Dufour

Dufour, Gilles. Dopo studi in filosofia, si iscrive all’École Supérieure des Arts Dècoratifs di Parigi. Si perfeziona alla Scuola di Arti Visive di New York

Dufour, Gilles. Dopo studi in filosofia, si iscrive all’École Supérieure des Arts Dècoratifs di Parigi. Si perfeziona alla Scuola di Arti Visive di New York. La sua carriera nell’ambiente della moda lo vede assistente di André Oliver e Pierre Cardin per l’haute couture.

Poi, collabora con Raymondo de Larrain, nipote del Marchese di Cuevas, per i costumi e i decori di una commedia. È nell’ambiente del cinema e del teatro che continua a lavorare, spesso anche insieme a Lagerfeld, di cui diventerà il più stretto assistente. Nel 1983, Dufour firma la sua prima collaborazione con la maison Chanel, di cui diventerà direttore artistico. Dal 1998, è lo stilista della maison Balmain.

Stephanie Seymour, Gilles Dufour, Cindy Crawford and Linda Evangelista
Stephanie Seymour, Gilles Dufour, Cindy Crawford and Linda Evangelista- 1996 backstage Chanel

Chic

Chic. Il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito) e che i francesi hanno cominciato a usarla scrivendola chique.

Chic. Non è ben chiara l’origine della parola francese. Il dizionario etimologico Petit Robert scrive che deriva dal tedesco schick (abito). Inoltre scrive che i francesi, a partire dai primi anni del secolo scorso, hanno cominciato a usarla (scrivendola chique), per identificare la disinvoltura, il savoir faire e infine l’eleganza. Il Larousse dei primi del ‘900 indica un’altra ipotesi, tutta francese. Risalirebbe, addirittura ai tempi di Luigi XIII (siamo agli inizi del ‘600) quando a Corte, per definire un uomo molto abile nel destreggiarsi con la legge, si usava chic, come diminutivo dalla parola chicane che anticamente aveva il significato di cavillo, arzigogolo, passaggio a zigzag (prima di diventare, ai giorni nostri, una esse di curve per rallentare la velocità della Formula 1).

Chic nel tempo

Nel tempo, chic ha mutato significato. È con quello d’eleganza che la parola, insieme a tante altre legate al mondo della moda, è approdata in Italia. Deve essere stato con la Belle Époque, o forse anche prima, che le signore imbevute di cultura francese, indispensabile per fare di una ragazza una signorina della buona società, l’hanno cominciata a usare. La usavano per definire uno stile e un gusto inconfondibile. Le donne che appartenevano a quel mondo possedevano degli indumenti che non potevano chiamare altro che in francese. Dalla fascinosa guêpière, dal peignoir indossato per farsi pettinare dalla cameriera alla vaporosa liseuse, una giacchetta di seta bordata di pizzi, dello stesso colore della camicia da notte, di chiffon o addirittura tutta di struzzo come un piumino da cipria.

Il corredo di una sposa comme-il-faut (in altre parole di buona famiglia), che ci si augurava avesse una taille invidiabile, prevedeva una serie di abiti da indossare nelle diverse ore del giorno. Oltre ai vestiti lunghi da sera, c’erano quelli habillé, che col tempo e l’avanzata dell’inglese, sono diventati gli abiti da cocktail. La cultura francese (quindi, anche lo chic) ha dominato la buona borghesia italiana fino alla seconda guerra mondiale. I maldestri tentativi del fascismo che cercava d’imporre ridicole traduzioni come la “ragazziera” al posto della garµonniere, non erano tenuti in nessun conto. È andata oltre, perché negli anni ’50 era ancora la Francia a dettare legge in fatto di moda.

I brand

Le signore adoravano Balenciaga, Balmain, Chanel e Dior, maestri indiscussi di chic parigino, e in testa alla sera spesso indossavano le aigrette: lunghe piume sottili che seguivano la curva del viso. A prolungare l’uso dello chic oltre il confine estremo del ’68, ha contribuito non poco la rubrica di costume, tenuta da Camilla Cederna, su L’Espresso. Ora, il povero chic alberga ancora su qualche insegna di periferia, mentre, al contrario, furoreggia la griffe, nell’orrenda traduzione nostrana di “griffato”.

