Scott

Ken (1919-1991). Inventore di un mondo fatto di fiori spettacolari, di intrecci vegetali, di animal print e di frutti esotici, George Kenneth Scott, in arte Ken Scott, è sicuramente portavoce di una moda semplice ed essenziale nelle forme ma estremamente raffinata nelle stampe e nei colori. Americano dell’Indiana, nasce a Forth Wayne da padre fotografo. Una forte passione per la pittura lo porta, diciottenne, a iscriversi prima alla Parsons School of Design di New York e subito dopo alla selettiva Moses Soyer. Frequenta presto atelier come quello di William Hayter dove incontra artisti noti come Matta e Chagall, destinati a rimanere gli amici di sempre. È il momento in cui ha occasione di conoscere anche Peggy Guggenheim, la nota collezionista d’arte che nel 1944 organizzerà per lui una personale di pittura. Nel ’46 si stabilisce definitivamente in Europa, approdando in Francia. Agli inizi conduce una vita bohémien tra Parigi ed Eze, località sulla Costa Azzurra dove affitta una casa che per tutta la vita sarà il suo rifugio. Sempre in Francia esordisce nel textile design assieme a Joe Martin, altro disegnatore venuto d’oltre oceano, con la realizzazione di pattern floreali per i più noti produttori tessili francesi. È suo il bozzetto conosciuto come Rose à longue tige stampato da Abraham e scelto da Christian Dior per la sua collezione d’alta moda primavera-estate del ’54. Un vero successo che lo spinge a tentare nuovi obiettivi e a proporsi su altri mercati. Dopo aver viaggiato per tutta Italia, nel ’55 approda a Milano e apre uno studio in via Sant’Andrea: qui fonda con Vittorio Fiorazzo il marchio Falconetto, azienda specializzata nel tessile stampato per arredamento. La produzione di tessuti firmati dall’artista rivoluziona subito il gusto dell’epoca che concepiva, sia per l’interior design sia per la moda, stoffe che non si discostassero troppo dalle classiche tinte unite con sfumature smorzate. Oltre la particolarità dei disegni floreali stilizzati quello che stupisce di più sarà l’uso di colori accesi e solari, assieme all’imprevedibilità dei loro accostamenti. Presto le sue fantasie vengono adottate da molti nomi dell’italian look come Veneziani, Biki, De Barentzen e da alcune griffe del prêt-à-porter di lusso della Milano anni ’50. Esplode così il fenomeno Ken Scott. È anche il primo a stampare motivi floreali su lana per abbigliamento. Dalle collezioni di tessuti a quelle di foulard e di sciarpe, il passo nel mondo dell’abbigliamento è breve. Dal ’62, infatti, inizia a firmare linee di abiti e accessori con il suo nome. Via Verri, via del Gesù, via Bagutta, il laboratorio in via Cadolini fino allo show room di via Corridoni, aperto su di una grande terrazza fiorita, sono le tappe significative delle sedi milanesi e della sua evoluzione creativa. Dalie, ortensie, convolvoli in shantung di seta, twill, creªpe e taffettà caratterizzano le sue prime sfilate: ma saranno le fibre sintetiche innovative, quali il jersey Ban Lon e il jersey Qiana Dupont, ingualcibili e assai pratiche che lo renderanno celebre come lo stilista della modernità e del colore. Anche le ovattate atmosfere anni ’60 della Sala Bianca di Palazzo Pitti saranno rivoluzionate dalla sua presenza di cowboy colorato attorniato da modelle con vestiti-fiore elastici e indeformabili dalle tonalità più azzardate. Promotore di passerelle spettacolo nei luoghi più insoliti, dal tendone di un circo sull’Appia Antica alle movimentate strade cittadine, provoca scalpore facendo danzare le sue indossatrici a tempo di musica beat. Per le sue performance disegnava meticolosamente anche tutti gli accessori. Dalle scarpe al cappello, dalle borse ai bijoux fino agli occhiali, per dar vita a quel concetto di total look di cui rimane uno degli antesignani. Negli anni ’70, propone, con grande seguito di pubblico, deliziosi chemisier di maglia fantasia in cotone, lana o sintetico con bottoni siglati dalle sue iniziali oppure abiti da sera-sottoveste e beach-jamas con pantaloni a vita bassa dalla chiara eco gitana. Invano, in quegli anni, si cerca di imitare il rigoglio allegro delle sue fioriture e della sua tavolozza. Lo stile Ken Scott rimane inimitabile anche grazie all’utilizzo di una tecnica di stampa a dodici colori, molto più complessa rispetto a quella usata comunemente dagli imprenditori tessili e dagli stampatori dell’epoca, che prevedeva un massimo di sei passaggi di colore. Anche i suoi inviti, le brochure, i press release, i manifesti e le foto pubblicitarie documentano la fantasia sfrenata di questo artista, assieme ai luoghi e ai temi delle sue presentazioni. Nel ’68, nei panni di un domatore, fa muovere le sue modelle come felini, avvolte in cappe, tute, maxi abiti zebrati e leopardati, mentre nel ’72, al Piper, mostra la celebre collezione Findus che inaugura nella moda italiana il filone dell’arte figurativa pop. Angurie, zucchine, uova fritte, piselli, cosce di pollo, asparagi e fragole trionfano, giganteggiando su abiti da giorno e da sera realizzati nei materiali più eclettici, tra cui spicca il nuovo Bandura, un crespo di nylon nuovissimo prodotto dalla Bancroft. Sono gli anni in cui inaugura sempre a Milano, in via Corridoni, il suo ristorante Eat and Drink e in cui i richiami a certo surrealismo, filtrato attraverso il ricordo di Schiaparelli, si mostrano più evidenti con collane di pasta, fantasie tessili riproducenti salami o salsicce e bottoni in porcellana a forma di piatto ricolmo di spaghetti. Attraverso le collezioni Amanti (’67), Circo (’68), Gipsy Caravan (’69), Sport (’69), la prima sfilata dedicata alla moda maschile (’70), per giungere alla Unisex (’70) e alla Kimonomania (’71-72), conquistando nel ’68 anche un Oscar della Moda, Ken Scott attraversa la storia del costume internazionale con il piglio di un enfant terrible, determinato a trasformare le donne in giardini assolati e la moda in un coloratissimo gioco. Lo stilista muore nel ’91 ma con lui non cessa l’attività creativa grazie alla Fondazione omonima da lui stesso istituita nell’89 proprietaria dell’archivio, dei vari marchi e dello Studio Ken Scott.