Chador

Chador. È il nome persiano del lungo velo nero che le donne musulmane portano per coprire il capo. Letteralmente significa “tenda”

Chador. È il nome persiano del lungo velo nero che le donne musulmane portano per coprire il capo. Letteralmente significa “tenda”: e serve proprio a questo, a coprire come una tenda. Rappresenta l’incontro tra religione, folclore e tradizione islamica.

Il Corano ammonisce a vestirsi in maniera decente e lo chador in origine serviva a coprire il seno, perché in tempi pre-islamici le donne andavano a seno scoperto.

In arabo si chiama Hijab, che significa nascondere. Altri nomi a seconda dei paesi mediorientali sono abaya, jilbab, khymar, nikab e rusari. Spesso, oltre alla testa, copre anche il volto, lasciando scoperti solo gli occhi. Non si tratta di un obbligo prescritto dal Corano né dalla Sunnah, ma fa parte della tradizione per le donne musulmane: è il velo della decenza.

Nei paesi più ortodossi (Afghanistan, Iran, Iraq, Arabia, Algeria, Emirati arabi) le donne sono obbligate a indossarlo. Il burka è invece la copertura totale, non aderente, dalla testa al collo e al seno, dai polsi alle caviglie, scomodo e ingombrante, guanti compresi, che non lascia scoperto neanche un centimetro di pelle.

Persino gli occhi sono nascosti da una retina fitta. Il regime talebano in Afghanistan, oltre ad altre restrizioni, ha imposto alle donne di coprirsi integralmente col burka, a costo di condanne e pene gravissime. Nel febbraio 2002 la fotografa Shirin Nashat, americana di adozione, ha tenuto al Castello di Rivoli un’importante mostra di fotografie sulle donne e lo chador. In Francia le studentesse arabe hanno fatto grandi battaglie per tenere lo chador in classe.

La reinterpretazione di chador e burka a ricordo di una certa condizione femminile è ricorrente nelle collezioni d’alta moda: Alexander McQueen, stilista inglese per Givenchy, già nel ’97 fece sfilare un burka che si trasformava in costume andaluso. L’anno dopo fu un designer cipriota, Hussein Chalayan, sensibile alle problematiche del medioriente, che fece sfilare tre modelle con uno chador che si accorciava fino a diventare una maschera e con un altro in tessuto stretch, che stringeva gambe e braccia bloccandole. Jun Takahaski, emergente giapponese, a Parigi ha concluso la sua sfilata con un tripudio di burka coloratissimi portati con scarpe da ginnastica. Nel 2003 a New York Miguel Adrover ha improntato la sua sfilata autunno-inverno su modelli in gran parte ispirati al medioriente con chador, turbanti, caftani. (Gabriella Gregorietti)

Van Herpen

Iris van Herpen. stilista olandese, nata il 5 giugno del 1984. Nessuno come lei è riuscito a dare un risvolto rivoluzionario alla moda degli anni 2000. L’unica ad essersi distinta per un approccio teatrale e avveniristico, volto a percepire le creazioni tridimensionale come realtà sulle passerelle.

Laureatasi in Design della Moda nel 2006, Iris inizia a lavorare nel laboratorio stilistico di Alexander McQueen, prima di fondare il suo eponimo marchio nel 2007.

Collezione Hypnosis

Membro della Fédération de la Haute Couture, la van Herpen sfodera un linguaggio non comune, multidisciplinare che fa, del movimento, tra le parole chiavi che consentono di descrivere la sua creatività. 

Con Iris viene coniato un nuovo termine della moda, la “Craftolution”: l’evoluzione dell’artigianato che abbraccia il cambiamento. La casa è nota per il legame con le tecnologie, come la stampa 3D e il taglio laser che si fondono, appunto, con lavori manuali delicati come il ricamo o il drappeggio.

Forme liquide, movimentate. Linee aguzze e tagliate: una sinfonia visiva originale che fa, di Iris, la madre fondatrice di una pionieristica Haute Couture. La sua donna emancipata esplora nuove forme di femminilità con tessuti stratificati e silhouette scolpite. Le sue creazioni sono sculture innovative, un ibrido tra arte, danza e moda. 