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Cavanagh John Brian

Cavanagh John Brian (1914-2003). Nato in Irlanda, gira tutto il mondo prima di fermarsi a Parigi, nel 1947, per lavorare da Pierre Balmain.

Cavanagh John Brian (1914-2003). Nato in Irlanda, gira tutto il mondo prima di fermarsi a Parigi, nel 1947, per lavorare da Pierre Balmain. Nel ’52 apre il suo atelier a Londra. Tra il ’56 e il ’59 è presidente della Incorporated Society of Fashion Designers. Si ritira nel 1974.

Cavanagh è morto il 24 Marzo 2003.

Blair

Blair, Alistair (1956) stilista scozzese. Formato alla scuola delle maison Dior e Givenchy, ha presentato la sua prima collezione a Parigi nel marzo 1989…

Blair Alistair, nato il 5 febbraio del 1956, è oggi uno stilista scozzese riconosciuto in tutto il mondo.

La formazione di Blair

Dopo essersi laureato alla scuola dell’arte Saint Martin di Londra nel 1978, Blair inizia a lavorare nel settore della moda nel 1983. Inizia come assistente di Marc Bohan da Dior e, successivamente di Hubert de Givenchy. Lavora, infine, come assistente di Karl Lagerfeld da Chloé.

Dopo aver trascorso diversi anni nella capitale francese, Parigi, il suo stile prêt-à-porter raggiunge livelli qualitativi della moda continentale.

Nel marzo 1989, Blair è ufficialmente pronto a presentare la sua prima collazione, utilizzando il proprio nome. Il suo  stile si contraddistingue per una rivisitazione della moda del passato, attualizzata con materiali moderni. Tra questi, l’utilizzo di cachemire e flanella preziosi.

All’inizio degli anni ’90 sostituisce Erik Mortensen alla direzione artistica dell’Haute Couture di Balmain. L’esperienza ha breve durata e dopo pochi mesi gli subentra Hervé Pierre.

Nei tardi anni novanta, lo stilista scozzese viene assunto come principale stilista della prestigiosa casa di moda Louis Féraud, e le sue creazioni ottengono un notevole successo fra le donne dell’aristocrazia francese. In seguito ha lavorato per Laura Ashley sino al 2004, anno in cui lascia l’azienda.

Rousteing

Balmain Haute Couture 2019

Olivier Rousteing. Bordeaux (3 aprile 1986). Stilista francese. Olivier è tra i designer più eclettici della sua generazione. Un anticonformista, un esteta. Un istrionico. La sua infanzia è tutta da riscrivere. Rousteing, infatti, non ha mai conosciuto la madre. Egli, infatti, è stato registrato all’anagrafe come figlio di NN (Nomen Nescio, espressione latina che indica la non completa identificazione di una persona). Non ha mai fatto mistero, però, del desiderio di conoscere le sue origini sebbene sia stato cresciuto in una famiglia di modesta estrazione sociale, che gli ha voluto bene. Nonostante le prime difficoltà, Olivier riesce a scoprire le sue origini. La madre, di origine somale, l’ha messo al mondo quando aveva appena 15 anni. Il padre, invece, è Etiope. Tra i due pare non ci fosse un legame, il dubbio è che lei non fosse consenziente durante il concepimento. In un’intervista toccante, Olivier commenta: “Cercavo il conforto di una madre e ho trovato la disperazione di un’adolescente. Avrei voluto tanto stringerla tra le mie braccia.

