Tivioli, Carlo

Tivioli Carlo (1935). Pellicciaio italiano. Nato a Brescia, a Torino, frequenta l’ambiente intellettuale e artistico degli anni ’60

Tivioli, Carlo (1935). Pellicciaio italiano. Nato a Brescia, trascorre gli anni giovanili a Torino, frequentando l’ambiente intellettuale e artistico degli anni ’60. Impara l’arte della pellicceria nel laboratorio di un cognato e, alla fine di quel decennio, apre un piccolo atelier a Milano. Nel ’71, le creazioni di Tivioli vanno per la prima volta in passerella, durante la settimana dell’alta moda di Roma: il giorno dopo, le cronache parlano entusiasticamente della sua collezione Red and blue, con gonne e camicette di persiano, paltò di canguro, tuniche di zebra, loden di visone, impermeabili di zibellino. Lo stilista sale alla ribalta per l’anticonformismo dei suoi capi, eseguiti sempre con maestria artigianale.

I ricchi anni ’80  consentono a Tivioli un grande sfoggio di lusso accompagnato dalla straordinaria leggerezza della costruzione, una costante della sua abilità tecnica. Sono entrate nella storia della pelliccia anche alcune sue celebri lavorazioni, come il visone millerighe, ispirato all’arte cinetica, i mosaici colorati ispirati a Vasarely, il nido d’ape, il goffrato, i chiaroscuri a punta di diamante.

Tivoli e San Patrignano

Da alcuni anni, Tivioli mette il suo sapere a disposizione dei ragazzi che lavorano nel laboratorio di pellicceria della comunità di San Patrignano. Lusso ed eleganza per la collezione autunno-inverno. Ma anche capi portabili e versatili, accanto ai modelli più classici. La pelliccia trattata come un tessuto, le tinte pastello oltre il tradizionale nero e beige, per uno stile anni ’50, stretto in vita da alte cinture, con il sotto che si svasa a campana. Giacconi più sportivi e giovani in maculato militare, indossati a volte in modo eclettico sui bermuda. Tanti gli accessori e, per i vestiti, broccati e paillette per la sera.

Gli anni ’80

È l’anno del ritorno alla grande della pelliccia, in tutte le sfilate. Tivioli la interpreta in modo originale e sorprendente. Sono pellicce sfrangiate ispirate all’età del jazz e del charleston, con peli ultralussuosi accostati a quelli più poveri, ma soprattutto in cui gioca molto il colore. Sono rosse, turchesi, pink, blu scuro, leggerissime, lunghe fino a terra, ornate da numerose code, un look esaltante per una donna moderna e trasgressiva. Nelle collezioni successive, Tivioli non rinuncia a presentare una donna dinamica e attiva, con il lusso delle sue pellicce, con fogge e lavorazioni che permettono addirittura lavorazioni origami, rese più moderne da colori accesi e quasi sfrontati.

tivioli pellicce
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Tabarro

Tabarro. Il termine lo usa anche Boccaccio (“Io ti lascerò pegno questo mio tabarro”). Indica un ampio e lungo mantello maschile

Tabarro. Il termine lo usa anche Boccaccio (“Io ti lascerò pegno questo mio tabarro”). Indica un ampio e lungo mantello maschile e ancora oggi in alcune regioni dell’Italia settentrionale questa terminologia viene utilizzata. In particolare a Venezia, nel ‘700, era l’ampio mantello con doppia mantellina, per uomo e donna, indossato dai nobili. Molto diffuso durante gli anni ’60, il tabarro affonda le proprie origini nel Medioevo quando era indossato come indumento militare o da cerimoniale.

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Movimento artistico degli anni ’60 che ha avuto grande influenza sulla moda di quell’epoca. Ispirandosi soprattutto ai quadri di Victor Vasarely, sarti famosi come Cardin, Balenciaga, Castillo, Heim, Lanvin si appropriano dei motivi decorativi geometrici (scacchi, onde, losanghe, righe, mosaici), e con il contrasto del bianco e del nero creano giochi ottici di illusoria profondità e rilievo, di ambiguità tra disegni e sfondi. La moda dell’optical arriva anche nei grandi magazzini e ha una diffusione popolare. La Op Art ha un revival all’inizio degli anni ’90.

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Nudelook. Ha preso piede sul finire degli anni ’60 lanciato da Saint-Laurent e da allora non è mai passato di moda. Lo caratterizzano tessuti leggeri e trasparenti, spacchi vertiginosi, altrettanto vertiginose scollature e sederi appena velati.

