Tacco

“Non so chi abbia inventato il tacco alto, ma le donne gli devono molto”, ha affermato Marylin Monroe. Il tacco a spillo ne è un’esasperazione

“Non so chi abbia inventato il tacco alto, ma le donne gli devono molto”, ha affermato Marylin Monroe. Sicuramente è, con la punta, l’elemento determinante di ogni modello. Catalizzatore d’attenzione, responsabile dell’andatura, irresistibile spazio creativo di ogni stilista, il tacco è, nonostante la posizione, particolarmente guardato e ammirato. Le definizioni più comuni sono: a campana o svasato quando la forma ricorda una clessidra, più o meno accentuata; Luigi XV quando è alto e la parte posteriore particolarmente concava.

Il tacco a spillo ne è un’esasperazione, ha forma assai affilata e appoggio piccolo. Il tacco a cono ha l’aspetto del solido rovesciato, quello cubano è ricoperto di pelle e il tacco a zeppa si congiunge alla suola e ne diventa parte integrante. Esibiscono tacchi sempre diversi e creativi Manolo Blahnik e René Caovilla dimostrando che si può ancora inventare qualcosa in questo campo. Tacchi famosi? Quello a mappamondo delle Sorelle Fontana (1940), quello a gabbia in ottone del sandalo Calipso che Salvatore Ferragamo presentò a Londra nel 1955, in occasione di un’esposizione al Tea Centre di Londra, e il tacco a campana disegnato per l’opera The Golden Shoe Bob nel 1956 da Andy Warhol.

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Schiano, Marina

Schiano Marina. Indossatrice e designer di gioielli. Inizia a sfilare per Livio De Simone. Approda a Milano e posa per il fotografo Gianpaolo Barbieri.

Marina. Indossatrice e designer di gioielli. Nasce a Bacoli nei pressi di Napoli. Magra, altissima, con tratti orientali e una prorompente vitalità partenopea, inizia a sfilare per il napoletano Livio De Simone. Approda a Milano e posa per il fotografo Gianpaolo Barbieri. Si trasferisce a New York e, attraverso l’agente Eileen Ford, Schiano lavora moltissimo con Avedon e Hiro. Diventa amica inseparabile di Andy Warhol. Negli anni ’70, Saint-Laurent le affida la direzione della sua sede, per New York e tutto il Nord America. Dopo un’esperienza come stilista per Calvin Klein e una collaborazione alla rivista Vanity Fair, Schiano comincia a disegnare gioielli.

Schiano
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Pellegrini, Guido

Pellegrini Guido (1945). Stilista. Dagli anni della Dolce Vita a quelli della contestazione, fra il ’60 e il ’70, è stato un protagonista della pellicceria.

Guido (1945). Stilista. Dagli anni della Dolce Vita a quelli della contestazione, fra il ’60 e il ’70, Pellegrini  è stato un protagonista della pellicceria. Prediligeva il persiano: bianco e nero, bicolore a evocare la Pop Art di Andy Warhol, oppure a disegno zebra o tigre, beige e marrone. Una sorta di mal d’Africa che contagiava anche tute unisex e visoni lavorati a giaguaro. Etnico, folk poteva interpretare lo stile hippy con una lunga redingote in breitswanz a intarsi tono su tono, conturbante attributo di seduzione per una donna più star che figlia dei fiori.

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Psychedelia

Psychedelia (negli Stati Uniti). Non è possibile parlare di psychedelia in Usa senza addentrarsi nello specifico delle sostanze psicotrope.

Psychedelia (negli Stati Uniti). Non è possibile parlare di psychedelia in Usa senza addentrarsi nello specifico delle sostanze psicotrope.

Inutile farlo senza sottolineare l’enorme diffusione di massa di agenti psicoattivi fino a quel momento in uso solo ai ricercatori scientifici, sciamani e filosofi postmetafisici. La frammentazione del reale, l’accelerazione o la stasi estatica del tempo, la brillante vibrazionalità del colore rimangono gli elementi più traducibili di quella sinestesia che è la cifra dell’esperienza psichedelica.