Riconoscimenti e mostre

Questa sua visione è vanto per i critici della moda e le permettono di vincere, nel 2010,  i Dutch Fashion Awards 2010, nonché il Dutch Incubator Award, l’Accessory Award e il Dutch Design Awards, RADO. E ancora, nel 2013 il Golden Eye Award, il Dutch Design Award e il Marie Claire Award come miglior designer olandese. Un anno dopo, nel 2014, riceve il prestigioso ANDAM Fashion Award a Parigi. Infine, nel 2016 riceve il Johannes Vermeer Award, premio statale olandese delle arti.

Look collezione Voltage

Tra le diverse collaborazioni,  nel 2013 con l’architetto e professore Philip Beesley per la sua collezione “Voltage”  dove per la primissima volta realizza un morbido abito in multimateriale stampato in 3D. Nel 2014 disegna tutti i costumi per “Neverwhere” del coreografo Benjamin Millepied per il New York City Ballet. In collaborazione con Marina Abramovich, Damien Jalet e Sidi Larbi Cherkaoui, nel 2017 crea tutti i costumi per i cantanti e ballerini dell’opera ‘Pelléas et Mélisande’ di Claude Debussy.

Gli abiti di Iris Van Herpen, inoltre, sono esposti anche in importanti retrospettive. Nel 2012 la stilista presenta la sua personale Museo Groninger per poi continuare il suo viaggio itinerante in Europa e negli Stati Uniti. Nel 2015 va in scena “Iris van Herpen: Transforming Fashion “all’High Museum of Art di Atlanta.

 

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Arapu

Venera Arapu, brand fondato dall’omonima stilista, oggi ha raggiunto fama internazionale con i suoi capi colorati e stampe multicolor.

Venera Arapu nasce a Ploiesti, ha studiato a Bucarest: prima al liceo di Arti Plastiche, poi all’Accademia di Belle Arti (fashion design). Nel ’97 si è trasferita a Parigi per frequentare l’ESMOND e, alla fine del corso, ha vinto il primo premio del Grand Jury nella graduatoria della scuola. Da quel momento, comincia il suo cammino felice nel mondo-moda con uno stage da Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture, cui fa seguito un anno come stilista da Paule Ka.

Nel 1999 nasce la linea Venera Arapu, che nel marzo del 2001 sfila per la prima volta alla Parigi Fashion Week. Il brand interpretava perfettamente la bellezza classica e gli ideali femminili della sua creatrice.

Arapu
Una delle creazioni della stilista rumena.

I capi delle collezioni della stilista rumena si basano su accostamenti cromatici inconsueti e su originali stampe multicolor, che donano movimento ai capi.

Le collezioni di oggi includono lusso femminile, prêt-à-porter femminile, abbigliamento per la casa e abbigliamento per bambini.

Le proposte della stilista rispecchiano la voglia delle donne di essere uniche ed eleganti ma allo stesso tempo pratiche e glamour.

Il brand è in vendita in negozi di lusso, tra cui Le Bon Marché, Barney’s e Harvey Nichols. Il marchio vanta di una audience globale, ed è in vendita in più di 20 paesi.

Antonioli

Antonioli. Negozio multibrand di articoli di moda e di tendenza, fondato a Milano nel 1987 da Claudio Antonioli, è considerato uno dei punti di riferimento per lo shopping milanese più ricercato.

Negli anni 80, in piazza Lima a Milano, Antonioli apre il primo store, vicino all’arteria di corso Buenos Aires. Nel 2003 si trasferisce in via Pasquale Paoli 1, a ridosso del Naviglio Grande, in una location più ampia, dagli spazi più moderni e studiati.

Il negozio diventa presto il punto di riferimento di una clientela esigente, che rifugge dall’omologazione stilistica ed è alla ricerca di capi alternativi dal design innovativo e d’avanguardia. Creazioni di Alexander McQueen, Dries Van Noten, Dior,  Martin Margiela e Ann Demeulemeester, ancora Dolce & Gabbana, Antonio Marras, Haider Ackermann vengono mixati con disinvoltura a collezioni di giovani stilisti emergenti.

