Paulette

Paulette. Maison parigina di cappelli fondata nel 1929 da Pauline Adam Marchand: un successo che durerà quasi mezzo secolo.

Maison parigina di cappelli fondata nel 1929 da Pauline Adam Marchand: un successo che durerà quasi mezzo secolo. Il famoso turbante drappeggiato, nato durante la guerra, diventa un simbolo riproposto in tutte le sue collezioni. La fama internazionale di Paulette arriva con il cinema e il teatro. Suoi i cappelli di Audrey Hepburn in My Fair Lady. Apre filiali a Londra, New York e Buenos Aires. Modista prediletta dal jet set, lavora anche per Piguet, Chanel, Féraud, Mori, Scherrer, Ungaro e per gli allora emergenti Montana e Mugler. Presiede la Chambre Syndicale de la Mode dal ’57 al ’61. Riceve la Légion d’Honneur nel ’74 e muore dieci anni dopo.

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Impero

Impero. Gli abiti stile impero sono caratterizzati dalla vita molto alta appena sotto il seno, tanto che si parla di “vita Impero”. Questa moda risale ai…

Impero. Gli abiti stile impero sono caratterizzati dalla vita molto alta appena sotto il seno, tanto che si parla di “vita Impero”. Questa moda risale ai primi vent’anni dell’800, nata alla corte di Napoleone Bonaparte e lanciata dall’imperatrice Giuseppina. L’abito impero consisteva in una tunica per lo più bianca con corpino minuscolo fermato sotto il seno da un nastro o una cintura, scollatura molto profonda, maniche corte a palloncino, gonna che partiva da sotto il seno fluida e diritta. Lo portava Madame Récamier per ricevere i suoi ospiti nel famoso “salon” dell’Abbaye-aux-Bois. Indimenticabile Audrey Hepburn così vestita nel ruolo di Natascia in Guerra e Pace. Questo stile è stato sempre riproposto e ripreso durante tutto il ‘900 dai grandi sarti. Da Lanvin all’inizio del secolo a Rochas negli anni ’30; da Balenciaga, Dior e Givenchy nei primi anni ’60 al rilancio di Romeo Gigli negli anni ’80.

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Tubino

Fuseau

Fuseau, pantaloni a fuso, ovvero di linea affusolata, quasi sempre di tessuto elasticizzato, spesso provvisti di staffa che gira sotto la pianta del piede.

Pantaloni a fuso (il termine indica il fuso per filare), ovvero di linea affusolata, quasi sempre di tessuto elasticizzato, spesso provvisti di staffa che gira sotto la pianta del piede. Nel ’60 Emilio Pucci lancia i pantaloni Viva di helanca e shantung di seta con passanti sotto il piede. Indossati sullo schermo da Audrey Hepburn, i fuseau sono diventati in seguito un indispensabile e comodo indumento per il tempo libero. Usati dapprima come “sottojeans” e “sottopantaloni” per sci, quanto per doposci, i fuseau sono poi passati, in alternativa alle tute altrettanto elasticizzate, a essere usati per danza. Più pesanti, vengono indossati con gli stivali nei mesi più freddi o in tessuti stampati, laminati, decorati, anche per la sera.

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Givenchy (de)

    1. In un ritratto per Donna, Maria Pezzi
    2. Il successo
    3. Audrey Hepburn
    4. Visione caratteristica di Givenchy
    5. Incontro con Cristobal Balenciaga
    6. MacDonald per Givenchy
    7. Gli accordi con De Rigo e Rossi Moda
    8. I diversi direttori artistici
    9. Clare Waight Keller, primo direttore creativo donna della Maison.

Givenchy (de). È rara, nella storia della moda, una così forte osmosi tra uno stile di semplicità formale, di rigorosa grazia, attenta ai minimi dettagli, dal tessuto agli accessori, e il suo creatore, uomo di inossidabile eleganza fisica, di composita cultura, dal gusto innato. Nel dopoguerra, approda a Parigi da Beauvais, dalla provincia.

In un ritratto per Donna, Maria Pezzi

scrive: “Aveva sostenuto una strenua lotta con la famiglia borghese, protestante che non poteva pensare un figlio nella piovra della moda. Aveva trovato subito, con grande fortuna, l’accoglienza dell’atelier di Jacques Fath, il più giovane, estroso, trascinante sarto del momento. Mi raccontò: “C’era un’atmosfera mondana, profumatissima, sensuale, pericolosa. Solo quando andai da Robert Piguet, più classico e soprattutto svizzero protestante, mi riconciliai con la famiglia”. I suoi occhi ridevano di humour.

