Pickwick

Pickwick. Marchio di sportswear per giovanissimi. L’azienda nasce a Roma nel 1996 per iniziativa di due giovanissimi soci, Diego Barbaresi e Marco Nicolini.

Pickwick. Marchio di sportswear per giovanissimi. L’azienda nasce a Roma nel 1996 per iniziativa di due giovanissimi soci che ancora oggi detengono il 100 per cento del capitale. Diego Barbaresi è lo stilista e Marco Nicolini l’amministratore unico.

Negli anni, la società prende il nome di Global Industry. Attualmente ha ceduto il suo marchio in licenza a tre diverse ditte: alla Supergin di Bologna per quanto riguarda l’abbigliamento Pickwick junior; al calzaturificio Elisabet di Monte Urano (Ascoli Piceno) per le scarpe, e alla Cartorama di Verona per la cartoleria.

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Maglietta bambino pickwick

La distribuzione è prevalentemente nazionale, con 750 clienti, 10 negozi in franchising e 6 negozi di proprietà, tra cui uno a Milano in Corso Como e un altro a Roma in via Tomacelli. Per la fine del 2003, è prevista inoltre un’ulteriore espansione sui mercati spagnolo e francese. Aumenta così, parallelamente, anche la produzione, che, grazie alle linee Uomo, Donna e Accessori, con felpe, T-shirt, zaini, portachiavi, cinture e cappelli, ha permesso un fatturato, per il 2002, di 30 milioni di euro.

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Pickwick – Felpa uomo blu premier autunno/inverno 2018/2019

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Pillbox

Pillbox. Si chiama “scatola per pillole” un minuscolo cappello a forma di tamburello. Famoso negli anni ’60 perché Jacqueline Kennedy lo indossava sempre.

Pillbox. Si chiama “scatola per pillole” un minuscolo cappello a forma di tamburello. Famoso negli anni ’60 perché Jackie Kennedy ne indossava sempre uno, in tinta col vestito.

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Jackie Kennedy

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Hennin

Hennin è il leggendario cappello delle fate rivisitato in chiave moderna. A forma di cono molto alto e affusolato, di cartone o tela inamidata…

Hennin è il leggendario cappello delle fate rivisitato in chiave moderna. A forma di cono molto alto e affusolato, di cartone o tela inamidata, rivestito di tessuto. Dalla punta scende un lungo velo trasparente, che può coprire anche il volto e il corpo. Chantal Thomass lo ha presentato, indossato in maniera molto scenografica su una guépière argento e con calze bianche trasparenti. Appartiene alla storia del costume. Originario delle Fiandre, l’Hennin nel XIV-XV secolo si diffuse in tutta la Francia e in Inghilterra.

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Grevi Mode

Grevi Mode. Da quattro generazioni,l’attività ha avuto inizio nel 1875, la famiglia Grevi opera nel settore della paglia e del cappello.

Grevi Mode. Da quattro generazioni, l’attività ha avuto inizio nel 1875, la famiglia Grevi opera nel settore della paglia e del cappello. Dal periodo delle trecciaiole, dalle cui versatili mani uscivano vari intrecci delicati come merletti, dalle paglie di Firenze di fine ‘800. Avvenne gradualmente il passaggio a modelli più sofisticati e funzionali sia per donna sia per uomo. Dai morbidi panama alla D’Annunzio, alle rigide pagliette o canotti dei cabarettisti alla Spadaro o alla Maurice Chevalier. Dopo la crisi del ’29, che dette un duro colpo all’esportazione, la ditta si rivolse al mercato interno.

Questa attività per vari decenni fu portata avanti con abilità e creatività da Silvano e Ada Grevi, superando anche il difficile periodo della guerra. Furono gli anni dei feltri melousine e satiné, delle paglie esotiche come il parabuntal e dei tessuti come l’organza, il velluto e le laizes di paglia. Negli anni ’60, l’azienda lancia in tutto il mondo il cappello di agnello toscano, non abbandonando tuttavia la sua linea tradizionale che si mantiene sempre preziosa e vitale. All’inizio degli ’80, nasce il marchio Grevi Mode che acquista sempre maggior valore in un’azienda rinnovata sia nell’immagine sia nella compagine sociale, con l’ingresso della quarta generazione.