Lo stile da outsider, ma di tendenza, accomuna tutte le proposte di prodotto che vengono esposte in una cornice architettonica moderna di uno spazio di 400 mq, risultato dalla fusione di un ex cinema muto con un garage, curata dall’architetto Vincenzo De Cotiis. Gli interni minimali sono volti a valorizzare gli abiti, gli accessori e le calzature, esposti con cura, quali veri protagonisti dello store. Un servizio di personal shopper è a disposizione dei clienti per aiutarli nella scelta del look migliore.

Un angolo dello store milanese

Antonioli: I nuovi store

Dato il successo dell’attività, a partire dal 2008, il business si allarga con l’apertura di un secondo store a Lugano; nel 2010 toccherà a Torino, con una boutique curata nei suoi interni dall’architetto Anna Tumaini. Successivamente viene aperto uno store anche a Ibiza.

Antonioli è anche una piattaforma interattiva che offre la possibilità di effettuare acquisti senza confini geografici, attraverso il servizio di boutique online.

Claudio AntonioliMarcelo Burlon e Davide De Giglio nel 2016 hanno fondato New Guards Group. È una piattaforma per il design, produzione e commercializzazione di marchi di lusso.

Nel 2019 uno spazio completamente nuovo espande l’ambiente fino all’affaccio sul Naviglio Grande. Le collezioni scelte ed il design degli interni sono il riflesso dello stile personale di Claudio Antonioli. Egli vuole infatti combinare ricerca, contemporaneità ed avanguardia.

Claudio Antonioli, nel Settembre 2020, ha acquistato il marchio di moda belga Ann Demeulemeester.

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Blow Isabella

Blow, Isabella. Talent scout, modella, icona di stile e giornalista inglese nata nel 1958 e morta suicida nel 2007. Di famiglia nobile, si era trasferita…

Blow, Isabella. Talent scout, modella, icona di stile e giornalista inglese nata nel 1958 e morta suicida nel 2007. Di famiglia nobile, si era trasferita nel 1979 a New York per studiare arte cinese antica alla Columbia University. Dopo poco tempo però lascia gli studi per andare in Texas, dove inizia a lavorare per Guy Laroche e si sposa una prima volta con Nicholas Taylor; che la introduce nel mondo americano della stampa di moda. Fu assistente prima di Anna Wintour poi di Leon Talley e divenne amica di Andy Warhol e Basquiat.

blow
La Blow con l’amico Warhol

L’amicizia con Treacy

Nel 1986 ritorna a Londra e nel 1989 si sposa con Delmar Blow, un famoso mercante d’arte. In occasione del suo secondo matrimonio Philip Treacy realizzò per lei un sensazionale cappello da sposa e da quel momento il loro legame professionale divenne inscindibile; Isabella indossò in ogni occasione un cappello creato dal geniale Treacy e a chi le chiedeva ragione di certi eccentrici copricapi rispondeva con naturalezza che le servivano prevalentemente per non essere avvicinata e baciata dal “popolo della moda” sempre incline alle smancerie non richieste.

Dopo Treacy, la Blow scoprì e lanciò Alexander McQueen, Sophie Dahl e Stella Tennant, fu fashion director di Tatler e consulente di numerose importanti aziende come Lycra Dupont e Lacoste.

Blow e i problemi di salute

Vessata da numerosi problemi personali, economici e di infertilità, Isabella cadde vittima di una profonda depressione.

Nel 2004 si separò dal marito ma dopo 18 mesi di separazione i due ritornarono insieme ma a Isabella venne diagnosticato un cancro alle ovaie. Da quel momento la Blow tentò svariate volte il suicidio. Una volta con un’overdose di sonniferi, infilandosi con la propria auto sotto un autotreno, ingerendo tranquillanti per cavalli, cercando di annegare in un lago e saltando dall’Hammersmith Flyover fratturandosi entrambe le caviglie. Il 6 maggio 2007, durante un weekend party a Hilles, dichiarò ai suoi amici di volersi recare a far shopping. Invece fu rinvenuta collassata sul pavimento di una delle sale da bagno dalla sorella perché aveva ingerito un potente veleno. Ricoverata in ospedale morì il giorno seguente.

