Jenner

Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce (padre) e Kris (madre) Jenner..

      1. BIOGRAFIA
      2. CARRIERA DA MODELLA:
      3. COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:
      4. JENNER, TRA LE MODELLE PIU RICHIESTE:
      5. FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:
      6. DAL 2018 AD OGGI:

    BIOGRAFIA

    Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce Jenner (padre) e Kris Jenner (madre); oltre alla sorella Kylie ha molti fratellastri e sorellastre tra i quali Kourtney, Kim, Khloè e Rob Kardashian, avuti da parte materna con il celebre avvocato Robert Kardashian.

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    Famiglia Jenner-Kardashian

    Diventa famosa nel 2007 grazie al reality show  “Keeping up with the Kardashians”, ancora oggi in produzione, incentrato sulla vita privata e professionale della famiglia allargata Jenner-Kardashian.

    CARRIERA DA MODELLA:

    Nel 2009, a soli quattordici anni, spronata dalla madre manager, firma il suo primo contratto con “Wilhelmina Models”(un’agenzia di moda di Los Angeles). Comincia così la sua carriera da modella facendo il suo primo Shooting fotografico per il famoso brand statunitense Forever 21 e nel 2010 compare anche su Teen Vogue.

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    Kendall Jenner su Teen Vogue

    Nel 2011 si trasferisce a New York  per fare esperienza come modella e durante la settimana della moda  “Mercedes-Benz” sfila per la collezione primavera/estate 2012 di Sherri Hill.

    COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:

    Kendall Jenner appare in copertina, nel 2012, su riviste come: American Cheerleader, Teen Prom, Looks, Flavour Magazine e partecipa a campagne pubblicitarie per i più noti brand australiani come White Sands Australia. A Novembre dello stesso anno collabora con Russel James, fotografo di Victoria’s Secret, a progetti e lavori editoriali. Nello stesso periodo crea con la sorella “The Kendall & Kylie Collection” per il marchio PacSun, la collezione verrà lanciata a Febbraio 2013. Sempre in questo anno la vediamo recitare nella Serie Tv “Hawaii Five-0”.

    JENNER, TRA LE MODELLE PIÙ RICHIESTE:

    Nel 2014 Riccardo Tisci, famoso stilista italiano, la sceglie come testimonial per la campagna autunno/inverno 2014 di Givenchy accanto alla famosa super modella italiana Mariacarla Boscone. Nello stesso anno sfila tra Parigi, Londra e Milano anche per Chanel, Donna Karan, Marc Jacobs, Tommy Hilfiger, Fendi, Dolce&Gabbana, Bottega Veneta, Emilio Pucci e Balmain. Per il sito Models.com è tra le 50 modelle più richieste.

    L’anno successivo Kendall crea insieme alla sorella Kylie una linea di abbigliamento per Topshop e partecipa per la prima volta al Victoria’s Secret Fashion Show, esperienza che ripeterà anche nel 2016 e nel 2018 saltando però l’edizione del 2017 perché firma un contratto esclusivo con La Perla, famoso brand di intimo italiano.

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    Statua di cera di Kendall

    Nel 2016, per festeggiare la settimana della moda di Londra, le due amiche, Kendall e Cara Delevigne, vengono “trasformate” nelle famose statue di cera esposte poi presso il Museo Madame Tussauds. Lo stesso anno la rivista Forbes la inserisce in terza posizione tra le modelle più pagate (10 milioni di dollari).

    FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:

    Viene pagata 250.000 dollari per un post su Instagram sul “Fyre Festival”, un music festival di lusso, sponsorizzato dall’etichetta musicale G.O.O.D, eliminato successivamente perché considerato fraudolento. Nello stesso anno realizza uno spot per la Pepsi “Live for Now”, video subito criticato di razzismo per aver preso in prestito immagini  dal movimento Black Lives Matter.

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    Kendall Jenner per Adidas

    A giugno Kendall Jenner firma un contratto con Adidas Originals diventando anche ambasciatrice del marchio e in parallelo continua la collaborazione con Fendi insieme alla modella Gigi Hadid. A Settembre viene nominata Icona Fashion del decennio grazie ai suoi numerosi followers sui social e viene scelta come protagonista dalla famosa cantante Fergie per il suo nuovo video musicale “Enchanté”.