 

Dopo Piguet, breve sosta da Lelong e approdo felice da Schiaparelli. Dico felice, perché quei 4 anni in un atelier che non assomigliava a nessun altro, con una sarta che non era sarta ma artista e circondata da artisti, furono una base che gli permise in seguito di unire sempre all’eleganza, al classicismo, al perfezionismo delle sue creazioni un quid di fantasia, di effetto sorpresa, di eccentricità che sono il suo stile”. Debutta a 25 anni, nel 1952. Il successo è folgorante. Non c’è giornale che non dia spazio alla blusa Bettina che porta il nome di una delle più richieste indossatrici dell’epoca. Uno schizzo di Gruau ne decreterà il trionfo.

Audrey Hepburn – Givenchy (de)

L’anno dopo, l’incontro, decisivo per lui e l’avvenire della maison, con Audrey Hepburn: sarà la sua musa vivente, il suo ideale femminile. Fisico acerbo, ingenua sicurezza, bellezza interiore, non porterà, nei film come nella vita, che suoi modelli, divenendo l’ambasciatrice naturale del suo taglio classico, alleato alla freschezza d’una fantasia dai toni teneri e gioiosi: l’abito a sacco (’53), il mantello dal collo avvolgente (’58) e quello a garitta, la gonna a palloncino, l’abito a bustino (’69).

 

Sono, insieme a certe tenute ispirate allo sport, agli abiti grembiule, ai pantaloni a fiori di campo e ai suoi tailleur capolavoro, la declinazione e lo sviluppo della visione caratteristica di Givenchy sin dalle prime collezioni: tessuti e forme da camicia, comfort, eleganza, sobrietà.

 

In questa idea della moda si radica maggiormente dopo aver conosciuto Cristobal Balenciaga: in lui riconosce il proprio maestro nella creazione architetturale dell’abito e nella spoglia, scolpita vitalità. Scrive Maria Pezzi: “Avrebbe voluto entrare da Balenciaga come ragazzo di bottega. Lo considerava il suo dio. Ricordava: “La terribile direttrice Renée non mi ha accettato. Balenciaga l’ho conosciuto anni e anni dopo, quando avevo già il mio atelier. Era un uomo meraviglioso, univa a un diluvio di creatività una tecnica imbattibile. Da lui ho imparato che non bisogna mai barare né nella vita né nel lavoro, che è inutile un bottone a 5 buchi, quando ne bastano 4, o un fiore in più. Lui e Vionnet sono stati i più innovativi””.

Quando il sarto spagnolo, nel ’68, si ritira dall’alta moda, ne eredita la clientela, prestigiosa come la propria, fra attrici e donne del set internazionale: da Lauren Bacall, alla duchessa di Windsor, da Jean Seberg a Grace di Monaco e Jacqueline Onassis. Nell’88, lo stilista si è ritirato, vendendo la maison alla Lvhm di Bernard Arnault: da allora la griffe alterna stilisti che tendono a dilatarne alcuni aspetti, non riuscendo che di rado a mantenerne l’inafferrabile, costante eleganza d’un tempo. Al lavoro di Givenchy, consacrato da due Dé d’Or (’78, ’82) e dall’Oscar dell’eleganza (’85), è stata dedicata nel ’91, al parigino Museo della Moda e del Costume, a Palazzo Galliera, un’indimenticabile retrospettiva.

MacDonald per Givenchy

2001, luglio. In marzo Yves Carcelle, che guida la sezione moda di Lvmh, dovendo sostituire Alexander McQueen, passato a Gucci, sceglie come direttore artistico di Givenchy lo stilista gallese Julian MacDonald. Al debutto ha disegnato una donna classica, in sintonia perfetta con il gusto francese e lo stile della griffe che compiva 50 anni. La sfilata, molto esclusiva, ha avuto luogo in un appartamento privato in Avenue Foch. Tre i colori di base, quanto di più classico si possa immaginare, nero, bianco e grigio. Tutto molto lineare, senza inutili sovrastrutture, al massimo un fiocco a segnare la vita o il fondo della schiena molto nudo, le maniche a sbuffo, la gonna a corolla, tutto in perfetto stile Givenchy.