Burton

Sarah Burton, storia della poetessa punk della moda: incredibile designer, sempre fedele al suo caro amico e mentore, Alexander McQueen

Le origini di Burton

Sarah Burton. All’anagrafe Sarah Jane Burton, nata a Macclesfield (Cheshire) nel 1974. La stilista inglese, figlia di Anthony (di mestiere contabile) e Diana Heard (insegnante di musica), studia presso la Withington Girls ‘School e, successivamente, al Central Saint Martins College of Art and Design, conseguendo la laurea in Print Fashion. Nel 1996, a soli 21 anni, grazie ad uno stage offerto da Saint Martin College, entra in contatto con l’atelier di Alexander McQueen, grazie al tutor Simon Ungless, amico dello stilista. Dopo quattordici anni, in seguito alla prematura morte del suo mentore (McQueen), la Burton prende le redini della griffe. È il 2010 quando il fashion biz piange uno dei massimi esponenti della moda internazionale, morto suicida per i troppi tormenti.

Burton
Sarah Burton con Alexander McQueen

Essere il braccio destro di Alexander ha giovato alla sua creatività: un mix fine di estro alla corte della moda; un dualismo con il teatro che produce, di volta in volta, collezioni scenografiche tra eclettiche silhouette e magnifiche ispirazioni punk. Per le donne, la Burton realizza una “morbida armatura” che proietta, nel futuro, l’heritage della griffe. La sua capacità creativa può essere paragonata al pari del suo maestro e pareggiabile ad un altro grande protagonista della moda, il pirata John Galliano, anch’egli laureatosi nel prestigioso college londinese. Tema ricorrente delle sue collezioni sono i fiori, emblema del ciclo vitale: una scommessa tra bellezza e decadenza che non conosce vinti e vincitori. Esempio lampante è la collezione autunno/inverno 2019-20. La Burton realizza un defilé fortemente concettuale,  altamente sartoriale e fortemente punk: un tripudio di  corolle, trattenute a forza da un’armatura che dichiara “guerra alle rose”.

Burton
Alexander McQueen collezione autunno/inverno 2029-20.

 

Schiva nel raccontare la sua vita privata (è sposata con il fotografo David Burton di cui ha avuto 3 figli), del rapporto con Lee (Alexander McQueen) e dell’abito da sposa disegnato per la duchessa di Cambridge, Kate Middleton, la designer inglese fa squadra con Camilla Nickerson, suo braccio destro a cui tramanda la stessa passione trasmessa da McQueen, ossia la vocazione per il racconto piuttosto che per la realizzazione di una serie di capi da far sfilare in passerella.

L’abito da sposa di Kate Middleton realizzato da Sarah Burton per Alexander McQueen

Con la mostra “The Royal Wedding Dress: A Story of Great British Design”, in tanti hanno potuto ammirare il wedding dress realizzato, nel 2011, per la futura regina d’Inghilterra, indossato per coronare il sogno d’amore con il duca di Cambridge, William. La duchessa di Cambridge ha scelto un abito di Alexander McQueen anche per il battesimo dei tre figli. 

Burton
Kate indossa un wedding dress firmato Sarah Burton per Alexander McQueen

L’abito, che si ispira all’epoca vittoriana, sposa tradizione classica e linee moderne. Della corsetteria vittoriana troviamo i fianchi imbottiti e il sellino sul retro per dare forma. Il pizzo è stato realizzato dalle ricamatrici della Royal School of Needlework. L’abito “Ha l’essenza di un abito Vittoriano ma tagliato in un modo moderno, realizzato in un tessuto molto leggero; anche le pieghe inserite vogliono creare un tono moderno piuttosto che un pezzo storico. Di fatto credo volessimo ottenere qualcosa di incredibilmente bello e lavorato in modo complesso,” commenta la stilista.