    DAL 2018 AD OGGI:

    2018. La vediamo recitare una piccola parte nella pellicola “Ocean’s 8” diretta da Gary Ross e testimonial delle campagne pubblicitarie di Tod’s, accanto al ballerino Roberto Bolle e di Ochirly, accanto a Bella Hadid. Viene nuovamente classificata, dalla rivista Forbes, al primo posto tra le modelle più pagate (22.5 milioni di dollari).

    2020. LiuJo per i suoi 25 anni sceglie proprio lei per la sua campagna #bornin1995, sarà per tutto l’anno l’icona del brand. In arrivo anche la nuova collezione di cosmetici di Kendall per Kylie Cosmetics.

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    Campagna LiuJo #bornin1995

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Kendall Jenner testimonial Calvin Klein

Lelong

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono…

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono nei fervidi anni del primo dopoguerra mondiale il prestigio della moda francese, con un intenso intreccio fra stilismo e cultura: tessuti disegnati da DalÕ, bijoux creati da Cocteau. Il padre Arthur fondatore di un’industria di tessuti (1896), la madre Eléanore, sarta di buon livello, Lelong fa il suo apprendistato e scopre la propria vocazione nell’azienda di famiglia che, tornato dalla guerra, ingrandirà creando nel 1924 la sua casa di moda. Forte, appena due anni dopo, di 1200 addetti, è subito celebre per il nitore sartoriale dei modelli, la maestria nella scelta e la lavorazione dei tessuti, grazie anche all’aiuto, come consulente e indossatrice, della bellissima moglie Natalie Paléy, figlia del granduca Paolo di Russia. In seguito chiamerà a disegnare le proprie collezioni gli stilisti più promettenti del momento: da Christian Dior a Pierre Balmain, a Hubert de Givenchy. Manager illuminato, dopo un viaggio di studio negli Stati Uniti per apprendere i metodi di lavoro nell’industria della confezione, crea un suo precoce prêt-à-porter, capi in numero limitato, firmati L.L. Edition. Dal 1937 fino al termine della seconda guerra mondiale, fu presidente della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne e in questa veste riuscì a impedire il trasferimento delle case di moda da Parigi a Berlino durante l’occupazione tedesca. Ma molte avevano chiuso i battenti, rifiutandosi di lavorare per non essere costrette a vendere ai tedeschi i loro modelli. Le maison che continuarono a farlo, non riuscirono, una volta tornata la pace, a parte un nome eccezionale come Chanel, a resuscitare il successo d’un tempo.

Erès

Erès. Creato alla metà degli anni ’60 da Irene Leroux, sta da allora al proscenio di un costante successo alimentato anche da testimonial spontanei, le star dello show-business e della moda che prediligono gli Erès per il taglio, l’ottima fattura, la tavolozza dei colori, la scelta dei tessuti (cotoni trattati di buona tenuta) e lo scarso spazio che la stilista concede all’effettismo creativo. Nel ’97, Chanel ha comprato il 100 per cento dell’azienda, lasciando però piena autonomia alla fondatrice che nel ’98 ha lanciato una linea di biancheria intima in mussolina e taffettà.
L’approccio al mercato statunitense della maison di swimwear è supportato dall’apertura di due monomarca, a New York in Madison Avenue e a Palm Beach.
Nell’agosto del 2002 i costumi Erès sono protagonisti della quarta edizione di Vogue takes the Hampton’s Celebration, evento promozionale organizzato ad East Hampton da Vogue America.

Tubino

Tubino. Famoso quello nero, classico e attillato, lanciato da Chanel e chiamato il petit noir, emblema degli anni ’20. Diritto, appena accostato e senza maniche, il tubino torna protagonista dei primi anni ’60, indispensabile per il pomeriggio o gli inviti a cena, ma anche passepartout per varie occasioni. Spesso con giacchino coordinato.