Gli accordi con De Rigo e Rossi Moda

2002, gennaio. Givenchy ha stretto accordi con due nuovi alleati italiani: De Rigo e Rossi Moda. Il primo sarà partner per gli occhiali, il secondo per le scarpe. Entrambe le società sono legate al gruppo Lvmh, di cui Givenchy è una controllata.

I diversi direttori artistici

2002, luglio. Givenchy sfila a Roma, a Trinità dei Monti. Mac Donald ha sempre sognato fin da giovane piazza di Spagna e ora vede il suo sogno realizzarsi. È da sempre innamorato dell’Italia (Firenze e Portofino in particolare) e delle sue donne.
Nel 2001 il direttore artistico Alexander McQueen viene sostituito da Julian MacDonald. Ozwald Boateng subentra poi dal 2003 al 2005. Attualmente il ruolo è ricoperto da Riccardo Tisci, italiano nato a Como, che ha presentato la sua prima collezione Haute Couture per Givenchy nel luglio 2005.

Clare Waight Keller, primo direttore creativo donna della Maison.

Nel 2017 Clare Waight Keller succede a Riccardo Tisci che, poco dopo, diventerà direttore creativo di Burberry.

La Waight Keller, prima direttore creativo donna nella storia del marchio, firma nel 2018 l’abito da sposa della duchessa del Sussex Meghan Markle e, qualche mese dopo, riceve il premio come miglior designer dell’anno 2018 durante i Fashion Awards londinesi.

Nell’aprile del 2020, dopo tre anni al timone della direzione creativa, la stilista dice addio al marchio. Al suo posto giunge Matthew Williams, mente creativa di 1017 Alyx 9sm con già, alle spalle, una collaborazione con Moncler.

 

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Hepburn

Hepburn Audrey (1929-1993). Attrice americana. Nasce a Bruxelles. Il vero nome è Hedda van Heemstra Hepburn-Ruston. Esile, grandi occhi da cerbiatta, collo lungo, passione giovanile per la danza, inconfondibile silhouette nera sui manifesti dei cinema. La bellezza di Audrey Hepburn è a dir poco inconsueta per i canoni degli anni ’50 in cui trionfa il modello della maggiorata.

I film di Audrey Hepburn

Eppure, sin dalle sue prime apparizioni si impone come indiscutibile icona del gusto. Già il suo primo film di successo, Roman Holiday (Vacanze romane, 1953), oltre a farle guadagnare l’Oscar come migliore attrice, rende popolari le camicette bianche indossate su gonne ampie con fascia elastica in vita e il foulard annodato intorno al collo.

A Hollywood la Hepburn era arrivata da Broadway, dove era stata protagonista — scelta proprio da Colette, l’autrice — della trasposizione teatrale del romanzo Gigi.

Altri due suoi film, entrambi del ’57, Funny Face (Cenerentola a Parigi) e Arianna, lanciano altre mode, quelle dei pantaloni aderenti lunghi alla caviglia, delle calze colorate, delle tute nere attillate antesignane dei fuseau, delle ballerine ultra piatte. Poi arriva Breakfast at Tiffany’s (Colazione da Tiffany, ’60) a segnare il trionfo dei tubini neri e dei grandi occhiali da sole. Nonostante la diva si sia più volte servita da Valentino, Yves Saint-Laurent, Emilio Pucci, Ralph Lauren e André Laug per i suoi abiti, da Gucci, Hermès, Vuitton e Ferragamo per gli accessori, il nome di Audrey Hepburn è comunque strettamente legato a quello di Hubert de Givenchy. I due si conoscono sul set di Sabrina (’54) quando il regista, Billy Wilder, incarica, ma su suggerimento dell’attrice, il couturier francese di affiancare Edith Head nella realizzazione degli abiti per la protagonista. Da quel film nasce tra la diva e il couturier un sodalizio che sarebbe durato per tutta la vita. Da allora, infatti, Givenchy ha firmato la maggior parte degli abiti indossati dalla Hepburn sia sul set sia nella vita privata. A questo proposito Audrey ha dichiarato più volte: “Ho bisogno di Givenchy come le donne americane hanno bisogno dello psicoanalista”.