Seno

“Ah, le nevi del seno! Ah, le sfacciate donne fiorentine”, lamentava Dante “che van mostrando con le poppe il petto!” Fra i più potenti motivi che improntano il vestire, quello della seduzione attraverso l’ostentazione delle forme corporee che l’abito rende possibile, sostanzia fra audacie e divieti, la storia della moda nei secoli. Ma nulla è altrettanto efficace, per un richiamo amoroso grazie alla bellezza, della diretta esposizione del nudo. Esibire il seno è la prima vittoria del nudo, dopo le accollate severe vesti del Medioevo. Certo quelle dantesche erano ancora scollature avare, lontanissime da quelle dell’800 romantico, nudi seno, spalle e braccia. Ma i legislatori perugini, che nel 1342 si affannavano a proibire il nudo dalla forcella della gola in giù, sarebbero crollati di schianto se, per qualche miracolata illuminazione, avessero potuto vedere con cinque secoli d’anticipo le nudità d’una dama di fine ‘800 in abito da sera. Non molto tempo dopo — gli anni corrono — cronisti evidentemente ammirati al di là della critica, parlavano di mammelle così spinte dalla scollatura che sembravano voler uscire dall’abito. Il Boccaccio si chiedeva perché mai nascondere il seno visto che la natura l’ha posto così in alto sul petto? È dal solco (sinus) fra le due carnose protuberanze che prende il nome il petto femminile. Da sempre conserva l’invidiata suggestione. E scoprire e poi nascondere, nella consueta alternanza dell’abbigliamento, è il duplice modo di sottolinearne l’importanza. Salgono i collaretti fino a circondare il volto nel primo ‘400: “Guai alla donna spettorata”, tuonava il Savonarola. Fra la scollatura quadra del ‘500 e le pieghettate lattughe della Controriforma, una scollatura decisa arriva, soltanto e subito negata, nel ‘600. Lungo digiuno, ma, anche se non più da spalla a spalla, belle scollature, più moderate ma insistenti, rallegrano il secolo dei Lumi. Anche gli abiti da pastorella arcadica, il seno lo lasciano trasparire dal leggero tessuto o teneramente emergere e, solo quando la rivoluzione alle porte si annuncia con un vento freddo, comparirà a velarlo il fisciù. Ma le vere nevi del seno sono quelle di fine ‘800. Quando l’angelo del focolare, serrata in vesti quotidiane a collo alto, si trasforma in donna dall’esibita opulenza, a gloria e specchio del successo maritale, tutta la grazia del seno è spinta in alto dal busto, offerta in ingioiellate scollature di mai vista generosità. Décolleté superbi, carni lattescenti (l’abbronzatura diventerà di moda solo con Chanel), spalle scultoree, braccia tornite, che la garµonne renderà subito lontanissimi e tanto più la donna-crisi degli anni ’30, tanto è vero che, per la prima volta, la scollatura muterà zona, scivolando sulla schiena. Le belle scollature, lo si è visto, vivevano delle nascoste presenze di una grande diversità di busti, più o meno terrificanti: dalla vera e propria corazza alle bende per cancellare il seno sotto gli sciolti abiti dell’Art Déco. Per questo il feticismo della biancheria intima associata al seno ha avuto così fortuna e la storia del reggiseno ne suggerisce le dimensioni, teso, a lungo, più a contenerlo che a ostentarlo. Nell’epoca d’oro della prima alta moda pronta italiana, soprattutto le giacche mascoline offerte come una bandiera femminista — il reggiseno si bruciava in piazza — di seno non volevano sentir parlare. Averlo per natura, sodo e prorompente era un handicap; compianta la ragazza che dovendo fare a meno delle pince, da sempre utili a costruire nicchie per accoglierlo non sapeva come comprimerlo in una giacca lineare e spoglia. Seno uguale femminilità, ma dalla moda militare alla falsa povera, da quella orientaleggiante all’androgina di ritorno, la moda ha tenuto a battesimo altre seduzioni. Eppure all’inizio degli anni ’90, proprio come 100 anni prima, ecco unanime è il grido: “Stilisti, fuori il nudo!” E si comincia dal seno, primo approdo della rinnovata glorificazione della nudità, dopo i tentativi, ti vedo e non ti vedo, delle trasparenze. Chi si rivede? La scollatura cuore degli anni ’50, a balconcino e, se gli abiti prolungano la scollatura dorsale un poco più giù dell’inizio delle reni, aggiungendo a tutti i brividi immancabili anche quelli d’una subitanea caduta del tessuto, le giacchette scivolano flosce e noncuranti su camicette mal chiuse, abiti a peplo si sciolgono sul busto e alle sfilate fa capolino la gag dell’indossatrice che le lascia sciogliere troppo e con finto affanno provvede a ricoprire un seno apparso en plein air. Studiosi del costume, semiologi, storiche della moda, psicologi, chiamati da più parti a consulto, da un lato spiegano, giustificano, smorzano l’entusiasmo, dall’altro sorridono. Ma non lo si sapeva che la moda è cambiamento per definizione? Ecco il risultato d’un eccessivo protagonismo delle gambe. Seno, spalle, braccia in disuso e, quindi, è l’ora di rimetterle a fuoco per accendere l’immaginazione (forse un po’ stanca) maschile. Poi, rifiutati via via tutti i feticci della biancheria e mal visto come obsoleto anche il più comodo dei reggiseni, come sperare in una scollatura quale bellezza comanda? E invece gli anni ’90, più attenti alla qualità della vita, fanno rinascere insieme scollatura e corsetteria: la donna sicura, più consapevole del proprio corpo, ormai, non è più allergica al gioco della guêpière. Quest’ultimo spostarsi del nudo nella parte superiore del corpo femminile va letto, secondo un indagatore del nostro quotidiano, come un’ascendenza in verticale, che risolve nella donna l’offerta di sé in una naturale spiritualità. Nel pluralismo della moda, coesistono nudo, velato e totalmente coperto, come un catalogo di ruoli — e non solo di moda — in cui immettersi a seconda dell’ora e della stagione. L’avvento del tessuto stretch, per esempio, ha oscurato rivelate trasparenze. Intanto, il passaggio al nuovo secolo, pare segnato da un’altra nuova nudità: potente e ondeggiante, arriva alla ribalta il sedere.