Dinner jacket

Dinner jacket è l’abito da sera maschile introdotto alla fine dell’800 da Griswold Lorillard a una festa nell’esclusivo Tuxedo Club, a Tuxedo Park nel New Jersey, e da allora chiamato dagli americani tuxedo. Per italiani e francesi è smoking, per gli inglesi dinner jacket. Giacca nera o blu scuro, mono o doppiopetto, ampi rever di seta, pantaloni con banda laterale di raso, gilet sostituito poi da una fascia in vita, camicia bianca e papillon nero. Nei ruggenti anni ’30, compare sulla Costa Azzurra la versione estiva con giacca bianca e, negli stessi anni, Marlene Dietrich lancia la moda dello smoking per donna, idea ripresa più volte nelle collezioni dei grandi sarti, fra cui Saint-Laurent e Chanel.

Cederna

Cederna, Camilla (1911-1997). Giornalista italiana. Grande firma del dopoguerra, esordì nel 1939 sul quotidiano milanese L’Ambrosiano, collaborando poi con L’Europeo, L’Espresso e il Corriere della Sera e pubblicando numerosi libri. In seguito alla strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), dedicò un lungo periodo di attività a temi di impegno civile e politico, dall’inchiesta sulla morte dell’anarchico Pinelli (1971) al dossier del 1978 sul presidente della repubblica Leone, alla raccolta di memorie Il mondo di Camilla (Feltrinelli, 1980). La moda ha rappresentato un leitmotiv del suo giornalismo: un interesse già rivelato dalla tesi di laurea sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa e dal suo primo vero pezzo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 settembre 1943, alla fine del periodo badogliano e poco prima che tornassero i fascisti: Moda Nera, un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi, a cominciare da Claretta Petacci. Fra il ’46 e il ’56, all’Europeo di Arrigo Benedetti, segue l’attività delle grandi sartorie milanesi, la fase pionieristica di Palazzo Pitti, le sfilate di Balmain e Dior a Parigi, racconta Maria Callas e la sua educazione all’eleganza nell’atelier di Biki. Parallelamente, è stato il suo tratto originale, osserva e registra il “vestire”, come lo definisce, le proprietà di stile e le goffaggini esibizionistiche nel rapporto con la moda. Ne dà un saggio nell’almanacco Milano ha cinquant’anni edito nel 1950 dalla Rinascente con il lungo articolo Come vestono i milanesi, dei quali elogia il “conformismo, frutto di buone tradizioni”, consacrato dalle giacche di Prandoni “che fino a pochi anni fa servivano di modello ai grandi tailleurs di Londra”. A fianco si leggeva Come vestono le milanesi di Irene Brin. Nel febbraio ’56, testimonia per L’Europeo la crociera a New York di “otto signore italiane” (Consuelo Crespi per tutte) “di sangue blu, taglia mannequin”, organizzata da Giovanni Battista Giorgini per presentare alle americane i modelli di grandi sarti milanesi e romani come Schuberth, Marucelli, Capucci, Veneziani. Poco dopo, segue il direttore Benedetti che fonda L’Espresso dove firma la rubrica di costume Il lato debole, che terrà fino al 1976. Ogni settimana, racconta il continente della mondanità, dei salotti, in anni di restaurazione, di pescecanismo, di fragoroso miracolo economico, di sbandierati vestitoni scaligeri: abitudini, stereotipi, linguaggi, tic, eleganze e cafonaggini degli “uomini e donne di moda”. I disegni di Brunetta accompagnano i suoi articoli. Ha scritto Guido Vergani: “È una signorina di buona famiglia, capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola. (…) Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia, emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Cattaneo, e il senso dello humour del popolino milanese”. Oltre che una fonte per la fenomenologia sociale della moda, le mille pagine in cui sono stati raccolti (Bompiani, 3 voll., 1977) quegli articoli offrono una preziosa rassegna di tendenze, arricchita dalla padronanza descrittiva di tessuti, forme, tagli, complementi decorativi. Dalle voghe ancora spontanee alla fine degli anni ’50, come “i wrappers, cioè le sciarpe degli studenti inglesi” portate su tailleur e stivaletti di raso, all’avvento di standard rassicuranti come “il tubetto nero” considerato “la miglior buccia per la serata più o meno tranquilla” e “il coloniale che d’estate va sempre”. Dalle ostentazioni anti-moda (via via, il ritorno a “spalle rigide e quadrate tipo Caraceni 1950″, il “folclore esotico” importato dalle “donne moderniste” degli anni ’50, gli “zatteroni in luogo della scarpa Chanel“) alle icone populiste come i jeans, purché resi “gloriosamente morbidi e azzurro bianchi”. Varie altre tracce del suo occhio attento sulla moda sono disseminate nelle cronache sulle prime alla Scala, uno dei suoi osservatori privilegiati. A metà degli anni ’50, le grandi sartorie milanesi prediligono gli abiti affusolati e le stole di cincillà. Nel ’63 “si vedranno signore dentro il mantello oro e ruggine” di una famosa tela del Carpaccio e “le ragazzine in mantellina verde sopra l’altra mantella più lunga e stivali”. Negli anni ’70 elenca “la cinese: pantaloni larghi e blusa”, “l’amazzone in giacca di tweed”, “quella in doposcì: maglia magari traforata per far sera”, turbanti, patchwork matelassé (“facendo l’effetto anche di copriteiere”), “lesbiche vere o imitazione: scarpa robusta”. Raramente si concede considerazioni, come in una rapida obiezione al Sistema della Moda di Roland Barthes, 1968: “in un punto la Donna di Moda differisce in modo decisivo dai modelli della cultura di massa: non conosce il male. La Moda non parla mai d’amore, non conosce adulteri, relazioni e neppure il flirt: in Moda, si viaggia soltanto col marito”. Piuttosto, la sua idea della moda si può riassumere in questa “formula per una quieta eleganza” offerta proprio per un lontano 7 dicembre scaligero: “E cioè, il vestito che può essere in un pezzo solo e parere in due, ma spira sempre una sua malinconica e solenne grazia notturna. Gonna lunga e stretta con due spacchetti, se no leggermente a botte, di pesante raso crema, perla o grigio fumé, completa di casacchina o bolero di gaietto nero, proprio nel punto della vita grondante gocce come di splendido inchiostro. Scollo a barchetta, brevi maniche, perline nere cucite a disegno di rete, di fiori, di stelle sull’organza o sul tulle”. Camilla Cederna torna a occuparsi di moda negli anni ’80, durante la fase più aggressiva di trasformazione dell’industria dell’abbigliamento, del mercato e delle tendenze creative. Infastidita dagli esibizionismi, dalle banalità, dal linguaggio invalso con il made in Italy, si congederà dalla “guerra” organizzativo-mediatica delle Collezioni e dal “lookismo contemporaneo” (De gustibus, Mondadori ’86). Altre sue opere sono La voce dei padroni (’62), Signore e Signori (’66), Maria Callas (Longanesi, ’68), Le pervestite (Immordino, ’68), Milano in guerra, con Marilea Somarè e Martina Vergani (Feltrinelli, ’79) e, pubblicato da Mondadori nell’87, Il meglio di Camilla Cederna.