I riconoscimenti

Nel corso della sua attività, Sarah Burton è stata insignita di diversi riconoscimenti. Il 28 novembre del 2011 riceve il premio come Designer of the Year ai British Fashion Awards. Un anno dopo, nel 2012, riceve una laurea honoris causa Manchester Metropolitan University come Doctor of Arts. Importante riconoscimento giunge anche  quando viene insignita del titolo di Ufficiale dell’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 2012 come Compleanno per i servizi all’industria della moda britannica.

I progetti 

 A inizio 2020 Alexander McQueen ha presentato il progetto recycle con gli studenti di moda in UK, un progetto basato su tessuti riciclati.  

Sempre nel 2020 Sarah Burton rende omaggio alla storia delle creazioni del marchio e al loro making of di alcuni abiti-opera d’arte, mostrando gli abiti portati in passerella negli ultimi anni dalla maison.

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Arkadius

Arkadius. Marchio dello stilista Arkadius Weremczuk. Nel ’92 abbandona gli studi di pedagogia e il suo paese con il sogno di diventare stilista…

Arkadius. Marchio dello stilista Arkadius Weremczuk (1969), di origine polacca, nato a Lublin, ma residente a Londra. Prima di diventare stilista sognava di fare l’insegnante. Nel ’92 abbandona gli studi di pedagogia e il suo paese con il sogno di diventare stilista. Un viaggio picaresco che lo vede lavapiatti in Toscana, grafico a Monaco di Baviera e infine promettente studente di moda al Central St. Martins College of Art and Design di Londra. Una determinazione singolare, come il suo stile decisamente forte e sexy.

Arkadius viene notato mentre è ancora studente da Isabella Blow, musa ispiratrice di Alexander McQueen che successivamente appoggerà la sua prima collaborazione come stilista.

arkadius
Isabella Blow con l’amico Alexander McQueen

La stessa Blow diventa il suo impresario. La House of Arkadius a Londra è stata fondata nel 1999. Il successo è immediato, infatti la lista clienti conta i nomi più caldi della pop music e dello “show biz” internazionale. Vince il Best Polish Designer 2000 per il settimanale Elle.

Nel 2002, Arkadius viene scelto da Placido Domingo per disegnare i costumi del Don Giovanni, coprodotto dalla Los Angeles Opera e dalla Polish National Opera. Vende nelle boutique più audaci del mondo, oltre ad avere un suo negozio nel centro di Londra.

Barnes

Barnes. Dopo un master in Fashion Knitwear al Royal College of Art, nel 2001 ha vinto il premio Way In Harrods Competition. Ha disegnato per Alexander McQueen. La sua collezione di maglieria per l’autunno-inverno 2001-2002 si è ispirata al Messico. Il panno e il sintetico, uniti da stampe fatte a mano, in pizzi e nastri, riproducono l’atmosfera eclettica dei messaggi trovati sugli altari delle antiche chiese messicane, ricchi di fiori, nastri, fotografie. Gli abiti messicani, dai forti contrasti di colori vivaci, hanno ispirato invece la combinazione di maglia e altri materiali come lo chiffon e il cotone.

MacDonald

MacDonald, Julien (1972). Stilista inglese. Julien MacDonald è originario del piccolo villaggio gallese Merthyr Tydfil, ma, come dimostra il suo nome di battesimo, ha origini francesi che risalgono alla nonna materna. Da ragazzo amava molto le belle arti, e non immaginava di dedicarsi alla moda finché non scoprì la sua autentica passione frequentando un corso che gli permetteva di disegnare tessuti: così, decise di iscriversi alla Brighon University, quindi al Royal College of Arts, dove nel 1997 ottenne un Master of Arts. Nel medesimo anno, creò la sua prima collezione e in breve, a soli 28 anni, si fece conoscere a Londra, con la propria griffe, per le sue creazioni “glamour” e la sua maglieria elegante. Lo chiamarono “the wizard of knitwear” (“il mago della maglia”) per le sue creazioni che, ispirandosi a un mondo favolistico, mescolano materiali inusuali (silicone, cristalli, code di ermellino, paillette) a un’atmosfera da show ostentatissimo.

