Futurismo

Futurismo e moda. I futuristi proposero un nuovo tipo di moda: comoda, veloce, squilibri e asimetrie. Obbiettivo: scacciare il mediocre buon gusto borghese.

Futurismo e moda non sono voci antitetiche almeno per questa ragione. Infatti il fondatore del movimento, Marinetti, non solo evitò per tutta la vita di deplorare le insostenibili leggerezze della moda (come fanno di solito i poeti e gli intellettuali più pensosi) ma la assunse addirittura come il codice di comportamento ideale per gli artisti destinati davvero alla grandezza. Artisti invitati perentoriamente a rinnovare i loro modelli a ogni stagione come i couturirs di Francia. A quell’epoca, evidentemente, lo stilismo italiano era ancora di là da venire. Se questa fu l’ideologia del movimento, non dovrà allora meravigliare che proprio nelle loro proposte di abbigliamento i futuristi abbiano dato alcune indicazioni preziose per il costume quotidiano del XX secolo. Soprattutto per merito di Balla, e poi di Depero, Prampolini, Thayaht e tanti altri.

Il Futurismo e la moda: i manifesti

Innanzitutto mille intuizioni profetiche sono rintracciabili soprattutto in due manifesti per questo aspetto fondamentali. Il primo di Balla, Le vêtement masculin futuriste, 1914, del quale esiste una variante in italiano, guerrescamente intitolata Il vestito antineutrale. Il secondo, Ricostruzione futurista dell’universo, 1915, firmato a quattro mani dallo stesso Balla e da Depero. Nella Ricostruzione futurista, per la verità, il tema dell’abbigliamento non è toccato nella sua sostanza specifica. Salvo che per un accenno al “vestito trasformabile” nell’ottica di una rifondazione del mondo che tenga conto dei nuovi ritmi produttivi e sociali. Ma anche qui si ha comunque la conferma che le abituali parole d’ordine futuriste, tra cui la velocità e il dinamismo, non possono che riflettersi direttamente nella moda e nelle mode di una stagione sempre più segnata da eventi drammatici, incontrollabili. Così che il vestito antineutrale prefigurato dal manifesto omonimo, proprio all’incombere della prima guerra mondiale, non potrà che essere interventista, colorato, fosforescente, agilizzante, igienico, gioioso, antiteutonico e via di questo passo.

L’idea di moda proposta dal futurismo

Quel che si propugna, in pratica, è un abbigliamento più comodo e funzionale (fortunatamente adatto anche in tempi di pace) che abbandoni il nero, il grigio e le mezzetinte togate, vietandole anche ai becchini, se necessario, per portare lo slancio futurista giù per le strade, nei salotti, a teatro. E non sarà un caso, dopotutto, se alcune delle prove più convincenti di un tale abbigliamento le troveremo proprio sul palcoscenico.

I capi proposi

È vero, d’altra parte, che i seguaci di Marinetti, irriducibili assertori di un rapporto sempre più stretto tra l’arte e la vita, non potevano assolutamente limitarsi alla pura proposta ideologica. Dovevano passare per forza di cose alle cosiddette vie di fatto. E ci passarono (a volte solo nei bozzetti o nei discorsi da caffè) enfatizzando anche in questo campo il “cattivo gusto”. Squilibri e asimmetrie, come il solo antidoto ancora efficace contro il mediocre “buon gusto” dei borghesi. E dài, allora, con gilet sgargiantissimi tagliati in tessuti dal disegno inusitato. Cravatte di metallo e lampadine trasformate in cravatte. Giacche da sera con una manica tonda e l’altra quadrata. Cappelli e copricapi di ogni foggia e dimensione; tute arcobaleniche a coni e losanghe ritagliate e messe insieme in stoffe diversissime l’una dall’altra. Senza contare le scarpe spaiate anche nel colore e una quantità inenarrabile di accessori, i famosi “modificanti”,che bastava applicare qua e là con speciali “bottoni pneumatici”, a gusto del portatore, per cambiare in un lampo (e dunque velocissimamente) la stessa struttura dell’abito.

Futurismo
Futurismo

Cosa rimane della moda futurista

Tale nozione di abbigliamento, destinata a riverberarsi fino agli anni ’50 grazie agli ultimi futuristi ormai novantenni, mirava soprattutto alla liberazione degli uomini, essendo stata la moda femminile “sempre più o meno futurista”. Come si leggeva in un accattivante, ruffiano manifesto del 1920: dove, è chiaro, il figlio maschio del Futurismo rendeva precauzionalmente (quanto italianamente) omaggio alla mamma.

La scintilla futurista

Resta che quella esperienza non è andata perduta. A dispetto della spiacevole circostanza che gli abiti futuristi furono quasi sempre indossati dai loro creatori o dalle loro pazienti compagne. Fa tenerezza rivedere ancora oggi, religiosamente conservata, la tuta-pigiama di Balla (come chiamarla altrimenti?). Il vecchio Balla si aggirava con la tuta per la propria casa romana, costretto a dipingere ritratti di signora per nutrire le figliole, ma non ancora domo, non ancora disperato. Come se già sapesse, il maestro provvisoriamente sconfitto, che un giorno i migliori stilisti italiani, quelli più attenti al mondo in cui vivono, avrebbero preservato il suo stile per il futuro. O almeno una sua scintilla.

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