Mutande

Negli anni ’70-80 (in effetti, non molti decenni fa) l’uomo che indossava mutande, sembrava agli occhi delle giovani donne dell’epoca un “rudere demodé”, il che eliminava a priori la possibilità di incontri galanti, affossava ogni possibile passione sotto occhiate ironiche e risolini trattenuti a malapena. Dominava — anzi, era essenziale — lo slip (dovrebbe significare indumento che si indossa, o si infila, con facilità), anche nei più desueti colori e motivi. Poi, arrivarono i boxer, figli moderni della mutanda, della culotte. A righe, a quadretti, scozzesi, nelle più varie tinte, coordinati o scoordinati al massimo con camicie e calze, questi calzoncini — anche se nel 2003 ha fatto parlare il tanga dello “Spice boy” David Beckham, star dei campi di calcio — hanno avuto tanto successo da essere indossati, in alternativa agli slip, anche “sopra” a calzamaglie e da essere esibiti in parte fuori dalla linea di “vita” dei pantaloni che, per ragazzi e ragazze, scende sempre più abissalmente sotto l’ombelico. In campo femminile, mutande e mutandine, messe in disparte prima dagli slip, poi dai tanga, eccole riaffacciarsi “charmante” di raso nero e di pizzo trasparente tanto anni ’30, provocanti di seta rossa, romantiche in colori pastello o — per l’inverno — addirittura di maglia ricamata a fiori, frutta, sole e luna di strass, quando non sono di puro cachemire: veri gioielli del guardaroba, da far strabordare fuori dai jeans, da mostrare o lasciare intravedere attraverso mussole trasparenti, oppure spacchi delle gonne; o da venir indossati come “pantacourt” con alti stivali. Rivalutate, quasi sfrontate, non più strumento di intima segreta seduzione ma capo d’abbigliamento in vista o in semi-vista, le mutande, hanno avuto un’ulteriore chance di rivalsa grazie ad alcuni stilisti più “d’avanguardia” con influssi d’oltre Manica sul filone dell’intimo portato come abbigliamento esterno, o outwear: anche se, — come sempre nella moda — lo spunto viene da ben precisi riferimenti storici e di costume.