LE COLLEABORAZIONI E LA COLLAZIONE CON GIVENCHY

Quella sua prima collezione impressiona a tal punto Lagerfeld che il debuttante viene invitato immediatamente a uno stage come designer di maglieria per Chanel. Collabora con McQueen, Berardi, Koji Tatsuno. Il 14 marzo del 2001 viene nominato direttore artistico delle collezioni donna (haute couture, prêt-à-porter accessori) di Givenchy. Nel mese di luglio del medesimo anno presenta la sua prima collezione per Givenchy. Disegna le divise per le hostess della British Airways: per la prima volta in trent’anni con i pantaloni al posto della gonna. I colori restano quelli classici della linea aerea, rosso, argento e blu. Saranno indossate in prova per cinque mesi da 100 hostess e verranno adottate dal 2004. I cappelli, disegnati in collaborazione con Stephen Jones, sono stile anni ’50. Per gli steward completi gessati.

MACDONALD OGGETTO DI FORTI CRITICHE

MacDonald è spesso stato oggetto di forti critiche per il suo largo utilizzo delle pellicce nelle sue creazioni. Il designer ha anche dichiarato che la sua attività fallirebbe, se non ricorresse all’utilizzo delle pellicce. Le polemiche sono incrementate quando nel febbraio 2007 ha dichiarato di amare le pellicce, definendole un “bellissimo prodotto degli animali”. Nel giugno 2006 è stato premiato con un OBE (Order of the British Empire) per i suoi contributi al mondo della moda dalla Regina Elisabetta in persona.

ALEXANDER McQUEEN

Indice:

  1. Le origini e i primi passi nella moda
  2. La teatralità dello stile di Alexander McQueen
  3. L’indimenticabile ed unico Alexander McQueen
  4. Per sempre Alexander McQueen

LE ORIGINI E I PRIMI PASSI NELLA MODA

Alexander McQueen

Lee Alexander McQueen nasce a Londra il 17 marzo 1969 da una modesta famiglia, appartenente al ceto operaio. Sesto e ultimo figlio di un tassista del quartiere popolare dell’East London, abbandona gli studi a 16 anni per buttarsi nel mondo del lavoro. L’atelier di Anderson &Sheppard di Savile Row gli dà la possibilità di apprendere i segreti dell’alta sartoria maschile, per poi proseguire la propria formazione da Nieves & Hawks e inseguito nel laboratorio teatrale di Angels & Bermans, dove amplia le sue competenze alla confezione femminile.

Alexander Mcqueen and Isabella Blow, 1996 by David Lachapelle

A soli vent’anni affianca lo stilista giapponese Koji Tatsuno per poi trasferirsi nel 1990 a Milano dove entra a far parte dell’ufficio stile di Romeo Gigli.

Il ritorno a londra

Nel 1992 torna nella città natale per iscriversi alla Central Saint Martins College of Art and Design. La sua collezione di laurea viene notata dall’icona del fashion system internazionale Isabella Blow, assistente di Anna Wintour, che decide di acquistarla per 5000 sterline. Isabella Blow è una figura fondamentale nella vita di McQueen, non solo è la sua prima sostenitrice, ma diventa anche sua musa ispiratrice e migliore amica.

Givenchy secondo mcqueen

Nel 1996 prende il posto di John Galliano nella direzione artistica della maison Givenchy, collaborazione, che tra alti e bassi, dura fino al 2001. McQueen si sente ristretto dentro le regole dell’alta sartoria francese, ma nonostante ciò fa risuonare il proprio nome della scena dell’Haute Couture con sfilate rivoluzionarie e scioccanti, tanto da essere soprannominato l’hooligan della moda. La prima collezione per Givenchy è stata molto criticata da Karl Lagerfeld, poiché troppo forte per il prestigio della maison francese. Ma a McQueen piaceva provocare.

