabanne, Hermès, Scherrer. Ha, secondo i critici, ottenuto assai meno di quel che meritava.

Piaggi

Anna Piaggi e Karl Lagerfeld

Piaggi Anna (1931 – 2012). Personaggio emblematico del mondo della moda, con il gusto della provocazione colta e irriverente. Anche collezionista di “pezzi” di abbigliamento (trappole estetiche), ma anche di libri, di oggetti, di musica, di “cose”, che liberamente interpreta con una precisa finalità: estetizzare il “momento contemporaneo”.

Pezzi, oggetti (a volte anche parole) ricercati, scavati in peregrinazioni in tutto il mondo, con un raro talento e un occhio sensibile al famoso “quid”. In questo esercizio costante, ha avuto due eccellenti maestri. Il primo è il marito (sposato a New York nel 1962) Alfa Castaldi, fotografo, personaggio di vasta ed eclettica cultura. Il secondo è l’inglese Vern Lambert eccentrico collezionista di abiti antichi.

Sempre seguendo un suo personale fantasioso filone di sottile humor, una particolare logica-illogica, un del tutto personale “egotrip”, gli abiti da collezione-non collezione di Anna Piaggi sono via via usciti da armadi e minuziose catalogazioni, per trasformarsi nel vissuto quotidiano.

Abiti da indossare su un astratto ideale palcoscenico, in una fantasiosa interpretazione. Questa deve avere, come punto di riferimento, la moda e come finalità una provocazione moderna. Abbinamenti, contaminazioni, accostamenti che coinvolgono anche il linguaggio diverso e creativo. Un esempio sono le sue famose presentazioni per le collezioni Missoni.

Anna Piaggi

Anna Piaggi per Mondadori

Sul filo assolutamente originale di una vocazione coltivata per professione, di una rara sensibilità, di una inventiva, capace di interpretare stili, mode, epoche, musica, oggetti, Anna Piaggi si muove in un mix dissacratore ostentato con suprema intelligente indifferenza e padronanza assoluta dell’effetto.

È milanese, di educazione e formazione classica, inizia come traduttrice per la casa editrice Mondadori. Diventa giornalista di moda negli anni ’60, quando viene chiamata sempre dalla Mondadori come fashion-editor per l’esordiente mensile Arianna. A questo imprimerà il segno forte e innovativo di un gusto moderno, nuovo e dove lavora in tandem con il marito Alfa Castaldi, che diventerà uno dei più noti e intelligenti fotografi italiani; con lei collaborerà come redattrice Anna Riva.

Negli anni ’70, Anna sarà “editor at large” per la Condé Nast. Introdurrà con i suoi servizi speciali grandi fotografi come Chris von Wangenheim, Giampaolo Barbieri e naturalmente Castaldi.

Dall’81 all’84 studia il progetto e dirige Vanity (Condé Nast). Un esperimento di ricerca di un nuovo linguaggio con il grande artista americano Antonio Lopez. Si tratta però di introduzioni di argomenti troppo sofisticati che vengono travolti da un frenetico consumismo.

Nell’88 inizia su Vogue Italia la sua rubrica (divenuta cult), “D.P. Doppie Pagine di Anna Piaggi”. Tuttora prosegue e che, dopo dieci anni, ha dato vita al libro Fashion Algebra (Leonardo Arte, ’99). Quest’ultimo incredibilmente ricco di personaggi, spunti, rimandi, citazioni con un linguaggio reinventato, dalla sonorità personalissima ma sempre estremamente informato, documentato, costantemente “avant-garde”.

Ha un peso internazionale, questa giornalista-esteta, questa scrittrice , questa ricercatrice di fatti (misfatti), cose e casi, personaggi emergenti, famosi, sconosciuti. Sia nell’approccio agli argomenti, sia nella brillante scrittura, sia negli accostamenti che spaziano sui più diversi temi della cultura moderna e del costume attuale, raggiunge un raro vertice di stimoli visuali, azionando misteriose molle di provocazione culturale.