KARL LAGERFELD

La storia di Karl Lagerfeld, il Kaiser o Imperatore della moda, e della sua incredibile carriera che ha cambiato per sempre il mondo della moda.

ORIGINI

Karl Otto (1938- 2019). Stilista tedesco. È soprannominato Kaiser, imperatore della moda, per le sue origini: una famiglia di ricchi industriali d’Amburgo. Sin da ragazzo, rivela una straordinaria passione e predisposizione per le arti. Quando arriva nella Parigi anni ’50, non ancora quindicenne, per finire gli studi secondari, non sa ancora da quale arte sarà prescelto: vorace e onnivoro, nutre una crescente passione per il ‘700, per l’eclettismo e cosmopolitismo di quel Grand Siècle. Il gusto innato per il futile e l’effimero e la sua perizia nel disegno lo predestinano alla moda: sedicenne vince il primo premio, ex aequo con Yves Saint-Laurent, del concorso bandito dal Segretariato Internazionale della Lana ed è chiamato da Pierre Balmain a lavorare nel suo atelier di haute couture. Nel 1958, si trasferisce alla Maison Patou per completare la sua esperienza nel campo dell’alta moda. Ma al suo spirito libero e inquieto non basta la cerchia degli iniziati delle grandi sartorie: in Francia e in Italia sta nascendo il prêt-à-porter e Lagerfeld diventa stilista indipendente, collaborando tra gli altri con Charles Jourdan, Krizia, Ballantyne, Cadette, Mario Valentino.

