Piercing

Anello o piccolo oggetto di metallo, normalmente in acciaio, utilizzato, in particolar modo nel decennio ’90 per ornare e arricchire le più svariate parti del corpo: una sorta di evoluzione estrema dell’utilizzo degli orecchini. La pratica del piercing però supera il semplice gioco ornamentale e rientra in una vera e propria corrente di pensiero che coinvolge soprattutto l’adolescenza, ma anche fasce di età più adulta. La filosofia di base è comunicare il proprio disagio e la propria disapprovazione rispetto alla società, riallacciandosi in parte a usanze tribali e primitive. Il corpo così si trasforma in un vero e proprio strumento di comunicazione e il piercing, a seconda della sua grandezza, forma e parte del corpo in cui lo si aggancia, lancia messaggi alla stregua di un capo di abbigliamento. La pratica del piercing si inserisce in quella serie di modificazioni corporee definite tecnomutazioni. Tra queste i tatuaggi, la scarnificazione (dall’inglese scar, cicatrice, ferita) e il branding, ferite cicatrizzate ottenute con la bruciatura. L’evoluzione più recente è la marchiatura a fuoco sulle braccia di un numero o del proprio nome. Nel loro complesso le tecnomutazioni rappresentano la ricerca di una propria indipendente personalità fuori dagli schemi proposti e imposti dalla società. Sono una risposta violenta alla chirurgia plastica e al body building che modellano il corpo mirando alla perfezione e all’annullamento del difetto. Le tecnomutazioni, con questa sorta di deturpamenti, vogliono proporre una tipologia di identità non patinata, in cui la bellezza è la diversità. A tutto ciò va unito, in particolare per il piercing, la volontà di risvegliare una sessualità più ferina capace di far convivere gli emisferi maschili e femminili presenti in ciascun individuo: le parti del corpo pirsate, infatti, non sono più solo le orecchie, il sopracciglio, il labbro, l’ombelico e il capezzolo, considerati fenomeni di pura moda appartenenti alla prima fase di apparizione della pratica del pirsarsi, ma le parti più delicate della zona genitale tanto maschile quanto femminile. Si va dall’anello al clitoride a quelli sulle grandi e piccole labbra, dal foro scrotale al cosiddetto Principe Alberto, un piercing che trapassa l’uretra del sesso maschile e che la tradizione vuole fosse usato nell’Inghilterra vittoriana per fissare il pene tra le gambe in modo che non si notasse alcun rigonfiamento nei pantaloni. Le infinità di tipologie di piercing sono state raccolte in un libro sulle tecnomutazioni che è ormai oggetto di culto: Manuale per fare di voi ciò che volete, scritto da Bodhipat A-rà. Vi si legge, tra le curiosità, che naso, labbra e sopracciglio sono le zone da pirsare preferite dai giovanissimi di età compresa tra i 18 e i 25 anni. Lingua, capezzolo, ombelico e genitali invece sono quelle prescelte dagli adulti tra i 25 e i 40 anni, meno interessati all’estetica e più alla stimolazione sessuale. Pratica, quest’ultima, preferita dalle comunità omosessuali negli Stati Uniti e dagli eterosessuali, in prevalenza donne, in Italia.