Rosier, Michèle

Rosier Michèle. Stilista francese. Abbandona il giornalismo per formare, con Emmanuelle Khanh e Christiane Bailly, un trio che scuoterà la moda francese

Michèle (1929). Stilista francese. Di lei, figlia di Hélène Gordon-Lazareff, la fondatrice del giornale Elle, una giornalista dell’Herald Tribune ha detto: “Ha fatto per il prêt-à-porter ciò che Courrèges ha fatto per l’alta moda”. Avviata inizialmente verso il giornalismo. Abbandona il giornalismo per formare, insieme a Emmanuelle Khanh, che incontra nel ’59, e a Christiane Bailly, un trio di stiliste che scuoterà la moda francese all’inizio degli anni ’60.

Nel ’62 fonda V de V (Vêtements des Vacances). Dopo aver collaborato con vari stilisti, contribuisce a diffondere l’uso dell’abbigliamento sportivo nella vita di tutti i giorni e l’utilizzo di materiali inediti come la vernice nera e il vinile. Gli americani l’hanno soprannominata, per questo, “plastic queen”. Nel ’74 lascia la moda per il cinema.

Rosier x hepburne
Audrey Hepburne indossa un abito di Rosier

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Yé-Yé

Yé-Yé è un movimento giovanile che prende il via negli anni Sessanta. Tra gli stilisti più in voga, mary Quant e Paco Rabanne

Yé-Yé. Movimento giovanile e conseguente moda degli anni ’60. I Beatles, leader incontrastati nel campo della musica, dominarono il costume giovanile di quel decennio, sia nel modo di vestire sia nel taglio dei capelli. In Francia l’onomatopeico ritornello dei baronetti della musica Yeah, Yeah, Yeah, sintetizzato in yé-yé, viene scelto per riassumere lo stile dell’abbigliamento di quel periodo. Anni durante i quali i mass media hanno un ruolo fondamentale nell’esplosione dei consumi di massa e, a questo scopo, si servono della moda come strumento di marketing per indirizzare e modificare in continuazione il gusto del pubblico, così da creare sempre nuove esigenze. Televisione e automobile si diffondono sempre più.

Nella vendita dell’abbigliamento hanno grande fortuna i negozi rivolti ai giovani, dove è possibile vestirsi e scegliere da soli. Si diffondono anche le catene con prodotti a medio e basso costo. Trionfano gli stampati dai colori accesi derivati dalla Optical Art, la minigonna creata da Mary Quant e le creazioni dalle tinte tenui di Barbara Hulanicki conosciuta come Biba. Appaiono i nomi di André Courrèges e Paco Rabanne. Declina il mondo dell’haute couture e prende sempre più piede il prêt-à-porter. Anche l’abbigliamento maschile si accende di colori. Nel 1969 lo stilista Rudy Geinrich afferma: “L’alta moda non ha più lo stesso significato perché non hanno più lo stesso significato i soldi, lo status, il potere. Ora la moda inizia nelle strade. Ciò che faccio è guardare cosa indossano i ragazzi. Io dò forma al loro stile, lo interpreto e vi aggiungo qualcosa di mio, e così diventa moda”.

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École de la Chambre Syndical de la Couture

Scuola di moda privata fondata nel 1929 per la formazione degli addetti del settore. Oltre a insegnare stilismo e modellismo, propone corsi più attuali di giornalismo e buyer di moda.

École de la Chambre Syndical de la Couture. Parigi. Scuola di moda privata fondata nel 1929 per la formazione degli addetti del settore. Oltre a insegnare stilismo e modellismo, propone corsi più attuali di giornalismo e buyer di moda. Si insegnano ancora quelle arti in via d’estinzione come il drappeggio su manichino e le rifiniture di orli e bottoniere a mano, nella migliore tradizione francese. Per il privilegio di conoscere questi segreti della moda si pagano circa 7 mila euro all’anno dopo la presentazione del proprio book e un colloquio. Ex alunni famosi dell’École de la Chambre Syndical de la Couture., Saint-Laurent, Scherrer, Courrèges, Miyake e Jean Colonna.

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Courrèges, André

La storia del futurista della moda, Andrés Courrèges. L’ingegnere che ha rivoluzionato l’estetica del Novecento con linee inedite e di avanguardia.

André Courrèges. Nasce a Pau, diventa ingegnere civile, ma ai progetti preferisce la moda, che comunque pare disegnata con squadra e compasso, per scoprire una silhouette geometrica e corta. Minimal chic che spopola negli anni ’60: l’essenza dell’eleganza racchiusa in abiti a trapezio, dalla gonna sopra il ginocchio che anticipa la minigonna, un’eleganza sottolineata dai contrasti, dall’incontro di due non-colori, il bianco e il nero.