LA SVOLTA

Nel ’65, la prima grande svolta della sua carriera: l’incontro e l’inizio della collaborazione con le romane sorelle Fendi, uno dei sodalizi più longevi nel mondo della moda che nell’85 è stato celebrato alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma con la mostra “Un percorso di lavoro FendiKarl Lagerfeld”. Per la maison romana, lo stilista disegna collezioni di pelliccia rivoluzionarie che trasformano uno status symbol borghese in un modo di vestirsi all’avanguardia dello stile. Nel ’77 nasce la prima linea di abbigliamento.

CHANEL

Nell’83, la seconda grande svolta: Chanel lo nomina direttore artistico della maison, incaricandolo di disegnare le collezioni di alta moda, prêt-à-porter e accessori. Lagerfeld debutta in Chanel con la prima sfilata tra lo scetticismo generale. Vogue France, però, commenta così l’evento. “Karl Laferfeld crea per Chanel! Questa novità ha suscitato la curiosità di tutti. Si voleva vedere, sapere e si è visto … una collezione nello spirito di Coco Chanel, come se Karl si fosse divertito a fare un esercizio di stile; a giocare con dei temi dati, a mettere l’immagine di Chanel à l’heure de jour”.

Lagerfeld riesce a interpretare lo spirito di Mademoiselle Coco rinnovandolo con la sua personale ispirazione, pur mantenendo lo stile inconfondibile del marchio. Nel 1984 Lagerfeld scrive infatti: “Chanel è un look, un mood, una concezione che io devo portare in un altro decennio”. 

IL MARCHIO KL

Meno fortunato è il percorso della griffe KL, fondata nel 1984 e che ha come simbolo il ventaglio, inseparabile accessorio dello stilista, come il codino da dandy. Nel ’98 scioglie la società che porta il suo nome, anche perché molto assorbito dall’attività di fotografo di moda, svolta ormai professionalmente, per le più importanti riviste internazionali e per conto di altri stilisti e firme.

INTERESSI E PERSONALITÀ

Lagerfeld è anche costumista scenografo (tra gli altri, ha lavorato per il Burgtheater di Vienna, la Scala di Milano, il Comunale di Firenze) e originale illustratore per accompagnare le cartelle stampa delle collezioni, per tenere un diario, per gli appunti di lavoro. Nell’86 ha pubblicato da Longanesi Un diario di moda Anna chronique, con l’amica giornalista milanese Anna Piaggi: cronaca di vita quotidiana e straordinaria di due esteti. Collezionista di case (a Parigi, Montecarlo, Bretagna, Amburgo), che sono al tempo stesso atelier, studio fotografico, rifugio privato e palcoscenico mondano, le arreda con la contaminazione di generi che è la sigla del suo successo. Un successo che deve molto all’autoironia. In una delle rare interviste, prende di mira il mito dello stilista: “C’è un aneddoto su Diaghilev. Quando, prima dell’andata in scena di un balletto, gli riferivano che i costumi non erano pronti, diceva: “Non vi preoccupate, sono solo stracci”. Cadere in deliquio, piangere sul taffetà, è una cosa ridicola. La moda deve essere felicità: la signora che compra quel vestito non ha bisogno di sapere che avete sofferto nel metterlo al mondo. Un vestito così e a quel prezzo deve essere solo un gioco felice”. (Maria Vittoria Carloni) &Quad;2003. In qualità di fotografo, pubblica il volume Waterdance/Bodywave. Nel 1995, era uscito il suo Off the record. &Quad;Nel 2004 il celebre stilista disegna costumi e abiti per i tour mondiali di Madonna e Kylie Minogue.