Rousteing cresce, così, con una nuova famiglia. La madre è un’ottica mentre il padre è un gestore di porti marittimi. A scuola è un perfezionista. Passa intere giornate a studiare, spesso spingendosi sino alle 5:00 del mattino. Olivier risente l’assenza della madre biologica, di un legame stabile. Di sua ammissione, infatti, difficilmente riesce a fidarsi di chi ha attorno, sentirsi amato e protetto. La sua ascesa nella moda, infatti, è una sorta di rivalsa, un dover sottolineare la sua presenza, la capacità di essere al comando di un’azienda con più di 500 dipendenti. 

Abito bustier con ruches sulla gonna. Balmain Haute Couture 2019 by Olivier Rousteing

La rinascita

Laureatosi all’ESMOD (Ecole Supérieure des Arts et Techniques de la Mode) di Parigi, nel 2003 inizia a lavorare come stagista in Roberto Cavalli. Per la maison ricopre il ruolo di assistente e, successivamente, direttore creativo della collezione donna.

Il debutto in Balmain

Nel 2009 entra in Balmain, affiancando l’ex direttore creativo Cristophe Decarnin. È il 2011, a soli 25 anni, che Rousteing prende in mano l’azienda. Nel 2019 lo stilista ripropone l’Haute Couture di Balmain, Lo show è fermo alla collezione spring 2003 firmata da Laurent Marcier che, poco tempo dopo, lascia il suo incarico nelle mani di Christophe Leuborg. Il rientro in schedule ha, oggi, un significato importante. Una rinascita. L’occhio di bue che focalizza l’attenzione su un virtuoso della moda che, a soli 33 anni, insegna ai colleghi il vero significato di couture. Nessuno, a quanto pare, immaginava che Rousteing potesse realizzare una collezione franca, onesta, intellettuale e complessa. La migliore, probabilmente. Studiata nei dettagli, ricca di ricami complicati così come prediligeva Pierre Balmain. Strutture architettoniche mobili, essenziali, sperimentali: gli abiti implicano un’osservazione critica. C’è un contrassegno emotivo nel progetto creativo sicuramente dettato dalla volontà di non deludere le aspettative dopo anni di assenza. Le plissettature disegnano archi perfetti, ventagli pregiati che legano, dettaglio dopo dettaglio, la verve irrazionale della collezione. L’architettura, dopotutto, è il perno centrale della Haute Couture spring/summer 2019 Balmain Paris, in omaggio al couturier che mai completò gli studi da architetto. La sfera è al centro del complesso progetto della griffe accompagnata da volumetrie esasperate, fiocchi e dettagli desunti dall’Estremo Oriente. Protagonista anche la palette prediletta dal fondatore dell’azienda. Tra le tonalità spicca il mauve, il verde e il grigio pallido.

Nel 2019 è trasmesso nelle sale il docufilm Wonder Boy che svela il lato intimo, fragile e allo stesso tempo combattivo dello stilista francese. 

 

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Alès

Alès, Patrick (1935). Parrucchiere francese. È un “clinico” del capello. Approda al mestiere non per vocazione, ma per caso, cercando un qualsiasi…

Alès, Patrick (1935). Parrucchiere francese.                                     È un “clinico” del capello. Approda al mestiere non per vocazione, ma per caso, cercando un qualsiasi lavoro per pagarsi gli studi. Finalmente lo trova, all’età di 17 anni, come fattorino dell’acconciatore Louis Gervais. Il taglio, la messa in piega lo appassionano. A 21 anni è già primo parrucchiere da Carita, affiancando Jean-Louis David e Jacques Dessange pettinando celebrità dell’epoca e modelle dei grandi come Balmain e Givenchy.

Il primo salone e il “Brushing” di Alès

Nel ’65 circa, si rende indipendente: un primo salone a Parigi; inventa inoltre il procedimento del “brushing” (modellatura temporanea dei capelli spazzolandoli durante la fonatura).

alès
tecnica del “brushing”

Gli studi lo portano a sperimentare le prime ricette per i capelli a base di piante, trovando per caso una serie di scritti  e studi appartenuti ad una vecchia guaritrice. Da qui, nel ’70, nascono i laboratori Phytosolba, che, con l’imprimatur della Facoltà di Medicina di Parigi, producono e diffondono prodotti di cura.