Timothy Leary, già dottore in psicologia, trova il modo di farsi cacciare da Harvard a furia di rifornire i suoi studenti di psilocibina e di questionari su quella. Ken Kesey, con i suoi Merry Pranksters (tra di loro l’embrione dei futuri Grateful Dead), agita la scena della California girando su un vecchio autobus coloratissimo e facendo proseliti. Una testimonianza di quella stagione sta in The Eletric KoolAid Acid Test di Tom Wolfe, dove tra l’altro è descritto l’incontro di Kesy e Ginsberg con Sonny Barger, capo della più famosa banda di motociclisti, gli Hell’s Angels.

psychedeliaSolo il 6 ottobre ’66 sono dichiarati illegali la produzione e consumo di Lsd. È il tipico caso di “too little too late”. Gli eventi si sono moltiplicati (memorabili gli Human Be, dal ’63 al ’66 al Fillmore Auditorium di S. Francisco) e i ricoveri in case di cura anche.

L’apertura di nuovi locali Psychedelic

Nel frattempo si sono aperti locali. A San Francisco, il Matrix e l’Avalon Ballroom si inventano, per la pubblicità dei concerti, meravigliosi poster a opera di Rich Griffin, sulla scena Grace Slick e Janis Joplin catalizzano l’interesse anche come stilisti oltre che come performer. A Los Angeles, sono attivi Ciro’s e The Trip, dove sono di casa i Byrds, i misteriosissimi Love e i Doors di Jim Morrison. A New York, ecco lo Scene di Steve Paul e il Dom, estensione della Factory di Warhol in quel periodo.

L’importanza nel mondo dello spettacolo

Da sottolineare la sempre crescente importanza assunta dalla luce come spettacolo: insieme di proiezioni (film, diapositive, gelatine) e luci stroboscopiche. Firmato da Warhol, quello allestito per il Plastic Inevitable Show dei Velvet Underground, mentre i Grateful Dead possono contare sull’eminenza grigia Augustus Stanley Owsley III, responsabile anche di un imponentissimo impianto sonoro.

Per la cronaca i Blues Magoos sono i primi ad aver usato esplicitamente la parola psychedelic nel titolo del loro album datato ’66 e possono vantare collaborazioni di tutto rispetto.Diana Dew disegna per loro abiti che si illuminano in scena. Christopher Pluck, famoso coiffeur di Vidal Sassoon, crea il taglio alla Magoo. Bruno Contenotte è il responsabile della magia del loro light-show e mette a disposizione l’esperienza maturata alla Walt Disney.

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Blues Magoos

Similmente Janis Joplin si avvale della collaborazione con Linda Gravenites per le sue mise multicolore e multistrato. I tessuti in genere esibiscono disegni debitori tanto verso i motivi paisley del Kashmir quanto verso Emilio Pucci.

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Psychedelia

Psychedelia. Movimento culturale, esistenziale e di moda spontanea.La Psychedelia in Inghilterra ha una diretta filiazione Mod e Pop Art.

Psychedelia. (in Inghilterra). Movimento culturale, esistenziale e di moda spontanea. Se volessimo porre una data a sanzionare uno sfaldamento tra Psychedelia inglese e quella americana sarebbe bello pensare all’aprile del 1967, quando Paul McCartney era di ritorno in Inghilterra dopo una visita ad Haight Ashbury.

Sgt Pepper era stato ultimato il 3 dello stesso mese. Dopodiché Paul se ne andò e diede un resoconto brillantemente in technicolor del suo viaggio a San Francisco, parlando di una comunità allargata in perfetta armonia. Ad agosto ci andò George Harrison e fu più o meno come scampare a un incubo. Anche se i Beatles non hanno né inventato né importato la Psychedelia in Gran Bretagna, certamente ne hanno avallato la diffusione anche in termini visuali.