KARL FOTOGRAFO

Oltre a essere direttore creativo della maison Chanel, è anche un fotografo di fama internazionale; tra le sue più celebri raccolte/pubblicazioni Visionaire23. L’impero dei nuovi vestiti, una serie di foto di nudi di modelle del Sud Africa. L’ultimo progetto del designer risale al 2006, quando decide di creare una propria linea K Karl Lagarfeld per uomo e donna. Una linea dedicata al casual, composta da jeans e magliette attillate, minimal chic, come solo Karl Lagerfeld sa fare.

La morte

Il 19 febbraio del 2019, all’età di 85 anni, l’eclettico e straordinario Karl Lagerfeld si spegne a causa di un tumore al pancreas presso l’Ospedale Americano di Parigi.

Nelle settimane precedenti al suo decesso si ricorrevano le voci circa il suo stato di salute precario. Per molti, il motivo della mancata presenza alla sfilata Haute Couture primavera/estate 2019 è riconducibile alla stanchezza dovuta ai suoi tanti impegni. Al suo posto, a salutare il front row, si presenta Virginie Viard, suo braccio destro per trent’anni e attuale direttore creativo di Maison Chanel.

A poche ore dalla sua scomparsa arriva una nota ufficiale dell’azienda, scritta da Bruno Pavlovsky – presidente di Chanel moda – che cita: “Karl Lagerfeld ha scritto una pagina essenziale della leggenda di Gabrielle Chanel e Maison Chanel sfilata dopo sfilata, collezione dopo collezione. Attraverso le sue creazioni, ha costantemente sublimato eccezionale know-how dei laboratori di Chanel e dei suoi mestieri. Il più grande tributo che possiamo restituirgli oggi è seguire il percorso che ha tracciato. Cito una sua frase, ‘continuare abbracciare il presente e inventare il futuro’. Virginie Viard, direttrice di Chanel Fashion Creation Studio e la più stretta collaboratrice di Karl Lagerfeld da oltre 30 anni, assieme a Alain Wertheimer incaricato di garantire la creazione delle collezioni, continueranno a far vivere il patrimonio lasciato da Gabrielle Chanel e di Karl Lagerfeld”.

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Sarti

Sarti, Faliero (1916-1985). Imprenditore italiano. Fonda a Prato nel 1949 il lanificio che porta il suo nome. Da allora fino alla morte, si cimenta senza sosta con la sfida tessile: quella di perfezionare la qualità del tessuto e allo stesso tempo inventare nuove mischie. Negli anni ’50 e ’60, il made in Italy è nato nei suoi capannoni che, via via, si erano andati ingrandendo. Il lavoro di Sarti con le fibre nobili, il cachemire, l’alpaca, il lino e la seta, che per primo sperimentò nel distretto tessile pratese, gli procurarono come clienti i nomi dell’alta moda: da Capucci alle sorelle Fontana, da Schuberth a Sarli, a Irene Galitzine, da Chanel a Cardin. L’impegno nella ricerca e nella sperimentazione, senza però mai dimenticare la purezza e la linearità del tessuto, hanno garantito a lui e al Gruppo sempre in mano alla famiglia la fiducia degli stilisti sbocciati dagli anni ’70 in avanti, da Valentino a Ferré, da Donna Karan a Dior, da Ungaro a Montana, a Gaultier. Nell’82, è stato nominato Cavaliere del Lavoro.

Jumper

Quest’insieme fu lanciato da Chanel negli anni ’20 e viene riproposto continuamente. Il jumper, nella sua versione sportiva, era l’indumento tipico di marinai e pescatori per ripararsi dal freddo. Alla fine dell’800, in Inghilterra e poi in tutta Europa e in America fu chiamato sweater, usato per lo sport e il tempo libero.

Tailleur

Tailleur. Il capo su cui non si discute, l’inossidabile coppia giacca-gonna oppure pantalone, elegante e raffinato, anche sobrio e sportivo: comunque sempre di connotazione sartoriale.

Un tempo, per la particolarità del suo taglio rigoroso, non poteva che essere eseguito da un sarto da uomo, in francese, appunto, tailleur. Si deve al grande sarto inglese John Redfern il primo tailleur realizzato nel 1885 per la principessa di Galles.