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Gainsborough è un cappello piuttosto vistoso, apparso in Inghilterra alla fine del ‘700. Tesa larghissima, cupola cilindrica piuttosto alta in velluto…

Gainsborough è un cappello piuttosto vistoso, apparso in Inghilterra alla fine del ‘700. Tesa larghissima, cupola cilindrica piuttosto alta in velluto o taffetà nero, con nastro e piume di struzzo. Diventa popolare anche in Francia, prendendo il nome da una canzone allora famosa, la Chanson de Malborough. Ha conosciuto qualche ritorno.

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Fedora

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Fedora. Piccolo e morbido cappello in feltro da indossare diritto, calcato sopra la fronte, con fascia di gros grain e profonda piega centrale. Proveniente dal Tirolo austriaco, divenne di moda nell’ultimo decennio dell’800, dopo il successo della pièce teatrale Fedora di Victorien Sardou, in cui la protagonista ne indossava uno simile. Gli uomini lo portarono fino agli anni ’50.

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Feltro. Tessuto non tessuto, ottenuto cioè non con l’intreccio di fili, ma per addensamento delle fibre con tecnologie particolari. I feltri più diffusi sono quelli di lana, per cui si sfrutta la sua particolarità di infeltrire, se sottoposta a determinate condizioni. Il feltro, usato per l’abbigliamento e gli accessori, dà anche il nome a un cappello classico, sia maschile sia femminile, con falda rialzata e cupola ornata da un nastro in gros grain. Accessorio base dagli anni ’20 in poi, fino al sostanziale tramonto del cappello negli anni ’70.

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Casquette. Berretto con calotta piatta e ampia visiera sul davanti. Celebre quella del Monello di Charlot. Unisex è portata dai giovani per lo sport.

Casquette. Berretto con calotta piatta e ampia visiera sul davanti. Celebre quella del Monello di Charlot. Unisex è portata dai giovani per lo sport nella versione “gavroche”, a partire dagli anni ’60. Si modifica sul finire degli anni ’80 con calotta bombata sul modello di quella dei giocatori di baseball. Di origine russa, nella seconda metà dell’800 era simbolo delle classi lavoratrici e divisa dei marinai. Durante la Belle Époque la portavano automobilisti, ciclisti e velisti.

Cappello da uomo

Cappello da uomo. Nel 1920, l’Italia esportava in tutto il mondo circa 12.5 milioni di cappelli da uomo di feltro e oltre 11 milioni di cappelli di paglia

Cappello da uomo. Negli anni ’20, l’Italia esportava in tutto il mondo circa 12 milioni e mezzo di cappelli da uomo di feltro e oltre 11 milioni di cappelli di paglia o di truciolo. Complessivamente le aziende italiane produttrici erano più di un migliaio, con circa 20 mila dipendenti. Dalla metà degli anni ’50, è cominciato l’inarrestabile declino: il cappello, fino a quel momento assolutamente indispensabile in qualsiasi guardaroba maschile, passò di moda. Un po’ alla volta, i vecchi cappellai cedettero la mano. Sparirono antiche botteghe.

I modelli piuma, leggerissimi e pieghevoli che possono essere contenuti nel fondo di una tasca. Gli enormi cappelli da cow-boy, i classici Dobbs e le svariate forme che la moda ha creato nel corso degli anni, ora cambiando le dimensioni, ora rialzando o abbassando la tesa, ora elevando o riducendo il cocuzzolo. Non ebbero più spazio nel concetto di eleganza, se non in quello di pochi, pervicaci tradizionalisti. I centri principali della produzione si spopolarono.

