Sartina

Un tempo la sartina era una colonna della società, almeno di quella femminile, esattamente come il parrucchiere, l’estetista, la veggente o il medico. Ogni signora aveva la sua e malvolentieri ne rivelava il recapito affinché la preparazione dei suoi vestiti non venisse intralciata o ritardata. Le più fortunate la facevano venire in casa, non soltanto per le prove, ma anche per lavorare, ben controllata, un certo numero di ore, tagliando e cucendo, ma anche accomodando, stringendo, allungando o rivoltando gli abiti di tutta la famiglia. Le altre signore salivano o scendevano scale da qualche parte nel quartiere, o anche più lontano, per andare a trovare la loro sartina china sulla Singer a pedale che, per lo più, teneva nella stanza matrimoniale, con i capi imbastiti stesi, come fantasmi colorati, sul grande letto. Poteva essere giovane la sartina, meno giovane o anziana, con il metro penzolante intorno al collo, le forbici attaccate a un lungo nastro che pendeva dalla cintura e spilli dappertutto, infilzati su un cuscinetto fissato sulla pettorina del grembiule, ma qualcuno, durante le prove, anche in bocca, stretto tra i denti. Per terra c’era sempre un groviglio di fili e di ritagli di stoffa, ogni sedia era carica di stoffe e di lavori incominciati. Veniva musica da una radio sempre accesa, e odore di cibo dalla cucina attigua. Poteva essere di facili costumi, la sartina, ma più nella leggenda che nella realtà. La si definiva sartina per distinguerla dalla vera sarta con atelier e varie lavoranti. La prima, modesta, umile, alla mano ed economica, si occupava dei vestiti più semplici, degli accomodamenti, degli abiti da bambini; la seconda, sussiegosa, comandona, servile e costosa, dei capi importanti, da matrimonio, da cerimonia, da gran sera. Ma le signore più econome lasciavano fare ogni cosa alla sartina e, a volte, se ne vantavano. Sconfitte dalla confezione in serie e dal prêt-à-porter, sono sparite entrambe, come, in parallelo, sono spariti quasi tutti i negozi di stoffe e di merceria, dove, un tempo, sartine e sarte si affollavano per comprare fodere, bottoni, cerniere, fettucce, automatici, gancini e gros-grain. Resta la nostalgia, delle sartine soprattutto, ma anche il bisogno: da chi andare, infatti, con i bei cotoni d’Egitto, con la sete d’India e di Cina o con gli scampoli del mercatino? Da chi andare per allargare, stringere, allungare o accorciare? Da chi andare per copiare quel modello che sorride, irresistibile, dalle pagine della rivista? Da qualche tempo, nelle città più grandi, sono comparsi negozietti di indiani, srilankesi o cinesi dove in poco tempo e per pochi soldi si copia o si aggiusta qualsiasi vestito. Ma non è, lontanamente, la stessa cosa. Delle sartine, oggi, rimane traccia più che altro in qualche opera teatrale e in qualche romanzo fuori moda.