Alès Groupe

Nel ’79 acquisisce i laboratori Lierac e nel ’98 il marchio di profumi Caron.                                                                                                                Il gruppo acquisisce Jean-Louis Renaud Inc. che viene trasformato in Alès Groupe Canada. Il Gruppo Alès ha importanti interessi nel settore della cosmetica e ha sedi operative in Europa e negli Stati Uniti.

alès groupe
prodotti Alès Groupe

Sono sette le aziende di cosmetici, prodotti per i capelli e profumi nella squadra Alas.                                                                                                                 Nel 2015 lascia la presidenza del Cda del suo gruppo, cedendola poi al figlio Romain nel 2018. Negli ultimi anni il Gruppo Alès ha visto cresce il capitale per oltre 20milioni di Euro ed è quotata alla Borsa di Parigi.

Patrick Alès è scomparso a Maggio del 2019 all’età di 88 anni.

Jenner

Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce (padre) e Kris (madre) Jenner..

      1. BIOGRAFIA
      2. CARRIERA DA MODELLA:
      3. COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:
      4. JENNER, TRA LE MODELLE PIU RICHIESTE:
      5. FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:
      6. DAL 2018 AD OGGI:

    BIOGRAFIA

    Jenner, Kendall Nicole (1995) Los Angeles. È una modella, una star di Instagram  e un personaggio televisivo. Figlia di Bruce Jenner (padre) e Kris Jenner (madre); oltre alla sorella Kylie ha molti fratellastri e sorellastre tra i quali Kourtney, Kim, Khloè e Rob Kardashian, avuti da parte materna con il celebre avvocato Robert Kardashian.

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    Famiglia Jenner-Kardashian

    Diventa famosa nel 2007 grazie al reality show  “Keeping up with the Kardashians”, ancora oggi in produzione, incentrato sulla vita privata e professionale della famiglia allargata Jenner-Kardashian.

    CARRIERA DA MODELLA:

    Nel 2009, a soli quattordici anni, spronata dalla madre manager, firma il suo primo contratto con “Wilhelmina Models”(un’agenzia di moda di Los Angeles). Comincia così la sua carriera da modella facendo il suo primo Shooting fotografico per il famoso brand statunitense Forever 21 e nel 2010 compare anche su Teen Vogue.

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    Kendall Jenner su Teen Vogue

    Nel 2011 si trasferisce a New York  per fare esperienza come modella e durante la settimana della moda  “Mercedes-Benz” sfila per la collezione primavera/estate 2012 di Sherri Hill.

    COPERTINE, COLLABORAZIONI E TV:

    Kendall Jenner appare in copertina, nel 2012, su riviste come: American Cheerleader, Teen Prom, Looks, Flavour Magazine e partecipa a campagne pubblicitarie per i più noti brand australiani come White Sands Australia. A Novembre dello stesso anno collabora con Russel James, fotografo di Victoria’s Secret, a progetti e lavori editoriali. Nello stesso periodo crea con la sorella “The Kendall & Kylie Collection” per il marchio PacSun, la collezione verrà lanciata a Febbraio 2013. Sempre in questo anno la vediamo recitare nella Serie Tv “Hawaii Five-0”.

    JENNER, TRA LE MODELLE PIÙ RICHIESTE:

    Nel 2014 Riccardo Tisci, famoso stilista italiano, la sceglie come testimonial per la campagna autunno/inverno 2014 di Givenchy accanto alla famosa super modella italiana Mariacarla Boscone. Nello stesso anno sfila tra Parigi, Londra e Milano anche per Chanel, Donna Karan, Marc Jacobs, Tommy Hilfiger, Fendi, Dolce&Gabbana, Bottega Veneta, Emilio Pucci e Balmain. Per il sito Models.com è tra le 50 modelle più richieste.

    L’anno successivo Kendall crea insieme alla sorella Kylie una linea di abbigliamento per Topshop e partecipa per la prima volta al Victoria’s Secret Fashion Show, esperienza che ripeterà anche nel 2016 e nel 2018 saltando però l’edizione del 2017 perché firma un contratto esclusivo con La Perla, famoso brand di intimo italiano.