Tailleur ed emancipazione femminile

All’inizio, riservato a occasioni non formali, soprattutto al mattino, si afferma, semplice, senza fronzoli e sottolineato da accessori mascolini, dal gilet alla cravatta, nell’ultima decade dell’800, come espressione tipica di un desiderio di vita attiva, di un bisogno di libertà alle soglie del femminismo. È il primo passo della moda nei confronti dell’emancipazione della donna. Tuttavia il tailleur dell’epoca, se sfugge agli impedimenti dell’abbigliamento tradizionale, è tutt’altro che agevole per la donna: il sarto trasferisce nel nuovo capo le stoffe pesanti, l’intelaiatura con il crine, le spalle imbottite dell’abito maschile e solo durante la prima guerra mondiale accorcerà la gonna, raggiunta, all’altezza di un palmo sotto il ginocchio, da alti stivali.

Occorrerà attendere la rivoluzionaria intuizione di Giorgio Armani, in quegli anni ’70 del ‘900, una volta ancora segnati dal femminismo, perché il tailleur femminile possa contare su una giacca destrutturata, stoffa leggera ad armatura solida, ogni struttura assente.

il tailleur di Chanel

Notevole antesignana di ogni rottura nell’abbigliamento della donna nuova, è la rivisitazione del tailleur a opera di Chanel: i tempi di guerra non le offrono che il jersey ed è con questo tessuto a maglia, strutturata, sottile e duttile al ferro da stiro, che Coco crea il tailleur morbido, rigoroso, ma di assoluta femminile scioltezza, poi declinato, durante gli anni ’20 e oltre, nei famosi completi in tweed, la giacca recinta di galloni, i bottoni dorati.

Mai trascurato, spesso sulla cresta dell’onda, il tailleur diventa provocatorio travestimento per molte dive del passato. Marlene Dietrich ama indossare giacca e calzoni, la prima a osarli anche in pubblico, antesignana dunque di quello che diventerà l’intramontabile tailleur pantalone.

Joan Crawford, invece, predilige la sottana, concentrando l’attenzione sulla giacca (creata per lei dal costumista hollywoodiano Adrian): una bella giacca con ampie spalle imbottite allo scopo di assottigliarle i fianchi, modello copiato e stracopiato, di tipo severo, preferibilmente scuro, impreziosito da ricami di passamaneria. Il tailleur non ha tempo.

Resta di moda

Le mode passano, il tailleur resta. Si accosta al corpo come fosse un cardigan, si illumina di tinte sorbetto e strass, è sexy o rigoroso, spesso volta pagina e guarda indietro, si riappropria della silhouette anni ’30 e ’40, rilegge con occhio contemporaneo gli insegnamenti di Patou, Schiaparelli, Chanel. A volte assottiglia il busto e allunga l’orlo; diventa austero, ma anche misterioso e seducente. Androgino e riservato. Perfino intrigante, quando la gonna gioca al risparmio e diventa micro, sotto giacchette che lasciano tracce di nudo.

Gli accordi si infrangono, se ne tentano altri spiritosi, inventati: un accenno di bolero, un pantalone vagamente sci, una comoda giacca con la coulisse in vita, accompagnata a calzoni sigaretta. E, ancora, pantaloni a tubo con risvolto, uniti all’attillata giacca-marsina. Sotto, bluse lucide, pullini colorati, ma anche niente, indossati a pelle. Le vie del tailleur sono infinite. Rispetta la severità di giacca, camicia e gonna, oppure rompe gli schemi e dà vita a infinite altre combinazioni.

anni ‘80 e ‘90

Il tailleur ha consolidato una sua particolare presenza negli anni ’80 del ‘900, vera palestra di esercizio stilistico per i più celebri nomi della moda: la straordinaria allure di Saint-Laurent, la magnifica spalla di Valentino, il nitore di Mila Schon, la grazia di Krizia, l’audacia di Versace, le geometrie di Ferré hanno impresso un inconfondibile look alla giacca e operato novità di taglio alla gonna multiforme, offrendo inoltre, al tailleur nero o di prezioso colore, l’eleganza dello smoking da sera.

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