Cardin

Nasce a Sant’Andrea di Barbarana nella marca trevigiana. Arriva in Francia in età da asilo. La sua famiglia emigra nel 1926. A 14 anni, va a bottega da un piccolo sarto di Saint Etienne, poi da Manby a Vichy durante l’occupazione nazista. Nel ’44, alla liberazione di Parigi, trova lavoro da Paquin e successivamente da Schiaparelli, dopo un impiego come contabile alla Croce Rossa, in seguito rivelatosi utilissimo, come dice lui stesso. Dior, che è al debutto, lo assume come primo tagliatore. Gli incontri con Cocteau e Bérard lo spingono verso il teatro, tanto da fargli abbandonare la Maison Dior per aprire, insieme a Marcel Escoffier, una sartoria teatrale. Per qualche anno, resta in bilico fra la passione per il mondo della prosa e il richiamo dell’alta moda. Vince l’haute couture, quando in alleanza con André Olivier, suo braccio destro (un sodalizio esistenziale e professionale che solo la morte di André nel ’93 spezzerà), presenta i suoi modelli. È il luglio del ’57. Al teatro, penserà più tardi, nel ’70, non come costumista, ma come appassionato, coraggioso proprietario impresario, concedendosi quell’Espace Cardin, ("Je me suis fait plaisir") che, al contrario di tutti gli altri suoi affari, gli ha inghiottito miliardi, ma senza che mai sia venuto meno al programma "teatro di avanguardia, lancio di giovani", anche quando i critici non sono stati generosi. Conobbi Cardin quell’estate del ’57. A presentarmelo fu Chino Bert, oggi frate ma allora suo compagno amico di stilismo e di vita notturna. Era da poco installato in Faubourg Saint-Honoré, quartiere che adesso praticamente gli appartiene: nove negozi, appartamenti, atelier con un’estensione d’area superiore all’Eliseo. Non ricordo se la sua prima collezione mi avesse veramente colpito: erano gli anni del mito Dior, dei mondanissimi Fath e Balmain, dell’ancora mirabolante Balenciaga. Ma mi colpì subito l’uomo Cardin bello, gentile, sensibile, disponibile. Ma gli occhi chiari, freddi, la bocca volitiva denunciavano un’autorità, una volontà febbrile, quasi impaziente, a stento trattenuta dalla voce molto lenta e dolce. Un contrasto che sconcertava e attraeva. Penso che proprio in questo contrasto fisico, che esprime la complessità della sua natura, stia il segreto del suo spettacoloso successo. Sì, perché questo signore apparentemente romantico, partito senza fortune economiche, senza prestiti, senza mecenati o produttori, ha costruito un impero con un enorme giro d’affari. Cardin è sempre rimasto fedele al proprio motto: "Alta moda, fucina di idee". Fin dal debutto (le sue robe bulles, assolutamente controcorrente, furono un trionfo) ha sempre presentato collezioni fiume, come fuochi d’artificio: 200, 300 modelli, un’infinità di idee che sarebbero bastate per quattro collezioni normali, mischiando capi di una eleganza sofisticata, abiti di una purezza e abilità geniali a pazzie che sfioravano il kitsch, a invenzioni d’avanguardia che sarebbero state capite solo anni dopo. È stato il primo a portare in passerella la minigonna — anche se non viene citato fra Courrèges e Mary Quant. I suoi astronauti, copiati in seguito da tutti i grandi magazzini, hanno decollato prima che l’uomo andasse sulla luna. La gonna strettissima, sexy, con spacco, è del ’66: fu uno scandalo. Come i suoi vestiti prefabbricati a stampo come un budino e i suoi aggressivi gioielli di plastica. Bisogna riconoscergli tutto questo e anche di non avere mai fatto del rétro o del folclore. E pur avendo vestito la Begun, Farah Diba, Lauren Bacall e naturalmente Jeanne Moreau che è stata un suo amore, non ha mai creato indulgendo alle clienti né ha creato per la strada: "Gli abiti devono andare per la strada, ma non è la strada che insegna". Ha sempre avuto antenne vigili sui cambiamenti della società, del costume. "Sono stato il primo socialista