Mattiolo, Gai

Gai Mattiolio. Stilista italiano. A 19 anni propone la sua prima collezione al Modit. Il riconoscimento più alto sono le 4 casule per Papa Giovanni Paolo II

Gai Mattiolo (1968). Stilista italiano. A soli 19 anni propone la sua prima collezione al Modit di Milano. Lo aiuta suo padre. Mettendosi contro tutta la famiglia che vuole quel ragazzo avvocato, gli presta 50 milioni per tentare l’avventura della moda. Dopo la maturità, dunque, apre un piccolo atelier nel cuore di Roma, la sua città, e comincia a creare modelli sotto l’occhio vigile di una sarta e di una modellista.

Lo stile

Staff ridottissimo che comunque dà i suoi frutti: piacciono subito quei vestiti che mescolano classico e creatività, con piccoli tocchi a renderli inconfondibili. I particolari sono determinanti per lui, tenace, perfezionista, innamorato del suo lavoro. Ai bottoni dedica un’attenzione maniacale: sono gioielli, piccoli capolavori, in alcuni casi appassionanti opere d’arte. In oro puro o nelle pietre preziose che Mattiolo acquista personalmente. Illuminano vestiti e blazer, incredibili microsculture piuttosto che accessori di moda. Nelle sue collezioni sempre grande varietà di bottoni: a forma di abete sul tailleur che ha voluto inviare alla first lady Hillary Clinton; beneauguranti, nella sfilata per l’autunno-inverno 1999-2000, sui quali si legge: “Gai Mattiolo wish you a happy new millennium”. Successo di passerella e successo commerciale: merito anche di Attilio Vaccari, suo alter ego.

Oggi la Gai Mattiolo è un’industria a livello internazionale. La produzione è presente in molti paesi, grazie a una capillare distribuzione. Negli anni si è allargata con Gai Mattiolo Maglia, Schoking Gai per taglie confortevoli, Gai Mattiolo Tessuti Couture e poi calzature, cappelli, bijoux e tutto quanto “fa accessorio”. Profumo incluso. Alta moda pronta e alta moda “tout court”: è il 1994, l’anno della consacrazione. Dalle passerelle di Milano e Parigi, i suoi abiti conquistano molte protagoniste della società che hanno anche la possibilità di scegliere la linea Gai Mattiolo Royale, un’edizione limitata di abiti-doc, distribuita in soli 25 punti vendita nel mondo. La moda di Mattiolo è spesso ripresa dal passato, ma ricostruita con un acuto senso del presente che guarda al futuro. Un amarcord che valorizza la femminilità, rispolverando epoche e tendenze.

Gli anni 2000

Dal 2000, Mattiolo rimane fedele ai suoi comandamenti stilistici: la donna deve essere “una sirena della seduzione”, ogni collezione “la sintesi di una filosofia”, la moda “il canto del glamour“: quel glamour immancabile e ben delineato in ogni abito, nel quale anche il minimo dettaglio diventa un gioiello. E proprio il gioiello – assieme al cuore, con cui firma – è il simbolo delle sue sfilate: perché, se al suo debutto sulla scena della moda, incastona gli Swarovski in un paio di manette gioiello, nel ’99 realizza un tailleur chiuso da tre rubini miliardari e completamente scollato sul dorso.

Il logico passo successivo, la stagione seguente, è rappresentato dagli abiti in fili di platino. Legatissimo alla sorella Giada che lavora con lui e si commuove a ogni sfilata, Gai conserva l’animo di un ragazzo: mite e riservato, preferisce toni e modi soft anche quando prende decisioni drastiche. Così, quando non sfila più con l’alta moda a Roma, organizza un evento con Jack Nickolson per non privare Roma, la “culla nativa”, del suo ormai attesissimo fashion show. Il passaggio definitivo dall’alta moda al prêt-à-porter avviene con la sfilata sul ponte di Castel Sant’Angelo che vede la nascita del “prêt-à-couture”, neologismo che in due parole riassume la sua nuova sfida: trovare “un equilibrio contemporaneo tra lusso più facile e industria più artigianale”.