I cappelli di feltro un tempo venivano prodotti in decine di fabbrichette e botteghe sparse in tutta la penisola. Da Alessandria a Monza, da Biella a Intra, da Voghera a Sagliano Micca, da Spinetta Marengo ad Alzano Maggiore, da Montappone a Montevarchi a Prato, da Maglie a Cremona. Un po’ dovunque esistevano piccole industrie che realizzavano prodotti di alta qualità. Ancora nella metà degli anni ’30, Monza inondava l’universo di lobbie alla Verdi, di cappelli Orione e Manciuria, esportando l’80 per cento di quanto produceva. Fino a pochi anni prima era arrivata a mettere insieme decine e decine di fabbriche e fabbrichette, tanto da dar lavoro a oltre 3 mila operai. Ma il mercato, in Italia, era già in ribasso.

Il rilancio

Per vivificare il settore del cappello da uomo, la pubblicità ammoniva: “Il cinesino per farsi bello taglia il codino e mette il cappello, mentre il paino getta il cappello e porta il codino”. Fu un declino inarrestabile, anche se non tutto è stato archiviato. A Monza, una ventina di cappellifici brianzoli resistono ancora, ma lavorano soprattutto per le donne. In Italia, tuttavia, il dominio assoluto lo ha sempre detenuto la ditta Borsalino.

Giuseppe Borsalino, il capostipite, emigrò in Francia verso il 1840. A Parigi si perfezionò nell’arte della cappelleria e, dopo lunghe peripezie, tornò in Italia nel 1857.Ad Alessandria, in piazza S. Lucia, aprì il suo primo laboratorio con annessa vendita. L’azienda prosperò e ben presto il marchio divenne famoso in tutto il mondo. Giovanni Giolitti portava esclusivamente cappelli di questa marca. E un Borsalino grigio aveva in capo John Dillinger quando fu ucciso in un conflitto a fuoco con la polizia americana nel maggio del ’34.

Al Capone, nei momenti di massimo splendore, si faceva confezionare espressamente dalla ditta piemontese i copricapo per sé e per i più fidati boy. Pretendeva che i feltri fossero di pelo di castoro mischiato a quello di coniglio garenne.

E infine Borsalino è il titolo di un celebre film con Jean-Paul Belmondo. Caratteristica fondamentale per un cappello di prestigio: il marocchino, ovvero quella striscia di pelle che cinge internamente il cappello, deve sempre essere di capretto e provenire da Liegi, in Belgio. Il nastro, invariabilmente di raso, e la fodera di seta completano il capolavoro. E così i pochi marchi che ancora producono simili sciccherie li fanno ancora come un secolo fa e con quelle stesse antiche attrezzature tuttora in uso: le forme in legno, le prese in ghisa, i vaporizzatori a molla, i ripiani in ciliegio ricurvo.

L’evoluzione

Certo, l’abilità artigianale, trasmessa all’interno degli stabilimenti da una generazione operaia all’altra, va lentamente scomparendo, con lo stesso ritmo con cui vengono piano piano rimpiazzati gli antichi strumenti del mestiere con moderne attrezzature. Certo, non si lavorano più le pelli di coniglio, ma si utilizza pelo già trattato, di provenienza australiana o argentina; restano però le quaranta e passa fasi di lavorazione, dalla soffiatura all’imballaggio, che nel giro di 7-8 settimane producono un cappello di feltro.

Solo così il pregiato pelo di lepre o coniglio selvatico, rifinito, guarnito e proposto in più di 50 colori, diventa cappello e può fregiarsi del nome di marchi prestigiosi come Borsalino, Panizza, Rossi, Barbisio e Bagnara di Cardanello.

Cloche

Cloche. Cappello femminile dalla caratteristica forma a campana. Floscio, aderente e avvolgente, da portare molto ben calzato sulla fronte.

Cloche. Cappello femminile dalla caratteristica forma a campana. Floscio, aderente e avvolgente, da portare molto ben calzato sulla fronte, con la tesa quasi a coprire gli occhi. Appare negli anni ’20 con la moda dei capelli corti alla garçonne e con l’uso dell’automobile scoperta.

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