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Psychedelic J.Lennon – Andy Warhol Pop Art

La Psychedelia in Inghilterra: non è la stessa di quella americana

Rimane utile ricordare che se la Psychedelia in America ha una derivazione folkie, beatnik e bohémien in primo luogo, in Inghilterra la sua è una diretta filiazione Mod e Pop Art. Casomai la Psychedelia inglese ha più parentele stilistiche con la scena “newyorkese” dove la Pop Art ha il suo feudo per eccellenza e Warhol è possibile definirlo psichedelico ma solo come altro, negativo e lunare, e fashion designer come Tiger Morse e Betsey Johnson sono l’equivalente di John Bates e Mary Quant in termini di modernismo.

Semplicemente, all’improvviso, psychedelia, psichedelismo sembravano essere i termini giusti per definire quello che stava succedendo nella Swinging London dal ’66 al ’67. Con eventi come il 14 Hour Technicolor Dream, (all’Alexandra Palace, in scena il meglio della musica del periodo), con l’apertura di club come l’Ufo, in Tottenham Court Roard, banco di prova e casa per sperimentatori come Third Ear Band, Soft Machine e Pink Floyd, si suggella il Nuovo Rinascimento.

Boutique e riviste psychedelic

Importante l’affermarsi delle boutique, in quanto organismi autonomi del gusto destinati ad anticipare o riflettere gli umori della strada: a Londra, Granny Takes a Trip, Mr. Freedom, Biba; a New York Paraphernalia della già citata Betsey Johnson. Anche i Beatles aprono il loro proto-mega-psychedelic store e lo chiamano Apple, con associata etichetta discografica.

Jimi Hendrix è per chiunque l’icona, se mai ce ne fu una.

Psychedelia
Psychedelic Pop Art Jimi Hendrix

Si fondano riviste underground come International Times e O2 dell’australiano Richard Neville con la brillante grafica di John Goodchild. Il ’66 rappresenta l’anno limite in termini di Flashy Pop Art-Mod, dopo di che si instaura un meccanismo di retroazione, stilisticamente parlando, come se dapprima la Pop Art subisse una fascinazione Art Déco, poi Art Nouveau e infine Vittoriana.

In termini di stile gli abiti psichedelici sono l’emanazione di quello che John Bates disegnava per la serie The Avengers (tessuti cangianti da età spaziale, linee moderniste, oblò), i colori sono quelli acidi da serigrafia e ovviamente l’accesso al mercato dell’usato consente concettualmente il pastiche di uniformi d’alta ordinanza, occhialini della nonna, stivali da passeggio vittoriani e molto altro, il tutto in un mare di velluto stropicciato, il materiale che meglio connota i nuovi dandy di Chelsea dal 1966 al 1969.

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Psychedelic dress by Betsey Johnson

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Treacy, Philip

Philip (1967). Modista e stilista irlandese. Nasce a County Galway. Si trasferisce a Londra per frequentare un master al Royal College of Art (1990)

Philip (1967). Modista e stilista irlandese. Nasce a County Galway. Si trasferisce a Londra per frequentare un master al Royal College of Art (1990). Considerato l’enfant prodige dei cappelli, già da studente comincia a collaborare con famosi stilisti come John Galliano e Rifat Ozbek. Nel ’91 apre il suo atelier e lancia la propria linea prêt-à-porter, oltre a iniziare una fortunata e continuativa collaborazione con Karl Lagerfeld e Chanel. Vince il premio British Accessory Designer of the Year e comincia a partecipare alla London Fashion Week. Firma con i grandi magazzini Debenhams un contratto per una linea a larga diffusione. Le sue geniali e stravaganti creazioni sono esposte in varie mostre: ’96, la Biennale di Firenze; ’97, la mostra Cutting Edge al Victoria and Albert Museum di Londra; ’98, Addressing the Century: 100 years of Art and Fashion alla Hayward Gallery di Londra.