È stata per diversi anni (’93-97) opinionista di moda e società su Panorama. Ha collaborato ai vari Vogue internazionali. Dall’87 all’89 cura una rubrica di moda e costume per L’Espresso Più.

Il costume di Anna Piaggi

Karl Lagerfeld

Il celebre stilista Karl Lagerfeld (Chloé, Chanel, Fendi) l’ha scelta a sua musa e le ha dedicato, negli anni ’80, un fantasioso libro Anna-chronique (Longanesi, ’86) di cui Anna Piaggi è l’assoluta eroina-interprete, raccontata con i disegni di Lagerfeld attraverso eventi straordinari e situazioni oniriche: la ricerca è di Vern Lambert, il testo della stessa Anna Piaggi. Il libro è stato pubblicato anche da Thames & Hudson con il titolo A Fashion Journal. Nel 2006, il Victoria&Albert Museum inaugura Fashion-ology: protagonista è lo stile visionario di Anna Piaggi, che diventa la prima e unica giornalista a cui il celebre museo londinese abbia dedicato una mostra.

La morte

All’età di 81 anni, il 7 agosto del 2012 si spegne, a Milano, Anna Piaggi. La giornalista lascia la vita terrena a causa di un improvviso attacco di cuore. A ritrovare il suo corpo, nell’abitazione in via Cappuccio (quartiere Sant’Abrogio), è la polizia allarmata dalla sua collaboratrice, insospettita del mancato ritrovamento delle chiavi di casa, come da accordi presi in precedenza. Una volta raggiunto il salone di casa, ai poliziotti non resta che constatarne il decesso visto il corpo esamine sul pavimento. A distanza di quattro anni dal suo decesso è stato pubblicato un documentario in suo onore: Anna Piaggi, una rivoluzionaria della moda, curato da Alina Marazzi. Ne danno omaggio i più grandi nomi del panorama nazionale e internazionale come Rosita Missoni, Manolo Blahnik, Stephen Jones e Jean Charles de Castelbajac.

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È morto Karl Lagerfeld

Viard

Viard e Karl Lagerfeld al termine della presentazione spring/summer 2019

Viard Virginie. (1962) Stilista francese. Figlia di medici (il padre è un primario di chirurgia), Viard ha tre sorelle e due fratelli. La passione per la moda la eredita dal nonno che di mestiere è un artigiano della seta. Ha un figlio (Robinson), nato dalla relazione con il musicista e attore Jean Marc Fyot. Si forma studiando presso le Cours Georges di Lione, specializzandosi in costume teatrale e cinematografico. Dopo un breve periodo a Londra, torna a Lione dove inizia a lavorare come commessa presso una boutique della città. Intraprendente e coraggiosa, è a Parigi che trova la sua strada diventando l’assistente costumista di Dominique Borg, costumista e attrice francese. La sua carriera è in continua ascesa. Tra i suoi lavori più importanti, i costumi per Trois Couleurs: blu del 1993 che vede protagonista la splendida Juliette Binoche di cui fa seguito, l’anno successivo, Trois Couleurs: blanc.

La svolta professionale giunge nel 1987 quando la giovane Viard entra nelle grazie di Karl Lagerfeld attraverso la raccomandazione di una persona vicina al Principe Ranieri di Monaco. Tra i due nasce un’affinità inattesa che li vede assieme in Chloé e ancora in Chanel, dove collaborano sino alla morte del Kaiser. Viard è stata definita il braccio destro di Lagerfeld in qualità di studio director della maison francese. A lei, il compito di supervisionare le collezioni disegnate dallo stilista tedesco, di contattare i fornitori: di realizzare, insomma, le creazioni di Lagerfeld.