della moda", proclama. Così si spiega perché nel ’58 abbia firmato il primo contratto con la Rinascente e i grandi magazzini tedeschi, fra lo scandalo del mondo della haute couture e conseguente uscita dalla Chambre Syndicale. "Con i soldi ricavati da quei contratti, che erano molti", puntualizza lui, "mi sono autofinanziato [questa è la vera base del suo successo: reinvestire], ho ingrandito i miei atelier, ho rilevato una camiceria che mi ha suggerito l’idea della moda da uomo". Era il momento giusto, necessario, per una moda mirata sui giovani che avanzavano come i nuovi protagonisti della società. E lui, provocatore, per far parlare e scrivere di sé ("Far parlare vuol dire vendere"), lui, il migliore public relations di se stesso, esce con cravatte inverosimilmente fiorate e con camicie stampate, al momento invendibili, portate da veri studenti. Ma dietro tutti questi colpi di scena, c’è una seria, nuova produzione che culmina con la giacca dévertebrée che sarà un trionfo e lo porterà alla conquista dell’America. A questo successo americano e a una buona clientela privata, bisogna riconoscere che hanno contribuito l’allora sua direttrice Mad, Nicole Alphand moglie dell’ex ambasciatore francese negli Usa, e il suo braccio destro André Oliver: due caratteri assolutamente agli opposti, solitario Cardin, idolo della café society internazionale Oliver. Sempre nel ’58, Cardin firma la prima licenza in Giappone e ritorna dal Sol Levante portandosi dietro una bravissima fotografa, Joshi Takara (prezioso elemento che lo segue da allora) e quell’idolo di Iroko, che sarà la prima e più fotografata mannequin esotica di Parigi. Da questo momento seguire Cardin è come star dietro a un lampo. Parlare di Cardin solo come personaggio della moda è impossibile: l’uomo Cardin che fa il giro del mondo ogni anno; che tratta con regine, presidenti, personalità politiche, l’uomo che già nel ’60 era più celebre di Brigitte Bardot ("Ah non; il y avait De Gaulle, Brigitte et moi"); l’uomo che possiede un grattacielo a New York, un paesino presso Cannes, un palazzetto a Venezia ("Ci vado tutti gli anni perché è un incanto, e la gente è amabile"). Il governo cinese lo invita perché veda sul posto come si possano sviluppare alcune industrie tessili. E lui è il folle che porta a Shanghai e a Pechino la sua alta moda e, come una bandiera della Francia, apre Chez Maxim’s a Pechino, New York e Mosca. Un giorno gli dissi: "Hai conquistato mezzo mondo come Napoleone". Mi rispose: "Molto di più: lui portava lutti, morte, guerra, io bellezza e lavoro". Lavora forsennatamente, ma non per venalità. "È il mio hobby. Non ho macchine, yacht, aeroplani di lusso; non ho tempo per leggere ma conosco tutti i musei del mondo e amo teatro e musica. Non ho vizi". Vive solo. Non ha camerieri, personale. Gli capita di farsi il letto, di mangiare un sandwich o di aprirsi una scatoletta per non perdere la realtà della vita. È il caso unico di un uomo che, lavorando per dar corpo ai suoi ideali e non per soldi, anneghi nell’oro come Paperon de’ Paperoni. Accolto fra gli Immortali dell’Accademia di Francia, carico di onorificenze e di quattrini (è uno dei più importanti proprietari immobiliari di Parigi), non sta fermo un attimo. Nell’estate del ’97, l’ho incontrato a Venezia. Aveva 75 anni: "Je voudrais te dire un tas des choses, chèrie, mai je n’ai pas le temps". Un aereo lo aspettava. Era stato in Laguna poche ore. Nella vita è un lampo, nel mestiere un genio capace di immergere la propria moda nella realtà, nell’attualità, in quel che galleggia nell’aria, nel vento. Il Metropolitan Museum di New York gli ha dedicato nell’80 la mostra 30 years of design e, nel ’90, il Victoria and Albert Museum di Londra l’esposizione Pierre Cardin: Past, Present, Future. A 80 anni Cardin ha venduto dopo 60 anni di attività. 