Max Factor e Givenchy

Crea per la televisione e nel ’98 è responsabile per la campagna pubblicitaria della Max Factor International. Nel ’99 collabora con la Maison Givenchy di Parigi. 1992, ’93, ’96, ’97. Vince il premio British Accessory Designer of the Year che gli era già stato conferito nel 1991. Dal 1999 al 2003, amplia le collaborazioni con le grandi firme: le sue creazioni accompagnano i capi di Versace, Valentino, Alexander McQueen, Thierry Mugler. Disegna accessori anche per l’uomo. Il cappellaio inglese, che serve la Real Casa, è presente a Roma, ospite per la manifestazione Donna sotto le stelle, la sfilata lungo la scalinata di Trinità dei Monti.

Andy Warhol nelle collezioni di Treacy

Per la settimana alta moda di Parigi, il “cappellaio matto” fa un ironico omaggio alla Pop Art di Andy Warhol. Naomi sfila con una lattina di zuppa Campbell’s sulla testa, le altre modelle reggono in bilico sui capelli una buccia di banana o le immagini, in puro stile wharoliano, di Marylin Monroe, Liza Minnelli, Tina Chow. Le insolite acconciature accompagnano gli abiti di Calvin Klein, Kate Moss, David Beckam, Joan Collins. Non tutto però è omaggio a Warhol. Sfilano anche creazioni di Treacy, leggerissime ed evanescenti, brillanti e luminose, come sempre estrose e piene di fantasia, che ondeggiano come mobiles di Calder. Nel Natale 2003 realizza in edizione limitata degli esclusivi tappi per lo champagne in argento per la casa MoÍt & Chandon, ispirati al suo famoso cappellino Red Comet, con una serie di spirali che si allontanano dal centro della struttura. Del 2006 invece è la collaborazione con Umbro per la realizzazione di una linea sportswear in edizione limitata, creata per due stagioni consecutive.

Il 19 novembre 2007 gli viene riconosciuto il titolo di Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico per i servizi resi all’industria della moda, dal Principe Carlo del Galles e da Camilla, duchessa di Cornovaglia, durante una cerimonia tenuta presso la Clarence House.

Treacy ha disegnato cappelli per numerosi film, fra cui tutta la serie di Harry Potter, per Sarah Jessica Parker per la première di Sex and the City. 36 dei cappelli di Treacy sono stati indossati in occasione del Matrimonio del principe William, duca di Cambridge, e Catherine Middleton il 29 aprile 2011, incluso il cappello indossato dalla Principessa Beatrice di York.

La cantante Lady Gaga è solita utilizzare capelli dello stilista, con cui è grande amica.

L’ispirazione è quella dell’iconografia calcistica, tenendo fede ai colori e alle silhouette tipiche delle divise in jersey degli anni ’60 e ’70.

 

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Nicholson, Ivy

Nicholson Ivy (1934). Indossatrice americana. per la sua bellezza è stata una protagonista delle passerelle di Parigi, di Firenze, di Roma

Nicholson Ivy (1934). Indossatrice americana. A cavallo degli anni ’50 e ’60, è stata, per la sua bellezza modernissima, una protagonista delle passerelle di Parigi, di Firenze, di Roma e delle copertine di Elle, di Vogue, di Harper’ Bazaar.

Nicholson per Andy Warhol

Per Andy Warhol, ha interpretato il film Couch, partecipando ai progetti e alla creatività della Factory, lo studio, il gruppo del maestro della pop art. Si era sposata con un aristocratico romano, divorziando e risposandosi a New York, per poi avere due figli, Gunther e Penelope, da un diciottenne della Factory.