Chanel Couture 2021 by Virginie Viard. Collezione presentata sui social per effetto Covid-19

Virginie Viard. Le redini in Chanel

Con la morte dello stilista, avvenuta il 19 febbraio del 2019, Virginie viene incaricata di prendere in mano le redini della griffe. A delegarla è Alain Werthmeier (Ceo Chanel) che la esorta a “continuare il lavoro creativo per le collezioni, affinché l’eredità di Gabrielle Bonheur e di Karl Lagerfeld possa continuare a vivere“. Schiva e riservata, la stilista francese non ama raccontare la sua vita privata. Nemmeno dopo aver raggiunto la popolarità in maison Chanel. Il suo profilo Instagram è stato aperto esclusivamente per omaggiare il suo mentore (Karl). Anti social per eccellenza, ama parlare di sé attraverso le sue collezioni, progetti che si rivolgono alle nuove generazioni di donne cresciute nel culto di Chanel. Viard è anche una donna curiosa che si lascia stimolare da ciò che la circonda, dai libri e dalla musica, sua seconda passione dopo la moda. 

Il suo stile è un mix tra punk e contemporaneità. Nelle sue collezioni, infatti, non mancano borchie cuspidate, neri totali e cristalli. La silhouette rimane, però, fedele alla griffe dalla doppia C: l’iconica giacca in tweed non perde il suo appeal ma, al contrario, rimarca la sua totale essenza come capo rivoluzionario, nato come atto di rivoluzione e libertà.

 

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Jenner

Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce (padre) e Kris (madre) Jenner..

      1. BIOGRAFIA
      2. CARRIERA DA MODELLA:
      3. COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:
      4. JENNER, TRA LE MODELLE PIU RICHIESTE:
      5. FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:
      6. DAL 2018 AD OGGI:

    BIOGRAFIA

    Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce Jenner (padre) e Kris Jenner (madre); oltre alla sorella Kylie ha molti fratellastri e sorellastre tra i quali Kourtney, Kim, Khloè e Rob Kardashian, avuti da parte materna con il celebre avvocato Robert Kardashian.

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    Famiglia Jenner-Kardashian

    Diventa famosa nel 2007 grazie al reality show  “Keeping up with the Kardashians”, ancora oggi in produzione, incentrato sulla vita privata e professionale della famiglia allargata Jenner-Kardashian.

    CARRIERA DA MODELLA:

    Nel 2009, a soli quattordici anni, spronata dalla madre manager, firma il suo primo contratto con “Wilhelmina Models”(un’agenzia di moda di Los Angeles). Comincia così la sua carriera da modella facendo il suo primo Shooting fotografico per il famoso brand statunitense Forever 21 e nel 2010 compare anche su Teen Vogue.

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    Kendall Jenner su Teen Vogue

    Nel 2011 si trasferisce a New York  per fare esperienza come modella e durante la settimana della moda  “Mercedes-Benz” sfila per la collezione primavera/estate 2012 di Sherri Hill.

    COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:

    Kendall Jenner appare in copertina, nel 2012, su riviste come: American Cheerleader, Teen Prom, Looks, Flavour Magazine e partecipa a campagne pubblicitarie per i più noti brand australiani come White Sands Australia. A Novembre dello stesso anno collabora con Russel James, fotografo di Victoria’s Secret, a progetti e lavori editoriali. Nello stesso periodo crea con la sorella “The Kendall & Kylie Collection” per il marchio PacSun, la collezione verrà lanciata a Febbraio 2013. Sempre in questo anno la vediamo recitare nella Serie Tv “Hawaii Five-0”.

    JENNER, TRA LE MODELLE PIÙ RICHIESTE:

    Nel 2014 Riccardo Tisci, famoso stilista italiano, la sceglie come testimonial per la campagna autunno/inverno 2014 di Givenchy accanto alla famosa super modella italiana Mariacarla Boscone. Nello stesso anno sfila tra Parigi, Londra e Milano anche per Chanel, Donna Karan, Marc Jacobs, Tommy Hilfiger, Fendi, Dolce&Gabbana, Bottega Veneta, Emilio Pucci e Balmain. Per il sito Models.com è tra le 50 modelle più richieste.

    L’anno successivo Kendall crea insieme alla sorella Kylie una linea di abbigliamento per Topshop e partecipa per la prima volta al Victoria’s Secret Fashion Show, esperienza che ripeterà anche nel 2016 e nel 2018 saltando però l’edizione del 2017 perché firma un contratto esclusivo con La Perla, famoso brand di intimo italiano.