2000. Per festeggiare i 50 anni di carriera (aprì la sua maison nel 1950 in rue Richepensée), ha organizzato una sfilata di 100 modelli storici "come fossero le opere di un artista in una galleria d’arte". La sfilata ha avuto luogo nel nuovo spazio in boulevard Saint Antoine, al Concepì Culturel Pierre Cardin. Erano anni che lo stilista evitava le sfilate "aperte" per non farsi copiare.
2002, dicembre. Programma la vendita della società. L’ottantenne sarto ha cambiato idea rispetto a 7 mesi fa e ha annunciato recentemente di volere cedere la propria azienda. Quello che è sicuro è la ferma intenzione di non trattare coi gruppi del lusso, quindi nessuna trattativa con Bernard Arnault (gruppo Lvmh) né con Franµois Pinault (gruppo Pinault Printemps-Redoute). Le licenze Pierre Cardin oggi sono 900, sparse in oltre 140 paesi e l’azienda è valutata intorno al miliardo di dollari. Lvmh continua comunque a essere interessata all’acquisizione. L’esercizio 2001 si è chiuso in perdita con un fatturato di 48,7 milioni di euro contro i 53,9 del 2000. In controtendenza solo Pierre Cardin Italia in cui il fatturato è cresciuto di oltre il 10 per cento, con un utile di quasi 26 milioni di euro.
2002, maggio. Dalla sua villa a Cannes ha assistito al Festival e ha comunicato alla stampa una smentita categorica su un’eventuale vendita dell’azienda. Non seguirà le orme di Yves Saint-Laurent, né ha intenzione di cedere le sue licenze.
2003, gennaio. Pitti Immagine gli conferisce il premio alla carriera in un gala a Palazzo Corsini, concluso da una sfilata antologica dedicata ai pezzi storici dello stilista. &Quad;2003, aprile. La decisione di vendere è presa. Presente a Roma all’Hotel de Russie, dove è stato premiato come miglior ristorante il suo Chez Maxim’s, lo stilista ottantenne ha dichiarato: "Venderò Cardin a un gruppo bancario europeo che rispetterà il mio nome. Escludo i gruppi del lusso perché gestiscono troppi marchi. Io non sono uno dei tanti". Salva il gruppo Marzotto perché si tratta di una società "pura", che si occupa solo di tessile-abbigliamento. Cardin stesso, comunque, è a capo di un impero assai diversificato, che spazia dalla moda alla ristorazione (18 ristoranti, 8 boutique, 200 mila dipendenti, 800 prodotti, acque minerali, teatri e musei). Il designer ha comprato il castello del marchese De Sade a 40 chilometri da Avignone per farne un museo e, sulla Costa Azzurra, i palazzi Boule nelle vicinanze di Cannes.
2003, luglio. L’uomo Cardin per l’autunno-inverno sembra sceso dallo spazio. Le giacche e i cappotti non hanno maniche, che sono state eliminate per "lasciare libertà alle camicie e ai pullover". Un po’ simili a gilet, un po’ robotiche, sono portate con pantaloni rigorosamente stretti. 2003, luglio. Solera, azienda di intimo e corsetteria, ha acquisito la licenza della linea underwear di Cardin, in esclusiva per Europa, Usa e Messico, a partire dalla collezione primavera-estate 2003. L’azienda, che ha sede a Occhiobello in provincia di Rovigo, ha chiuso il 2002 con un fatturato di circa 10 milioni di euro. Attualmente la linea firmata Cardin è presente in oltre 200 boutique in Italia e in una cinquantina circa all’estero.

