Sottoveste

Se a fine ‘800 rappresentava quell’indumento che lasciava immaginare, sognare e “dava le vertigini ai giovani (e meno giovani…)”, all’inizio del ‘900 comincia a trasformarsi diventando man mano un leggero velo più o meno trasparente che lascia ancor più intuire il corpo nel gioco intrigante del “vedo non vedo”, sottolineandone le curve, “ultimo baluardo della nudità” che porta al vertice della seduzione. Sottovesti di flanella, madapolam, batista di lino o di cotone, di pelle d’uovo poi di taffetà, di pizzo, di seta pura, e soprattutto di raso: quel raso frusciante e così morbido da confondersi con la pelle, così tenero al tatto, così piacevole alla vista. Ricamate a mano, naturalmente: con entre-deux, à- jour, punto erba, gigliuccio e con tutti gli altri punti — innumerevoli — in auge. Ma, se nel primo decennio del XX secolo la sottoveste prosegue il suo cammino con pochi cambiamenti, la prima vera “rivoluzione” arriva negli anni ’20 con Poiret, che sostituisce sottabiti di flanella e di mussola con sottovesti di cotonina, batista, pelle d’uovo, da indossare con i nuovi abiti corti, lineari o con gonne “danzanti” a spicchi, a “fazzoletto”. Sempre più affascinanti, le sottovesti trionfano nella vita, nella letteratura e sugli schermi: telefoni bianchi e sottovesti di raso bianco, sigarette in lunghi bocchini d’avorio e sottovesti di seta nera, eroine di Francis Scott Fitzgerald, Gloria Swanson, Jean Harlow, Joan Crawford, Doris Duranti, vamp e dark lady. Nella seconda guerra mondiale, però, anche le sottovesti subiscono una logica “battuta d’arresto”: quando il riscaldamento nelle case è un mero ricordo, possono essere di grosso cotone, o addirittura di lana. Quelle di seta vengono tenute con estrema cura, come un bene prezioso per “grandi, o particolari, occasioni”. Ma ecco che, terminati i bui anni bellici, reagendo ai forzati sacrifici e restrizioni, le donne vengono prese da un irrefrenabile desiderio — quasi una frenesia, avallata dal ritorno delle riviste di moda — di vestire: non soltanto “sopra”, indossando abiti per mattino, pomeriggio, sera, ma “sotto”. Affascinano le parure importanti, leggere, ultrafemminili, con le sottovesti coordinate alle mutandine, al reggiseno, quasi sempre alla camicia da notte, spesso alla vestaglia. Le ragazzine si tolgono le odiate sottovesti accollate e con larghe spalline, le sorelle maggiori e le mamme rafforzano il loro potere seduttivo. Irrompono e prorompono dagli schermi, con i loro “dessus”, Silvana Mangano, Lucia Bosé, Sophia Loren, Yvonne Sanson, Brigitte Bardot. Nel 1947, Marcel Rochas inizia la sua sfilata autunno-inverno con una giovane indossatrice in gonnellina di raso bianco e corpino di pizzo nero: è il segnale di quella che viene definita “rivoluzione della biancheria”. Le sottovesti devono sempre più seguire la linea degli abiti. Il french look e il new look lo impongono: perciò sono “a busto” o comunque tagliate a reggiseno nella parte superiore, con pieghe sui fianchi per gli abiti con gonne amplissime, mentre per le linee a fuso sono aderenti. Per accrescere l’effetto “vita di vespa”, sopra alla sottoveste può essere indossata una guêpière di pizzo, quando non è inserita nell’abito stesso (soprattutto per sera, a spalle nude). L’anno seguente, dopo la guêpière, Rochas crea il “bustier-guêpière”, che termina con una sottanina ancora di raso bianco, ma velato da dentelle. Fra queste varianti del sottabito, troviamo lo “jupon” che Lilian (fra i numeri uno nel panorama dei creatori di lingerie dell’epoca) crea di batista candida leggermente inamidata oppure di rigido taffetà sontuoso e frusciante, detto appunto jupon musical, perché “accompagna ogni passo con un fru fru che probabilmente farà sognare i nostri uomini come sognarono quelli di cinquant’anni fa”, recitano le cronache dell’epoca. Nel frattempo, la sottoveste “classica” torna a essere soprattutto bianca, di lino o batista, con i colori pastello a seguire, anche se nella versione “elegante” è di pizzo nero, o écru. E poi eccola ancora di raso, seta pura, crêpe di seta, crespo satinato, pizzo, tagliata in sbieco, ricamata, rifinita con smerli, guarnita con merletti, balze, volantini, entre-deux; ma anche aperta di lato, chiusa a vestaglia da un nodino. Intanto, sono arrivati il nylon e le altre fibre sintetiche che — grazie alla loro ingualcibilità, trasparenza, varietà e all’eliminazione della stiratura — conquista la maggior parte del pubblico giovane: anche se la sera, quando si tolgono questi capi di “lingerie”, si vedono sprizzare autentiche scintille e si sente una specie di sfrigolio che dapprincipio preoccupa: ma per poco (tanto più che, in seguito a ricerche, il difetto viene eliminato). Peraltro, la sottoveste, che senza colpo ferire ha vinto le sue battaglie anche contro i mutandoni-sottogonna presentati da Vionnet negli anni ’50, ha più che temibili rivali: i pagliaccetti (discendenti dalle “combinaison” tanto in voga negli “anni ruggenti”) sostituiti poi dai body che, puntando su fascino (tessuti particolari, trasparenze, tagli che seguono il corpo valorizzandolo) e raggruppando in uno tre pezzi (sottoveste, reggiseno, mutandine), godono di uno straordinario successo. Ma la sottoveste non demorde, complice ancora una volta il grande schermo che la vede protagonista con Cibyl Sheppard, Julia Roberts, Jennifer Lopez. La moda, nel gioco degli eterni ritorni, la vede sempre più simile agli abiti mentre gli abiti diventano, appunto, sempre più simili alla sottoveste (d’altra parte, le spalline “a sottoveste” rappresentano ormai un classico dell’abbigliamento), tanto che anche da Cadolle, che dall’800 “veste” di lingerie le parigine più “à la page”, presenta sottovesti che, indubbiamente, ripropongono più o meno attualizzati gli stili di successo in tempi passati. Strizzando l’occhio agli anni ’70, ricordando gli anni di Emmanuelle, evanescente, seducente, affascinante, la “love story” della sottoveste nel guardaroba femminile continua.