Collezione Courrèges 1965

Gli opposti premiano la semplicità di linee diritte o leggermente scivolate, in un rigido godet a trapezio appunto. Vestiti che assomigliano ai pupazzetti di carta. Le fantasie si adeguano e prediligono righe e riquadri ripresi dall’optical art: nessun riferimento al passato, pur avendo iniziato a fare una lunga gavetta, come tagliatore, dal mitico Balenciaga, nel ’49 prima di potersi mettere in proprio con un atelier in avenue Kleber a Parigi.

Courrèges nel suo atelier parigino. 1988

Anzi, il futuro è fonte di ispirazione, come lo è per Cardin e Rabanne: i suoi astronauti decollano prima che l’uomo conquisti la luna. Famosa la collezione battezzata Età spaziale: proiettata nel domani, segna l’evoluzione del gusto in un trionfo di bianco e argento, per offrire geometrie siderali, suggestioni Star Trek. Emozioni di fine millennio che Courrèges sigla oltre 30 anni prima, remake per molti suoi colleghi. Assecondano questo look gli accessori, per esempio gli stivaletti candidi e certi cappellini squadrati, in testa anche a Jackie Kennedy, first lady invidiata e imitata.

L’evoluzione di Maison Courrèges

È del ’73 la sua prima collezione uomo. Dal ’79, comincia a firmare occhiali, ombrelli, gioielli, camicie, mobili, linee per bambini, profumi. È fra i primi a buttarsi nel prêt-à-porter, creando la linea Couture Future, e ad avviare alleanze con i gruppi giapponesi, esperienza che segue direttamente a Tokyo per un decennio, dall’84 al ’94, anno in cui torna a occuparsi a tempo pieno della propria maison. Lo stilista viene a mancare il 7 gennaio 2016 all’età di 92 anni. Sino al 2000 è la moglie Coqueline Courrèges a dirigere artisticamente l’azienda dopo il ritiro dello stilista.

Un abito “futuristico” in lana della collezione 1969.

Nel 2010 la griffe viene acquistata dai soci Jacques Bungert e Frédéric Torloting, entrambi co-presidenti dell’azienda. Il marchio firma una serie di collezioni Eastpak, con acqua Evian ed Estée Lauder. Nel 2015 Bungert e Torloting affidano la direzione creativa al duo di stilisti Sebastien Meyer e Arnaud Vaillant. Nel 2017 l’azienda, controllata da Artémis (holding in capo a François-Henri Pinault che ne è proprietaria dal 2017 acquistando il 100% delle azioni a fine 2018), avvia i primi tentativi di rilancio.  Un cambio al vertice avviene nel 2019 quando Adrian de Maia viene confermato nel ruolo di presidente. È il 2020, il 10 settembre con la precisione, quando la direzione creativa del marchio viene affidata a Nicolas di Felici, designer belga ex senior womenswear designer di Louis Vuitton che succede a  Yolanda Zobel, ex Jil SanderGiorgio Armani Acne Studios, fuori da gennaio 2020.

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Quant Mary

MARY QUANT
MARY QUANT

Quant, Mary (1934). Stilista inglese. Protagonista della Swinging London, divide con Courrèges la creazione della minigonna. Nata a Londra, studia al Goldsmith College of Art, dove conosce il suo futuro marito Alexander Plunker Greene (1933-1990). Appena diplomata, apre con lui e con Archie McNair la sua prima boutique, Bazaar, a Kings Road. Era il 1955. Dopo poco comincia a disegnare e produrre abiti in proprio, diventando subito famosa per la sua moda giovane e a buon mercato, che contribuisce ad alimentare il mito della Londra dei Beatles e degli anni ’60. Offriva alle adolescenti, in quel momento già ribelli al costume e al guardaroba delle madri, la possibilità di vestirsi in modo audace e rivoluzionario rispetto al perbenismo formale della generazione che le precedeva: gonne a metà coscia, skinny ribbs, esplosione di colore, collant fantasia. Adotta anche nuovi materiali: il Pvc per una linea da pioggia. Nel ’61, il successo le permette di darsi una seconda ribalta, un nuovo negozio a Londra, e di sbarcare, due anni dopo, negli Stati Uniti con la Ginger Group, che produce capi in grande serie. Nel ’66, fonda la sua industria cosmetica (il logo è una margherita) e viene nominata Ufficiale dell’Impero Britannico. Disegna collezioni per la catena americana di grandi magazzini J.C. Penney, per il Gruppo Puritan e, con il suo marchio, scarpe, biancheria per la casa, tappeti, carta da parati, calze. Regge sull’onda di quella nouvelle vague, rilanciata dal ’68, per una buona parte degli anni ’70. L’onda si attenua, si spegne. Personalmente la stilista tramonta. Ma il Gruppo che porta il suo nome ha sempre un ottimo giro d’affari, anche a riflettori spenti.