Gaultier

Enfant terrible della moda: così tiene ad autodefinirsi. È considerato il più diretto seguace di Vivienne Westwood, l’estrosa e intellettualistica star della moda inglese, fra passato e avanguardia, ottimo taglio e stravaganza. Rimescolatore dei diversi modi di vestire, divertito costruttore di alleanze impossibili quanto desiderabili fra stili dissimili, teso da sempre a infrangere le barriere fra maschile e femminile in scioccanti variazioni sul tema, è riuscito, fin dalla prima collezione, a fare di ogni sfilata un evento, all’insegna di una multiforme estetica e delle trovate più provocanti, e di ogni stagione la migliore, sul piano delle vendite. Attento gestore del proprio successo attraverso un ampio ventaglio di partecipazione ai media — dal cinema (con costumi di scena), alla televisione (con il suo programma Eurotrash per la TV britannica) — continua a stupire, a coinvolgere nelle consuete eppure sempre imprevedibili sfide alle regole del vestire da recuperare e insieme stravolgere. Importanti per Gaultier, adolescente poco studioso, la nonna e il suo salone di bellezza ad Arcueil: vi conosce le prime immagini della moda, fra acconciature, foto, riviste femminili e comincia a disegnare figurini, bozzetti su quella scorta visiva. A 18 anni, invia i suoi schizzi a Cardin che lo assume e — dopo un breve periodo trascorso dall’inquieto, giovane stilista fra Esterel, Patou e Tarlazzi — lo riaccoglie nel 1974, inviandolo nelle Filippine per disegnare alcune collezioni mirate al mercato americano. Appena due anni dopo, presenta la sua prima collezione femminile per la primavera-estate ’77. Il gusto per gli accordi strabilianti, le sollecitazioni kitsch, i toni eversivi della sfilata accentrano l’interesse sul suo nome. Dall’81 il gruppo Kashiyama diviene suo partner finanziario per le due annuali collezioni di prêt-à-porter, realizzate in Italia e sempre di grande impatto per l’attualità del tema sul quale sono costruite fra moda londinese di strada e memorie stravolte degli anni ’60.

La sua prima collezione di prêt-à-porter maschile, per la primavera-estate ’84 (titolo emblematico: L’uomo-oggetto), gli offre nuovi territori d’ironia, di travestimento e di rimescolamento delle zone erogene dell’uomo (la scollatura profonda sulla schiena), trasposti dal vestiario d’una donna che nell’inverno precedente ha sbeffeggiato con serissimi trench e impermeabili. Arriveranno in seguito l’uomo con la gonna e persino in "princesse". Il suo tema preferito, l’attacco frontale ai cliché di guardaroba dei due sessi, tocca un punto importante nei modelli per l’estate ’85. Titolo rivelatore: Un guardaroba per due, esplorazione dell’apparenza androgina, contraddetta, caricaturata in abiti-gag, come il busto a stecche in vista sotto lo smoking della donna, i drappeggi in chiffon, il pizzo sulla camicia da sera maschile portata con i boxer. Le sue sfilate spettacolari, superbe per coreografia e sorprese a getto continuo, diventano il clou delle varie tornate del prêt-à-porter parigino, sfilate attese, variamente commentate, certo in gran rilievo nella stampa quotidiana. Porta in passerella un’indossatrice greca dal gran naso, un’anziana signora, capelli bianchi e calmo quanto incongruo incedere in abito audace, una coppia legata dallo stesso abito che comincia da lei, coinvolge lui e offre, sciogliendosi come una benda in orizzontale, nuove inversioni di ruolo fra i due sessi. Altra sua caratteristica è un’appariscente e intelligente commistione di passato e presente nel taglio e nei materiali. Fra le sue invenzioni famose (anche nella linea Junior, creata con la collaborazione di Elio Fiorucci, ’88), la felpa alleata al satin e al pizzo, le magliette multiple, stracciate nei loro strati sovrapposti per rivelare spalle e parte delle braccia, bijoux nell’alluminio delle lattine, tacchi a spillo come una Torre Eiffel capovolta e, su tutto, l’idea del corsetto, talora del busto ottocentesco, che incanterà Madonna (chiede allo stilista i costumi di scena della sua tournée mondiale, nel ’90, e diverrà da allora il capo feticcio del creatore). Anche il flacone del suo primo profumo avrà la forma d’un busto serrato dal corsetto, sebbene sia racchiuso non in una scatola, ma — omaggio alla nuova collezione Hightech (’93) — in una lattina da conserva. Ha il gusto di battezzare le sue collezioni donna e uomo, in modo inconsueto per la moda: Hommage au peuple juif, Les tatouages, Latin lover des années40, La Parisienne Punk, Cyberbaba, La maison du plaisir, Flowers powers et skin heads e, per l’uomo autunno-inverno ’98-99, Italian style. Nel ’98 ha varato una linea junior. Disegna anche mobili per la casa. Ha pubblicato un’autobiografia fotografica, una sorta di fotoromanzo: A nous deux la mode. Nell’estate del ’99, Hermès ha acquistato il 35 per cento della maison, con un investimento di circa 45 miliardi di lire. 