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    Statua di cera di Kendall

    Nel 2016, per festeggiare la settimana della moda di Londra, le due amiche, Kendall e Cara Delevigne, vengono “trasformate” nelle famose statue di cera esposte poi presso il Museo Madame Tussauds. Lo stesso anno la rivista Forbes la inserisce in terza posizione tra le modelle più pagate (10 milioni di dollari).

    FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:

    Viene pagata 250.000 dollari per un post su Instagram sul “Fyre Festival”, un music festival di lusso, sponsorizzato dall’etichetta musicale G.O.O.D, eliminato successivamente perché considerato fraudolento. Nello stesso anno realizza uno spot per la Pepsi “Live for Now”, video subito criticato di razzismo per aver preso in prestito immagini  dal movimento Black Lives Matter.

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    Kendall Jenner per Adidas

    A giugno Kendall Jenner firma un contratto con Adidas Originals diventando anche ambasciatrice del marchio e in parallelo continua la collaborazione con Fendi insieme alla modella Gigi Hadid. A Settembre viene nominata Icona Fashion del decennio grazie ai suoi numerosi followers sui social e viene scelta come protagonista dalla famosa cantante Fergie per il suo nuovo video musicale “Enchanté”.

    DAL 2018 AD OGGI:

    2018. La vediamo recitare una piccola parte nella pellicola “Ocean’s 8” diretta da Gary Ross e testimonial delle campagne pubblicitarie di Tod’s, accanto al ballerino Roberto Bolle e di Ochirly, accanto a Bella Hadid. Viene nuovamente classificata, dalla rivista Forbes, al primo posto tra le modelle più pagate (22.5 milioni di dollari).

    2020. LiuJo per i suoi 25 anni sceglie proprio lei per la sua campagna #bornin1995, sarà per tutto l’anno l’icona del brand. In arrivo anche la nuova collezione di cosmetici di Kendall per Kylie Cosmetics.

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    Campagna LiuJo #bornin1995

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Kendall Jenner testimonial Calvin Klein

Lelong

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono…

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono nei fervidi anni del primo dopoguerra mondiale il prestigio della moda francese, con un intenso intreccio fra stilismo e cultura: tessuti disegnati da DalÕ, bijoux creati da Cocteau. Il padre Arthur fondatore di un’industria di tessuti (1896), la madre Eléanore, sarta di buon livello, Lelong fa il suo apprendistato e scopre la propria vocazione nell’azienda di famiglia che, tornato dalla guerra, ingrandirà creando nel 1924 la sua casa di moda. Forte, appena due anni dopo, di 1200 addetti, è subito celebre per il nitore sartoriale dei modelli, la maestria nella scelta e la lavorazione dei tessuti, grazie anche all’aiuto, come consulente e indossatrice, della bellissima moglie Natalie Paléy, figlia del granduca Paolo di Russia. In seguito chiamerà a disegnare le proprie collezioni gli stilisti più promettenti del momento: da Christian Dior a Pierre Balmain, a Hubert de Givenchy. Manager illuminato, dopo un viaggio di studio negli Stati Uniti per apprendere i metodi di lavoro nell’industria della confezione, crea un suo precoce prêt-à-porter, capi in numero limitato, firmati L.L. Edition. Dal 1937 fino al termine della seconda guerra mondiale, fu presidente della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne e in questa veste riuscì a impedire il trasferimento delle case di moda da Parigi a Berlino durante l’occupazione tedesca. Ma molte avevano chiuso i battenti, rifiutandosi di lavorare per non essere costrette a vendere ai tedeschi i loro modelli. Le maison che continuarono a farlo, non riuscirono, una volta tornata la pace, a parte un nome eccezionale come Chanel, a resuscitare il successo d’un tempo.