Alexander McQueen per Givenchy Haute Couture “Eclect Dissect”, FW 1997-1998

Givenchy by Alexander McQueen, Haute Couture FW 1998-99,

LA TEATRALITÀ DELLO STILE DI ALEXANDER McQUEEN

Nelle sue creazioni si nota l’impastatura sartoriale inglese e l’esperienza vissuta all’interno del teatro, che rimane una costante in tutti i suoi capi. Egli non crea solo abiti, dà vita a dei personaggi, li cortesi e li inserisce in un ambito teatrale, il fashion show. Si nota nelle sue creazioni la precisione della struttura sartoriale britannica, le finiture impeccabili della qualità della produzione italiana e il gusto dell’alta moda francese.

Nel 2000 il gruppo Pinault-Printemps-Redoute (oggi gruppo Kering), acquista al 50% le quote del su marchio, che ha costruito parallelamente al lavoro per la maison francese. Così nel 2001 decide che è ora di dedicarsi al suo brand, allestisce un ufficio stile nell’amata Londra. Isabella Blow è sempre al suo fianco, insieme a Philip Treacy, famoso designer inglese di cappelli. Inizia il periodo più felice e produttivo dello stilista.

AW 2009 Alexander McQueen

Alexander McQueen FW 1998-99

Elementi caratteristici

Gli elementi della sua estetica sono in contrapposizine, il contrasto in McQueen è un concetto fondamentale: fragilità e forza sono le costanti. Così come la modernità e la tradizione. I suoi sono spettacoli negli spettacoli, le sue modelle, amate di tacchi vertiginosi e abiti scultorei, hanno sfilato e sfidato la stabilità e l’equilibrio, camminando tra cubi di vetro, specchi d’acqua, piogge artificiali. Trasforma la moda in un’espressione artistica di pura creatività, abiti preziosi, piumati, capi aggressivi in metallo, dettagli animaleschi con richiami mitologici, vestiti in georgette, chiffon e organze impalpabili e fluttuanti.

Alexander McQueen SS 1997

Alexander McQueen SS 2007

Si concentra sui pattern e sulle stampe, che vengono realizzate secondi il test di Rorschach, test usato dagli psicologi,  test proiettivi costituiti da stimoli visivi intenzionalmente ambigui. Il compito del soggetto è quello di fornire una descrizione o di raccontare una storia ispirata all’immagine rappresentata. Lo scopo del test dovrebbe essere quello di far emergere contenuti psichici inconsci, come emozioni nascoste o conflitti interni. McQueen nelle stampe vede sempre insetti e farfalle, un mondo che lo affascina ma allo stesso tempo lo impaurisce. Un altro modo per entrare in contatto con lo spettatore: la paura.

SS 2001Alexander McQueen

Il designer inglese utilizza per comunicare con il suo pubblico i ricordi. Ma inserisce sempre elementi di disturbo, come ciocche di capelli veri, stampe di corvi neri, simbolo di presagio di morte. I dettagli che inserisce aprono un mondo su di lui e sulla sua visione creativa della realtà. Nel 1995 fa sfilare modelle in look tartan, scarmigliate e spoglie. Non è solo una scelta estetica quella di Alexander McQueen, perché usa la moda come una stratificazione culturale: la collezione Highland Rape è la metafora della sottomissione della Scozia all’Inghilterra. Un punto fondamentale se vogliamo capire la moda di McQueen, che va oltre lo stile stesso e si ripiega in importanti riflessioni.

FW 1995 Highland Rape collection

L’ INDIMENTICABILE ED UNICO McQUEEN

SS 1999

Aimee Mullins, Alexander McQueen SS 1999

Tra le sfilate e le collezioni indimenticabili dell’epoca, quella del 1999 in cui l’atleta Aimee Mullins, amputata delle gambe, solca la passerella su protesi in legno mentre dei robot spruzzano vernice per automobili su capi bianchissimi. Anche nelle collezioni uomo, McQueen mantiene alto il livello della tensione, con abiti preziosi, stampe teschio che diventeranno uno dei suoi marchi di fabbrica e temi presi dal mondo vegetale e animale, come appunto le farfalle, usati come caleidoscopi che somigliano più all’arte neo-barocca di Damien Hirst che a innocue stampe per abiti.