Il successo di Mattiolo

Tanti, e memorabili, i successi: ma il riconoscimento per lui più alto rimane l’aver realizzato quattro casule per il Papa Giovanni Paolo II. A Milano Moda Donna, la sfilata per l’autunno-inverno 2003-2004 ha avuto un ospite d’eccezione. In prima fila, elegantissima in un sari di garza bianco e nero, c’era Tara Gandhi, nipote del Mahatma. Mattiolo ha dedicato a lei la collezione mentre una voce fuori campo diffondeva la celebre frase di Gandhi: “La violenza è l’unica cosa che la bomba atomica non può distruggere”.

2003, luglio. Gai Mattiolo Couture non sarà più realizzata dal Gruppo Mariella Burani, ma sarà prodotta all’interno, a partire dalla collezione primavera-estate 2004. Il Gruppo emiliano mantiene la licenza per i jeans, licenza che risale al 1998. Dopo aver chiuso a febbraio le boutique di Roma in via Borgognona e di Milano in via della Spiga, Mattiolo ha annunciato che riaprirà a settembre uno spazio monomarca a Roma, in via Mario dei Fiori.

2003, luglio. A Roma Alta Moda ritorno in grande stile di Gai Mattiolo: ha riacquistato le licenze del suo marchio e ritorna alla couture autoprodotta, apre la nuova boutique a Roma e lancia l’ottavo profumo, Man’s. La sfilata si è tenuta ai Fori Imperiali, davanti al Tempio di Saturno. Si è aperta con una ballerina dentro una sfera di cristallo di 3 metri e si è chiusa con venti ballerini in calzamaglia bianca che simulavano moderni gladiatori. Bancarotta fraudolenta. È questa l’accusa con la quale è stato arrestato il 5 dicembre 2008 lo stilista romano. Con la complicità del suo legale e consulente l’avvocato Giancarlo Tabegna, anche lui finito agli arresti domiciliari, secondo l’accusa, avrebbe sottratto dalle casse aziendali della Gai Mattiolo S.p.A., società licenziataria della griffe, fondi per milioni di euro.

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Doppiopetto

Doppiopetto è un tipo di allacciatura usata per i capispalla nella quale si sovrappongono le due parti del davanti

Doppiopetto è un tipo di allacciatura usata per i capispalla nella quale si sovrappongono le due parti del davanti e si chiudono con due file di bottoni. Non si conosce esattamente la sua genealogia: di derivazione militare, probabilmente è l’erede della divisa ussara del XVII secolo. In seguito l’allacciatura viene elevata a tenuta di gala dal regime napoleonico. Nella moda di oggi, il doppiopetto rappresenta un singolare esempio della figura retorica detta metonimia, cioè “la parte per il tutto”. Indossare un doppiopetto è sinonimo – tecnicamente – di completo maschile dalla giacca a doppiopetto. A livello simbolico, invece, rimanda immediatamente al “business suit”. Algebrica la proporzione del numero dei bottoni: 6 a 2 (sei bottoni, di cui due possono essere abbottonati); 6 a 1; 4 a 1. Eccezioni: i modelli a sei o a otto bottoni, tutti allacciabili, appartengono alle uniformi marinare o agli abiti in stile edoardiano.

Il successo del Doppiopetto

Singolare il suo percorso nell’età moderna: è dopo la Grande Depressione americana del ’29 che il “double breasted suit” ascende al successo: c’è bisogno di immagini maschili forti, virili, dalle spalle larghe e dalla vita sottile. Dunque, viene adottato ancora una volta come divisa dagli uomini più forti e potenti degli anni ’30: i gangster, che lo prediligono in tessuti gessati o sempre scuri. Anche loro businessman. Di affari sporchi, certo. Ma anche uomini di solida ricchezza in anni economicamente fragilissimi. Da allora il doppiopetto è circonfuso da un’aura di formalità mista a eleganza proterva e insieme rassicurante. Amatissimo dai politici di ogni latitudine, anche in versione blazer blu su pantaloni in flanella grigia, scatena vere e proprie discussioni quando si tratta di abbottonarlo, in caso che i bottoni da chiudere siano due. Il principe Charles li sigilla entrambi con diligenza. I sarti di Savile Row raccomandano di chiudere solo il primo. Il duca di Kent, negli anni ’30, optava per un’eccentrica chiusura solo del secondo. Non ci sono discussioni, invece, sul fatto che un doppiopetto non possa essere portato sbottonato.

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