Erès

Erès. Creato alla metà degli anni ’60 da Irene Leroux, sta da allora al proscenio di un costante successo alimentato anche da testimonial spontanei, le star dello show-business e della moda che prediligono gli Erès per il taglio, l’ottima fattura, la tavolozza dei colori, la scelta dei tessuti (cotoni trattati di buona tenuta) e lo scarso spazio che la stilista concede all’effettismo creativo. Nel ’97, Chanel ha comprato il 100 per cento dell’azienda, lasciando però piena autonomia alla fondatrice che nel ’98 ha lanciato una linea di biancheria intima in mussolina e taffettà.
L’approccio al mercato statunitense della maison di swimwear è supportato dall’apertura di due monomarca, a New York in Madison Avenue e a Palm Beach.
Nell’agosto del 2002 i costumi Erès sono protagonisti della quarta edizione di Vogue takes the Hampton’s Celebration, evento promozionale organizzato ad East Hampton da Vogue America.

Tubino

Tubino. Famoso quello nero, classico e attillato, lanciato da Chanel e chiamato il petit noir, emblema degli anni ’20. Diritto, appena accostato e senza maniche, il tubino torna protagonista dei primi anni ’60, indispensabile per il pomeriggio o gli inviti a cena, ma anche passepartout per varie occasioni. Spesso con giacchino coordinato.

Dinner jacket

Dinner jacket è l’abito da sera maschile introdotto alla fine dell’800 da Griswold Lorillard a una festa nell’esclusivo Tuxedo Club, a Tuxedo Park nel New Jersey, e da allora chiamato dagli americani tuxedo. Per italiani e francesi è smoking, per gli inglesi dinner jacket. Giacca nera o blu scuro, mono o doppiopetto, ampi rever di seta, pantaloni con banda laterale di raso, gilet sostituito poi da una fascia in vita, camicia bianca e papillon nero. Nei ruggenti anni ’30, compare sulla Costa Azzurra la versione estiva con giacca bianca e, negli stessi anni, Marlene Dietrich lancia la moda dello smoking per donna, idea ripresa più volte nelle collezioni dei grandi sarti, fra cui Saint-Laurent e Chanel.