Andy Warhol, Ivy Nicholson e Roger in uno scatto di Jerry Bauer del 1965
Andy Warhol, Ivy Nicholson e Roger in uno scatto di Jerry Bauer del 1965

L’indossatrice sparisce quasi del tutto

Dalla metà del decennio ’70, Ivy Nicholson, che era già entrata nell’ombra, sparisce del tutto. Molti anni dopo, nel 1987, il fotografo Eric Luse del San Francisco “Chronicle” inquadra sul marciapiede di Market Street a San Francisco una “bag lady”, una barbona, ma dalle movenze, dalla camminata singolari: la faccia rivela una devastata bellezza. Scatta qualche foto e in redazione le mostra a una vecchia cronista di moda che, in quella barbona, riconosce immediatamente Ivy Nicholson.

Ivy ed Emilio Pucci. 1955

Nicholson dopo la fine della sua carriera

Due giornalisti corrono a cercarla in Market Street e nelle strade dei vagabondi. Furio Colombo ha raccontato la vicenda in un articolo per Panorama nel maggio dell’87: “L’hanno trovata seduta per terra accanto a un falò di rifiuti, insieme a due donne più anziane, Brigitte una alcolizzata che legge le mani ai passanti, e Dondy che trascina sempre con sé tre carrelli di supermarket carichi di vecchi giornali. Per terra, sul marciapiede bagnato la donna più giovane ha aperto una cartellina di plastica nera, di quelle che usano le aspiranti modelle quando fanno il giro delle agenzie fotografiche: “Guarda, guarda pure, che ti fa bene agli occhi”, ha ammonito Brigitte quando si è accorta del cronista che spiava il gruppo alle spalle.

IVY in abito Irene Galitzine

Erano tutte fotografie di moda. Una splendida donna di diciotto, di vent’anni, di trenta (….) languida, scattante, gattesca, aggressiva, ingenua, svagata guardava con grandi occhi scuri, a volte intenta, quasi imbronciata, a volte con un sorriso bellissimo. Dentro uno scatolone di latta c’era un rotolo di pellicola. “Questo è il film”, spiegava la donna. Tossiva, si era rovinata le mani per aprire il coperchio arrugginito. Cercava di mostrare i fotogrammi alle due amiche, alzando la pellicola contro la luce del fuoco. (….) Continuava a tossire ma non ha voluto il plaid che uno dei giornalisti le offriva: “Troppo nuovo, ragazzo, si vede che non hai esperienza di strada. Qui te lo rubano subito””.

Le dicono che Andy Warhol è morto. Risponde, racconta Furio Colombo: “Lo so, lo so che è morto. La gente butta i giornali, il vento li manda in giro, basta star qui seduti e ti arriva la pagina. Le tre donne ridono. Manca un dente alla celebre ex modella, un premolare, e lei fa il gesto da ragazza di coprirsi la bocca.”

The dead life

Dopo aver partecipato occasionalmente come vocalist ad alcuni concerti della band del figlio Gunther, Ivy torna a New York nel 2004 per girare un film come regista dal titolo The Dead Life e si ritira successivamente a vivere nel Montana.

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Veronesi

Veronesi è una gioielleria italiana. Esiste da oltre un secolo. Nel 1896, Giulio Veronesi apre il primo negozio a Bologna in via Orefici. Nel 1920…

Veronesi è una gioielleria italiana. Esiste da oltre un secolo. Nel 1896, Giulio Veronesi apre il primo negozio a Bologna in via Orefici. Nel 1920 si trasferisce a palazzo Ronzani e, dopo poco, lascia l’attività ai due figli più grandi, Raffaello e Galileo. La gioielleria raggiunge grande notorietà sul finire degli anni ’40. Nel 1964, l’anello Gemini fu premiato con il Diamonds International Award di New York, come il più bel gioiello dell’anno. Nel decennio ’70, la famiglia apre un secondo negozio a Bologna e la Galleria di Cortina, in cui si tengono frequenti aste di livello internazionale. Attualmente, la gioielleria Veronesi possiede una collezione privata di gioielli appartenuti alla duchessa di Windsor, a Greta Garbo, ad Andy Warhol. Continua la produzione su disegno esclusivo di pezzi unici, per estro e qualità delle gemme, tutte di altissima perfezione, dai diamanti ai rubini, agli zaffiri gialli o rosa.