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Ampia e lunga anche fino a terra, in origine a ruota, senza maniche, spesso con cappuccio. S’indossa appoggiandola sulle spalle. La mantella è tenuta ferma da un fermaglio a catenella sotto il collo, ma può essere anche allacciata fino in fondo. Le più sontuose sono in pelliccia, per la sera anche in velluto imbottito o più leggere in raso o taffetà. Il mantello, nella versione maschile, fu usatissimo lungo tutto l’800. Era quasi scomparso o aveva cambiato foggia, tanto da assumere nomi diversi. È tornato alla ribalta dagli anni ’60 in poi.

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Honey. Rivista considerata un documento sulla moda e le abitudini dei giovani degli anni ’60. È stata pubblicata a Londra (1959-86) dall’International Publishing Corporation. Grafica e linguaggio dai toni semplici e disinvolti. La rivista, spesso controcorrente, è stata la passerella di giovani creatori e stilisti esordienti, fra i quali, all’epoca, l’inventrice della minigonna, Mary Quant.

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Armet Francis (1945). Fotografo giamaicano. Dal 1955 vive a Londra: nei tardi anni ’60, comincia a lavorare nel campo della moda, della pubblicità e del reportage. Si è dedicato alla fotografia dei neri d’Africa e ha esposto quelle immagini in una mostra alla Photographers Gallery di Londra nell’84. È anche poeta e pittore.

Francis
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Marina Fossati. Arriva a Milano nei primi anni ’60, e si fa spazio per la straordinaria abilità tecnica, l’ambizione di fare cose nuove e originali.

Marina Fossati. Apparteneva al mondo dell’artigianato di Lissone, suo luogo di nascita. Il padre era falegname del Teatro alla Scala. Per tutta la sua vita non si vergognò affatto di essere definita artigiana, anzi fu il suo merito e il suo vanto. Arriva a Milano nei primi anni ’60, in pieno boom economico e si fa spazio per la tenacia nel lavoro, la straordinaria abilità tecnica, l’ambizione di fare cose nuove e originali. Inizia con le sfilate di Palazzo Pitti lavorando per gli stilisti, che sarebbero diventati grandi ma che, allora, erano al debutto. Le sue creazioni — anelli, spille, collane, braccialetti, orecchini — erano caratterizzate da gusto e fantasia. Ricorreva a materiali relativamente umili: cristalli, perle, coralli, avori e pietre dure. Fu suo il merito di creare nel 1970, in società con Lino Raggio, la Sharra Pagano di via della Spiga. Dopo solo tre anni, Marina, che non amava ingrandirsi e prediligeva un ruolo a livello artigianale e non di grande business, si divide da Raggio e apre un proprio spazio in via del Gesù 15. Alla fine degli anni ’80, lascia l’azienda alla socia Anna Tarabelloni che conserva la sede e il marchio Marina Fossati. Era un’assidua del cenacolo artistico di Bagutta da cui è nato il primo premio letterario italiano.

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Biba

Biba insegna di una boutique londinese e bandiera di un modo di vestire di tendenza legato all’avanguardia inglese degli anni ’60.

Biba insegna di una boutique londinese e bandiera di un modo di vestire di tendenza legato all’avanguardia inglese degli anni ’60. Si chiama così la sorella della stilista Barbara Hulanicki (1936) che pensa a quel nome quando, insieme al marito Stephen Fitz-Simon, inizia, nel ’63, una vendita per corrispondenza di gonne e pezzi d’abbigliamento, lanciando la Biba Postal’s Boutique attraverso annunci sul quotidiano Daily Express.

Gli sviluppi di Biba

È ancora nel nome di Biba che, nel ’64, in piena Swinging London, apre il suo primo negozio nel quartiere di Kensington, passerella di un nuovo stile pensato per i giovani dell’epoca, fatto di abiti che segnano il corpo e che esaltano il tipo fisico allora imperante, quello della top model Twiggy. Figlia di ebrei polacchi emigrati in Palestina prima della guerra, a 22 anni si trasferisce in Inghilterra e studia alla Brighton Art School. Nel ’55 vince un concorso per modelli da spiaggia bandito dal quotidiano Evening Standard.

Forte di quell’exploit, abbandona il college per lavorare come illustratrice di moda a Vogue, a Tatler e poi nella redazione londinese del Women’s Wear Daily. Da quelle esperienze, la decisione di debuttare come stilista. La sua cifra nasce da una grande attenzione a quel che le succede attorno, dalla voglia giovanile di rompere i canoni del vestire borghese, ma anche da qualche sguardo alla moda anni ’30, da qualche nostalgia.

I suoi modelli (maxi e minigonne, bikini coordinati alle camicette, soprabiti in velluto o in lucido Pvc colorato) hanno un dilagante successo, anche per una contenutissima politica dei prezzi. Il declino comincia nella seconda metà degli anni ’70. &Quad;1975. Barbara si trasferisce in Brasile. Il negozio, portato avanti dal marito, chiude poco dopo.