Cederna

Cederna, Camilla (1911-1997). Giornalista italiana. Grande firma del dopoguerra, esordì nel 1939 sul quotidiano milanese L’Ambrosiano, collaborando poi con L’Europeo, L’Espresso e il Corriere della Sera e pubblicando numerosi libri. In seguito alla strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), dedicò un lungo periodo di attività a temi di impegno civile e politico, dall’inchiesta sulla morte dell’anarchico Pinelli (1971) al dossier del 1978 sul presidente della repubblica Leone, alla raccolta di memorie Il mondo di Camilla (Feltrinelli, 1980). La moda ha rappresentato un leitmotiv del suo giornalismo: un interesse già rivelato dalla tesi di laurea sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa e dal suo primo vero pezzo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 settembre 1943, alla fine del periodo badogliano e poco prima che tornassero i fascisti: Moda Nera, un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi, a cominciare da Claretta Petacci. Fra il ’46 e il ’56, all’Europeo di Arrigo Benedetti, segue l’attività delle grandi sartorie milanesi, la fase pionieristica di Palazzo Pitti, le sfilate di Balmain e Dior a Parigi, racconta Maria Callas e la sua educazione all’eleganza nell’atelier di Biki. Parallelamente, è stato il suo tratto originale, osserva e registra il “vestire”, come lo definisce, le proprietà di stile e le goffaggini esibizionistiche nel rapporto con la moda. Ne dà un saggio nell’almanacco Milano ha cinquant’anni edito nel 1950 dalla Rinascente con il lungo articolo Come vestono i milanesi, dei quali elogia il “conformismo, frutto di buone tradizioni”, consacrato dalle giacche di Prandoni “che fino a pochi anni fa servivano di modello ai grandi tailleurs di Londra”. A fianco si leggeva Come vestono le milanesi di Irene Brin. Nel febbraio ’56, testimonia per L’Europeo la crociera a New York di “otto signore italiane” (Consuelo Crespi per tutte) “di sangue blu, taglia mannequin”, organizzata da Giovanni Battista Giorgini per presentare alle americane i modelli di grandi sarti milanesi e romani come Schuberth, Marucelli, Capucci, Veneziani. Poco dopo, segue il direttore Benedetti che fonda L’Espresso dove firma la rubrica di costume Il lato debole, che terrà fino al 1976. Ogni settimana, racconta il continente della mondanità, dei salotti, in anni di restaurazione, di pescecanismo, di fragoroso miracolo economico, di sbandierati vestitoni scaligeri: abitudini, stereotipi, linguaggi, tic, eleganze e cafonaggini degli “uomini e donne di moda”. I disegni di Brunetta accompagnano i suoi articoli. Ha scritto Guido Vergani: “È una signorina di buona famiglia, capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola. (…) Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Cattaneo, e il senso dello humour del popolino milanese”. Oltre che una fonte per la fenomenologia sociale della moda, le mille pagine in cui sono stati raccolti (Bompiani, 3 voll., 1977) quegli articoli offrono una preziosa rassegna di tendenze, arricchita dalla padronanza descrittiva di tessuti, forme, tagli, complementi decorativi. Dalle voghe ancora spontanee alla fine degli anni ’50, come “i wrappers, cioè le sciarpe degli studenti inglesi” portate su tailleur e stivaletti di raso, all’avvento di standard rassicuranti come “il tubetto nero” considerato “la miglior buccia per la serata più o meno tranquilla” e “il coloniale che d’estate va sempre”. Dalle ostentazioni anti-moda (via via, il ritorno a “spalle rigide e quadrate tipo Caraceni 1950″, il “folclore esotico” importato dalle “donne moderniste” degli anni ’50, gli “zatteroni in luogo della scarpa Chanel“) alle icone populiste come i jeans, purché resi “gloriosamente morbidi e azzurro bianchi”. Varie altre tracce del suo occhio attento sulla moda sono disseminate nelle cronache sulle prime alla Scala, uno dei suoi osservatori privilegiati. A metà degli anni ’50, le grandi sartorie milanesi prediligono gli abiti affusolati e le stole di cincillà. Nel ’63 “si vedranno signore dentro il mantello oro e ruggine” di una famosa tela del Carpaccio e “le ragazzine in mantellina verde sopra l’altra mantella più lunga e stivali”. Negli anni ’70 elenca “la cinese: pantaloni larghi e blusa”, “l’amazzone in giacca di tweed”, “quella in doposcì: maglia magari traforata per far sera”, turbanti, patchwork matelassé (“facendo l’effetto anche di copriteiere”), “lesbiche vere o imitazione: scarpa robusta”. Raramente si concede considerazioni, come in una rapida obiezione al Sistema della Moda di Roland Barthes, 1968: “in un punto la Donna di Moda differisce in modo decisivo dai modelli della cultura di massa: non conosce il male. La Moda non parla mai d’amore, non conosce adulteri, relazioni e neppure il flirt: in Moda, si viaggia soltanto col marito”. Piuttosto, la sua idea della moda si può riassumere in questa “formula per una quieta eleganza” offerta proprio per un lontano 7 dicembre scaligero: “E cioè, il vestito che può essere in un pezzo solo e parere in due, ma spira sempre una sua malinconica e solenne grazia notturna. Gonna lunga e stretta con due spacchetti, se no leggermente a botte, di pesante raso crema, perla o grigio fumé, completa di casacchina o bolero di gaietto nero, proprio nel punto della vita grondante gocce come di splendido inchiostro. Scollo a barchetta, brevi maniche, perline nere cucite a disegno di rete, di fiori, di stelle sull’organza o sul tulle”. Camilla Cederna torna a occuparsi di moda negli anni ’80, durante la fase più aggressiva di trasformazione dell’industria dell’abbigliamento, del mercato e delle tendenze creative. Infastidita dagli esibizionismi, dalle banalità, dal linguaggio invalso con il made in Italy, si congederà dalla “guerra” organizzativo-mediatica delle Collezioni e dal “lookismo contemporaneo” (De gustibus, Mondadori ’86). Altre sue opere sono La voce dei padroni (’62), Signore e Signori (’66), Maria Callas (Longanesi, ’68), Le pervestite (Immordino, ’68), Milano in guerra, con Marilea Somarè e Martina Vergani (Feltrinelli, ’79) e, pubblicato da Mondadori nell’87, Il meglio di Camilla Cederna.