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    Statua di cera di Kendall

    Nel 2016, per festeggiare la settimana della moda di Londra, le due amiche, Kendall e Cara Delevigne, vengono “trasformate” nelle famose statue di cera esposte poi presso il Museo Madame Tussauds. Lo stesso anno la rivista Forbes la inserisce in terza posizione tra le modelle più pagate (10 milioni di dollari).

    FYRE FESTIVAL E LO SPOT PEPSI:

    Viene pagata 250.000 dollari per un post su Instagram sul “Fyre Festival”, un music festival di lusso, sponsorizzato dall’etichetta musicale G.O.O.D, eliminato successivamente perché considerato fraudolento. Nello stesso anno realizza uno spot per la Pepsi “Live for Now”, video subito criticato di razzismo per aver preso in prestito immagini  dal movimento Black Lives Matter.

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    Kendall Jenner per Adidas

    A giugno Kendall Jenner firma un contratto con Adidas Originals diventando anche ambasciatrice del marchio e in parallelo continua la collaborazione con Fendi insieme alla modella Gigi Hadid. A Settembre viene nominata Icona Fashion del decennio grazie ai suoi numerosi followers sui social e viene scelta come protagonista dalla famosa cantante Fergie per il suo nuovo video musicale “Enchanté”.

    DAL 2018 AD OGGI:

    2018. La vediamo recitare una piccola parte nella pellicola “Ocean’s 8” diretta da Gary Ross e testimonial delle campagne pubblicitarie di Tod’s, accanto al ballerino Roberto Bolle e di Ochirly, accanto a Bella Hadid. Viene nuovamente classificata, dalla rivista Forbes, al primo posto tra le modelle più pagate (22.5 milioni di dollari).

    2020. LiuJo per i suoi 25 anni sceglie proprio lei per la sua campagna #bornin1995, sarà per tutto l’anno l’icona del brand. In arrivo anche la nuova collezione di cosmetici di Kendall per Kylie Cosmetics.

    jenner
    Campagna LiuJo #bornin1995

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Lelong

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono…

Lelong, Lucien (1889-1952). Sarto francese, a capo dell’omonima casa di couture, fra quelle che, da Molyneux a Patou, da Schiaparelli a Chanel, crearono nei fervidi anni del primo dopoguerra mondiale il prestigio della moda francese, con un intenso intreccio fra stilismo e cultura: tessuti disegnati da DalÕ, bijoux creati da Cocteau. Il padre Arthur fondatore di un’industria di tessuti (1896), la madre Eléanore, sarta di buon livello, Lelong fa il suo apprendistato e scopre la propria vocazione nell’azienda di famiglia che, tornato dalla guerra, ingrandirà creando nel 1924 la sua casa di moda. Forte, appena due anni dopo, di 1200 addetti, è subito celebre per il nitore sartoriale dei modelli, la maestria nella scelta e la lavorazione dei tessuti, grazie anche all’aiuto, come consulente e indossatrice, della bellissima moglie Natalie Paléy, figlia del granduca Paolo di Russia. In seguito chiamerà a disegnare le proprie collezioni gli stilisti più promettenti del momento: da Christian Dior a Pierre Balmain, a Hubert de Givenchy. Manager illuminato, dopo un viaggio di studio negli Stati Uniti per apprendere i metodi di lavoro nell’industria della confezione, crea un suo precoce prêt-à-porter, capi in numero limitato, firmati L.L. Edition. Dal 1937 fino al termine della seconda guerra mondiale, fu presidente della Chambre Syndicale de la Couture Parisienne e in questa veste riuscì a impedire il trasferimento delle case di moda da Parigi a Berlino durante l’occupazione tedesca. Ma molte avevano chiuso i battenti, rifiutandosi di lavorare per non essere costrette a vendere ai tedeschi i loro modelli. Le maison che continuarono a farlo, non riuscirono, una volta tornata la pace, a parte un nome eccezionale come Chanel, a resuscitare il successo d’un tempo.