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Andy Warhol 

Warhol, Andy

Andy Warhol è tra gli esponenti di massimo spicco della Pop Art. Nelle sue opere le celebrità hanno un ruolo di tutta eccezione …

Warhol Andy (1930-1987). Fotografo, grafico e artista americano, il cui vero nome (è figlio di emigranti cechi) è Andy Warhola. Arriva a New York da Pittsburgh nel 1960 e subito si inserisce nel mondo pubblicitario come disegnatore e in quello dell’arte come pittore.

John Lennon nell’opera di Andy Warhol

Le sue opere, riproducendo in modo esasperato la realtà quotidiana, costituiscono un elemento basilare dell’estetica della Pop Art. Il ricorso alle tecniche fotografiche, cinematografiche, serigrafiche caratterizzano la sua ricerca che viene conosciuta dal pubblico per la prima volta nel 1966 in una famosa mostra da Leo Castelli.

In campo fotografico usa macchine complesse come la Leica a telemetro e semplici come la Polaroid, ma le sue immagini sono quasi sempre la sintesi di processi grafici. Famosi sono i suoi abiti: Brillo (una gonna con l’immagine dell’omonimo detersivo) e Fragile, Handle with Care — un lungo vestito completamente ricoperto dalla scritta che da indicazione si trasforma in decoro — entrambi realizzati nel 1962.

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La Chapelle, David

La Chapelle David (1963). Fotografo americano di origine canadese. Arriva a New York nel 1978 e lavora come buttafuori allo Studio 54.

La Chapelle David (1963). Fotografo americano di origine canadese. Arriva a New York nel 1978 e lavora come buttafuori allo Studio 54. In quel mitico ritrovo notturno, incontra Andy Warhol che lo introduce nella redazione di Interview. Ma la sua prima vera occasione di esprimersi come fotografo gli viene offerta dal giornale Details che gli commissiona un servizio, lasciandogli piena libertà.

Da quel momento, il fotografo, anche quando il suo obiettivo inquadra la moda, crea una visione alternativa, fatta di colori, di sensualità irridente, di allegria che nasce dalla contaminazione delle culture pop, cyber e rock. È quasi un marchio che rende le sue immagini sempre riconoscibili. Senza nessuno scrupolo esagera, mischia il reale con l’inventato, usa con sapienza il computer, racconta una realtà che esiste solo nella sua fantasia.

Pubblica su Interview, Vanity Fair, The New York Times Magazine, The Face e realizza campagne per Diesel, Mac, Levi’s, Estée Lauder, Iceberg. Ha realizzato un promo per Giorgio Armani, il marchio che lo aveva lanciato nel 1991 utilizzando una sua immagine in bianconero (il volto di un angelo) a piena pagina sui principali quotidiani italiani: pochi sanno che la fotografia originale (comparsa nel 1992 in L’invisibile ripreso, una collettiva sul tema degli angeli esposta a Milano che costituisce la sua prima mostra europea) era a figura intera e a colori. Ormai numerosissime le mostre personali in tutto il mondo per un autore che ha esordito in Italia, ancora sconosciuto, con una grande personale al Museo Ken Damy di Brescia nel ’93.

La Chapelle, campagna pubblicitaria x Diesel
La Chapelle, campagna pubblicitaria x Diesel

Due sono finora i suoi libri, insoliti nelle dimensioni e originali nella composizione come il loro autore: LaChapelle Land nel ’96 e Hotel LaChapelle nel ’99. La sua passione per l’arte, si estende oltre i confini della fotografia. La Chapelle diviene regista di video musicali e spot pubblicitari che lo consacrano a vero e proprio genio creativo. Mostre in tutto il mondo, tra cui Milano nel 2007, in mostra a Palazzo Reale. L’artista esponeva qui i suoi più celebri ritratti di star e celebrity divenute negli anni, come egli stesso afferma, le sue muse ispiratrici.

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