Alexander McQueen, SS 2001

Alexander McQueen FW 2001-2002

Tra bustier, elementi dark, motivi tartan e fantasie gotiche, Alexander McQueen ha rafforzato la sua creatività con una sapiente tecnica del taglio e della costruzione nella modellistica, solcando la strada per nuovi esperimenti sartoriali.

Alexander Mcqueen sfilata SS 2001

TeatralitÀ ed eccentricitÀ

Le sfilate di McQueen, come tutta la sua filosofia, oscillano tra gli incubi da teatro elisabettiano e un futuro immaginario ma comunque poco roseo, ma con un velo di romanticismo sempre presente. L’ultima sfilata e collezione è sensazionale, Plato’s Atlantis. In quell’occasione lo stilista fa sfilare donne che sembrano alieni, metà umani metà animali, con le famose scarpe Armadillo ancora oggi cercatissime. Tutti vogliono un pezzo di lui, e anche le sue produzioni più orientate al mass market, come le scarpe classiche, le sneakers, le sciarpe coi teschi, vanno a ruba anche tra chi prima non avrebbe mai comprato nulla di suo.

Alexander McQueen SS 2010, le modelle sfilano con le iconiche armadillo shoes

Plato’s Atlantis collection, SS 2010

Alexander McQueen SS 2005

Tantissime icone dello spettacolo desiderano i suoi capi. David Bowie è uno di questi, il suo stile alieno e stellare si sposa perfettamente con il gusto di McQueen. Per lui realizza i costumi dei suoi tour del 1996 e 1997, oltre alla famosa giacca Union Jacket, con la bandiera inglese stracciata e ricucita in un cappotto, che pare in copertina dell’album Earthling del Duca Bianco.

Björk  chiama McQueen per il look sulla copertina di Homogenic e per progettare i gioielli fetish ed estremi che la cantante islandese indossa nel video musicale Pagan Poetry. Lady Gaga più recentemente indossa le scarpe armadillo nel video Bad romance.

Bjork nella cover di Homogenic in total look McQueen

Lady Gaga nel videoclip Bad Romance in total look McQueen

PER SEMPRE ALEXANDER McQUEEN

Isabella Blow con una creazione di Philip Treacy

Il 7 maggio 2007 Isabella Blow, dopo svariati tentativi passati, si toglie la vita a causa di una forte depressione, McQueen ne rimane distrutto.Il 2 febbraio 2010 riceve un altro duro colpo, quello della morte di sua madre Joyce, a cui era legatissimo.

McQueen, spirito cupo e tormentato, genio rivoluzionario dal talento innato, pone fine ai suoi giorni l’11 febbraio 2010 nel suo appartamento di Mayfair, nella zona centrale di Londra, con un cocktail letale di droghe, sonniferi e tranquillanti. Una candela accesa e un unico messaggio d’addio sul retro del libro The descent of Man: “Prendetevi cura dei miei cani. Scusatemi. Vi amo, Lee. P.s. Voglio un funerale religioso.”

Il mondo della moda tace e piange un creativo che ha contribuito alla costruzione di una parte della storia del fashion. Recentemente si è scoperto che il triste gesto avrebbe voluto compierlo alla fine di una sua sfilata, sparandosi in testa. Fino alla fine si è dimostrato follemente teatrale.

mcqueen oggi

Oggi il suo marchio è nelle mani della designer Sarah Burton, già suo braccio destro. La memoria di Alexander McQueen rimane onorata nel tempo, il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York gli dedica una mostra nel 2011 “Savage Beauty”. La mostra fa il giro del mondo, celebrata con affetto al Victoria & Albert Museum di Londra.

Savage Beauty

La biografia del designer è stata raccolta nel documentario McQueen diretto e prodotto dal regista francese Ian Bonhôte e da Peter Ettedgui, in uscita il 20 luglio 2018 in USA. Altri due progetti legati a McQueen sono The Ripper, incentrato sull’amicizia con l’eccentrica Isabella Blow ed un biopic con protagonista Jack O’Connel, diretto da Andrew Haigh.

Alexander McQueeN,1997 con una creazione di Philip Treacy