Freud

Freud, Bella nasce a Londra. È pronipote di Sigmund Freud. Studia in Italia e fa pratica da Caraceni. Scopre la moda attraverso Vivienne Westwood. Esordisce nel 1990 firmando la sua prima collezione; nel ’93 fa sfilare i suoi abiti alla London Fashion Week. Per le sue collezioni si ispira all’Inghilterra e al suo passato. Infatti, dice: “Si può prendere una silhouette vittoriana e giocare con le sue forme senza nasconderne le origini, così che rimanga sexy”. Il suo stile è elegantemente stravagante e semplice. Definisce le sue creazioni “irriverenze di lusso”.
2002, luglio. La maison Balmain, dopo il divorzio con lo stilista Gilles Dufour, vorrebbe affidarle il prêt-à-porter femminile e la supervisione della linea maglieria.

Cederna Camilla

Cederna, Camilla (1911-1997). Giornalista italiana. Grande firma del dopoguerra, esordì nel 1939 sul quotidiano milanese L’Ambrosiano, collaborando poi con L’Europeo, L’Espresso e il Corriere della Sera e pubblicando numerosi libri. In seguito alla strage di piazza Fontana a Milano (12 dicembre 1969), dedicò un lungo periodo di attività a temi di impegno civile e politico, dall’inchiesta sulla morte dell’anarchico Pinelli (1971) al dossier del 1978 sul presidente della repubblica Leone, alla raccolta di memorie Il mondo di Camilla (Feltrinelli, 1980).

La moda ha rappresentato un leitmotiv del suo giornalismo. Un interesse già rivelato dalla tesi di laurea sulle Prediche contro il lusso delle donne dai filosofi greci ai Padri della Chiesa e dal suo primo vero pezzo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 settembre 1943, alla fine del periodo badogliano e poco prima che tornassero i fascisti: Moda Nera, un bozzetto di costume sulle donne dei gerarchi, a cominciare da Claretta Petacci. Fra il ’46 e il ’56, all’Europeo di Arrigo Benedetti, segue l’attività delle grandi sartorie milanesi, la fase pionieristica di Palazzo Pitti, le sfilate di Balmain e Dior a Parigi, racconta Maria Callas e la sua educazione all’eleganza nell’atelier di Biki.

Parallelamente osserva e registra il “vestire”, come lo definisce, le proprietà di stile e le goffaggini esibizionistiche nel rapporto con la moda. Ne dà un saggio nell’almanacco Milano ha cinquant’anni edito nel 1950 dalla Rinascente con il lungo articolo Come vestono i milanesi, dei quali elogia il “conformismo, frutto di buone tradizioni”, consacrato dalle giacche di Prandoni “che fino a pochi anni fa servivano di modello ai grandi tailleurs di Londra”. A fianco si leggeva Come vestono le milanesi di Irene Brin.

Gli anni ’50

Nel febbraio ’56, testimonia per L’Europeo la crociera a New York di “otto signore italiane” (Consuelo Crespi per tutte) “di sangue blu, taglia mannequin”, organizzata da Giovanni Battista Giorgini per presentare alle americane i modelli di grandi sarti milanesi e romani come Schuberth, Marucelli, Capucci, Veneziani.

Poco dopo, segue il direttore Benedetti che fonda L’Espresso dove firma la rubrica di costume Il lato debole, che terrà fino al 1976. Ogni settimana, racconta il continente della mondanità, dei salotti, in anni di restaurazione, di pescecanismo, di fragoroso miracolo economico, di sbandierati vestitoni scaligeri. Abitudini, stereotipi, linguaggi, tic, eleganze e cafonaggini degli “uomini e donne di moda”. I disegni di Brunetta accompagnano i suoi articoli.