2000. Ha disegnato per Wolford un body e un collant in maglia aderente e senza cuciture sul quale sono tramati in nero e grigio, calze con la riga, reggicalze, slip e reggiseno. L’uno e l’altro capo non hanno ganci né elastici.
2002, maggio. Jean Paul Gaultier sbarca negli Usa, per aprire una boutique in Madison Avenue a New York. L’arredamento è firmato dal designer Philippe Starck: un modello che sarà riproposto in una ventina di altre boutique Gaultier sparse per il mondo. 2002, luglio. Ha chiuso le sfilate parigine con una moda ispirata all’impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Nel Palais de la Mutualité (ex casa del popolo), al 325 di rue Saint Martin, ora nuova sede della maison, è stato creato un effetto salone di corte, tutto stucchi e lampadari, ricoprendo lo spazio ancora in fase di ristrutturazione con teli bianchi decorati. Al suono dei valzer viennesi ha sfilato una donna che, pur ostentando la sua femminilità, non disdegna l’abbigliamento maschile. Cinquantotto capi, dal blouson tipo baseball ma ricamato come un chimono, agli abiti da gran sera da corte asburgica, come l’abito lungo di granati o quello in velluto blu Prussia orlato di visone. Per finire, accompagnata dalla marcia di Radetzky, la sposa con un’acconciatura di penne bianche e dieci metri di strascico.
2002, ottobre. Sulla passerella parigina, Jean Paul Gaultier ha reso morbidi i "buchi" di Calder con grandi drappi bucati su cui si muovono, su funi e altalene, delle acrobate piuttosto rotonde. Le loro curve rafforzano l’immagine di morbidezza, tema della sfilata. "Le opere di Calder sono rigide, qui diventano morbide alla Dalì. Quello che stavolta mi interessava molto è la trasformazione dei capi, la giacca che diventa gonna, la camicia che si porta come scialle. Tutto è quasi liquido e scivola addosso." Così Gaultier spiega la sua collezione fatta di piccole giacche con coda a frac, pantaloni attillatissimi, ma portati molto bassi, scesi fin sotto il sedere, salopette extralarge, tutto accompagnato da altissimi stivali stringati, grandi cappelli, calze ricamate, bolerini. Volumi in contrasto, dall’aderentissimo all’extralarge, come per gli abiti in jersey di seta. Un mix creativo che vede pantacollant portati con bikini e pezzi di stoffa tenuti insieme da catenine: fantasia, ma anche attenzione ai prodotti ben precisi, dalla vestaglia di raso ricamata come un chimono, alle gonne in toile de jouy bianco e verde, ai sandali a zeppa con fascia trasparente. &Quad;2002, ottobre. Nuovo grande negozio a Parigi, in avenue George V.
2003, maggio. È il nuovo direttore artistico di Hermès. Il suo debutto avverrà con la linea di prêt-à-porter femminile per l’autunno-inverno 2004-2005. Gaultier continuerà a disegnare comunque le linee della sua griffe (di cui Hermès ha una partecipazione del 35 per cento). Ha preso il posto di Martin Margiela, che ha lavorato per Hermès dal 1997, e che da oggi si dedicherà solo alla sua griffe, controllata da Renzo Rosso, patron di Diesel.
2003, giugno. In aiuto a Jean Paul Gaultier, impegnato nella nuova direzione artistica di Hermès, è arrivato Boli Barret, giovane emergente dallo stile metropolitano, cui verrà affidata una linea di sciarpe in seta. (Gabriella Gregorietti)

Attualmente lo stilista, accanto alle sue collezioni, disegna le collezioni prêt-à-porter di Hermès. Nel 2006, Gaultier, ha di nuovo collaborato con Madonna, disegnando i costumi di scena del suo Confessions Tour, inoltre ha creato molti dei costumi indossati da Marilyn Manson. La sua linea di profumi, sempre molto popolare, si è ultimamente arricchita di nuove fragranze, come il profumo unisex Gaultier2, quello per uomo Fleur du Male e quello per donna MaDame.