Dicono di lei

Ha scritto Guido Vergani: “È una signorina di buona famiglia, capace di sorridenti cattiverie, di aceti in una prosa solo apparentemente frivola. (…) Nelle sue sferzate che non hanno virulenza e sono quasi mimetizzate dalla grazia. Emergono il sano moralismo della borghesia illuminata lombarda, quella che ha nel proprio sangue Pietro Verri e Carlo Cattaneo, e il senso dello humour”.

Oltre che una fonte per la fenomenologia sociale della moda, le mille pagine in cui sono stati raccolti (Bompiani, 3 voll., 1977) quegli articoli offrono una preziosa rassegna di tendenze. Arricchita dalla padronanza descrittiva di tessuti, forme, tagli, complementi decorativi. Dalle voghe ancora spontanee alla fine degli anni ’50, come “i wrappers, cioè le sciarpe degli studenti inglesi” portate su tailleur e stivaletti di raso. All’avvento di standard rassicuranti come “il tubetto nero”, “la miglior buccia per la serata più o meno tranquilla” e “il coloniale che d’estate va sempre”.

Dalle ostentazioni anti-moda (via via, il ritorno a “spalle rigide e quadrate tipo Caraceni1950″, il “folclore esotico” importato dalle “donne moderniste” degli anni ’50, gli “zatteroni in luogo della scarpa Chanel“) alle icone populiste come i jeans, purché resi “gloriosamente morbidi e azzurro bianchi”. Varie altre tracce dell’occhio attento di Cadorna sulla moda sono disseminate nelle cronache sulle prime alla Scala, uno dei suoi osservatori privilegiati. A metà degli anni ’50, le grandi sartorie milanesi prediligono gli abiti affusolati e le stole di cincillà. Nel ’63 “si vedranno signore dentro il mantello oro e ruggine” di una famosa tela del Carpaccio. Si vedranno anche “le ragazzine in mantellina verde sopra l’altra mantella più lunga e stivali”.

Dagli anni ’70 in poi

Negli anni ’70 elenca “la cinese: pantaloni larghi e blusa”, “l’amazzone in giacca di tweed”. E ancora “quella in doposcì: maglia magari traforata per far sera”, turbanti, patchwork matelassé (“facendo l’effetto anche di copriteiere”), “lesbiche vere o imitazione: scarpa robusta”. Raramente si concede considerazioni, come in una rapida obiezione al Sistema della Moda di Roland Barthes, 1968: “in un punto la Donna di Moda differisce in modo decisivo dai modelli della cultura di massa: non conosce il male. La Moda non parla mai d’amore, non conosce adulteri, relazioni e neppure il flirt: in Moda, si viaggia soltanto col marito”.

L’idea della moda di Caderna, si può riassumere in una “formula per una quieta eleganza”, offerta proprio per un lontano 7 dicembre scaligero. “E cioè, il vestito che può essere in un pezzo solo e parere in due, ma spira sempre una sua malinconica e solenne grazia notturna. Gonna lunga e stretta con due spacchetti, se no leggermente a botte, di pesante raso crema, perla o grigio fumé, completa di casacchina o bolero di gaietto nero, proprio nel punto della vita grondante gocce come di splendido inchiostro. Scollo a barchetta, brevi maniche, perline nere cucite a disegno di rete, di fiori, di stelle sull’organza o sul tulle”.

Camilla Cederna torna a occuparsi di moda negli anni ’80, durante la fase più aggressiva di trasformazione dell’industria dell’abbigliamento, del mercato e delle tendenze creative. Infastidita dagli esibizionismi, dalle banalità, dal linguaggio invalso con il made in Italy, si congederà dalla “guerra” organizzativo-mediatica delle Collezioni e dal “lookismo contemporaneo” (De gustibus, Mondadori ’86). Altre sue opere sono La voce dei padroni (’62), Signore e Signori (’66), Maria Callas (Longanesi, ’68), Le pervestite(Immordino, ’68). Milano in guerra, con Marilea Somarè e Martina Vergani (Feltrinelli, ’79) e, pubblicato da Mondadori nell’87, Il meglio di Camilla Cederna.